Improvvisare è un viaggio: note di ascolto su Diversity, di Zlatko Kaučič

Nazim Comunale

Nato nel 1953 a Postojna, in Slovenia, Zlatko Kaučič è un percussionista, batterista e improvvisatore nomade: dall’inizio degli anni Settanta ha vissuto in Italia, per poi spostarsi in Svizzera, Spagna, Portogallo e Olanda e nel mentre collaborare con - tra gli altri - Irene Schweitzer, Steve Lacy, Misha Mengelberg e Paul Bley. Nel 1992 ritorna in Slovenia dove continua a suonare con una pletora di musicisti di ogni tipo (da Enrico Rava a Ken Vandermark, da Alexander Balanescu a Barry Guy). La sua storia è dunque, come spesso accade nella musica creativa, una storia di relazioni, in questo caso molto forti con il Friuli Venezia Giulia: Kaučič infatti è nel trio Disorder at the Border con Daniele D’Agaro e Giovanni Maier, inoltre è parte del quartetto Suono Madre con Massimo De Mattia, Giorgio Pacorig e Luigi Vitale. Tra i tanti progetti, da menzionare senz’altro l’Orchestra Senza Confini / Orkester Brez Meja da lui diretta assieme proprio a Maier. A proposito di quest’esperienza Kaučič dice: “Il pubblico ha modo di vedere come la musica nasca davanti ai suoi occhi. Cerco sempre di stimolare chi suona con me a prendersi dei rischi, a sperimentare. Prediligo materiali non composti né preparati e non voglio prove, prima: solo musica improvvisata”. Nel 2018 è ricorso il quarantesimo anniversario della sua carriera professionale, che l’etichetta polacca Not Two Records ha deciso di celebrare con Diversity, un cofanetto di 5 cd corredato da un corposo libretto che include un’intervista , liner notes esaurienti e un’introduzione del collega de Il Manifesto Flavio Massarutto. Un lavoro necessario e una retrospettiva doverosa su uno dei più importanti batteristi del free europeo: un interprete senza confini per chi della diversità e dell’incontro ha fatto la propria bandiera. Ve lo raccontiamo disco per disco, ne vale la pena, ricordando, con Wayne Shorter, che la grandezza della musica suonata riflette per davvero la grandezza dell’essere umano.

#1 butterfly wings

Se un battito d’ali di farfalla può generare un tornado dall’altra parte del mondo, se la vita di tante creature è effimera, se le nostre vane pretese di afferrare l’inafferrabile non hanno senso, allora ecco butterfly wings, un’ora scarsa in trio (Agustí Fernandez al piano ed Evan Parker al sax tenore), catturata dal vivo al Sound Disobedience Festival di Lubiana nell’ottobre del 2016. Traversate oceaniche e microscopiche, terremoti sulla punta di un’unghia, un senso del respiro naturale, biologico, moti browniani e traiettorie imprevedibili: tutto seguendo un mood intriso di grazia scontrosa, non ci sono facili fracassi, il pianoforte (magistrale) è la terra su cui fioriscono mille forme vegetali (Kaučič ) e animali (Parker). Abbiamo qui un dialogo in un paesaggio nudo, selvatico, dell’uomo non c’è traccia: si mette in scena una sparizione, una rinuncia alla centralità. Kaučič è astratto, narrativo, sottile e fondamentale nel dare linfa a questo che sembra quasi un processo di fotosintesi clorofilliana: dai pochi squarci di luce che arrivano da un altro imprecisato e irraggiungibile il trio, come un organismo vivente, distilla nutrimento per crescere. Parker è il Parker che conosciamo, in perfetto equilibrio tra fragore e silenzio, Fernandez scova spigoli dentro al corpo-mondo del pianoforte e strappa manuali di jazz, suonando feroce, urgente, trascendente e lirico nello stesso istante. Improvvisazione copernicana, il suono nel suo farsi materia, pulviscolo, cosmo, supernova e buco nero, evoluzione e dissoluzione, orbite ellittiche e rivolte contro la gravità, la gravità che vince le nostre ragioni. Un’ora scarsa di free come presa di posizione ancora una volta contro la dittatura del conformismo, del già detto, del confortevole, del rassicurante: l’ispirazione porta i tre esploratori a sondare territori liminali, è una tesa musica marginale (così definivano la loro gli Anatrofobia, uno dei segreti meglio custoditi dell’underground italiano; sono ancora in attività, recuperate i loro dischi), ombre fugaci di un Novecento che specchiandosi è andato in mille pezzi, repliche dell’eternità, cicli lunari, onde che arrivano e distruggono il lavoro. Si ricomincia, si brulica, non si perde tempo, l’ispirazione richiede talento e disciplina, occorre lanciarsi senza paracadute dallo strapiombo. Ascoltando sorvoleremo radure, luoghi abbandonati, crateri antichi, a volo d’uccello su ciò che era e ciò che è stato: le metamorfosi di Kafka, quelle di Ovidio, gli uccelli come primi mostri secondo la visione di Calvino, il volo come desiderio inesorabile dell’uomo, tutto l’impronunciabile alfabeto della natura. Staccare i piedi da terra, sconfiggere la gravità, decollare e allontanarsi dal risaputo, dall’inevitabile. Icaro e la sua necessaria caduta (le voragini spalancate da certi ostinati di pianoforte), crisalidi di frasi: non ci sono temi o cose che possano essere ricordate dopo l’ascolto di questa torrenziale improvvisazione, resta solo un sapore. Nel cibarsi le farfalle disperdono il polline rimasto attaccato alle loro zampe, contribuendo così alla riproduzione di molte piante e sono idee intraducibili quelle che spuntano in testa all’ascolto, come un polline segreto rimasto casualmente su ali in volo fino a raggiungere, ora, il fiore, il (suo, nostro) punto. Sette movimenti, tra rapimenti rapidissimi e immobilità profonde in un caos sempre fertile.

