Il casco di Hollande, le battute di Renzi

Letizia Paolozzi

Sarà vero che la sinistra ha abbandonato gli operai per il matrimonio gay e che scambia la depenalizzazione della cannabis per la difesa delle pensioni? Dobbiamo proprio (e ancora) scegliere tra deficit di beni e deficit di legami solidali?

Su questo terreno assistiamo nel vecchio continente a nuove sfide. Certo, paese che vai, usanze che trovi. Prendiamo la Francia, in questi giorni al centro dell’attenzione dei media di mezzo mondo (bé hanno anche loro il feuilleton, non soltanto l’Italia di Berlusconi) per via della confusione operata da M. Hollande tra corpo pubblico e corpo privato. Molti giornali sostengono che questa confusione non rappresenta nulla per i francesi: si tratta di un affare strettamente personale.

Dunque, Hollande va giudicato per il suo progetto economico (liberaldemocratico). Punto. Sfiduciati nei confronti delle istituzioni politiche (per caso vi ricorda altre situazioni?), i nostri cugini d’Oltralpe sarebbero indifferenti alle “supposte” (l’aggettivo è d’obbligo per dimostrare che prendiamo la questione con serietà, diversamente dai cacciatori di gossip) visite sentimentali del presidente de la République, a cavalcioni su uno scooter (guidato dalla guardia del corpo), con casco totale alla maniera dei motociclisti del “Joe Bar Team”.

Il gossip tuttavia ha le sue pretese. Sono i leader che ci hanno abituati a osservarne l’intimità. Anzi, è lui (o lei) a invitarci in camera da letto dove gioca una nidiata di frugoletti in pigiama oppure davanti ai fornelli dove cucina il pollo alle mandorle. In effetti, qui da noi si cominciò assistendo al “risotto” preparato da Massimo D’Alema. Tutto per convincerci che l’uomo politico è un uomo “normale”.

Altri sono i temi e i problemi che infiammano e dividono i francesi: tra “abolizionisti” della prostituzione e partigiani del diritto a fare commercio del proprio corpo. Tra difensori del velo, considerato strumento della dignità femminile dalle une e dalle altre detestato al punto da vietarlo pure nei luoghi pubblici. Per il matrimonio tra persone dello stesso sesso, sono scese in piazza centinaia di migliaia di persone per manifestare a favore; hanno risposto centinaia di migliaia, in difesa delle nozze eterosessuali.

Ma, una volta promulgata la legge sul “Mariage pour tous”, calma piatta. “Le Monde” ha aperto la prima pagina (del 15 gennaio) annunciando “Matrimonio gay: rivoluzione tranquilla”. In effetti, città con più di duecentomila abitanti e comuni con meno di duemila abitanti hanno celebrato nel 2013 settemila matrimoni di omosessuali.

Veniamo al nostro paese. Sul legame tra persone dello stesso sesso assistiamo a una vera commedia all’italiana. E comunque, dai sondaggi risulta una diffidenza spinta quanto al matrimonio tra omosessuali mentre sulle adozioni il rifiuto è netto. Arriva a smuovere le acque il nuovo segretario del Pd. Non sembra tipo da colpi di testa o idee rivoluzionarie ma forse vedranno finalmente la luce patti simili alla normativa tedesca che regola le unioni civili anche tra persone dello stesso sesso, estendendo i diritti in materia contributiva e assistenziale oltre a regolare le successioni.

Renzi che, per allargare il perimetro di un possibile elettorato, punta molto sulle battute (e via con “il problemino”, “la sorpresina”, “il file Excel”, “Fassina chi?”) piuttosto che sulla qualità del discorso, ha necessità di “portare a casa” risultati su questioni che riguardano la società: depenalizzazione della cannabis, ius soli, l’eliminazione della Bossi-Fini, tagli ai costi della politica non sarebbe poco. Perché l’Italia deve cambiare. Un episodio come quello della lista regionale per il Piemonte giudicata illegale dopo 4 anni, dimostra che non basta (ammesso che si faccia) una nuova legge elettorale.

