Lightblack: decostruire la città

Domenico Donaddio

Correre è certamente una delle metafore principali dei nostri tempi: esistenze metropolitane dominate da una perenne routine degli spostamenti, da flussi di circolazione che ammassano corpi, pensieri e sudori fornendo illuminanti corollari quotidiani di psicologia della folla. Al Teatro Vascello di Roma “La Fabbrica dell'Attore” e l'associazione “Dynamis Teatro Indipendente” partono dall'idea della corsa per assemblare un progetto composito, interdisciplinare, mutante, sensibile alle nuove tecnologie, a metà strada tra arte relazionale e performance, intitolato Lightblack°.

Due citazioni dal programma di sala chiamano in causa Zygmunt Bauman (Quando molte persone corrono tutte insieme nella stessa direzione, occorre porsi due domande: dietro a cosa stanno correndo e da che cosa stanno scappando) e il maestro Lewis Carroll (Qui, invece, vedi, devi correre più che puoi, per restare nello stesso posto), predisponendo al meglio lo spettatore che magari è arrivato trafelato pensando di essere in ritardo.

La luce in teatro resta sempre accesa, rivelando la natura spiazzante del lavoro del giovane collettivo: uno studio sulla geografia urbana a più livelli, che accosta ai corpi degli attori-corridori una sorta di 'plancia di comando' web che decide cosa proiettare sullo schermo in scena. Lightblack° è infatti parte di un progetto più ampio, partito nell'ottobre dello scorso anno a Milano, Roma e Palermo per poi toccare altre città, non solo italiane: la sfida è cercare di guardare con altri occhi il paesaggio urbano, il reticolato da cui non si può (s)fuggire, le direzioni forzate, i condizionamenti più o meno inconsci provando a decostruire e a liberare lo spazio cittadino.

La tecnica di cui si servono gli attori è la cosiddetta 'deriva', il coraggio di smarrirsi nella metropoli scoprendo cose nuove a ogni passo: alcuni di loro corrono fuori dal teatro, vestiti da podisti anni '80, con i propri smartphone registrando il percorso, mentre tramite Skype e WhatsApp si contattano amici da altre città o da altre zone di Roma che raccontano le proprie esperienze, escono di casa e attraversano le strade seguendo delle indicazioni, fornite di volta in volta.

Sullo schermo si susseguono materiali live e registrati, musiche, canzoni, pezzi di dialogo ripetuti, frammenti di discorsi e di chat: i performer sul palco, dopo essersi ironicamente riscaldati, iniziano a correre sul posto, a ripetere autisticamente voci che hanno sentito, a girare per un Vascello 'nudo', che mostra tutte le proprie funi, le scalette di ferro, i drappi e le passerelle. L'apice dello spettacolo si raggiunge proprio quando tutte le componenti di questo mosaico imperfetto si incastrano, alzando ritmo e volume: una litania elettronica, un turbine di suoni e movimenti in cui le parole acquisiscono un peso diverso, come uscendo fuori da una calca infernale, per mezzo della ripetizione e dell’amplificazione.

Gli attori-corridori si trasformano in quel momento in attori-medium (Deleuze docet) capaci di farsi attraversare dalla comunicazione riproponendola allo spettatore in un’arci-contestualizzazione in cui diventano figure sfuggenti e allo stesso tempo concretissime, everymen che testimoniano esigenze (e pericoli) dell’essere umano del terzo millennio.

Un'opera che convince e fa riflettere, che si serve della 'danza' della corsa come di GoogleMaps, che tenta di suggerire traiettorie (fisiche ma anche mentali) per abbandonare abitudini sclerotizzate e cambiare atteggiamenti e sensibilità: il bisogno fisico di liberare spazi per una nuova collettività sociale è presente fino alla fine di questo 'esperimento', quando i corridori, ansimando, creano con lo scotch un nuovo reticolo in mezzo agli spettatori. Una ragnatela straniante, giocosa, che ricorda quanto le costrizioni e le prigioni siano tutte intorno a noi, spesso e volentieri auto-imposte: sul nastro adesivo, largo e bianco, c'è scritto “de-propriazione in corso”.

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foto di Giovanni Bocchieri

Vergogna

Paolo Fabbri

Una premessa: da Saussure in poi la linguistica e la semiotica si definiscono come discipline del valore: valore differenziale delle espressioni e dei significati. Hanno intrapreso quindi, e da tempo, lo studio delle passioni (Greimas, A. J., J, Fontanille, Milano,1996) e in particolare del sentimento socialmente dominante della vergogna. F. Marsciani in Uno sguardo semiotico sulla vergogna esplorava gli intricati rapporti di valore tra la colpa e la faccia, l’onore e la dignità ( Bologna, 1991) Queste ricerche ritrovano vigore e una fresca attualità nel bel libello di Stéphane Hessel, Indignatevi! (2011) e nel recentissimo Vergogna, in cui Gabriella Turnaturi racconta e argomenta «La metamorfosi di una emozione» (Milano. 2012). Riparliamone: è il caso di farne un caso.

