Ci vado io su Marte! Due film di Werner Herzog sulla connessione

into-the-infernoLorenzo Esposito

Il vulcanologo Clive Oppenheimer e Werner Herzog approdano in uno sperduto villaggio australiano dove un’antica tribù vive, venerandolo ciecamente, alle pendici di un attivissimo vulcano (la situazione ricorda altri incontri herzoghiani alla fine del mondo e dell’antropologia, come nell’episodio amazzonico Ten Thousand Years Older per il collettivo Ten Minutes Older: The Trumpet). Siamo già Into the Inferno (passato di recente alla Festa del Cinema di Roma, ma già da molti mesi presenza stabile nei festival internazionali, da Telluride a Toronto, e di prossima messa in rete su Netflix che produce). Oppenheimer, che affianca Herzog nei suoi incontri con il capo del villaggio, confessa che la prima volta in cui si incontrarono, all’epoca della spedizione antartica di Encounters at the End of the World (2007), aveva pensato che se lo avessero lasciato troppo fare lui li avrebbe condotti dritti nella bocca del vulcano. Dovette ricredersi, e al contrario stupirsi delle misure e delle attenzioni prese dal regista per non far coincidere il suo desiderio di mai visto col rischio di non vedere più. «Ora capisco che non avresti fatto i film che hai fatto se non avessi tenuto abbastanza alla tua vita». A Herzog, tipicamente, scappa un sorriso (e poco dopo, in alcuni takes alternativi da Encounters, lo si vede in amabile conversazione con Oppenheimer sull’orlo dell’abisso, alle spalle il vulcano dà all’improvviso qualcosa più di un segno di vita, e allora, altrettanto tipicamente, fatica a nascondere l’esaltazione per il pericolo incombente...).

Non è che non sia d’accordo, ma probabilmente dopo tanti anni si chiede anche lui se non sia proprio questa ricerca della distanza giusta fra l’uomo e la (sua) natura la ragione stessa del suo filmare. Questione di responsabilità. Probabilmente oggi Herzog il viaggiatore estremo, Herzog il cineasta visionario per eccellenza (questa la vulgata), è più interessato al puntellamento astrale di urgenze fisiche terrestri (e non solo) – oggetto e soggetto insieme di una natura (non) indifferente – che non alle apocalissi procurate da umane nefandezze. Si tratta di un vorticoso sistema di micce, che passa anche per l’intrecciarsi delle memorie di viaggio in forma di à rebours interno al proprio cinema (il già citato Encounters e, ovviamente, l’apocalisse perfetta di La Soufriére). Come se il movimento continuo di Herzog intorno al mondo facesse infine eco a se stesso e producesse da sé l’immagine, la traccia minima e al tempo stesso indelebile di un qualche passaggio. Herzog insegue l’immagine di se stesso? Non è solo narcisismo. O per lo meno lo è nella misura in cui alcuni luoghi sulla terra si credono invulnerabili al punto da esprimersi solo per successivi trionfi della catastrofe.

Probabilmente oggi Herzog sceglie piuttosto l’intensità del miraggio, non l’allucinazione, ma proprio il luogo in cui l’immagine si smarrisce e letteralmente si dissemina sottoforma di atomi d’aria riflessi altrove. In Into the Inferno la loro produzione ha del prodigioso: Etiopia, Islanda, Corea del Nord… In tutti e tre i casi Herzog si ritrova all’improvviso in territori sconosciuti (il tema dei vulcani, al solito, è puro pre-testo), e suo malgrado (ché non smetterebbe mai di camminare) è costretto a fermarsi, a sospendere il moto nel febbrile narcisismo del documento (come quando ci si esalta per il rinvenimento di una citazione sfuggita ai più), cui viene riconosciuta non la capacità di specchiarsi, ma il cinismo misto a malinconia con il quale, gettandosi a capofitto, manca sempre il suo oggetto supposto. La verità è che tutto è sempre compromesso. In Etiopia c’è il più grande cercatore di fossili di tutto il mondo, un americano che rinviene ossa millenarie (o quelle che ci dice tali) come lo potrebbe fare lo spettatore di una partita di baseball in attesa del primo home run dell’anno (episodio invero esilarante e inquietante insieme che lascia Herzog quasi senza parole); in Islanda scopriamo che la metà dell’isola, con i suo avvallamenti e le sue gole a perdita d’occhio, è il risultato di una delle più tremende eruzioni mai avvenute nella storia dell’umanità; in Corea del Nord (qui servirebbe un saggio a parte, visto che Herzog è uno dei pochi a cui è stato recentemente permesso di entrare e filmare) nulla è come sembra, dallo storico coreano scelto dal dittatore-dio per spiegare il legame ancestrale fra i padri della nazione e il dio-vulcano, alla bambina prodigio che si muove virtuosa e catatonica sul pianoforte e che chissà in quale cratere viene tenuta in incubazione e da quanto tempo…

