Il discorso sugli studenti

Giorgio Mascitelli

Il discorso sugli studenti è più complesso da tenere di quello sugli insegnanti per coloro che nella nostra società possono tenerlo ossia le persone di fiducia delle èlite internazionali perché gli studenti sono anche giovani e ciò complica obiettivamente le cose. I giovani nel discorso dominante della società sono un capitolo importante, come è spesso successo nel corso della storia, ma mentre nel passato erano la salvezza della società, ora sono loro a dover essere salvati. La situazione dei giovani è resa ancor più grave, in questo discorso, dal fatto che sono minacciati dai privilegi dei loro padri, che coincidono con quello che si chiamava un tempo lo stato sociale.

Essi non possono quindi fidarsi dei loro padri che li hanno messi nei guai, ma non possono neanche fidarsi di se stessi, che non sono educati all’obiettività, devono invece fidarsi delle figure disinteressate che sono state preposte a eliminare questi privilegi con metodi scientifici. Insomma, parafrasando il vecchio slogan sessantottino che esortava a non fidarsi di chiunque abbia più di venticinque anni, il messaggio ai giovani è di non fidarsi di chiunque abbia ancora bisogno dello stato sociale.

Il problema è che questo discorso che riguarda i giovani in quanto giovani si ingarbuglia se riguarda i giovani in quanto studenti sia perché le scuole e le università che essi frequentano, per quanto malconce, sono una parte importante dello stato sociale sia perché molti di questi studenti hanno tempo, che è denaro, per essere studenti grazie ai privilegi dei padri. Dunque in un certo senso il giovane per salvarsi dovrebbe lottare contro lo studente che è in lui, che è senz’altro un buon argomento per un’opera alla maniera di Ionesco, ma come programma politico sociale rischia di non essere particolarmente credibile. Per esempio se giustapponiamo due differenti dichiarazioni del presidente del consiglio onorevole Monti come l’invito a mostrarsi insoddisfatti di come sono stati trattati in passato, rivolto ai giovani in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico all’università Bocconi, con le esortazioni rivolte a più riprese ad accettare di non avere particolari pretese nel presente, un vago sapore alla Ionesco pervade la sfera di questo discorso pubblico.

Si tratta di un’impressione sbagliata naturalmente perché sono due categorie di giovani diversi quelli a cui il presidente Monti si rivolge nelle differenti circostanze in quanto appartengono a differenti categorie di studenti: gli uni studenti di una prestigiosa università privata, alla quale ci si iscrive grazie ai soldi dei padri, gli altri di scuole pubbliche, che esistono grazie ai privilegi dei padri. È probabile che se il discorso sugli studenti distinguesse sempre a quale tipo di studenti si rivolge nelle sue varie articolazioni diventerebbe meno complicato: ma non credo che questa via così semplice verrà percorsa.

È più probabile che qualcuno pensi di semplificare le cose: per esempio se si provvedesse a eliminare i privilegi dei padri, le scuole pubbliche costerebbero come quelle private e gli studenti di quelle si iscriverebbero grazie ai soldi dei padri oppure smetterebbero di essere studenti e così magari non farebbero più neanche gli schizzinosi.

Rivolta o barbarie

Dal numero 25 di alfabeta2, da oggi nelle edicole, in libreria e in versione digitale

Augusto Illuminati

Questa è la settimana decisiva per l’Europa (o per la Grecia, o per l’euro o per quant’altro volete). Così quotidiani e TV annunciano il rinvio interminabile dell’assoluzione, secondo una metafora che Raparelli trae da Kafka applicandola alle diagnosi sulla crisi sfornate ogni giorno per coprire i suoi effetti nell’aggressione ai redditi e al welfare dei ceti subalterni. Fin quando durerà la colpevolizzazione con l’accusa di aver vissuto al di sopra dei propri mezzi, fin quando sarà dilazionata un’assoluzione che coincide con la miseria? Per Raparelli il «processo» si interromperà solo con la resistenza delle masse all’espropriazione della vita, il mezzo di produzione post-fordista su cui si esercita la nuova accumulazione «originaria», rinnovata con obiettivi diversi a ogni ciclo di sussunzione reale capitalistica.

