Votàn Zapata

Duccio Scotini e Gea Piccardi

"Coloro che avevano scommesso sul fatto che noi esistevamo solo mediaticamente e che, circondati dal silenzio e dalle menzogne, saremmo scomparsi, si sbagliavano. Quando non c’erano videocamere, microfoni, penne, orecchie e sguardi, noi esistevamo"[1]. Gli zapatisti non solo hanno vinto la strategia contrainsurgente del governo messicano ma hanno anche dato prova che l'autonomia può durare negli anni: dal 1983, quando nacquero come organizzazione clandestina, al 2013, anno di inizio dell'Escuelita.

A partire dalla marcia del 21 dicembre 2012 (giorno indicato dai media come quello della fine del mondo e per i Maya l'inizio di una nuova era) si è susseguita una serie di comunicati dal titolo Ellos y Nosotros in cui dichiarano la distanza dalla cultura politica della rappresentanza e da un sistema economico neoliberista, l'esistenza di un'altra maniera di vivere e governarsi e l'esigenza di stabilire nuove connessioni con i movimenti sociali del Messico e del mondo. Per questo prende forma il progetto di organizzare nel mese di Agosto la prima sessione dell'Escuelita zapatista, una "scuola" che ha coinvolto e coinvolgerà oltre le comunità zapatiste, migliaia di persone da tutto il mondo.

Murales di Emory Douglas a Morelia (ph Duccio Scotini e Gea Piccardi)
Murale di Emory Douglas a Morelia (ph Duccio Scotini e Gea Piccardi)

Durante l'Escuelita abbiamo sperimentato prima di tutto l'apprendimento come etica dell'incontro. Siamo andati a condividere la vita quotidiana con la gente comune non ad ascoltare i comandanti indigeni o il subcomandante Marcos, non abbiamo assistito alla trasmissione discorsiva di un sapere codificato. Migliaia di donne e uomini, indigeni e zapatisti, si sono convertiti, durante la scuola, in Votàn. Ciascun Votàn si prendeva cura del singolo alunno, gli raccontava la storia dei pueblos indigeni zapatisti, la loro identità, la loro organizzazione, con lui studiava i libri di testo, andava a lavorare, rispondeva ai suoi dubbi, e infine traduceva dalle lingue maya allo spagnolo e viceversa.

Termine maya difficilmente traducibile, Votàn per gli zapatisti significa qualcosa come "guardiano e cuore del popolo" o "guardiano e cuore della terra", o ancora "guardiano e cuore del mondo". Il Votàn è dunque un'entità singolare e comune allo stesso tempo: una persona ordinaria il cui orecchio e la cui parola sono collettivi. Non è un volto definito, un’individualità riconoscibile: è uno, ma dietro quell’uno potenzialmente si nascondono tutti. Con i nostri Votàn abbiamo preso parte a questa "scuola" dove non c'erano aule, esami e professori. La scuola era il collettivo, lo spazio aperto della comunità.

A noi due hanno assegnato comunità diverse e una di queste era il poblado Vicente Guerrero, presso il Caracol de La Garrucha. Nato nel 2002, Vicente Guerrero è, come la maggior parte del territorio zapatista, tierra recuperada, occupata e sottratta alla proprietà di rancheros e tierratenientes. "Motore dell’autonomia", diceva un Votàn, sono i trabajos collectivos: lavori di gruppo a cui prendono parte in maniera rotativa tutti i membri della comunità e che non riguardano solo la produzione alimentare, ma anche la scuola, la cura e la comunicazione.

Escuelita autonoma (ph Alex Campos Nomad Eyes)
Escuelita autonoma (ph Alex Campos - Nomad Eyes)

Il nostro apprendimento consisteva, in buona parte, nella partecipazione diretta ai differenti trabajos della comunità, tuttavia non si è trattato di apprendere un mestiere particolare ma, al contrario, di prendere parte a una forma di organizzazione che è quella dell’autonomia. La partecipazione a questa processualità, che altro non è che la sperimentazione di una democrazia radicale dal basso, si è data soprattutto attraverso un'esperienza di condivisione che può esserci soltanto nella pratica. Per dirla con Gustavo Esteva, altro alunno dell'Escuelita, “sono mancate delle parole perché abbiamo esperito novità radicali che non provengono dai libri, dai ruoli o dalle ideologie, ma dalla pratica e per questo portano con sé un impegno di immaginazione”[2].

