Una didascalica Documenta

Antonello Tolve

Preventivare ogni cinque anni una gita a Kassel per visitare documenta, appuntamento dell’arte contemporanea tra i più esclusivi al mondo assieme alla nostra invidiatissima Biennale di Venezia, vuol dire apparecchiare un momento le cui attese sono sempre speranza di scrutare e studiare l’itinerario creativo dell'arte e della sua storia recente. Si tratta infatti di una manifestazione che, sin dalla sua nascita (è nel 1955 che Arnold Bode decide di organizzare documenta, mostra Weltausstellung der zeitgenössischen Kunst come costola di una fiera di giardinaggio, Bundesgartenschau, per mostrare alla popolazione i capolavori censurati dal nazismo in quanto «degenerati», tra cui quelli di Braque, di Picasso e di Kandinskij), ha mostrato negli anni, e fino alla documenta13 (2012) diligentemente curata da Carolyn Christov-Bakargiev, un percorso brillante, entusiasmante, avvincente: e non solo per gli addetti ai lavori ma anche per un amante dell’arte o per un semplice curioso che vuole accrescere il suo bagaglio di conoscenza.

Firmata quest’anno dal curatore polacco Adam Szymczyk (classe 1970), ex direttore della Kunsthalle di Basilea, documenta14 mostra tutti i punti deboli di una polifonia organizzativa che si regge sulle solite e ormai scontatissime riflessioni politiche, economiche, sociali, antropologiche.

Prendendo la palla al balzo e cercando di lavorare sulla drammatica situazione greca, il direttore e il suo team (i nomi sono tutti consultabili al link documenta14.de/en/team) hanno disegnato, per l’attesissima 14esima edizione, un asse Atene-Kassel talmente moraleggiante – ed è un peccato perché nell’insieme funziona l’idea di ampliare il baricentro espositivo – da offrire non solo una decentralizzazione su larga scala assolutamente inutile, ma anche un progetto ambizioso, altezzoso, vanitoso, vanaglorioso e velleitario che ha suscitato un malcontento generale senza precedenti.

Yanis Varoufakis, ex ministro della finanza greca e fondatore nel 2015 di DiEM25, ha condannato la divisione di documenta14, definendo finanche la sua bilocazione su Atene un trucco, una sorta di turismo di crisi. «Devo dire che non sono molto felice dell’idea che parte di documenta avrà luogo ad Atene, è come il turismo di crisi», ha affermato Varoufakis in un’ironica e pungente intervista rilasciata a Spike Art Magazine. «È una sconfitta per sfruttare la tragedia in Grecia per massaggiare le coscienze di alcune persone da documenta. È come gli americani ricchi in tour in un paese povero africano, facendo un safari, facendo una crociata umanitaria del turismo. Lo ritengo inutile sia dal punto di vista artistico che politico».

Nonostante la buona fede che ha portato Szymczyk a riaccendere il riflettore sulle grandi problematiche che attanagliano l’uomo contemporaneo, questa nuova documenta14 ha il malaugurato sapore della pedanteria. Il Parlamento dei corpi (curato da Paul B. Preciado), ad esempio, seppur risponda all’esigenza di disegnare uno spazio che fa pensare all’ἀγορά, al luogo di discussione e di ellenico dibattito, mostra un narcisismo tautologico e uroboreo che non risponde veramente a funzioni pubbliche e non svolge – non può svolgere né tantomeno illustrare – un reale ruolo assembleare, ufficiale e democratico. Il debito pubblico, la tirannia delle banche, la «riduzione dei diritti democratici», l’insufficienza degli investimenti, i flussi migratori, l’aumento costante della povertà e la «criminalizzazione della povertà», sono tematiche che, nell’ambito di documenta14, hanno reso l’evento un contenitore ampolloso, capzioso e scontato.

Dopo un primo momento organizzato a Atene tra l’EMST – National Museum of Contemporary Art, il Benaki Museum, l’ASFA – Athens School of Fine Art e l’Athens Conservatoire, la tappa di Kassel risulta decisamente deludente e massicciamente didascalica.

Se nel Fridericianum sfila parte della collezione dell’EMST (lo sforzo di puntare l’indice sull’arte greca è un buon punto a suo favore) dove documenta ha avuto appunto il suo principale bacino espositivo, al suo esterno il Parthenon of Books (2017) di Marta Minujín, avvitato proprio sulla piazza antistante, è un terribile suppellettile che troneggia, affoga lo spazio, non lascia scampo.