#2 kras

Fauna di sottofondo, boscaglia, rigagnoli di acqua che scorre, scorre anche se da queste parti oramai pare non piovere da secoli: il sassofono di Evan Parker e le percussioni di Kaučič sono essi stessi suoni della natura. Torna in mente quel disco di Han Bennink e Peter Brötzmann (Schwarzwaldfahrt, FMP Records, 1977) a improvvisare nella Foresta Nera, percuotendo gli alberi, le pietre, assieme ai suoni degli uccelli e di tutte le creature viventi. Perché quello siamo anche noi, creature viventi e (ri)suonanti, e la foresta in cui ci ritroviamo è la selva degli alfabeti, o la giungla dei nostri pensieri, dove può essere complicato distinguere il necessario dal superfluo. La musica improvvisata, quando è di alto livello come in questo caso, ha questa funzione psicanalitica: pulisce, sfronda gli alberi, ci libera da cascami, da volontà, dalla cocciuta e vana ostinazione a voler trovare un senso, un significato. Il senso e il significato sono l’ascolto stesso di queste spericolate e delicatissime incursioni nel dentro/fuori, tra micromondi, massimi sistemi, metafore, ipotesi e filosofie i cui postulati svaniscono nell’attimo stesso in cui vengono enunciati. “È inutile tentare la fuga quando la foresta avanza, soprattutto se noi stessi siamo alberi”, diceva Tahar Ben Jelloun: le percussioni, libere e selvatiche, aggiungono virgole alla tempesta ordinata dei fiati di Parker, capace di scovare sempre nuovi angoli, balena nel mare magnum del suono mentre noi siamo Pinocchi obbligati a dire bugie (la bugia è quella di credere di poterlo dire, di riuscirlo a raccontare questo suono) e sì, finiremo nello stomaco gigante della balena, le onde altissime evocate dal re delle maree Kaučič non ci risparmieranno. E sarà dolce naufragare in questo mare, un’ora di dialogo tra tenore, batteria, percussioni e zither elettrificato, quasi un corrispettivo terrigno degli spazi interstellari di Coltrane e Rashied Alì. È musica impastata di fango e radici, questa, che arriva dai cunicoli, da una trincea, da uno spazio caparbiamente costruito e custodito, lo spazio di un’assoluta libertà d’espressione che si muove certo nel solco delle grande tradizione del free (da Braxton con Roach a Paal Nilssen-Love con Vandermark o Gustaffson) ma sa offrire un punto di vista comunque inaudito. Andrebbe solamente ascoltata e bisognerebbe tacerne: se ne dice qui solo per dirne la folgorante, transitoria, lirica e politica bellezza. Sono le età di un minuto che si rincorrono in queste associazioni che non hanno conclusione ma solo vita, tutti i secoli che abbiamo sulle spalle svaniscono in una nebbia che scolora nel mito, ed allora Ulisse, le sirene bellissime e terribili che aprono la seconda traccia, tra suoni di zither magnetici e scale senza fine che non smettono di salire. La volontà di potenza secondo Horkheimer ed Adorno trova una delle sue prime rappresentazioni proprio nel mito delle sirene: l'eroe afferma la forza dominatrice dell’uomo occidentale sfidando il suono magnifico e terribile di queste creature misteriose e riuscendo ad ascoltarlo senza soccombere. Noi non soccombiamo ma restiamo profondamente affascinati da questi fantasmi, seducenti e pericolosissimi, in un perfetto stillicidio riduzionista tra orme di free e lampi di contemporanea, nel punto esatto in cui l’accademia più lungimirante e la musica creativa più viscerale si incontrano. Silenzi densissimi che alludono più di mille fanfare, pause elusive, un fare ellittico, circospetto, che lentamente sale: avvistiamo terra, il mare alza un sipario di onde minacciose, il suono è il racconto di questo esilio, di questa deriva, non c’è approdo, sino a quando il silenzio non impone nuovamente il suo ineffabile magistero. Dagli abissi del mare alle vene della terra, alle cavità dove si forgiano le scintille che poi saranno parola, alfabeto, suono organizzato; materico, mesmerico il percussionista, stalattiti, stalagmiti, qualcosa inizia, tempi geologici, lo zither a illudere, ma l’ombra è lì, a un passo, e non attenderà. Suoni come di gong, un raccoglimento che sa di zen, l’estasi del monaco e una veglia che potrebbe durare millenni. L’eterno, magico rituale del non ripetersi del ripetersi, dodici minuti che ti sequestrano, strabilianti nel rimanere sempre sul bordo dell’abisso dove tutto poi sparirà, suonando delicatissimi eppure fragorosi. Dopo aver lambito voragini e aver dato vertigini, i nostri si allontanano dall’assoluto per ingaggiare un altro corpo a corpo con tempo e spazio nella bella baruffa classicamente free del quarto dialogo. Chiude un breve encore con Parker in respirazione circolare e le percussioni che sfruculiano, stridono e sfrigolano, a ricordarci che la gravità esiste e ci tiene ancorati al suolo. Una conversazione tra sciamani, arcaica e propizia.

