Nell’acquario di Facebook

Carlo Formenti

Anarco capitalismo: questa definizione dal sapore vagamente ossimorico è ormai entrata nel lessico corrente di coloro che si occupano di economia della Rete. Si autodefinisce anarco capitalista uno dei più noti guru della Net Economy come Yochai Benkler, che associa al termine un mix di motivazioni non economiche alla produzione (l’economia del dono delle comunità open source e dei redattori di Wikipedia), antistatalismo e laissez faire come veicoli di una (immaginaria) rivincita di start up e innovatori tecnologici nei confronti dei monopoli hi tech. Né si offenderebbero di essere così chiamati autori come Kevin Kelly, Don Tapscott, Clay Shirky e tanti altri apologeti della «rivoluzione» 2.0. Capitalisti perché non si sognano nemmeno lontanamente di mettere in discussione le «leggi» del libero mercato (che anzi, dal loro punto di vista, hanno finalmente potuto trovare attuazione ed esercitare i loro benefici effetti grazie alla Rete, regno della libertà dove ogni transazione avviene in condizioni di assoluta parità e trasparenza cognitiva, offrendo a tutti le stesse opportunità e, quindi, premiando i più meritevoli). Anarchici perché sostenitori di un «individualismo metodologico» in base al quale i veri soggetti della storia sono i singoli individui, cui va garantita la più totale libertà di agire, comunicare, informarsi e vivere iuxta propria principia, al riparo delle indebite ingerenze del potere politico.

Ma a furia di sentire questa litania, è finita che i «veri» anarchici si sono incazzati e hanno deciso di mettere i puntini sulle i. Questo il senso di un pamphlet dal titolo «Nell’acquario di Facebook» appena pubblicato in versione e.book (lo si può acquistare o leggere liberamente) dal gruppo Ippolita (gli stessi che qualche anno fa hanno dato alle stampe «Luci e ombre di Google»). A finire sotto gli strali della critica di questa puntuale e argomentata denuncia non sono tuttavia solo i libertariani (preferiscono chiamarli così, per evitare qualsiasi confusione con il vecchio, glorioso «marchio» libertario) di destra, ma anche quelli «di sinistra». Esiste davvero, si chiedono quelli di Ippolita, una differenza fra cyber utopisti di destra e cyber utopisti di sinistra? L’unico merito che può essere riconosciuto ai secondi, rispondono, consiste nella sincera volontà di contrastare i «poteri forti» di Stati e Corporation e dei loro sforzi per trasformare consumatori e cittadini della Rete in sudditi. Per il resto gli uni e gli altri sono accomunati dalla stessa, perniciosa ideologia secondo cui, a regalare la libertà al mondo, facendo crollare regimi autoritari e sventando i piani di governi solo nominalmente democratici, basterebbe il puro e semplice diffondersi della possibilità di accedere alla Rete.

Una volta messi in condizione di connettersi e interagire liberamente, ci penseranno i netizen a emanciparsi da ogni vincolo sovraordinato. Peccato, argomenta il Gruppo Ippolita, che questi presunti strumenti neutri (l’attenzione è concentrata soprattutto su Facebook, come testimonia il titolo, ma ce n’è per tutte le altre icone della New Economy, da Google a Apple) siano i detentori di un poderoso default power, cioè della possibilità di decidere, in assenza di ogni vincolo e controllo, che cosa possono e che cosa non possono fare i loro sudditi-utenti. La colpa dei falsi cyber anarchici, tuttavia, non è solo quella di ignorare tale verità (che, per inciso, il vecchio McLuhan aveva già colto con il suo fin troppo citato ma raramente analizzato detto «il medium è il messaggio»), è anche e soprattutto quella di avere scelto modalità di azione e organizzazione politica che poco hanno a che vedere con i valori della tradizione anarchica: i vari Wikileaks, Anonymous e via hackerando, per proteggersi dalla repressione, sono costretti ad ammantarsi (in modo non molto dissimile dalle formazioni terroriste di qualche decennio fa) di segreti e ad agire nell’ombra, al di fuori di qualsiasi reale rapporto di scambio con il movimento (e anche al di fuori di qualsiasi controllo) e, spesso, adottano strutture gerarchiche che somigliano in modo inquietante a quelle dei «nemici».