Non è un caso, a proposito dell’immagine come miraggio di se stessa, che Herzog quest’anno raddoppi, e che lo faccia con Lo and Behold-Reveries of the Connected World (da poco nelle sale), dove si mette sulle tracce di qualcosa cui l’abitudine concede ormai una certa dose di spettralità vicina al fantastico, e sulla cui origine regna ancora, dimenticata nei locali di una stanzetta di un’università americana, un notevole mistero. Internet, la connessione, la rete. Anche qui, nell’affollarsi di personaggi eccentrici, che doppiano a loro volta le smagliature e i buchi che sostanziano la rete stessa, Herzog mostra semmai come l’iper-connessione sia sintomo di un neanche troppo celato sogno di apocalittica disconnessione globale. La fine del mondo, colta a uno stadio già molto avanzato, e di cui Internet può essere contemporaneamente e alternativamente la fatale ammissione o l’ultima barricata prima dell’invasione, passa per brevi accensioni replicanti (Herzog chiede a due cervelloni californiani: la rete sogna?), robot che studiano da esseri umani e umani che pensano a delle colonie su Marte (in realtà, apprendiamo, cosa già fattibile, salvo che il problema da risolvere sarebbe, guarda caso, portare Internet lassù, e poi trovare dei volontari, visto che se l’andata è sicura il ritorno è ancora una chimera; Herzog a questo punto lascia basito lo scienziato-imprenditore: «Ci vado io su Marte!»). Di fronte a un tale arcipelago in fiamme, Herzog sceglie la strada inaugurata con la fondamentale serie (e il film che la introduce, Into the Abyss) sulla pena di morte On Death Row, e cioè, in maniera sensibilmente inedita per lui, opera una scrittura da poemetto (o da sonata), dove la geometria dei capitoli nasconde il fiume in piena di un mondo ormai divenuto a noi stessi tortuosamente imponderabile (il tutto accompagnato da quella sua voce calda e accorata, che sembra incedere per sospensioni e fragilità interne del pensiero, richiamando lo spettatore continuamente in scena, stretto fra enigma e trasparenza dell’enigma). Nascita della rete, fine della rete. Il fatto è che Herzog non è un visionario, ma insegue il visionario. Se si abbandona al vedere ne segnala sempre la tragicità; più è fisico, o fisicamente ipnotico, più ne denuncia la decomposizione, la lacerazione, il difetto mostruoso all’origine.

Into the Inferno

regia di Werner Herzog

Gran Bretagna-Austria 2016, 104’

Internet: il futuro è oggi (Lo and Behold-Reveries of the Connected World)

regia di Werner Herzog

USA 2016, 98’

alfadomenica #5 – ottobre 2016

Oggi su alfadomenica:

  • Angelo Guglielmi, Cinquant'anni dopo:  Il 21 e 22 ottobre il Gruppo 63 ha riunito a La Spezia i protagonisti ancora viventi; l’occasione è stata la ricorrenza del cinquantenario di una analoga riunione che il gruppo tenne nella stessa città di La Spezia nel 1966 (appunto cinquant’anni fa). Il Gruppo ’63 (che è stato la conclusione di un percorso iniziato molti anni prima) ha significato per noi il recupero della buona letteratura (italiana e soprattutto straniera) degli anni venti e trenta, e quindi Pirandello, Svevo, Joyce, Proust, Gadda, Musil, senza dimenticare il Moravia degli Indifferenti (la vera unica proposta di novità dello scrittore romano) e alcuni saggisti e critici, per me soprattutto Spitzer e la critica stilistica. Leggi: >
  • Lorenzo Esposito, Ci vado io su Marte! Due film di Herzog sulla connessione: Il vulcanologo Clive Oppenheimer e Werner Herzog approdano in uno sperduto villaggio australiano dove un’antica tribù vive, venerandolo ciecamente, alle pendici di un attivissimo vulcano (la situazione ricorda altri incontri herzoghiani alla fine del mondo e dell’antropologia, come nell’episodio amazzonico Ten Thousand Years Older per il collettivo Ten Minutes Older: The Trumpet). Siamo già Into the Inferno (passato di recente alla Festa del Cinema di Roma, ma già da molti mesi presenza stabile nei festival internazionali, da Telluride a Toronto, e di prossima messa in rete su Netflix che produce). Oppenheimer, che affianca Herzog nei suoi incontri con il capo del villaggio, confessa che la prima volta in cui si incontrarono, all’epoca della spedizione antartica di Encounters at the End of the World (2007), aveva pensato che se lo avessero lasciato troppo fare lui li avrebbe condotti dritti nella bocca del vulcano. Dovette ricredersi, e al contrario stupirsi delle misure e delle attenzioni prese dal regista per non far coincidere il suo desiderio di mai visto col rischio di non vedere più. Leggi:>
  • Semaforo: Adolescenti - Immigrati - Specchi. Leggi:>

 

Da oggi a sabato 5 novembre sulla home page di alfabeta2 The Painted Song di Antonio Fasolo con Alvin Curran e Edith Schloss

Semaforo #5 luglio 2016

Biblioteche

Nel momento in cui internet ha largamente sostituito le biblioteche di mattoni come risorsa primaria per l'acquisizione di informazioni, l'orizzonte dei bibliotecari non è più circoscritto ai libri. Le biblioteche si sono dovute evolvere: all'inizio fornendo internet come servizio, poi accollandosi il compito di interagire con la rete, catalogando e archiviando una massa crescente di informazioni. Sebbene in termini occupazionali dal 2014 al 2024 la crescita prevista sia solo del 2 per cento, molti bibliotecari tralasciano la conservazione dei libri e si specializzano in ambiti multimediali, avviando progetti di ricerca connessi alla digitalizzazione degli archivi.

Adrienne Green, A snapshot of the 21st century librarian, The Atlantic, 25 luglio 2016

Rumore

Secondo lo storico Hillel Schwartz, c'è una leggenda della Mesopotamian nella quale gli dei sono tanto arrabbiati per la rumorosità degli umani, che fanno una carneficina. (Gli inquilini cui toccano vicini rumorosi possono comprendere bene, si auspica senza seguire l'esempio).

Daniel A. Gross, This is your brain on silence, Nautilus, 7 luglio 2016

 

Tecnologia

Chiedersi se la tecnologia è buona o cattiva è da incompetenti. Sono gli umani che sono buoni o cattivi. La tecnologia non ha qualità, o meglio, certo, ha qualità tecniche. Internet è veloce, internet ha molte ramificazioni in tutto il mondo, e quindi certe cose si possono quantificare, ma non si possono attribuire a internet qualità come buono o cattivo.

Werner Herzog on the future of film school, critical connectivity, and Pokémon Go, The Verge, 28 luglio 2016

 

 

The Act of Killing

Michele Emmer

La tortura, il sadismo, l'uccisione, il genocidio. Sono stato ad Auschwitz e Birkenau l’anno scorso. Ho camminato per quel tratto di strada che dovevano fare quelli che arrivavano al campo di concentramento. Ho visto le rovine dei forni distrutti dai tedeschi per eliminare le tracce. Tranne la camera di Auschwitz rimasta, vicina alla casa con giardino del comandante del campo.