Andando oltre le parole d'ordine, le logiche identitarie e i vuoti appelli alla costituzione di “fronti uniti” contro i governi o la crisi, che caratterizzano ancora molte organizzazioni politiche, gli zapatisti affermano: "La nostra analisi del sistema dominante ci ha portato a dire che l’unità di azione può esserci se si rispettano quelli che noi chiamiamo “i modi” di ognuno, ossia le conoscenze che ognuno di noi, individualmente o collettivamente, possiede della sua geografia e calendario. Ogni tentativo di omogeneità non è altro che un tentativo fascista di dominazione, anche se si nasconde dietro un linguaggio rivoluzionario, esoterico, religioso o simile. Quando si parla di unità si omette di dire che questa "unità" è sotto la direzione di qualcuno o qualcosa, individuale o collettivo"[3].

Non si tratta ovviamente di dare dei giudizi di valore, ma di esercitarsi in quello sforzo di immaginazione di cui parla Esteva e in questo senso chiedersi: perché gli zapatisti hanno scelto la forma di una “scuola”? Che nesso c’è tra i processi di apprendimento, a cui abbiamo partecipato durante l'Escuelita, e i modi di costruzione dell'autonomia zapatista? Che relazione c’è tra forme di apprendimento che rifiutano qualsiasi tipo di “pedagogia” e pratiche autonome oltre lo Stato e i sistemi di rappresentanza? Crediamo che questo sia uno dei problemi fondamentali che l’esperienza zapatista ci lascia.

Linea del tiempo (ph. Alex Campos-Nomad Eyes)
Linea del tiempo (ph Alex Campos - Nomad Eyes)

Pensare l’apprendimento non come una formazione teorica alternativa, autodidatta, che si pone contro le istituzioni addette all’insegnamento e alla trasmissione di conoscenze, ma come una pratica che sfida, in tutte le sue manifestazioni, la produzione di verità e di sapere attuali e che non concerne solo l’ambito del “teorico” o dell’accademico, ma tutti gli istanti della vita quotidiana. Pensare l’apprendimento come un rapporto tra soggetto ed esperienza significa immaginarsi una pratica politica che si rimpossessi di mezzi e strumenti di percezione del mondo e che parta, prima di tutto, da un non sapere dei corpi. L'apprendimento, quindi, come una forma di soggettivazione che diventa molto forte proprio nel momento in cui la formazione entra in crisi e come pratica politica di organizzazione che si afferma proprio quando le altre pratiche perdono di senso.

Secondo Raúl Zibechi "Ci sarà un prima e un dopo dell’Escuelita zapatista. Della recente e di quelle che verranno. Sarà un impatto lento e diffuso, che si farà sentire in alcuni anni e segnerà la vita dei los de abajo durante decadi"[4]. Certamente per gli zapatisti l’Escuelita produce grandi trasformazioni, tuttavia restano aperti dei quesiti che, abbandonando il territorio chiapaneco, si rivolgono da là a qua, inserendosi in quella distanza che intercorre tra l’esperienza vissuta e il ritorno a casa. Quale sarà il nostro “dopo” dell’Escuelita?

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1 Comité Clandestino Revolucionario Indigena-Comandancia General del Ejército Zapatista de Liberàtion Nacional - 30 dicembre 2012, ¿Escucharon? Recopilacion de comunicados del EZLN Diciembre 2012-Febrero 2013, El Rebozo, Oaxaca, 2013.Cfr. http://enlacezapatista.ezln.org.mx/2013/01/02/ezln-annuncia-i-seguenti-passi-comunicato-del-30-dicembre-2012/

2 Gustavo Esteva, Y si, aprendimos, in http://www.jornada.unam.mx/2013/08/19/opinion/018a2pol

3 Comité Clandestino Revolucionario Indígena-Comandancia General del Ejército Zapatista de Liberación Nacional, Ellos y nosotros. V. La Sexta, (tomo I), El Rebozo, Oaxaca, 2013. Cfr. http://enlacezapatista.ezln.org.mx/2013/01/26/ellos-y-nosotros-v-la-sexta-2/

4 Raúl Zibechi, Las escuelitas de abajo, in http://www.jornada.unam.mx/2013/08/23/opinion/023a1pol

5 Alex Campos, autore delle fotografie, è un artista e filmmaker che attualmente lavora in Messico. Qui il link del suo canale www.youtube.com/user/olharesnomadas

Contro i nuovi tiranni

Paola Splendore

Quanto mai opportuna un’antologia come questa a cura di Maria Nadotti, per presentare – soprattutto ai più giovani – una figura poliedrica di scrittore e intellettuale fra le più interessanti del nostro tempo. Berger scrive con altrettanta acutezza di arte, politica, letteratura e attualità; e lo fa con lo sguardo dell’artista, la parola del narratore e l’impegno del testimone.