Una parola s'aggira per l'Italia. Si scandiva nei trascorsi girotondi, se ne parla in Parlamento, si legge nella stampa: Vergogna! Pronunciata con l'esclamativo e diretta in primis al governo e alle sue maggioranze - ma anche ai partiti, ai calciatori, via via fino agli ecclesiastici e al presidente della Repubblica - è diventata un passaparola. Indignati di tutto il mondo unitevi! Nel quotidiano, svergognasi l'un l'altro potrebbe sostituire gli stanchi scambi di convenevoli, con gli sconvenevoli. Per studiarla sarebbe necessaria tutta un’Ontologia, disciplina giustamente di moda perché dedicata alle diverse forme dell’onta.

Parola grossa, anzi superlativa, Vergogna occupa il centro della scena dei valori, scortata da termini come indecente, indegno, indecoroso, riprovevole, inverecondo e via disdicendo. Per il vocabolario è un atto linguistico di biasimo e sdegno che esprime un sentimento che testimonia a sua volta di un'emozione d'assalto. «Sentimento di profondo e amaro turbamento interiore che ci assale quando ci rendiamo conto di aver agito o parlato in maniera riprovevole e disonorevole». Una passione morale che dovrebbe provare non chi grida Vergogna!, ma il suo interlocutore; alla condizione, non frequente, che se ne renda conto. Condivido il biasimo, termine che con la parola «bestemmia» ha una comune radice: «stimare bestia». Con i cosiddetti «vincenti», rivelatisi penosamente perdenti, il disgusto estetico non basta: quello che per noi è pacchiano, grossolano e dozzinale, per loro è una pacchia. Ma possiamo contare davvero sul loro senso di Vergogna?

Mi si consenta, come usava dire in tempi sospetti, di dubitarne. Intanto per sdegnarsi ci vorrebbe un senso condiviso dei valori e non mi pare il caso: per certuni, valore vuol dire valuta, l’onore è un onere. Insomma, perché uno s'adonti bisogna che l'onta, amara e profonda, la senta davvero. E sia disposto a metterci la faccia – sempre che non sia di tolla o di bronzo. Quanto al decoro è una parola viene dal latino «decere», dove significava «convenienza» ed è chiaro che l'evasore fiscale sa cosa gli conviene: non pagar tasse è decente e perché no? discente. Colpisci una sede di Equitalia per educarle tutte. Non conterei troppo neppure sugli altri requisiti della Vergogna - senso privato di colpa e un giudizio intimo di responsabilità - in chi non crede neanche alla giustizia pubblica.

D'altra parte chi grida Vergogna! deve fare attenzione. Intanto è bene che l’indignato dimostri sdegno ma non degnazione, cioè condiscendente compiacenza. Inoltre l'imprenditore di moralità dev'essere pulito, quindi l'esercizio è sconsigliato a trasformisti e pentiti che sono statisticamente numerosi. Inoltre, lanciando l'obbrobrio su chi non ha scrupoli, si rischia di far la figura del «gonzo», parola che deriva appunto da «Vergogna» e designa «persona tarda e stupida». Obiezione: il vero destinatario di Vergogna! è il sentimento morale di chi deve giudicare l'immagine del personaggio biasimato: non è il politicante quindi ma la pubblica opinione e i futuri elettori. Vergognatevi di lui, e se del caso, Vergognatevi di averne fatto un onorevole. E magari, Vergogniamoci anche noi, per non averlo saputo impedire!

Giusto, ma ritorno a dubitare. Continuiamo a chiedere che la fogna dei comportamenti sia esposta alla gogna. Ma se fosse cambiato, a nostrainsaputa, il pubblico senso della Vergogna? Senza giungere ad un'ablazione mentale, direi che nella società postmoderna il vergognarsi è diventato molto più cool. Come altre passioni morali come l'ira e l'odio, ad es. che si presentano tutt'al più, nel teatrino comunitario,come irritazione e fastidio. La tragedia dell'onore e del pudore ha lasciato il posto alla sitcom degli scrupoli, parola questa che designava in origine «piccole pietre aguzze d'inciampo». Ma oggi ci sono scarpe solide, tacchi compensati e pellacce a tutta prova! Come mai?

Una spiegazione, parziale fin che si vuole, c'è: il confessionale già catodico e ora digitale. Nei reality show e nella stampa trash scorre una fila ininterrotta di facce sfacciatissime che raccontano cose assolutamente disdicevoli. Senza amari turbamenti, vanno in onda rappresentazioni di serena oscenità. La faccia di bronzo è diventata faccioide, faccia da video a cristalli liquidi, direbbe Bauman. E, incredibile perchè vero, la più breve delle apparizioni - una comparsata! - garantisce la più totale delle assoluzioni. Altro che gogna mediatica: video te absolvo. E poi continuiamo a dir Vergogna!