Il libro si articola in due sezioni: Macerie, descrizione stringente della catastrofe del nostro tempo (crisi dell’euro e del sistema europeo, meccanismi del debito, nuove enclosures in forma di prelievi di rendita sul bios), e Ancora una volta, la prima volta, analisi dei movimenti antisistemici e delle lotte di massa che contrastano la catastrofe proponendo idee e pratiche di una democrazia di tutti che è forse il nome attuale del comunismo.

Soffermiamoci su questa seconda parte. «Fare coalizione» è l’insegnamento tratto da Occupy: cioè socializzazione politica e passionale delle soggettività plurali della povertà, che è al tempo stesso potenza produttiva. Il che rovescia in senso rivoluzionario l’operazione neoliberista, che punta a sfruttare un lavoro vivo inseparabile dalla soggettività. L’enfasi sul lavoratore imprenditore di se stesso, l’infatuazione meritocratica (il cui contenuto materiale è la differenziazione salariale verso il basso) e la retorica della formazione permanente ne sono stati inizialmente i referenti ideologici, mentre oggi tale funzione è svolta dal ricatto del debito con tutte le sue conseguenze. Di qui l’individuazione del terreno biopolitico come l’area di contrasto su cui si sviluppano i nuovi movimenti e verso cui confluiscono rivendicazioni salariali e richieste più adeguate al lavoro intermittente e precario quali il reddito di cittadinanza.

Molto interessante a questo proposito è la discussione critica di alcune tendenze interne alla tradizione teorica dell’operaismo italiano. Raparelli prende le distanze tanto dall’insistenza sulla purezza normativa del programma, che traspare da recenti articoli di Toni Negri sul sito Uninomade, quanto dalle ipotesi neospontaneiste di talune componenti libertarie di movimento che si rifanno all’elaborazione filosofica di Giorgio Agamben.

Nel primo caso, a un’analisi corretta del biopotere capitalistico non corrisponde una consapevolezza adeguata delle soggettività che animano il movimento (dai centri sociali agli studenti, ai metalmeccanici), troppo spesso misurate in termini astratti. Nel secondo, la singolarità qualunque si esprime solo nell’evento e nel riot, irriducibili a ogni forma organizzativa. A queste due inclinazioni l’autore oppone, in termini deleuziani alternativi alle avanguardie classiche, «gruppi in stato di adiacenza con i processi sociali», che articolino trasversalmente la molteplicità del desiderio e l’accumulo dei rapporti di forza e delle esperienze organizzative.

IL LIBRO
Francesco Raparelli
Rivolta o barbarie. La democrazia del 99% contro i signori della moneta

prefazione di Paolo Virno
Ponte alle Grazie (2012), pp. 219
€ 10

Rompere il blocco

Francesco Raparelli

A migliaia, in alcuni casi decine, in altri centinaia di migliaia, assediano il Parlamento spagnolo e quello greco, manifestano contro l'austerity in Francia. E in Italia? A cosa è dovuta l'afasia dei movimenti e dei sindacati italiani? Sì è vero, ci sono tante resistenze operaie e non solo, ma faticano ad essere innesco di una mobilitazione più ampia, capace di incidere sul futuro del Paese e dell'Europa. Indagare le ragioni del blocco è oggi passaggio obbligato per chi non pensa che di rigore sia giusto morire e che Monti sia il nostro destino.