Dire che l’Italia non può restare imprigionata nei parametri di Maastricht è giusto. Ma insufficiente. Peraltro in Europa, e non solo in Francia, al progetto di società si guarda in alcuni casi con maggior coraggio di noi. Non sarebbe male che qualcuno si facesse avanti a proporre un’idea diversa del vivere insieme. Un altro paradigma, un nuovo contratto sociale in cui il vincolo taumaturgico della legge conti. Ma fino a un certo punto.

 

Prendersi cura

Lelio Demichelis

Non c’è amore, non c’è relazione così come non c’è socialità senza un prendersi cura dell’altro (o dell’altra o degli altri come insieme); senza una coscienza/conoscenza di sé (sii te stesso/a) quale premessa necessaria per una responsabilità per gli altri e per ciò che è altro da noi. Ma come prendersi cura di qualcuno/qualcosa se la società di oggi è dominata da egoismo, solipsismo/egotismo, competizione, scontro, mala-educazione, tutti vivendo solo nell’immediatezza e nell’istantaneità del qui e ora (perdendo quindi il senso del futuro) e non con gli altri ma contro gli altri?

Questa è una società egemonizzata dal discorso del tecno-capitalismo: ieri (nel neoliberismo del godimento) indotto dalla diffusione del principio di piacere, del narcisismo, dell’edonismo; oggi, dalla crisi del 2007, indotto dal neoliberismo della colpa e della penitenza e quindi obbligata a impoverirsi per salvare quello stesso capitalismo che la sta uccidendo. È una società fatta di persone abbandonate a se stesse, senza più le tutele del vecchio welfare, quando c’era anche lo stato a prendersi cura di chi era in difficoltà; ed è una società transitata in pochi anni dal femminismo al bunga bunga e dove l’erotizzazione è massima e minima è invece la sensualità. Una società come questa, può ascoltare chi propone il passaggio ad un virtuoso prendersi cura come pratica quotidiana di vita, come quotidiano esercizio di responsabilità?

Ovviamente, per noi la risposta è: sì, dovrebbe, se vuole continuare a definirsi società. E ad aiutare la riflessione, ecco l’ultimo lavoro di Letizia Paolozzi, Prenditi cura, (et-al edizioni). Un libro che è «il viaggio di una parola-chiave, sgomitolata con tonalità, colorazioni, vocaboli diversi dialogando con tante donne (e alcuni uomini) in un percorso e in molti spostamenti che mi hanno fatto muovere la mente», un viaggio che vuole evitare «le interpretazioni di parte, i dogmi, le teorie coese.

Le donne (e i pochi uomini) sono partite da sé, nella loro differenza, andando verso l’altro (o l’altra), con la curiosità di sporgersi oltre gli impedimenti. Tenere in conto il proprio ‘io’ per una lettura della società è utile soprattutto in un tempo nel quale le culture della sinistra ci sono state sfilate come un tappeto da sotto i piedi».

Ma cos’è la cura? In primo luogo non è una questione di donne, anche se è rimasta per secoli solo nelle loro mani, mentre dovrebbe riguardare anche (o soprattutto) gli uomini, che invece hanno lavorato poco o niente in questo senso. E avere come altro di cui prendersi cura non solo gli altri, ma anche l’ambiente, le prossime generazioni e il futuro - ed ecco l’incontro con il principio responsabilità di Hans Jonas.

L’attenzione alla cura non dovrebbe essere poi neppure solo cosa da femministe, perché si impone con urgenza come dovere di tutti per salvare almeno quel poco di società e di socialità rimasto in piedi dopo la loro quasi-demolizione da parte dell’economia e della tecnica, apparati che riducono gli uomini e le donne da persone a merci o a nodi di una rete (e Letizia Paolozzi giustamente ricorda che nel femminismo «viene preferita una felice disomogeneità dei pensieri alla mitizzazione della Rete»). La cura, dunque, per tornare a costruire una trama di relazioni tra persone e non invece, come oggi sembra accadere, con un aggeggio tecnologico che traduce il prendersi cura in un misero mi piace.