Ho visto le stanze piene di scarpe di bambini, di pettini, di tante altre cose. E le celle di tortura in cui venivano tenuti quelli che erano nelle mani della Gestapo. Non celle, ma un piccolo angusto spazio dove si entrava in 3-4 persone, lo spazio non era nemmeno per una persona, e si entrava tramite una piccola apertura a livello del suolo, strisciando. E quel mucchietto di cenere dove si pensa ci sia l’idea di un milione di persone.

La tortura, il sadismo, l'uccisione, il genocidio. Certo se ci si pongono questi obiettivi per grandi numeri, con l’idea di uccidere e far sparire milioni di persone, bisogna costruire un'organizzazione, degli esperti, dei torturatori certo ma anche architetti, medici, e tutto il personale necessario. Reclutato anche tra coloro che dovevano essere sterminati. È quasi impossibile riuscire a comprendere come l’orrore, lo sterminio possano diventare una pratica umana quotidiana, con una sua routine, con le sue regole, che le regole vanno rispettate da tutti, anche da coloro che devono solo morire!

Racconti, interviste, libri, programmi televisivi, romanzi, studi storici. Che cosa può fare il cinema per farci capire? Tanti sono stati i film che cercano di spiegare e render ragione dell’irrazionalità ragionevole della creatura umana. A cui basta in tanti casi avere l’alibi di obbedire a un ordine, e gli ordini, come le regole, si rispettano! Un regista alla sua prima prova cinematografica ha deciso di far capire, di far comprendere che cosa prova un torturatore, un assassino, che ha ucciso e torturato migliaia di persone, che vive tranquillo nel suo paese, senza dover affatto nascondere la sua attività passata, di cui va tutt’ora fiero, tanto che lo intervistano persino alla televisione per raccontare come faceva a torturare e sterminare tante persone.

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Perché, come sapevano bene i nazisti, non basta dire uccidere. Bisogna programmare, bisogna pensare ai metodi più efficaci, bisogna minimizzare il sangue, semplificare al massimo per poter essere più veloci ed efficaci. Sono cose che come bene si comprende si devono imparare, sperimentare, tanto le cavie umane non protesteranno. Ecco allora questo film dal titolo The Act of Killing, giustamente uscito a Roma solo in una sala. Molto meglio una bella commedia che incassa milioni. La frase che si dice in questi casi è, certo, se non si facessero questi film, peraltro abbastanza divertenti e simpatici, il cinema Italiano morirebbe. E tutti sono contenti.

Ora lo scopo del regista Joshua Oppenheimer non era quello di farci contenti. Ma di sbatterci in faccia gli assassini e torturatori senza nessun filtro culturale. O meglio usando lo straordinario filtro che è il cinema. Oppenheimer ha passato molto tempo in Indonesia e ha contattato i gangster e i paramilitari (tutt’ora attivissimi nel paese, si ritiene siano 3 milioni, con il nome di Pancasila Youth) che hanno sterminato un milione di “comunisti” negli anni Sessanta. Film sui tanti genocidi ne sono stati girati altri, ne ricordo uno sullo sterminio in Cambogia. In cui i torturatori e vittime si incontravano di nuovo sui luoghi dei delitti.

Ma l’idea pazza e geniale del regista (e non a caso il film è prodotto da quel pazzo geniale, o geniale pazzo di Werner Herzog) è stato di diventare amico di alcuni di queste persone, ora tutte di una certa età ovviamente, e, probabilmente, scegliere quelli che meglio funzionavano dal punto di vista cinematografico. E proporre a loro di essere i protagonisti del film, di impersonare sia i torturatori che le vittime, mostrando la “realtà” nei luoghi in cui si sono svolti gli eventi. E i novelli attori diventano anche registi e sceneggiatori, scelgono le modalità, le inquadrature, il commento sonoro. E spiegano come hanno torturato, ucciso. La sera le scene girate le mostrano ai nipoti, per sapere che cosa ne pensano.

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E ricostruiscono la scena in cui i gangster e i paramilitari uccidono e torturano donne e bambini. Sono loro che si congratulano con gli attori che impersonano le vittime, scelte tra gli abitanti di oggi del villaggio in cui si sono svolti gli eventi. Sono loro che si congratulano con gli attori-vittime per il loro realismo. Bravi! Sembra vero! Alla presenza di un ministro del governo indonesiano che ricorda quei bei tempi. Sognano di essere perdonati e santificati, in una scena di vago sapore felliniano. Un grande pesce da cui escono delle ballerine che arrivano sotto una cascata, con grandi luci e nebbia da effetti speciali, dove gli assassini vestiti in costume pseudo religioso concedono alle vittime di chiedere loro perdono.