Didascalica fino alla nausea, l’ala espositiva di Kassel è come una discarica di eventi che dicono sempre la stessa cosa e inclinano tutto – al Palais Bellevue La Sombra (The shadow, 2017) di Regina José Galindo sembra, tra l’altro, l’errore di uno studente accademico – nel versante del politico, dell’etico, dell’economico, senza la densità della riflessione. Nulla di esclusivo dunque, e nulla di intensamente interessante: a parte qualche sparuta opera (quella fumosa di Daniel Knorr, quella sul Fridericianum di Banu Cennetoğlu e quella all’aperto dell’iracheno Hiwa K) questa nuova documenta è stato un vero buco nell’acqua e il popolo dell’arte che da ogni parte del mondo ha diretto, dopo Atene, lo sguardo su Kassel si è contentato forse di ammirare l’imponente paesaggio, di scrutare gli antichi cataletti al Museum für Sepulkralkultur, di girare tra le collezioni dell’Hessisches Landesmuseum, di vagare tra le sale dello Stadtmuseum (purtroppo anche qui troviamo un’operetta morale di Regina José Galindo) e di andare al nuovo museo dedicato ai Fratelli Grimm (il Grimmwelt Kassel), unica vera novità, per abbandonarsi – visto che si è realmente un po’ abbandonati a se stessi – a piccoli brividi infantili.

Costruire la piattaforma

diemFranco Berardi Bifo

Dopo Berlino e Madrid, è stato presentato anche a Roma DIEM25 (Democracy in Europe in 2015), il progetto lanciato da Yanis Varoufakis e Srecko Horvat. Negli stessi giorni il fanatismo terrorista portava la guerra nella capitale dell’Unione europea.

DIEM25 non è un partito: penso piuttosto che si possa definirlo uno spazio, un contenitore che si propone di agire nella dimensione europea, evitando come la peste ogni tentativo di ricostruzione della sinistra sul piano nazionale.

L’intenzione trans-nazionale è la forza di questo esperimento: dopo il fallimento dell’esperienza di Syriza tornare alla dimensione nazionale comporterebbe una regressione pericolosa.

Ma ora si tratta di capire su quale piano DIEM25 agirà, perché finora non è tanto chiaro, come dimostra il nome stesso dell’esperimento. Si può ancora usare la parola “democrazia”? Io credo di no.

Fondato sulla costruzione di un sistema di automatismi finanziari cui la dinamica sociale deve in ogni caso sottomettersi, il modello europeo ha distrutto la possibilità stessa della democrazia, qualunque cosa questa parola significhi. Chi ha seguito le vicende greche negli ultimi anni sa bene che proprio nella terra in cui la parola democrazia venne originariamente coniata e vissuta venticinque secoli fa, la realtà della democrazia è stata cancellata. Da quando Georgi Papandreou venne costretto alle dimissioni per avere proposto un referendum sulle imposizioni economiche della troika, a quando Alexis Tsipras venne costretto a rinunciare agli obiettivi che i suoi elettori gli avevano affidato per piegare il capo davanti al ricatto della troika finanziaria, si è consumata l’ultima possibile illusione democratica.

Dunque è giusto partire dalla parola democrazia per parlare dell’attuale situazione europea, ma solo per ricordarci che l’Unione ha cancellato quel valore non solo dal presente ma anche dal futuro immaginabile.

Guardiamo quel che è diventata l’Europa nei pochi mesi che sono seguiti all’umiliazione del governo Tsipras e hanno accompagnato l’espansione della guerra mediterranea. L’Occidente ha finanziato e armato quella guerra sperando che si consumasse lontana dalle nostre città. Si sono creati quartieri ghetto per contenere gli immigrati che si possono sfruttare ma non integrare. Il risultato è che intere zone del territorio europeo sono ora un focolaio di quella guerra che divampa proprio nel cuore delle nostre città.

Era facile prevederlo e lo avevamo previsto in tanti: se l’Unione persegue una politica di austerità per realizzare un programma di privatizzazione, finirà per impoverire la società europea. Se la società verrà impoverita, finirà per ribellarsi contro l’Unione e cresceranno i fronti nazionali.