Tutto nella convinzione che la cura possa recuperare l’idea di un buon vivere. Che sconfigga il mal vivere di oggi. Ma per farlo occorre «cambiare il modello sociale ed economico del nostro quotidiano, prestando attenzione alla qualità dello sviluppo, alla messa in sicurezza del territorio, delle scuole, delle case», ovvero «significa immaginare un ordine simbolico diverso da quello del dominio, della competizione, dello sfruttamento». Ma il capitalismo e la tecnica sono strutturalmente maschili; e per di più i maschi «insistono nel disegnare cattedrali astratte piuttosto che partire dalla materialità della vita. E la materialità della vita comprende l’avere cura».

Vero. Ma forse – è una osservazione da maschio, costruttore instancabile di cattedrali, di utopie, di astrazioni - è anche vero che non basta partire dalla materialità che è o sarebbe pratica femminile; che senza grandi narrazioni o senza immaginazione progettuale e/o senza utopia, anche il prendersi cura degli altri e della terra faticherà a diventare un sapere sociale condiviso e capace di spezzare finalmente l’egemonia del modello tecno-capitalista, della sua volontà di potenza, della sua incapacità di cura perché intrinsecamente nichilista.

D’altra parte, come ricorda Letizia Paolozzi, «l’esperienza della cura si aggrappa a una narrazione appena tentata, ancora insufficiente». Eppure necessaria, per re-imparare ad essere e a vivere in-comune. In-comune, appunto: pratica virtuosa oggi sopraffatta da quelle logiche di comunità (territoriali o di rete) che ci fanno dimenticare che il passaggio dalla comunità/comunitarismo all’essere-in-comune (ma ce lo ricorda Laura Pennacchi) è fondamentale «per alimentare la ricchezza e la molteplicità, superando la dicotomia individualismo-comunitarismo».

Letizia Paolozzi è comunque ottimista. E per fortuna, almeno le donne lo sono ancora: legate alla materialità (pur con i limiti, per noi, detti sopra) non si lasciano sopraffare dal crollo continuo e disperante – per noi maschi – delle nostre astrazioni e delle nostre grandi narrazioni che pure (e per una fortuna speculare) continuiamo a cercare. Oggi infatti, molte gerarchie si sono sfarinate, il mondo è pieno di fatti nuovi, dunque «non lasciamo le cose come sono. La cura del vivere rappresenta, comunque, una condizione di conoscenza».
Da sottoscrivere.

Letizia Paolozzi
Prenditi cura
et al. (2013), pp. 80
€ 9,00

Per il reddito e la dignità

Giacomo Pisani

Alcuni sembrano già essere spaventati dalla manifestazione prevista sabato 19 Ottobre a Roma, per il reddito minimo e il diritto alla casa. In molti sembrano aver già cominciato a tessere la tela della denigrazione e della demolizione mediatica.

Era scontato. La manifestazione di sabato mira al cuore del sistema. È differente dalle mille rivendicazioni corporative tese a difendere il proprio spazio di esistenza nell’attuale modello economico capitalista. Rivendicando un reddito per tutti, la manifestazione del 19 punta a strappare spazi di autonomia all’interno del sistema. E lo fa riappropriandosi di un diritto che è già maturato in seno alla società. Perché non c’è più spazio di esistenza nell’economia della finanza e degli standard europei, non c’è alcuna possibilità per le eccedenze nelle politiche dell’austerity.

Ma è proprio quando non c’è più argine di iniziativa nel sistema, quando una generazione resta tagliata fuori dal lavoro e dalla possibilità di progettare la propria esistenza a lungo termine, e i diritti sociali risultano inadeguati, che si apre una possibilità. Il reddito minimo universale è il riconoscimento della possibilità di esistere al di fuori del mercato, senza la necessità di dover sottostare a qualsiasi ricatto pur di sopravvivere. È la rivendicazione della libertà di decidere la propria esistenza senza essere mortificati da una realtà che non accetta la diversità, che si nutre dell’immobilismo per riprodursi.

