Heiner Müller, anatomia della differenza

Massimo Palma

titusCome si ferma la patologia della vendetta, come si esce da un’epidemia della mutilazione in cui tutti tagliano arti, recidono organi e versano lacrime assieme col sangue? Sembra chiedere questo Heiner Müller, quando nel 1984-85 – la perestrojka non è ancora all’orizzonte, la DDR itera annoiata la sua “tolleranza repressiva” in materia culturale – affronta il primo Shakespeare, che dal vortice grandguignolesco del teatro elisabettiano estrae una trama illeggibile, il Tito Andronico.

Protagonista finto di una storia vera – il declino di Roma, la progressiva commistione Romani-barbari, la contaminazione della romanitas in una koinè cupa e “incivile” –, Tito Andronico è il generale che ha sconfitto i Goti, portandosi in trionfo la regina per poi concederla al nuovo imperatore Saturnino. Questo non prima di averne squartato il figlio – come atto sacrificale, atto di pietas –, scatenando una sequela di vendette mutuata da Seneca e da Ovidio che attraverso frodi, stupri, mutilazioni inferte, richieste ed esaudite, porterà fino al pasto cannibalico, dove l’eroe eponimo s’improvvisa cuoco di pietanze umane per genitrice ignara.

Come sempre in Müller, la lezione del maestro Brecht è mandata a memoria e insieme modificata: i classici vengono rivisitati per consegnarli al presente, vengono tradotti, stravolti e integrati per farli rimare col proprio tempo. E se Shakespeare parla sempre anche della nostra barbarie, in Anatomia Tito – anatomia che fa il protagonista del corpo proprio e altrui, anatomia che fa Müller del testo altrui e proprio, perché «si assimila solo disintegrando dentro di sé l’oggetto della conoscenza», ammonisce il curatore Francesco Fiorentino nell’essenziale introduzione che restituisce alcune linee guida per addentrarsi nel labirinto mülleriano – si arriva al grado estremo di sopportabilità, un grado zero dell’umano che lascia trasudare, nella sua eco pulp, persino inattesi scatti comici.

Un testo autenticamente mostruoso già in Shakespeare, quindi, che Müller traduce, chiosa e dota di commenti d’inaudita profondità, riportati in maiuscoletto, che affondano nella trama per toglierle orpelli e aggiungere carne e materia, o prendono una distanza politica, letteraria, storica, dislocandone i temi nell’oggi o nell’altrove minerale o animale. E lettera e commento, in questa preziosa edizione italiana, appaiono illuminate da un ulteriore elemento d’eco e di rimando: immagini romane di oggi, foto scattate da Alejandro Gomez Tuddo, che risuonano superbamente nell’iconografia altrimenti solo immaginata del Tito.

Il metodo, nella follia dell’oggetto, è scritto nel titolo e nel verso finale – l’anatomia, lo smembramento, è il fondamento dell’analisi: «se gli strappate la pelle di dosso, lo conoscerete». Dissezionare il Tito Andronico per comprendere Shakespeare e insieme la caduta di Roma, l’osmosi barbari-romani e insieme la proiezione culturale verso il problema dell’altro che preme alle frontiere: ovvero, il problema del prossimo secolo, amava ripetere Müller citando Pasolini, sarà l’entrata del Terzo Mondo nel Primo.

Il grande protagonista del testo è quindi quello più inatteso. Oltre la spietata Tamora, oltre Tito, oltre Lavinia – “scultura” di donna dopo la violenza subita da quei “barbari” che però imitano la letteratura romana (“non è mai un documento di cultura senza essere un documento di barbarie”, il monito brechtiano-benjaminiano alla base di molte riflessioni a cuore aperto del commento) –, l’eroe è l’indemoniato Aronne, il villain che ha appreso l’alfabeto di Roma ed è male assoluto, teorico e pratico del supplizio inflitto agli altri e allo spettatore. E soprattutto Aronne, insieme Satana in terra e nero dal nome ebraico, nella lettura di Müller è anche il “regista di se stesso”, il Negro – contro ogni politicamente corretto – che vomita verità accanto alle atrocità. Il Terzo mondo che arriva nel Primo per minarne ogni finzione di convivenza, per velargli l’inimicizia come fondamento del politico (“il resto è politica”, asserisce Aronne canzonando l’Amleto), radicalizza il suo ciclo di lutti, ne rivela la legge, la costante: ecco “il plot del nostro dramma luttuoso / Il filo rosso è il sangue dei nemici”. Non più tragedia, ma mero Trauerspiel affogato nell’immanenza, lo scenario di Tito è la fine di ogni altezza, di ogni trascendenza del giusto e del divino, è il cielo che si abbassa e piove sangue (“nevica monumenti”, sostiene Tito in una sinestesia totalizzante). In questo cielo basso, nell’atmosfera soffocante di una Roma in rovina e senza tempo, dove appaiono supermercati, televisioni e campi di calcio, si affollano sciami di mosche, che da elementi di paesaggio divengono protagoniste e simboli dell’itinerario di Tito nella vendetta.

