Io e mondo. Manierismi in scena

Chiara Lagani, Foto Enrico Fedrigoli

Valentina Valentini

Siamo sommersi in un mondo che non ci piace e che non combattiamo. Esistiamo in una dimensione culturale fatta di conformismo pseudo alternativo. Respiriamo la mancanza di pensiero critico. Sopravviviamo nell’accumulo di informazione. Constatiamo inermi l’incapacità di individuare chi impedisce il nostro agire. Alain Badiou, nella versione inglese di Metapolitics, conferma che il periodo iniziato dalla metà degli anni Novanta si caratterizza per fenomeni reazionari: razzismo, crisi in Medio Oriente, capitalismo aggressivo.

Una sensazione di vivere un crollo di tensioni e di valori sperimentali che pare travolgere le stesse pratiche artistiche che le hanno da tempo esercitate con fervida immaginazione.

Fiorenza Menni Chiara Lagani, Foto Enrico Fedrigoli

Storia di un’amicizia, tratto dalla tetralogia L’amica geniale di Elena Ferrante, è un’opera di Fanny&Alexander, formazione di rilievo artistico e di complessità di pensiero nel panorama internazionale. Lo spettacolo con la regia di Luigi De Angelis vede in scena Chiara Lagani - che ha anche curato la drammaturgia - e Fiorenza Menni. Il contenuto popolare del romanzo postneorealista della Ferrante trova qui un’abile riscrittura in tre parti (Le due bambole, Il nuovo cognome, La bambina perduta), proposta attraverso una recitazione dissociata, con le due attrici che sono e non sono i personaggi in scena. Accanto a loro un terzo personaggio - come lo chiama Chiara Lagani nelle sue note di Drammaturgia - ovvero Napoli, il rione, la salumeria, il negozio di scarpe, il linguaggio quotidiano di cinquanta anni fa. “Misurarsi scrive Lagani - con la prospettiva storica che la quadrilogia, distillandola, dispiega profondamente era forse la cosa, pur necessaria, che mi spaventava di più: come riuscire a farlo con un medium come il teatro senza rischiare la didascalia o la retorica? Come riuscire a essere documentari e poetici al contempo, in modo indissolubile?”1 A questa funzione corrispondono le immagini estratte da film di famiglia raccolti a Napoli da Sara Fgaier e il progetto sonoro di Luigi De Angelis. L’asimmetria dello spettacolo è data dai due differenti registri che si giustappongono: la recitazione decostruita delle due attrici, che danno voce a una coralità di presenze - senza smettere di essere Lina e Elena, che vediamo crescere, avere dei figli, separarsi dai mariti, perdersi e ritrovarsi, raccontarsi - e il contesto di Napoli, dell’Italia, del tempo in cui le vicende si danno. Queste due trame restano separate, il privato non viene dilatato dal respiro della Storia e neanche dal mistero che dovrebbe avvolgere le cronache familiari. Né il terzo personaggio, Napoli, si anima con le voci e i volti delle figure di quelle storie. Soggetto e mondo non si integrano, né la disgiunzione diventa dispositivo drammaturgico dello spettacolo, destinato a correre su due segmenti autonomi, il pathos da cronaca famigliare, e la cronaca dei film di famiglia.