#3 rainbow solitude

Quarantacinque minuti in solo, invece, per il terzo cd, dove lo sloveno ha modo di liberare tutto il proprio estro, tra percussioni tradizionali, a terra e ancora lo zither elettrificato (sorgente di suoni strabilianti). L’incipit toglie il fiato, con le sincopi rumoriste di “Drive trough obstacles”. Suona appunto come una corsa a rotto di collo in una foresta di significati, quella intrapresa da Kaučič in questo solo dove vengono sondate le infinite possibilità poetiche del rumore. Un clima febbrile, vertiginoso, poi stasi ipnotiche e lentissime, le percussioni come Virgilio ad accompagnarci in un limbo tra orme di musica rituale asiatica e astrazioni contemporanee: piatti, sonagli, tamburi, mettono in scena la rappresentazione di un passato remotissimo e familiar. Il percussionista in solo, in ginocchio, convoca gli dei della tempesta per scongiurare disastri , ammesso che in un epoca come la nostra sia possibile scongiurarli, e che gli dei non siano tutti oramai definitivamente spariti. Opportuno ascoltare con l’intenzione giusta,lasciarsi completamente portare altrove, senza fare resistenza. “Ascoltami come chi ascolta piovere” scriveva Octavio Paz ed ecco che forse questo è un buon suggerimento su come predisporsi nei confronti della solitudine dell’arcobaleno, che è la medesima del musicista: stessa la capacità di far sorgere dalla pioggia i colori, medesima l’abilità nel disegnare traiettorie effimere e perfette che svaniscono. Sono suoni che provengono dalla nostra terra o da posti che non sappiamo dire? Dove finisce l’arcobaleno? Misterioso e impossibile, il suono delle percussioni sgorga dal silenzio e fa del silenzio musica facendoci sentire come speleologi che esplorano una grotta dalle cavità particolarmente anguste, avanzando carponi. Nessuna fatica inutile, però, solo una sommessa meraviglia.

E infine uscimmo a riveder le stelle”