Con l'attacco speculativo dei mercati finanziari dell'estate del 2011 e la lettera di Trichet e Draghi del 5 agosto (dello stesso anno), in Italia finisce un'epoca, termina, cioè, la Seconda repubblica, quella dell'anomalia berlusconiana. L'agonia sarà ancora lunga, intendiamoci, e gli scandali della Regione Lazio sono lì a dimostrarcelo, ma il salto è ormai compiuto. Attraverso la leva del debito pubblico, infatti, una nuova "costituente neoliberale", che ha in Monti e Napolitano i massimi protagonisti, sta liberando il campo non tanto e non solo dalla destra populista ed eversiva dell'uomo di Arcore e dei suoi "sgherri", quanto dalla democrazia liberale e dallo Welfare State che, tra mille contraddizioni, hanno qualificato il dopo-guerra italiano. Certo sarebbe sbagliato pensare questa costituente come un unicum del Bel Paese: se di costituente si tratta, è fino in fondo una costituente continentale di cui l'Italia, come gli altri pigs, sono privilegiato laboratorio di sperimentazione. Lo stesso Draghi, lo scorso 23 febbraio, sulle colonne del Wall Street Journal, ha chiarito che il "modello sociale europeo" è un ferro vecchio di cui non si può far altro che sbarazzarsi. Con quali mosse? Attraverso la moderazione salariale e le privatizzazioni, delle istituzioni del welfare come delle public utilities.

In Italia, però, questa costituente - che è fino in fondo conservatrice - è stata salutata con grande entusiasmo dal PD e dalla CGIL e con un sospiro di sollievo da una parte significativa della società che riteneva Berlusconi il male fatto persona. Nella testa del PD, meglio, della sua maggioranza, l'idea è la seguente: ora occorre mangiare la minestra montiana, ma poi, vinte le elezioni nel 2013, confermato Obama negli Stati Uniti e con Gabriel premier in Germania, insomma, a partire dal 2014, si cambia musica. Peccato che i mercati finanziari americani, Soros in testa, hanno già investito (su) Monti, fregandosene ampiamente delle elezioni e del popolo sovrano; da Renzi a Pisanu, un trasversale campo politico moderato sosterrà l'investitura americana; in Germania si profila una rinnovata Grosse Koalition. Ammesso, poi, che l'Europa e l'euro resistano alla bufera. Entro pochi giorni, infatti, capiremo cosa ne sarà della Grecia, mentre la Spagna di Rajoy dovrà servirsi del fondo anti-spread e dovrà dunque accettare le «nuove condizionalità» da Draghi presentate nella conferenza stampa del 6 settembre scorso. In buona sostanza, il commissariamento, da parte della troika, delle politiche di bilancio spagnole per i prossimi 10 anni.

Perché nel Bel Paese le cose dovrebbero procedere diversamente dalla Spagna? Perché Vendola si è candidato alle primarie e farà parte del nuovo governo? Perché Bersani è un convinto hollandiano? Tutto ciò mi sembra fantascienza. Nulla, se non i movimenti, movimenti capaci di superare identità e corporativismo, possono oggi fermare la valanga neoliberale. Ma i movimenti, almeno in Italia, non ci sono, la Pax montiana sembra farla da padrone. Quali sono le ragioni di questo vuoto? Provo ad indicarne alcune, partendo dalla più importante. Con la fine del berlusconismo, si è esaurita una certa "forma" dei movimenti sociali. Le mobilitazioni contro questo o quel provvedimento iperliberista, infatti, dall'università alla Tav, sono state in questi ultimi anni ingigantite dall'odio per il tiranno del bunga bunga. Terminata l'anomalia, l'"effetto moltiplicazione" si è dissolto. Ancora, non c'è stato movimento di massa che sia riuscito, nonostante tutto, a portare a casa risultati concreti. Vuoi per la debolezza delle sinistre all'opposizione, vuoi per la durezza della governance berlusconiana, non sono stati sufficienti i 700 mila della Fiom (16 ottobre 2010) e il 14 dicembre studentesco a fermare Marchionne e la Gelmini.

Salvo la felice parentesi dell'autunno di due anni fa, e il coraggioso tentativo della FIOM, infine, la CGIL ha impedito l'affermazione di un movimento ampio in grado di saldare gli studenti con il mondo del lavoro, dai meccanici al pubblico impiego. Non è bastata la peggiore riforma delle pensioni d'Europa, né l'abolizione dell'articolo 18 e della contrattazione collettiva nazionale, la CGIL, a differenza dei grandi sindacati greci e spagnoli, non ha indetto e non indice alcuno sciopero. Italica impotenza.