Un film sul delirio della atrocità, in cui uno dei torturatori, il più letale e efficace degli assassini, Anwan Congo, ha un attimo di disgusto, di ricordo, forse di ripensamento, alla fne del film, quando va nel luogo dove ha uccisio tanti esseri umani. Ma non è vero pentimento, è solo un film, ci voleva un finale. Un film agghiacciante sulla nostra fragilità umana carnivora e cannibale. Ha gli incubi Anwar Congo ma solo nel film. Uno di loro dice nel film: “I crimini di guerra sono definiti dai vincitori. Sono un vincitore. Così posso dare io stesso la definizione”. Consiglio l'intervista di Drew Fortune a Joshua Oppenheimer e Werner Herzog reperibile in rete.

The Act of Killing, regia di Joshua Oppenheimer, con gli attori, tutti che impersonano se stessi: Haji Anif, Syamsul Arifin, Skahyan Asmara, Anwar Congo, Jusuf Kalla, Herman Koto, Haji Marzuki, Safit Pardede. Ibrahim Sinik, Soaduon Siregar. Yapto Soerjosoemarno, Adi Zulkadry, Produttore esecutivo: Werner Herzog, Torstein Grude, Produzione: Danimarca, Norvegia, Gran Bretagna, Svezia, Finlandia, 2012, 158 m.

Cave of Forgotten Dreams

Luca Ottocento

Capita di rado di uscire da una sala cinematografica portandosi con sé un senso di meraviglia che perdura per ore dopo la fine della proiezione. Quando i film sono intensi e particolarmente riusciti, si prova di solito un senso di piacere, anche molto forte nei casi più fortunati, che sfocia in una profonda ammirazione per chi si è rivelato in grado di realizzare quell’opera. Con Cave of Forgotten Dreams si va persino oltre, in quanto l’eccellente lavoro di Werner Herzog assume il fascino di un viaggio mitico e ammaliante alle origini delle forme dell’espressione artistica. È davvero complesso, se non impossibile, rendere appropriatamente conto attraverso il linguaggio scritto delle emozioni che scaturiscono dalla visione di questo documentario realizzato all’interno della grotta Chauvet (sud della Francia), scoperta per pura fatalità nel 1994 dallo speleologo Jean-Marie Chauvet e ospitante alcune centinaia di pitture rupestri risalenti a circa 32.000 anni fa.

Con una notevole intuizione, Herzog decide di ricorrere all’ultima tecnologia di ripresa, in alta definizione e legata alla tridimensionalità, per mettere in scena alcune fra le più antiche espressioni artistiche conosciute (è notizia recente, della prima metà di giugno, che un gruppo di scienziati ha retrodatato fino a 40.000 anni fa alcune pitture rupestri presenti in diversi siti preistorici della Spagna nordoccidentale). D’altronde, durante la visione cresce progressivamente la consapevolezza che il sapiente regista tedesco non avrebbe potuto fare altrimenti: solo attraverso la profondità propria della terza dimensione, infatti, era possibile rendere giustizia sul grande schermo alle sinuose forme della caverna; forme che peraltro, come viene raccontato nel corso della narrazione, venivano abilmente sfruttate dagli artisti preistorici per donare plasticità ai propri dipinti, oltre che una insospettabile sensazione di movimento (in un passaggio assai suggestivo, la voce fuori campo di Herzog si spinge fino a cogliere in queste antichissime opere d’arte una forma di proto-cinema).