L’Europa è morta nella mente della maggioranza dei cittadini europei, e il nazionalismo diviene forza prevalente.

Il gruppo dirigente europeo, composto da conformisti esperti solo nell’arte del rastrellare risorse altrui ma ignoranti di tutto il resto, ha portato l’Unione alla disgregazione, alla paralisi, e oggi all’infamia. L’accordo che le autorità europee hanno raggiunto con il governo turco non si può definire altrimenti. Non ci importa sapere che le guerre che dilaniano il Medio Oriente sono l’eredità del colonialismo europeo. Non ci importa sapere che la precipitazione della guerra civile è conseguenza delle recenti guerre che l’Amministrazione Bush e i suoi alleati inglesi e francesi hanno scatenato in Afghanistan Iraq Siria e Libia. Non ci importa sapere che milioni di persone stanno fuggendo la guerra che noi abbiamo contribuito a scatenare e stanno fuggendo la miseria che noi abbiamo contribuito a coltivare.

Ci importa soltanto che quegli stranieri non mettano in pericolo la nostra vita, la nostra economia, la nostra sicurezza. Perciò abbiamo chiuso gli occhi davanti al montare di un’ondata migratoria che negli ultimi venti anni è andata crescendo alle nostre frontiere sud-orientali, abbiamo chiarito che l’Europa accoglie chi accetta di essere sottoposto a condizioni semi-schiavistiche, ma è una fortezza chiusa a tutti gli altri, a cominciare dai figli e dalle mogli dei nostri schiavi islamici o africani.

Ma ora la guerra ci costringe a capire che l’ambiguità non funziona.

Infuriati per la miseria e la disoccupazione che le politiche austeritarie hanno prodotto, i buoni popoli europei riscoprono la croce uncinata che avevano nascosto in cantina, e preparano nuovi campi di concentramenti per i nuovi ebrei. In Polonia il partito del piccolo mostro Kazinski ha vinto le elezioni con un programma operaista di difesa del salario, delle pensioni e delle condizioni di lavoro, come fece il partito di Hitler negli anni che precedettero la sua democratica vittoria alle elezioni del 1933.

Come negli anni ’30 il razzismo e il nazionalismo sono diventati l’unica difesa credibile degli interessi vitali della società, aggrediti dal capitalismo finanziario globale. Ma siccome per ragioni estetiche non ci piace costruire campi di concentramento sul nostro territorio abbiamo deciso di appaltarne la costruzione al sincero democratico Erdogan. Non importa che questo signore ripercorra la strada che un secolo fa portò i fascisti turchi a sterminare il popolo armeno. Non importa che rafforzi il consenso nazionale bombardando le zone in cui vive la minoranza curda. Non importa che arresti i giornalisti dissidenti, e che identifichi gli intellettuali con i terroristi. Quel che importa è che si faccia garante del rispetto della nostra frontiera.

Ora Varoufakis, l’ex Ministro delle Finanze del governo Tsipras, forte dell’odio di cui lo onorano i burocrati del sistema bancario, apre una prospettiva nuova: battiamoci contro l’austerità senza abbandonare la dimensione europea.

E’ il punto di partenza di cui abbiamo bisogno.

Ma se è giusto dire che l’austerità ha ucciso la democrazia, non è utile proporre la democrazia come oggetto da restaurare. La parola democrazia è svuotata di senso e l’uso di questa parola è indizio di un vuoto concettuale.

Perché la democrazia funzioni occorrono due condizioni: la prima è libertà e la seconda è l’efficacia della volontà politica del popolo, o almeno della maggioranza. Entrambe queste condizioni sono venute meno negli ultimi decenni. La volontà non è libera quando è modellata da macchine mediatiche la cui funzione è costringere la società a piegarsi al dominio finanziario.

La volontà politica non ha più alcuna efficacia quando nello spazio sociale agiscono automatismi di tipo tecnico e linguistico la cui velocità e potenza la mente umana non può controllare, come gli automatismi finanziari.

Non credo che costruiremo niente di significativo se ci proponiamo di restaurare la democrazia, anche perché la democrazia sta nella volontà della maggioranza, e allora oggi in Europa la democrazia è il fascismo di Orban e di Jazinski, e in America rischiamo di scoprire presto che la democrazia si chiama Donald Trump.