In uno scenario così fosco, sembrerebbe realistico abbassare la guardia e dedicarsi a salvare il salvabile. Sono convinto, invece, che il blocco è destinato a saltare. Non so predire i tempi, ma sottolineo la tendenza. L'incanto montiano non durerà ancora al lungo, anche se non è detto che il suo esaurimento sia accompagnato da movimenti radicali e da una rinnovata solidarietà tra i soggetti sfruttati, umiliati dalla crisi. Alba Dorata in Grecia ci insegna ad esser prudenti. Cogliere la tendenza e preparare i suoi esiti migliori, questo è quanto tocca in sorte a chi non si rassegna alla dittatura dei mercati finanziari.

Questo articolo è apparso il 5/10/2012 su L'Huffington Post


Ma che paese è l’Italia?

Lello Voce

A volte penso che ciò a cui si assiste, in Italia, sia una sorta di lunghissimo Carnevale, un’ininterrotta Missa paschalis in cui tutto si ribalta, senza ritrovare più il giusto assetto. L’idea mi è tornata in mente alla notizia del rientro di Berlusconi in politica. Cosa c’è di più sinistramente carnevalesco dell’assassino che riappare sul luogo del delitto mascherato da magico rianimatore? È questo dunque il Paese dell’eterno Carnevale? Il luogo ineffabile in cui il topo insegue il gatto, il gatto morde il cane? Temo di sì, anche perché questo del Cavaliere non è l’unico episodio che si presti alla metafora, anzi.

Che paese è un paese nel quale si condanna a quattordici anni di galera chi ha sfondato qualche bancomat, mentre chi ha torturato degli inermi, fino a ridurli in fin di vita, di anni se ne becca quattro e mica perché ha picchiato, umiliato, no, perché per quello nemmeno esiste lo specifico reato, ma solo perché ha provato a depistare; un paese che del capo di costoro ha fatto un Sottosegretario della Repubblica, dove ci si è scandalizzati poco e tardi per la mattanza della Diaz, o per Bolzaneto, ma in cui tutti, ma proprio tutti, i cosiddetti opinion leader, sono insorti contro un manifestante ripreso dalle telecamere mentre dava della pecorella a un carabiniere; un paese in cui non mancano mai le risorse per reprimere questa o quella legittima manifestazione, dai pastori sardi ai No-global, dai terremotati dell’Aquila ai No-tav, ma in cui poi non c’è la benzina da mettere nelle volanti che operano sul territorio?

Che paese è quello in cui si grida ogni giorno alla bancarotta prossima ventura e tutti si appellano alla necessità di risparmiare, ma poi si tagliano scuole, ospedali, cultura, assistenza, cioè le cose indispensabili alla sopravvivenza della vita sociale, mentre si acquistano miliardi di euro di armi e chi priva gli altri dell’indispensabile non rinuncia a uno solo degli euro che intasca grazie al privilegio di cui gode; un paese in cui, per aiutare i giovani, si impedisce agli anziani di andare in pensione e si continuano a pagare stipendi da favola ai commis di Stato, ma si lascia che la cosa più preziosa che abbiamo, il patrimonio artistico-culturale, vada in malora, in cui si tagliano i fondi all’INFN, che ha giocato un ruolo chiave nella scoperta del Bosone di Higgs, ma non quelli per i portaborse dei deputati?

Che paese è quello in cui il CEO dell’azienda più grande di tutte, dopo decenni di sovvenzioni pubbliche e insuccessi industriali, ha il coraggio di porre condizioni a quello stesso Stato che l’ha foraggiata e fa a pezzi ogni e qualsiasi elementare democrazia sindacale; un paese che si è dato un governo di tecnici, che però, per risolvere il problema per il quale sono stati nominati, assumono un altro tecnico (un meta-tecnico) e tutto questo semplicemente per tagliare tutto ciò che già da anni si taglia, cioè lo stato sociale; un paese i cui politici hanno meno attendibilità di un comico che si è improvvisato Masaniello telematico; un paese in cui per sedere in Parlamento valgono più le plastiche al seno, o l’amicizia con un camorrista, che la competenza?