I materiali raccolti nel volume – soprattutto saggi ma anche stralci da romanzi, poesie, lettere, diari, resoconti di inchieste, appelli militanti ecc. – coprono un arco di sessant’anni, dal 1958 al 2012. Non sono presentati in ordine cronologico né tematico, ma secondo un ordito che rivela via via la straordinaria vivacità e tenuta di questo autore che ancora oggi,
a quasi novant’anni, ha voglia di scrivere, viaggiare, testimoniare, inviarci i suoi messaggi dal mondo.

Quando nel 1972, dopo l’assegnazione del Booker Prize al romanzo G., Berger decise di trasferirsi in un villaggio di contadini dell’Alta Savoia, dove vive tuttora, volle esprimere il rifiuto dell’establishment letterario inglese, nei confronti del quale era stato comunque sempre un outsider. A Quincy, Berger comincia a fare il contadino, a occuparsi di fienagioni, di api e vitelli, ma continuando a scrivere, a disegnare, a partecipare a suo modo alle vicende del mondo. Stanno a testimoniarlo le visite, in anni recenti, a due paesi difficili e quanto mai emblematici dei conflitti nel mondo contemporaneo: nel 2003 si è recato in Palestina, a Ramallah e nei territori occupati, dove ha tenuto – insieme ad artisti palestinesi – un workshop sulla narrazione; e nel 2008, a ottantun anni, è andato in Chiapas a incontrare il subcomandante Marcos, il mitico rivoluzionario messicano.

Il bel saggio Appunti su un ritratto nella selva riferisce di questo incontro, ci offre questo ritratto: «Dietro il passamontagna, sotto il grande naso, una bocca e una laringe che dall’abisso parlano di speranza. Ho disegnato quello che ho potuto». E così Berger può anche ricostruire con rapidi tratti il contesto sociale, culturale ed economico dello zapatismo. In un altro saggio, Un luogo in lacrime, si legge: «Gaza, la più grande prigione della terra, è trasformata in mattatoio. La parola “striscia” è fradicia di sangue, come sessantacinque anni fa successe alla parola “ghetto”».

Questa apertura al mondo, il coinvolgimento in prima persona, coerentemente con i principi e gli ideali professati, da sempre informano la scrittura di Berger. Instancabile nell’indagare e tratteggiare la nuova topografia del male, nelle sue forme occulte come nella fisionomia ingannevole dei nuovi tiranni di tutte le latitudini, in abiti impeccabili e rassicuranti, impegnati a prendere decisioni pur «senza sapere niente di niente sull’essenza delle cose».

La stessa sensibilità lo porta a occuparsi con grande anticipo di temi oggi pervasivi come l’emigrazione, in un libro sui lavoratori migranti in Europa del 1975, Il settimo uomo; oppure a riflettere sull’uso spregiudicato da parte della stampa delle «fotografie d’agonia» durante la guerra in Vietnam. Chiude il volume il testo del discorso con cui Berger, in quel ’72 accettò sì il Booker Prize, ma attaccando senza quartiere, nell’occasione, i Booker McConnell che potevano farsi protettori delle arti coi proventi dello sfruttamento della canna da zucchero nella Guyana britannica. Tutto da leggere.

John Berger
Contro i nuovi tiranni
a cura di Maria Nadotti
Neri Pozza (2013), pp. 249
€ 14,90

Dal nuovo numero di alfabeta2 in edicola, in libreria e in versione digitale

Da qualche luogo pieno di dolore e di rabbia‏

Compas,

vi scrivo in un momento pieno di rabbia e dolore collettivi. In uno di quei momenti in cui ti ricordi di vivere in un paese in guerra. Una guerra lunga, che si perde di vista quando sia iniziata, una guerra permanente contro la popolazione, contro i popoli, che se guardiamo bene è in corso in tutto il mondo, ma qui è più sfrontata.

Il 2 di maggio hanno ucciso Galeano. Sono stati i paramilitari, ovvero il governo messicano. Galeano l'avevamo conosciuto in Agosto del 2013, all'Escuelita Zapatista. Eravamo migliaia, da tutte le parti del Messico e da tutte le parti del mondo, siamo arrivati in Chiapas e abbiamo avuto l'opportunità, il privilegio, di conoscere per una settimana la realtà che hanno costruito gli zapatisti in questi 20 anni di lotta e resistenza. Abbiamo vissuto ciascuno in una famiglia zapatista, e ci accompagnava un Guardiano o una Guardiana. Abbiamo conosciuto la forma di autogovernarsi, la forma del sistema di educazione autonoma, di salute autonoma, di resistenza economica e tutte le aree dell'organizzazione della vita, con cui gli zapatisti ci dimostrano che è possibile un altro mondo, che è possibile essere anticapitalisti davvero, senza ingiustizie. Il titolo dell'Escuelita era appunto: La libertà secondo gli e le zapatiste.