Oggi non c’è più spazio per aggiustamenti. C’è una generazione che preme e che irrompe sulla scena del mondo con i propri bisogni e le propria istanze, inconciliabili con il paradigma dominante. Incontenibili persino da quel postmoderno che ha anestetizzato le differenze con la neutralizzazione degli spazi e delle identità, pur di mettere a valore i soggetti. È in atto una rottura paradigmatica, data dall’insufficienza delle categorie del mercato. Persino il welfare e la sua matrice lavorista perdono presa di fronte alla dilatazione estrema dell’inoccupazione.

Quella di sabato a Roma è la cifra di una spaccatura fra il reale e la vita, è il segno di un cambiamento che è già in atto e che chiede spazi di crescita e di riconoscimento. È la riaffermazione della dignità, che non può essere legata agli standard del mercato, alle regole della produzione, ed esige uno spazio di affermazione autonomo. Il reddito minimo, strappando la sopravvivenza al mercato, non sottrae l’individuo all’ambito sociale in cui si è formato, ma gli permette di decidere ed, eventualmente, di rimettere in discussione le categorie sistemiche.

Sabato a Roma si sperimenta un nuovo modo di costruire il reale, condiviso, per una politica che non sia ancorata alla gestione tecnica del potere ma che si apra ai movimenti costituenti e ne riconosca la dignità al di fuori delle regole del mercato. Perché è proprio al di fuori di quest’ultimo che si sta costituendo uno spazio di rielaborazione che preme sulle forme di riconoscimento giuridico costituite per sopravvivere alle miserie di una gestione tecnica dell’esistente.

Non c’è tempo per strumentalizzazioni e provocazioni. La posta in gioco è troppo alta. La fissazione del reale che si contorce pur di sopravvivere alle proprie contraddizioni è una morsa mortale che schiaccia i sogni e distrugge esistenze. Ma quando il reale raggiunge l’apice della disumanizzazione, lì c’è lo spazio per ricominciare, per riappropriarsi delle possibilità e per riscrivere la storia.

Per farvi penetrare la voce degli uomini e delle donne che lottano per la casa e per un’esistenza dignitosa, il grido dei migranti assassinati ogni giorno al di là del Mediterraneo. Roma non è un evento fra gli altri, Roma è già qui.

Étienne Balibar – Il governo dell’Europa

Intervista a cura di Claudia Bernardi e Luca Cafagna

La gestione neoliberale della crisi del capitalismo ha imposto quella che Étienne Balibar definisce, riprendendo le analisi schmittiane, una «dittatura commissaria»: una ridefinizione dell’assetto istituzionale europeo secondo stati d’eccezione che impongono una gestione dall’alto della crisi tramite gli ormai noti governi nazionali imposti dalla troika.

Il processo di finanziarizzazione ha provocato una violenta trasformazione delle forme stesse della politica, ora subordinate al ciclo economico di cui sono la piena espressione. L’architettura istituzionale e la possibile costituzione di un’unione europea sono divenute uno dei temi più dibattuti in questa fase di transizione in cui permangono il deficit di democrazia e la divaricazione tra poteri democratici – quelli che Balibar definisce «contropoteri insurrezionali» – e le istituzioni europee.

Se la dittatura commissaria costituisce una delle forme privilegiate della governance europea, è pur vero che quest’ultima inizia a intravedere limiti nelle politiche di austerità finora applicate. La gestione politica della crisi neoliberale è completamente incapace di rilanciare politiche espansive o un ripensamento complessivo del «progetto Europa». Questi nodi costituiscono sia la posta in palio sia il terreno di scontro per poter costruire nuove istituzioni democratiche all’interno dello spazio europeo dei movimenti.

La scorsa settimana il presidente François Hollande ha dichiarato che secondo il governo francese sarebbe opportuno giungere a una unione politica più marcata dell’Europa entro il 2015. Alla costituzione di un bilancio comune, di una politica fiscale, di difesa e sicurezza comune, fa da contraltare un processo europeo estremamente deficitario dal punto di vista democratico. Come si colloca questa affermazione in confronto al costante deficit di democrazia?