Che paese è un paese in cui mariti, padri, fratelli, amici commettono più femminicidi e violenze di un qualsiasi estraneo, in cui però si festeggia un bellissimo Family day, appoggiato in primo luogo da cattolicissimi conviventi, divorziati e puttanieri? Che paese è, un paese così, se non il paese dell’infinito Carnevale e, soprattutto, che Quaresima sarà quella che ci attende alla fine di tutta codesta mascherata?

*Pubblicato su ClubDante

Galera Italia. Lo stato presente delle cose

Valerio Guizzardi

I provvedimenti governativi degli ultimi anni in fatto di sicurezza, Giustizia e carcere ci suggeriscono che un vento di restaurazione sta spazzando il nostro paese portando con sé diritti civili acquisiti in anni di lotte sociali e garantiti dalla Costituzione nata dalla Resistenza. In un contesto politico in cui ai valori si sostituiscono gli interessi delle oligarchie finanziarie criminali internazionali, arrivano a flusso imponente e continuo decreti legge d’urgenza che impongono pesanti restrizioni ai più elementari diritti di cittadinanza. Si va dallo smantellamento dei diritti sul lavoro e di manifestazione, all’abolizione del Welfare e delle politiche sociali, alla saturazione del Codice penale con una produzione inaudita, tutta ideologica, di nuove fattispecie di reato e aggravamento delle pene. Per non parlare dell’irresponsabilità della gran parte dei media e di certi schieramenti politico-finanziari nel creare emergenze continue prendendo di mira, di volta in volta, particolari gruppi sociali e usare le vittime dei reati per incitare l’opinione pubblica all’odio razziale e xenofobo. I media per aumentare l’audience quindi i profitti, i politici per incassare vantaggi sul piano del mercato elettorale. In ambedue i casi a nessuno importa dei danni procurati alla coesione sociale, di scatenare guerre tra poveri se possono perseguire i loro privati interessi materiali.

L’estorsione del consenso a mezzo di terrore è un meccanismo perverso che produce un’infinità di danni collaterali tra i quali, ogni giorno più evidente, la carcerazione non necessaria. Da una parte si impone l’inasprimento della povertà degli ultimi nella scala sociale e dall’altra ci si attrezza per prevenire con misure sempre più illiberali e repressive il conflitto sociale generalizzato che inevitabilmente arriverà. L’idea di una gestione autoritaria della crisi economica, infatti, esige uno stato d'eccezione legislativa permanente. Si tenta così di conservare ricchezze, potere e poltrone da parte di un’accozzaglia di comitati d’affari che qualcuno, contro ogni evidenza, chiama ancora Partiti e si scarica la crisi sul lavoro dipendente e su milioni di famiglie appartenenti agli strati meno abbienti.

Ma come l’esperienza c’insegna, se si risponde con lo Stato Penale alle turbolenze sociali, non si può ottenere che la radicalizzazione delle stesse. Se si assume come strutturale la precarizzazione del rapporto di lavoro, si aumentano i profitti d’impresa ma s’implementa di conseguenza l’allargamento dell’esclusione sociale, universalmente riconosciuta come principale fonte di devianza. Se si assume come normale che la pena insiste non più solo sul reato ma sull’individuo per le sue caratteristiche, si riempiono le carceri e i Cie di immigrati. Se al disagio giovanile si risponde con politiche proibizioniste, si riempiono le carceri di tossicodipendenti e di consumatori occasionali. Se, più in generale, si persegue l'ideologia indotta da un paradigma produttivo e dal modello sociale che esso ha creato, che porta le persone a rincorrere il feticcio del denaro e l'arricchimento ad ogni costo, non si fa altro che istigare al reato.