A me è toccato andare nella zona "Selva Fronteriza", al confine con il Guatemala, nel cuore della Selva Lacandona. Le comunità zapatiste che si trovano in quella zona si organizzano a livello regionale in ciò che loro chiamano Caracol I "La Realidad. Madre de nuestros sueños". La Realidad è la sede della Giunta di Buon Governo (una delle cinque esistenti in territorio zapatista), ovvero il governo autonomo rotativo del livello regionale. Varie centinaia di persone, soprattutto giovani siamo arrivati alla Realidad e lí ci aspettavano i nostri guardiani e le nostre guardiane, e un collettivo di una ventina di maestri. I maestri della Realidad li coordinava Galeano, un compa pieno di allegria, molto preparato che dimostrava ad ogni istante una disciplina piena di amore nei confronti di quello che stava facendo: lottare, ovvero, in quel momento, condividere con noi "alunni de la Escuelita" la speranza che costituisce sapere che siamo in tanti quelli che stiamo lottando quotidianamente per costruire altre relazioni sociali, basate sulla libertà.

L'esperienza dell'Escuelita è stata fortissima, una cosa che non si può spiegare solo con parole. Forse la metafora più adeguata potrebbe essere quella dell'innamoramento. Non l'innamoramento verso una persona, ma verso un mondo, una forma di lottare, un'etica, un "noi" grandissimo, verso una rabbia piena di dignità, una speranza. Ovviamente l'Escuelita non è finita lì in territorio zapatista, ma lì è cominciata: cosa fare, come avanzare ora insieme tra le persone che lì ci siamo incontrate con le e gli zapatisti? Questo è stato un motore molto importante dei sentieri dell'autonomia di moltissimi gruppi in Messico e nel mondo che si riconoscono come "aderenti alla Sesta Dichiarazione della Selva Lacandona dell'EZLN", tra cui l'Universidad de la Tierra di Oaxaca, dove negli ultimi mesi abbiamo fatto tantissimi passi in avanti nell'organizzazione dal basso anche grazie agli insegnamenti dell'Escuelita e di Galeano.

Il 5 maggio la Giunta di Buon Governo, l'autorità civile, ha denunciato l'aggressione paramilitare in cui hanno ucciso barbaramente il compa Galeano. E ha passato il "problema" all'EZLN, ovvero alla struttura politico-militare. L'EZLN è tornato dopo più di 10 anni nel territorio delle comunità. Qui si può leggere la sensazione di dolore e di rabbia che stanno vivendo in questo momento i compas, grazie al testimonio del Subcomandante Marcos. Il Sub Marcos spiega perchè è risultato necessario cancellare una serie di eventi politici importantissimi che si erano programmati per inizio Giugno, tra cui un incontro a porte chiuse con rappresentanti dei popoli indigeni del Messico e un'incontro aperto a tutti gli aderenti dove si sarebbe lanciata una nuova iniziativa politica nazionale e internazionale (l'ultima era stata La Otra Campaña nel 2006). La ragione è che il cuore dello zapatismo è in pericolo ed è necessario difenderlo.

Per questo il 24 maggio si realizzarà alla Realidad un evento in omaggio al compa Galeano e così in tutto il mondo dove ci siano persone di buon cuore, che si sentano convocate a unirsi in un abbraccio collettivo alle comunità zapatiste, perchè condividono la loro stessa lotta. Non si tratta di una solidarietà con un'organizzazione che è altro da noi. Si tratta di concepire l'uccisione di Galeano come un simbolo della guerra che in tutto il mondo i governi e il potere sta effettuando contro la gente, e concepire Galeano come un maestro della Libertà, la stessa che tutti cerchiamo di costruire, ognuno a suo modo.

Di solito noi abbiamo bisogno degli zapatisti, e regolarmente accendono una luce di speranza che ci schiarisce le idee e illumina il cammino a seguire. Questa volta gli zapatisti hanno bisogno di noi: se rispondono militarmente è il miglior pretesto perchè il governo mandi l'esercito a distruggere il Caracol. Se rispondono come normalmente lo fanno attraverso la giustizia comunitaria che hanno costruito in maniera civile e pacifica in questi vent'anni, corrono il rischio che i paramilitari occupino militarmente la zona nell'impunità più totale. È necessario rompere il silenzio che i mezzi di comunicazione a servizio della "dittatura-di-fatto" messicana hanno costruito sugli zapatisti. È necessario uscire per strada a fermare la guerra come nel 94. Galeano è tutti noi. È la nostra libertà che costruiamo insieme.

la vostra compa Irene