#4 anima

Assetto a quattro per questo volume, con il leader affiancato dalla danese Lotte Anker (sax tenore, alto e soprano), Artur Majewski alla tromba e Rafał Mazur al basso acustico, (questi ultimi due membri del trio polacco di Agustí Fernandez). Anima, registrato dal vivo in una chiesa in Slovenia. Il vizio diabolico del respiro caro a Emil Cioran e un mood sorvegliato, aereo eppure tesissimo ad aprire il sipario sull’ennesima dimostrazione di come il free possa liberare la mente. L’anima, se per davvero ne abbiamo una e non siamo solo burattini elettrochimici, fiato di statue o scarse briciole di divinità indifferenti, sale a galla in questi sessanta minuti nuovamente sull’orlo del niente che ci attrae e ci seduce. Sale a galla per poi andarsene e lasciarci in totale balia di questi giochi di specchi: l’ego scompare, non ci sono teorie, psicologie, analogie possibili, è semplicemente, ancora una volta, il miracolo del suono nel suo farsi, l’evoluzione di una vera e propria creatura vivente, come vedessimo le fasi dello schiudersi di un fiore e le sentissimo tradotte in note; una lievissima febbre, sottile ed inesorabile, la stessa che fece il mondo,come dice il poeta americano Jim Powell, qualcosa di iniziatico, un big bang dentro una stanza o sotto la volta di una chiesa in questo caso.Dio cos’altro è se non una sillaba, un suono: gli uomini suonano per passare dall’altra parte, per radunare gli spiriti che hanno disertato da questo mondo secolarizzato anche dove non dovrebbe esserlo. Suonano per ineludibile necessità di trascendere, di discendere agli inferi, di farsi altro da sé, di trasfigurarsi. Ascoltiamo allora metamorfosi imprendibili e allegorie dantesche, un limbo o un eterno inizio, tra soffi, rimbrotti, con un basso lievissimo e cruciale a tenere le fila di un discorso che non comincia mai ma semplicemente perché non c’è nulla da dire. “There is nothing to say, and i’m saying it”: John Cage. Suggestioni scelsiane, un’improvvisazione sobria, scabrosa e rigorosissima senza essere mai asettica (vengono in mente anche le geniali e spericolate esplorazioni del Gruppo di Improvvisazione Nuova Consonanza), creature a cui non potrai nemmeno questa volta dare un nome (Nitke, i suoi rintocchi, le sue eruzioni, le sue attese), la notte che fu e sarà eterna, il teatro della musica eterna.Ansie trattenute e minimali, dire l’indicibile e farlo senza mai alzare la voce, cercarla, cercarla in continuazione questa, la nostra voce, in quest’epoca di parole sbiadite e di scollamento definitivo , dove gli specchi non riflettono più la nostra immagine. Iconic Thoughts, e sono quindici minuti di visioni, stupore dell’orecchio, dell’iride, suoni che gli occhi possono vedere, urla da un abisso nascosto dentro una scatola, apocalissi in miniatura, carillon per la fine del mondo, ombre, agguati, fughe, pentagrammi senza righe. Speleologia e antropologia dell’orlo, una tribù non ancora messa sotto la nostra lente d’ingrandimento di entomologi della civiltà che celebra una creazione all’unisono (Unison Creation), manufatti che si sfaldano nelle mani un attimo dopo essere stati ultimati e ammirati nella loro sfavillante bellezza. Accenni, cenni, prologhi, flashback, lampi, eterni ritorni, un mandala che richiede una preparazione accuratissima e poi viene distrutto. Disco da meditazione per attentati alle buone maniere jazz, senza l’aggravante della premeditazione.

#5 med-ana

Il quinto e ultimo disco di questo enciclopedico box racchiude un dialogo a due colto dal vivo nel 2012 tra Kaučič ed il trombonista tedesco Johannes Bauer, scomparso nel 2016, oltre ad una suite registrata al Brda Contemporary Music Festival nel 2014 con Phil Minton. Frammenti, cellule ritmiche che cercano di farsi strada nel silenzio che tutto allaga, sbuffi, rimbrotti, botta e risposta tra trombone e percussioni: le sconfinate possibilità del respiro e delle mani per conversazioni informali e appoggiate sul nulla. Non c’è un centro di gravità, non c’è un focus, a confermare l’assoluta ed intransigente libertà creativa del percussionista, degnamente coadiuvato qui da una delle più grandi figure della musica improvvisata europea. In questo caso però il risultato a tratti tende esageratamente al riduzionismo, senza che si accenda la scintilla della creazione. Punto di congiunzione tra una accademia invasa dai “barbari” della musica istantanea e i rigori di certo free che gioca sull’ultimo confine del vuoto, questa musica poi sa fortunatamente risvegliarsi (le acrobazie sornione del secondo frammento, dove Bauer usa anche la voce) e offrire l’ennesimo punto di vista inedito e inaudito a chi non pensi al jazz come sottofondo da ascoltare mentre si fa altro. Su cosa sia poi realmente oggi il jazz, e dove vada, il dibattito è aperto da tempo; personalmente rifuggiamo da qualsiasi definizione e ci interessa principalmente che non sia una banale cura a ferite che, in qualche maniera, non vogliamo né possiamo sanare. Perché è proprio in quelle ferite che si annida il sangue della libertà, della rivolta all’esistente. E proprio perché è necessario non arrendersi al reale, ecco a chiudere questo vocabolario di improvvisazione in cinque volumi la voce trasfigurata di Minton, capace di farsi felino, maschera grottesca, figura da teatro giapponese, sciamano,Minotauro, tubo sonoro. Kaučič crea il fondale perfetto per questo assassinio del cantante tradizionalmente inteso: la voce è uno strumento, ci insegnava Demetrio Stratos, e allora non ci sono parole, non ce ne possono essere altre, se non quelle per chiedere d’immergersi in questo invito alla ribellione al già sentito e scoprire così un musicista diverso, semplicemente fondamentale.