Ecco perciò come la pena detentiva assume un’importanza strategica, ancora di più oggi, travolti da una recessione globale di cui ancora non si conoscono la reale portata e i confini. Il carcere, dunque, come contenitore del conflitto, come discarica sociale, come non-luogo ormai deputato solo all’incapacitazione di donne e uomini relegati a classi sociali subalterne ritenute pericolose. Definiamo quindi di tutta attualità ed emergente il concetto di Carcere Sociale quale dispositivo normalizzatore biopolitico-statuale per il controllo e il disciplinamento dei corpi risultanti dall’eccedenza del lavoro vivo nella produzione materiale o cognitiva che sia.

Ciò nondimeno assistiamo sgomenti, dopo aver sorpassato la soglia di 67.000 detenuti, al ripetersi sempre uguale del teatrino dei politici di turno intento a proporci soluzioni populiste, a effetto mediatico di solo annuncio come la costruzione di nuovi istituti di pena in «project financing» (Decreto Monti «Salva Italia», Art.43) o al Decreto solo cosmetico e demagogico «Pacchetto Severino», detto anche «Svuota carceri», inventato di sana pianta per non svuotare proprio nulla. In altre parole si continua a ballare spensierati sul ponte del Titanic nonostante l’iceberg sia già bene in vista. Del resto le cifre del disastro carcerario sono note e si assestano tristemente a un detenuto morto ogni due giorni per malasanità e a un suicidato ogni quattro giorni. Negli ultimi dieci anni nell’intero circuito penale si sono avuti complessivamente duemila morti. Una vera strage, una strage di Stato.

Eppure gli osservatori più attenti ancora capaci di un pensiero autonomo, oltre all’associazionismo carcerario che, di fatto, vive accanto ai detenuti per supplire alle colpevoli mancanze delle Amministrazioni, le indicazioni le hanno date e non da oggi: abolizione delle leggi carcerogene come la Bossi-Fini sull’immigrazione, l’ex Cirielli sulla recidiva, la Giovanardi sulle droghe. Poi l’abolizione dell’ergastolo, la radicale diminuzione dell’uso della custodia cautelare in carcere, una riforma per un Codice penale minimo, l’ampliamento e una corretta esecuzione della Legge Gozzini unitamente a una forte limitazione del potere discrezionale in sentenza della Magistratura di Sorveglianza. E non ultimo l’inserimento nel Codice penale del reato di tortura. Questo solo per cominciare.

Ma nell’immediato occorre un provvedimento di amnistia e indulto che sfolli le carceri di almeno trentamila detenuti, condizione necessaria per fermare la strage e per mettere in campo contestualmente le riforme di cui prima. Altre soluzioni non ve ne sono, tutto il resto non sono altro che chiacchiere petulanti e/o pelosi interessi.

Donne, maestre nel prendersi cura

Letizia Paolozzi

Cura è termine ricco, polisemico. Può indicare impegno, accuratezza, manutenzione, accudimento, assistenza ma anche oblatività, dedizione. Può fare legame, scambio di fiducia. Dal momento però che sta appiccicata in fronte alle donne, rimanda a compiti sovente costrittivi, vincolanti. Un lavoro mal pagato, niente affatto riconosciuto. Inchiodato all’invisibile sfruttamento femminile. La cosa strana è che le donne rifiutano di separarsi dalla cura. Lavo, stiro, pulisco, accompagno il bambino, preparo da mangiare, vado a trovare l’amica in ospedale, porto «il cambio» a mia madre, organizzo il trasloco, pago le bollette. Tutto questo viene rubricato sotto la voce: lavoro domestico. Equivalente a un cumulo di ore nascoste dietro la parola amore.