Se Wim Wenderes in Pina (2011) ricorreva al 3D per restituire al meglio la forma espressiva della danza, qui Herzog compie dunque un’operazione analoga (anche se un anno prima rispetto a Wenders), consapevole che solo giocando con il codice linguistico della terza dimensione avrebbe potuto rappresentare le pitture in maniera efficace. Il documentario, oltre ad avere l’immediato ed inestimabile pregio di mostrare qualcosa di magnifico che sarebbe altrimenti precluso agli occhi dello spettatore (da qui l’aura mitica che sottende l’opera: l’accesso alla grotta è ammesso solo a pochi scienziati che, durante periodi assai circoscritti dell’anno, possono accedervi per motivi di studio), conduce chi guarda a meditare su come il linguaggio artistico faccia ontologicamente parte del modo di esprimersi dell’essere umano.

Al contempo, rappresentando la grotta Chauvet e le sue affascinanti opere attraverso immersivi movimenti di macchina in avanti accompagnati ora dalle caratteristiche stimolanti riflessioni herzoghiane in voice over, ora da puntuali interventi di alcuni studiosi della caverna, il lavoro del cineasta tedesco raggiunge momenti di alta e rara intensità poetica. Nonostante le rigide limitazioni imposte dal delicatissimo ambiente delle riprese, il documentario è davvero straordinario dal punto di vista estetico (alcuni movimenti sono inevitabilmente un po’ rozzi, ma questo in fondo non fa altro che attribuire una più evidente epicità all’operazione nel suo complesso) e la tecnica del 3D non è mai stata così funzionale alle esigenze narrative e della messa in scena.

Cave of Forgotten Dreams, girato nel 2010 e presentato in molti festival internazionali (tra i quali il festival di Toronto nel 2010 e di Berlino nel 2011), è stato sinora distribuito in pochi paesi nel mondo. In Italia ad oggi purtroppo non ha ancora goduto di una vera e propria distribuzione, essendo stato proiettato sporadicamente nel corso degli ultimi due anni in alcuni cinema delle grandi città e, più di recente, nelle sale del circuito «The Space Cinema». Se al lettore dovesse capitare nei prossimi mesi l’occasione di vedere Cave of Forgotten Dreams, non se la faccia scappare: si tratta di un’esperienza indimenticabile.

Werner Herzog nel braccio della morte

Laura Busetta

Cinquanta minuti: questo il tempo massimo concesso a Werner Herzog per condurre i suoi Death Row Portraits, conversazioni con cinque detenuti all’interno del braccio della morte in alcune carceri di massima sicurezza fra il Texas e la Florida. Sono sufficienti per fornire un ritratto di Linda Carty, George Rivas, Joseph Garcia, Hank Skinner e James Barnes. Quattro uomini e una donna condannati per omicidio, cinque facce della pena di morte negli Stati Uniti, che si raccontano sullo schermo, intervistati dalla voce - rigorosamente fuoricampo - del regista tedesco.

Concentrazione dello spazio, oltre che del tempo: al regista è vietato effettuare riprese all’interno del braccio della morte, così all’inizio di ogni ritratto un travelling ripercorre simbolicamente lo spazio dalla cella del detenuto alla camera della morte, dove gli verrà somministrata l’iniezione letale. La posizione di Herzog riguardo alla pena di morte è ben chiarita nel prologo: «in quanto cittadino tedesco ospite negli Stati Uniti, sono rispettosamente contrario alla pena di morte, legale in 34 stati e praticata in 16».

Il progetto, presentato alla scorsa Berlinale e in programma da lunedì 11 giugno al Biografilm Festival di Bologna, costituisce uno sviluppo del precedente Into the abyss. A Tale of Death, A Tale of Life (2011), documentario sul condannato a morte Michael Perry, incontrato da Herzog otto giorni prima dell’esecuzione. I Death Row Portraits funzionano in modo analogo: ai piani fissi dell’intervistato si alternano testimonianze di legali, giornalisti e familiari, materiali di archivio, ricostruzioni delle scene del delitto.

Seguendo l’iter processuale e i rinvii delle udienze si intravedono alcune falle nel sistema giudiziario americano. Ma il regista chiarisce: la mia intenzione non è quella di realizzare dei film propagandistici, piuttosto di intraprendere un altro viaggio nell’abisso. Emerge subito un’attenzione a indagare la specificità dello spazio claustrofobico del carcere e l’isolamento che ne deriva. Herzog prova a immaginare le procedure di evasione di ognuno dei detenuti.