Ma domina dunque solo la legge del taglione in questo recital della colpa ripetuta? Regna dunque solo la letteralità scabra dell’ occhio per occhio? Dov’è l’altro, rispetto a quel Carl Schmitt che Müller legge, compulsa e fruga – lui, famelico lettore di Sofocle e di Deleuze, ossessionato dal problema-Dostoevskij del male (assoluto, radicale, innocente)? La risposta non è certo in Shakespeare, specchio in cui rimirare la nostra barbarie perché la mostra in ogni civiltà, ma forse in quel mirabile “excursus sul Negro”, testo scritto non da Müller ma da un “malato di mente ufficiale”. L’excursus viene inserito nel cuore dell’esercizio anatomico di Tito, mentre il vecchio generale accecato dall’odio squarta e scioglie il nemico. Il matto, giocando sull’omofonia tedesca tra negro e roditore, arriva a svelare la “talpa”, altro animale shakespeariano e di qui marxiano, come metafora del Terzo Mondo – che finora è “sempre stato sotto la nostra terra”, protagonista di un “mondo negro che albeggia”.

Mentre i primi due mondi stavano finendo di guardarsi come ostili, Müller scopriva, al di là del nemico a est e a ovest, l’incredibile pressione anche culturale di chi finora non ha visto e non sa, perché “vive e muore là sotto”. Mentre ancora Honecker si diceva sicuro che il Muro sarebbe durato cent’anni, in Anatomia Tito la questione migratoria albeggiava come continuazione di quella “differenza”–Shakespeare, di cui parla la densa “conferenza” che chiude il libro. “Il terrore che proviene dalle immagini riflesse di Shakespeare è l’eterno ritorno dell’identico”, spiega Müller a se stesso e a noi. La barbarie di ogni civiltà è lo sfruttamento. Ma Aronne che ne gode, che gode del suo raccontare il male inferto, è, problematicamente, la mosca di un’intera cultura che ronza per portare altrove. Verso quell’utopia cui l’arte allude – anche quando guarda all’inimicizia assoluta e sembra affondarvi.

Heiner Müller

Anatomia Titus Fall of Rome. Un commento shakespeariano, seguito da Shakespeare una differenza

a cura di Francesco Fiorentino

L’orma, 2017, 160 pp., € 16

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Semaforo #5 maggio 2016

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Shakespeare in Trump

Harold Bloom ha scelto di sottotitolare il suo fondamentale libro su Shakespeare L'invenzione dell'uomo a riconoscimento della capacità senza precedenti del Bardo di immaginare la vita degli altri. La domanda che mi sono posto negli ultimi tempi è: in che modo Shakespeare, il più grande detective dell'animo umano nella storia della letteratura, avrebbe trattato Donald Trump ? C'è qualcosa nei suoi testi teatrali, che può offrirci qualche indizio sulle motivazioni e le macchinazioni di questo miliardario di New York riconvertito in agitatore politico? Le commedie, a cui è stato naturale pensare inizialmente, non sono riuscite a fornirmi una figura che unisca la singolare combinazione di arroganza e impreparazione, irruenza pugilistica e ruffianeria da showman di Trump. I drammi storici forniscono il più ricco tesoro del pensiero politico di Shakespeare, ma non c'è un equivalente falstaffiano per the Donald. (Trump potrebbe essere in grado di eguagliare la millanteria del compagno di bevute del principe Hal, ma i suoi insulti da parco giochi sono di qualità inferiore per estro linguistico e mordacità satirica). Il mio progetto cominciava a sembrare una causa persa ma poi a letto, malato e annoiato dal romanzo che stavo leggendo, ho ripreso in mano due tragedie di Shakespeare, il Giulio Cesare e Coriolano (...). Questi drammi storici, ambientati nella Roma antica, mi hanno sorpreso con la loro lettura quasi profetica del nostro momento attuale. In effetti, i litigi dei senatori si possono trasferire senza sforzo a Washington DC.

Charles McNulty, The theater of Trump: What Shakespeare can teach us about the Donald, Los Angeles Times, 26 maggio 2016

No talent, no Trump

Senza The Apprentice, Donald Trump sarebbe ancora un venditore fallito di giochi da tavolo e Katie Hopkins sarebbe al Met Office. È un programma che tira fuori il peggio nelle persone, poi le scatena nel mondo.

Stuart Heritage, The toxic political legacy of The Apprentice, The Guardian, 10 maggio 2016
Gossip + Trump

Quando era sposato con Marla Maples e stavamo per scrivere che si erano lasciati, la cosa a cui teneva di più era 'dite quanto sono ricco, date i numeri giusti, quanti miliardi valgo. Questo è quello che conta'"

How an Old-School Gossip Columnist Explains Donald Trump, intervista di Conor Friedersdorf a A.J. Benza, The Atlantic, 28 maggio 2016

a cura di Maria Teresa Carbone