Giusto così o dietro la parola cura c’è anche altro? Io ci leggerei la manutenzione della vita, l’attenzione alle relazioni, al bisogno: l’infinita competenza (femminile) a stare nella complessità. D’altronde, la persistenza della cura non si può negare. E se qualcuno la spiega, qui da noi, in Italia, con l’inadempienza dello Stato; i servizi sociali a macchia di leopardo; la recessione, la crisi, lo scarso sostegno alle famiglie, le spiegazioni non convincono fino in fondo. Immaginiamoci pure un welfare non claudicante, una situazione ottimale quanto a aiuti per la maternità, per la famiglia, sfuggirebbe comunque quello che è stato chiamato «resto», una sorta di collante di quei rapporti che non devono essere strumentali, segnati dal potere e dalla ricchezza. Al contrario, si tratta di rapporti capaci di restituire senso alla fragilità, al limite, alla responsabilità. La società se si salva è per questo tipo di rapporti.

Questo nuovo sguardo sulla cura parte da una riflessione femminista sul lavoro che mette in questione la classica (e molto cara alla sinistra) divisione (e separazione) del lavoro produttivo da quello riproduttivo, dal lavoro necessario per vivere. Tanto è vero che a Milano, Roma, Livorno, Napoli, Reggio Emilia se ne discute con passione e vengono fuori critiche dure sui modi e tempi dell’organizzazione del lavoro. Ci si propone di rinsaldare nella città il legame comunitario, l’invenzione di forme di buon vicinato, la cooperazione solidale. Quanto alla politica, è esplicito il tentativo - da parte delle donne - di combattere l’incuria che segna la rappresentanza, le gerarchie, le carriere.

Si tratta di scuotere la sicurezza, questa sì molto maschile, molto di sinistra, secondo la quale il lavoro della produzione in cambio di reddito procede separato da quello riproduttivo, relazionale. Forse non è così meccanico il nesso tra corpo femminile che porta iscritto nella sua anatomia la possibilità di essere due e la capacità di tenere insieme relazioni, esistenze, generazioni, sessi. Resta il fatto che le donne sono maestre del tenere assieme, del prendersi cura. Una simile affermazione esclude che gli uomini abbiano una simile competenza? Sarebbe ingeneroso non vedere i segnali in controtendenza come le esperienze diverse dei giovani padri, dei ragazzi (e ragazze) accorsi a Genova a spalare il fango dopo l’alluvione. Qualcosa si muove. Anche se gli economisti, i politici, i teorici dei beni comuni sono poco sensibili mentre molte studiose, accademiche, politiche giudicano la cura soltanto una palla al piede del mondo femminile.

Secondo il sociologo Aldo Bonomi (nel libro-dialogo con Eugenio Borgna «Elogio della depressione», 2011, Einaudi) il guaio è che si guarda al nesso tra donne e cura in modo povero, con una «cultura della miseria». E poi, nelle relazioni familiari, l’idea della cura ha prodotto un mare di retorica intorno al materno che ha finito per invadere il discorso pubblico, le arti visive, la letteratura (da Verga a Gadda), i consumi, la pubblicità, la canzonetta. Peraltro, il posto goduto dalla madre nella famiglia le ha conferito una distorta autorità, un potere materno e domestico al quale in tante non sono disposte a rinunciare. Eppure, la cura può tradursi in qualcosa di buono. Per i due sessi. Consideriamolo un bene simbolico, come la fiducia, la socialità, la cooperazione. Questo può avvenire se la smettiamo di prendere in considerazione soltanto i desideri e le esigenze maschili.

 

Il ribelle e il banchiere

[Riproponiamo questo articolo apparso il 19 /11 /2011 su Globalproject]
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"Guardali questi buoni e giusti! Chi odiano essi massimamente? Colui che spezza le loro tavole dei valori, il distruttore, il delinquente: - questi però è il creatore." (F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra)

Monti si è presentato al Paese con una fiducia parlamentare senza precedenti. Fortunatamente 150.000 studenti lo hanno sfiduciato preventivamente, invadendo le piazze di oltre 50 città italiane. “Diffidenti!”, penserà l'elettore di sinistra, ancora sazio della destituzione, a mezzo dei mercati finanziari, del tiranno. “Profumo è stato rettore illuminato!”, inciterà la stampa “amica”. Leggi tutto "Il ribelle e il banchiere"