Sottoscrivo. Meno simpatetico mi trovano invece certe conclusioni (del resto classicissime, ove considerate dal punto di vista della tradizione anarchica), secondo cui l’unico modo giusto di lottare contro il potere consisterebbe nel praticare l’esodo di piccole comunità conviviali, dove a tutti sia realmente consentito di far pesare il proprio punto di vista, perché ogni velleità di scontro frontale – masse contro masse – sarebbe fatalmente destinata a degenerare in pratica mimetica. Ma se le cose stessero davvero così, la sopravvivenza del capitale sarebbe garantita per l’eternità.

Terre promesse o terre gemelle?

Davide Grasso

Una narrazione influente si era diffusa negli anni Ottanta, ed era esplosa dopo la caduta del Muro di Berlino: la storia è finita, la democrazia e il dialogo prevarranno sul conflitto e il mondo si avvierà a una pace perpetua (internazionale e sociale). Era una narrazione ansiogena. Gli stati occidentali e i loro ceti intellettuali integrati, non appena trafitto il corpo decrepito di ciò che, nel gergo politico occidentale, era chiamato “comunismo” (un insieme di governi e partiti al potere nell’est europeo), già tentava di scongiurare ciò che quel nome, ben al di là di quei partiti e governi, può evocare. Un espediente retorico onnipresente, in quelle narrazioni, era il riferimento all’innovazione tecnologica come fattore di trasformazione sociale. Leggi tutto "Terre promesse o terre gemelle?"

Distopie da Nobel: ovvero come sarebbe potuta andare, alla luce dei recenti fatti

da Pechino Matteo Miavaldi, Simone Pieranni (China-Files)

Sono passati due mesi, ed è ora di tornare a Pechino. Dopo la fiammata di metà ottobre che aveva portato il premio Confucio per la pace alla ribalta internazionale tra accorati appelli, vibranti proteste ed un eloquentissimo chissenefrega delle alte sfere di Washington, la parabola del premio è destinata forse a raggiungere l’apice proprio venerdì 10 dicembre, con una sedia vuota. Senza perdersi nell’ovvio, nella sacrosanta causa della libertà d’espressione, del rispetto dei diritti umani, prima della premiazione in contumacia è necessario raccontare cosa sia successo. Prima e dopo l’ormai famoso 8 ottobre.

Attaccato dai media, descritto come una sorta di diavolo contemporaneo, deriso dileggiato, attaccato finanziaramente, isolato, censurato, infine arrestato. Julian Assange è stato nominato primo premio Confucio per la pace, istituito da Pechino per contrastare il Nobel, ritenuta un'arma del soft power americano. Leggi tutto "Distopie da Nobel: ovvero come sarebbe potuta andare, alla luce dei recenti fatti"

Cosa c’è sulla Cina nei documenti di Wikileaks (per ora)

Matteo Miavaldi e Simone Pieranni

C’era grande aspettativa circa i documenti riservati, svelati da Wikileaks nella serata di ieri. Il mondo dei media è ancora sotto shock per la mole di materiale offerta ad analisti e studiosi. Si tratta per altro solo di una prima parte dei documenti, nei quali supposizioni e ragionamenti su questioni geopolitiche rilevanti, trovano spesso una conferma espressa dai tanti uffici di ambasciate statunitensi nel mondo.

Per quanto riguarda la Cina, sfogliando i cable presentati da Wikileaks sul proprio sito, si ottengono alcune analisi provenienti dagli uffici dell'ambasciata Usa a Pechino, concentrati per lo più sulle relazioni internazionli con un focus particolare su Iran e Corea del Nord, confermando quanto i balletti diplomatici avevano fatto supporre, ovvero il ruolo centrale della Cina nelle politiche Usa relative ai cosiddetti stati canaglia.

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