Perché dal carcere si può anche provare a fuggire. Come hanno fatto George Rivas e Joseph Garcia, che riuscirono a evadere nel 2000 da una prigione di massima sicurezza del Texas con un’orchestrazione strategica raffinatissima degna di un film, salvo poi essere catturati e condannati a morte. Oppure chiudendo gli occhi, come fa James Barnes, uomo accusato di stupro e omicidio, che rivela «sogno di immergermi nell’acqua in modo da lavarmi di dosso la sporcizia». Così il ritratto finisce con l’immagine del mare, solo immaginato dagli occhi di Barnes e ripreso dall’obiettivo cinematografico.

La macchina da presa si sostituisce a quello sguardo, diventandone un prolungamento e materializzando un fuoricampo assoluto. Poiché attraverso l’evocazione di un paesaggio proibito e di una dimensione immaginaria forse si può comprendere meglio anche lo sguardo che vi dà forma. Qualcuno ha una dimestichezza tale con i media (in America esistono serie in cui si intervistano i reclusi) da usare strategie raffinatissime per muovere le emozioni dello spettatore. «Ho avuto l’impressione che qualcuno mi stesse usando per ritardare la sua pena», dichiara Herzog alla presentazione del progetto negli Stati Uniti.

E quando alla fine di ogni conversazione la macchina da presa si sofferma per alcuni secondi sul viso muto e immobile dell’intervistato, allora davvero se ne fa un raggelante ritratto. Ecco il volto di un uomo che sa già come e quando morirà, condizione paradossale di morte in vita che rende la sua esistenza unica e differente da quella di chiunque altro. Nell’apparente fissità dell’immagine, mentre il film continua a scorrere esibendo il volto quasi immobile del recluso, il cinema diventa la morte al lavoro, per ricordare una celebre espressione del regista Jean Cocteau: in ogni istante di film che passa, un attimo in meno di vita che si consuma. Vocazione mortuaria di ogni ritratto, che blocca il soggetto strappandolo al passare delle cose.

Mentre la macchina da presa indugia fissa sul volto del detenuto, non posso ignorare ciò che Roland Barthes rilevava essere il punctum della fotografia di Lewis Payne in attesa della propria esecuzione. Penso: è morto e sta per morire. «Nell’immagine leggo nello stesso tempo questo sarà e questo è stato; osservo con orrore un futuro anteriore di cui la morte è la posta in gioco».

Semaforo

Maria Teresa Carbone

Consigli
1. Prendete sempre l'iniziativa.
2. Non c'è nulla di male nel passare una notte in prigione se vuol dire filmare la scena di cui avete bisogno.
3. Mandate fuori tutti i vostri cani, uno potrebbe tornare con la preda.
4. Non crogiolatevi nei vostri guai: la disperazione deve essere privata e breve.
5. Imparate a convivere con i vostri errori.
6. Espandete la vostra conoscenza e comprensione della musica e della letteratura, vecchia e nuova.
7. Quel rullo di pellicola vergine che avete in mano potrebbe essere l'ultimo in circolazione, quindi cercate di farci qualcosa di memorabile.
8. Non ci sono scuse per non finire un film.
9. Portate sempre con voi un tronchesino.
10. Contrastate la codardia istituzionale.
11. Chiedete perdono, non permesso.
12. Prendete in mano il vostro destino.
13. Imparate a leggere l'essenzia interiore del paesaggio.
14. Accendete il fuoco e esplorate i territori sconosciuti.
15. Camminate diritti, senza deviazioni.
16. Manipolate e ingannate, ma consegnate sempre.
17. Non abbiate paura dei rifiuti.
18. Sviluppate la vostra voce.
19. Il primo giorno è il punto di non ritorno.
20. Essere bocciati a un corso di teoria del cinema è un distintivo d'onore.
21. Il caso è la linfa vitale del cinema.
22. Le tattiche di guerriglia sono le migliori.
23. Vendicatevi se è il caso.
24. Abituatevi all'orso dietro di voi.

Dalla quarta di copertina di Werner Herzog - A Guide for the Perplexed, una raccolta di interviste di Paul Cronin con il regista tedesco