Dunque come si può usare il contenitore proposto da Varoufakis?

Di cosa abbiamo bisogno? Abbiamo bisogno di una piattaforma che ci permetta di coalizzare le forze di quell’esigua minoranza che nella macchina produttiva svolge la funzione decisiva: la funzione di programmare la macchina sociale.

La maggioranza è stata privata di ogni forza e di ogni intelligenza. Dobbiamo diventare il punto di riferimento di quella minoranza che possiede la forza e l’intelligenza, ma non riesce a metterle insieme. Quella minoranza è il lavoro cognitivo, gli ingegneri e gli artisti la cui cooperazione avviene in condizioni che sfuggono agli uni e agli altri.

C’è un esempio che possiamo seguire, in questa direzione, è l’esempio di

WIKIleaks, cooperazione autonoma di una sezione del lavoro cognitivo.

Dobbiamo essere la forza del lavoro intelligente, ricomporre il cervello che si trova nei centri di ricerca di calcolo e di progettazione con il corpo sociale disperso, isolato e sofferente.

Quel che occorre è una piattaforma tecnica e progettuale che permetta agli ingegneri e agli artisti di smantellare e di riprogrammare la macchina che ha preso il posto del governo politico.

Credo che dobbiamo abbandonare l’illusione democratica e prepararci ad attraversare un decennio di oscurità di miseria e di guerra. Ma nell’oscurità del tempo che ci attende, dobbiamo costruire la piattaforma per il sabotaggio e la riprogrammazione.

Oxi. Il momento della verità

Francesca Coin

È bastata una parola. Referendum. Re-fe-ren-dum. Sembra una parola banale, ma come un corpo pieno di lividi che innalzi uno specchio davanti al suo aggressore, l'Europa per qualche ora ha perso il controllo.

Il comunicato dell'Eurogruppo delle ore 16 del 27 Giugno, poi elegantemente commentato da Varoufakis sul suo blog, era chiaro: i diciotto ministri all'unanimità – cioè, senza il collega greco, in una forma eccezionale di unanimità, diciamo - hanno convenuto che la Grecia avesse rotto “unilateralmente” le trattative, concludendone che, a fine mese, cioé martedì, scadrà il programma d'assistenza alla Grecia, e con esso la possibilità per la Grecia di accedere all'assistenza europea oltre che ai proventi delle privatizzazioni e profitti Anfa e Smp. La reazione dei creditori all'ipotesi referedum in altre parole è stata scomposta, minacciosa, addirittura quasi onesta, come se quella parola proibita “re-fe-ren-dum” avesse innescato un desiderio di vendetta: se tu rivendichi la democrazia noi ti facciamo saltare le banche.

L'ha scritto Yanis Varoufakis, con la sua solita, spericolata aplomb. “La democrazia aveva bisogno di un incoraggiamento in Europa. L'abbiamo dato. Lasceremo decidere la popolazione. Ma fa sorridere quanto sembri radicale questo concetto!” L'aplomb di Varoufakis, quella stessa postura che gli è stata così spesso criticata, tradisce, infatti, un'ovvietà esplosiva: il fatto cioé che la democrazia non è affatto permessa, oggi. Anzi, la democrazia è proibita, e lo è in modo strutturale. Èquesta la verità proibita che i creditori cercano di occultare.

Vediamo cosa è successo negli ultimi giorni. Dopo la “sorpresa negativa” del referendum, per dirla con Dijsselbloem, ieri la Bce ha rilasciato un comunicato ufficiale. Era sull'Ela, il Programma di liquidità d'emergenza che la Bce fornisce alle banche greche. Il comunicato avvisava che in attesa di nuovi interventi, la Bce avrebbe lasciato il tetto dell'Ela inalterato. Inalterato significa due cose: primo, che la Bce intendeva dare un messaggio di normalità. Però, ed è il secondo punto, mantenere inalterata Ela in un contesto di crescente deflusso di capitali significa perpetuare una minaccia.

Siamo di nuovo al punto di prima: dietro quest'apparente normalità la finalità europea non è cambiata: il fine dell'Europa è e rimane destabilizzare la Grecia e possibilmente sostituirne il governo – ma in modo chirurgico e democratico. La risposta di Varoufakis, da questo punto di vista, è stata, al solito, spericolata e contro-intuitiva. Varoufakis ha fatto sapere a metà pomeriggio che non avrebbe posto capital controls in Grecia. Non avrebbe, in altre parole, introdotto controlli sulla circolazione dei capitali perché questi, parole sue, sono “incompatibili con il concetto di Europa”.