Foto Sveva Bellucci

Il testo di When The Rain Stops Falling, spettacolo presentato al Teatro Argentina con la regia di Lisa Ferlazzo Natoli, è il dispositivo dominante dello spettacolo, autore l’australiano Andrew Bovell che, nel solco della tradizione anglosassone, pratica teatro, cinema e televisione.. Lo spettacolo, la cui struttura drammaturgica sta scritta interamente nel testo, si fonda su un’operazione di regia disposta ad assolvere compiti di esecuzione prescritti dall’annodata “geografia espansa” delle scene, che si susseguono fra Londra e l’Australia, articolate secondo la simmetria parallela della storia delle due famiglie coinvolte. Si tratta di un testo incastrato in una serie di quadri che “rimediano” in forma breve e sintetica le serie televisive che raccontano le storie di due nuclei familiari che potrebbe essere anche un’unica realtà, tanto le situazioni si duplicano, seppur in modo non lineare, abbracciando una temporalità complessa che, seppur dilatata tra il 1959 e il 2039 esclude il principio di simultaneità e il muoversi a ritroso come fa Harold Pinter in Betrayal. Tali scene/quadro organizzate sempre a due (padre/figlio, ragazza/ragazzo, moglie /marito Gabriel York/Elizabeth Law) sono essenzialmente parlate, con dialoghi costanti che contemplano unicamente i due assolo di inizio e fine di Gabriel York (Marco Cavalcoli). Attraverso inesausti flussi di parole siamo immersi fino alla saturazione in situazioni di tragedie famigliari irreversibili: un padre che abbandona la famiglia e il figlio di 7 anni e non lo rivede più fino ai 24; un marito pedofilo che scappa in Australia e qui scompare, trovando la morte; una moglie-madre che perde il figlio, impazzisce dal dolore e vuole solo morire. Ed ancora una madre alcolizzata che rifiuta il figlio, una madre che non accetta di parlare al figlio del padre. C’è poi il figlio che cerca il padre che non ha conosciuto che parte da Londra e arriva in Australia, e proprio quando trova l’amore, muore in un incidente in auto, mentre la ragazza aspetta un bambino che nascerà senza padre....

Foto Sveva Bellucci

La struttura drammaturgica presenta una dimensione temporale elastica, senza inizio e fine, priva di linearità, con salti e ritorni, raddoppiamenti, corrispondenze di situazioni, che mette in atto i meccanismi della memoria, del déjà vu, della ripetizione, delle analogie, del ritorno e della coazione a ripetere. Il trascorrere del tempo non rispetta le regole del prima e del poi, del progresso e dell’accrescimento ma si incastrano una sull’altra. Tale divenire non produce, come in Fratelli e sorelle di Lev Dodin, ad esempio, il respiro epico che racconta la rivoluzione russa, né sfiora Ancora Tempesta di Peter Handke, in cui la storia della famiglia e degli individui che la compongono si intreccia con quella del nazismo, della seconda guerra mondiale, della repressione delle minoranze slovene e della loro germanizzazione, in una dimensione fra sonno e veglia, un universo sognato-evocato in cui Peter Handke fa apparire in scena il nonno, la madre, la zia, lui stesso bambino e poi più vecchio dei suoi avi.... Le scene di When the Rain Stops Falling, se non ci fossero le scritte che annunciano luogo e anno e personaggi in azione, pur saltando dagli anni Cinquanta all’iperbolico 2039, scorrono omogenee senza traumi, fratture, per cui, pur inscrivendosi il testo in una visione di una storia non lineare, non tengono tuttavia ragione delle discontinuità del tempo. Il testo di Bovell sembra costruito con un software che dispone gli eventi traumatici in numero proporzionale (la montagna, l’automobile, la spiaggia), blanditi però da racconti dialogati che eufemizzano il trauma attraverso la ripetizione di segmenti di frasi enunciate da altri personaggi in altre circostanze simili, similmente a come è immobile la cucina con la pentola della zuppa di pesce che cuoce e viene offerta come pasto unico ai vari personaggi che entrono ed escono di scena nei diversi decenni, avanti e indietro.

Il testo conferma di come la rottura delle convenzioni aristoteliche di inizio, culmine e fine, di racconto drammatico, pur dissolte da nuovi criteri di accumulo, circolarità, stratificazione, iterazione di un tempo non lineare, sia diventato una maniera, un’applicazione di parametri svuotati di presa sperimentale. La discontinuità temporale delle scene non viene elaborata dai linguaggi della scena, dalla recitazione, dai movimenti nello spazio: il quadro è statico pur nell’alternarsi delle coppie dialoganti e nell’accumulo disordinato dei tempi e degli avvenimenti regolati dalla memoria soggettiva.

L’aver smarrito il tempo della storia, la distanza epica rispetto a un tempo passato che si riverbera con i suoi effetti sul presente - che è una dimensione propria della nostra contemporaneità - priva entrambi gli spettacoli – il primo che ha come spazio-tempo Napoli e il secondo Londra e l’Australia – dello spessore non tanto degli eventi storici, del respiro epico, quanto delle dinamiche del conflitto che non è dato sciogliere, della ferita che non si chiude, trascorrendo senza effettivo dinamismo.

1 C. Lagani, Storia di un’amicizia.Rileggere l’Amica geniale in teatro.Note di drammaturgia di Chiara Lagani.