Si è sentito varie volte dire, in questi giorni, che i due uomini chiave di Syriza, Tsipras e Varoufakis, sarebbero ingenui. È stato detto che non hanno un piano B, questo e quello. Rigirata a cotante menti la critica di ingenuità sarebbe però troppo generosa. Quando Varoufakis dice che i controlli sui capitali sono “incompatibili con il concetto di Europa” dice che se l'Europa intende staccare la spina alle banche greche deve farlo in modo manifesto. Dice cioé che i creditori possono annientare la Grecia – in questi rapporti di forza possiamo realmente attenderci il contrario? - ma se vogliono farlo devono mostrare la loro vera faccia.

A che cosa sta pensando Syriza? Sicuramente a molte cose, ma tra queste alla divisione sociale, all'arretramento pauroso della consapevolezza collettiva rispetto alla radicalità di quanto sta avvenendo, a quella che Marazzi ha chiamato una sorta di “guerriglia semantica”, uno scontro di verità dietro al quale si cela un agguato.

Già in un recente articolo scritto insieme ad Andrea Fumagalli avevamo osservato come la Grecia avesse portato avanti le proprie negoziazioni a partire da una posizione di “debolezza coercitiva”, utilizzando cioè la posizione di debolezza del debitore per ricattare i creditori, spingendoli per quanto possibile a ristrutturare il debito greco a partire dalla constatazione che un default avrebbe avuto un effetto domino sugli stati che hanno concesso prestiti bilaterali potenzialmente innescando un evento creditizio sui Cdc. In questo gioco il collaterale del debito greco è la tenuta del sistema finanziario europeo nel suo complesso - l'ordine stesso del mondo per come l'abbiamo conosciuto negli ultimi quarant'anni. Ciò che la Grecia facendo, da questo punto di vista, è arditamente coraggioso: la Grecia sta usando il proprio corpo come esca per disvelare le volontà del creditore. In altre parole sta mettendo in gioco tutta se stesa – consapevole di non avere alternative.

L'hanno ammesso in tanti, in questi anni, incluse voci interne al FMI da Paulo Nogueira Batista al Mea Culpa di Strauss Kahn. La finalità dei creditori in Grecia non è mai stata salvare la Grecia. Come ha spiegato egregiamente Minenna, docente di finanza matematica alla Bocconi:se si ritiene che l’obiettivo della Troika fosse quello di risanare le finanze pubbliche e riportare il debito su una traiettoria sostenibile, si dovrebbe registrare una disfatta su tutta la linea”. Ma non questa è la prospettiva che dovremmo usare.

La verità è che il debito greco per taluni creditori è stato un affare. Sia nel primo che nel secondo salvataggio, il controvalore dei prestiti concessi alla Grecia è stato simile all'esposizione delle banche Francesi e tedesche prima, e poi anglo-americane, configurando il salvataggio del paese ellenico più propriamente come un processo strumentale al completo trasferimento del rischio sul debito greco dai grandi sistemi bancari ai contribuenti dell'Eurozona. La Grecia, da questo punto di vista, è il modello stesso del capitalismo finanziario odierno, un paese da cui estrarre la linfa, risorse, ricchezza, vita, capitale per il sistema finanziario, per quel minotauro globale che, secondo Varoufakis, dalla crisi del Fordismo negli anni Settanta si tiene in vita risucchiando la nostra.

Cosa dobbiamo attenderci, dunque, nei prossimi giorni. Certamente il tentativo di destabilizzare il governo greco con le armi della finanza minacciandone le banche e il governo nel tentativo – vitale per i creditori – di mantenere la Grecia in una condizione di sudditanza.

Syriza invece ha una carta sola in mano. L'unica carta che può realmente giocarsi è quella della ribellione e della solidarietà sociale. Sta a noi, adesso. Lasciare la Grecia sola o fare sì che da questa sofferenza emerga almeno una visione collettiva. Il cinque luglio non deve essere un referendum. Deve essere un'ovazione, una celebrazione, il volto stesso di una nuova Europa in erba.