L’impressione immediata è che la preoccupazione principale sia, come negli ultimi anni, quella di raggiungere un certo livello di efficacia o di funzionamento organizzato dei poteri dall’alto, piuttosto che cercare una forma più democratica. Questo ha a che vedere con il fatto che generalmente gli Stati europei, o le classi politiche per essere più concreti, soprattutto nel caso della Francia, non hanno mai avuto veramente l’idea di introdurre il popolo come «terzo giocatore» nel confronto complicato tra Stati nazionali ed elementi federali europei.

L’elemento nuovo è stato introdotto dalla crisi monetaria e dal nuovo ruolo della Bce. Il cosiddetto deficit democratico, infatti, è sempre già concepito come un deficit di legittimità. Secondo me, il problema della legittimità esiste ed è un problema politico importante, ma la questione democratica non si riduce al problema di legittimare le istituzioni europee. Occorrerebbe rovesciare l’ordine di importanza dei due aspetti. Ciò di cui i cittadini europei hanno bisogno è un’Europa più democratica, non un governo europeo più legittimo, sebbene anche questa sia una cosa importante.

Una seconda questione che vorremmo porle è relativa alle politiche di austerità. Recentemente ci sono stati interventi, anche da parte di esponenti dei governi europei, che mettono in discussione l’efficacia delle politiche di austerità. In alternativa a ciò viene spesso proposto un nuovo progetto di welfare europeo o un’evocazione del New Deal. Vorremmo sapere quali sarebbero le caratteristiche di questo New Deal, di un nuovo patto per rifondare l’Europa da un punto di vista politico, prima di tutto, e poi economico.

Non sono un economista, ma leggo quanto posso di queste discussioni. Per me ci sono due aspetti, quasi due misteri, due problemi irrisolti in questa discussione. Il primo aspetto è la razionalità della politica di austerità dal punto di vista capitalista o, anzi, di equilibrio del sistema economico europeo. Non tutti, ma la stragrande maggioranza degli economisti, già da anni, spiega che l’austerità in questa forma è un’imbecillità dal punto di vista economico. In principio dovrebbe servire a risolvere i deficit enormi, i debiti pubblici, ma nei fatti il risultato è una compressione del reddito nazionale – anche per la Germania – e quindi le possibilità di rimborso del debito non aumentano ma diminuiscono.

La questione immediatamente successiva è: perché ostinarsi nella via sbagliata? Da alcuni mesi l’Fmi ha cominciato a spiegare che bisognerebbe cambiare direzione, ma per anni sono state mantenute queste politiche. Allora le spiegazioni che sentiamo sono di due tipi, non incompatibili forse. Da un lato, una spiegazione ideologica, puramente ideologica, che ci rimanda alla concezione cosiddetta «ordoliberista» dominante in Germania, che è la potenza principale. L’altra spiegazione, che non possiamo eliminare, è che nei fatti l’austerità non serve a risolvere la crisi dal punto di vista sistemico o complessivo, ma è una fonte di profitti e di benefit molto importanti per alcuni, compresa la stessa Germania, a breve termine. Leggevo l’altro giorno su «Die Zeit», che non è sempre stata molto critica rispetto a ciò, un articolo molto interessante sul modo in cui la Germania finanzia le proprie attività economiche sfruttando il famoso spread dei tassi ecc.

Cioè, il fatto che le difficoltà di credito dei paesi dell’Europa meridionale producono come risultato indiretto tassi di prestito minimi o anche negativi per la Germania stessa. Questo è il primo problema: a chi giova, non a che giova, l’austerità? Il secondo problema riguarda il New Deal di cui si stava parlando: è una prospettiva seria, per me molto interessante, ma che non può e non deve essere percepita in modo puramente tecnico o tecnocratico. Un New Deal sistematico, complessivo, naturalmente adattato alle circostanze di oggi, non può esistere senza tre – diciamo – pilastri o elementi.

Uno è ovviamente quello che la politica attuale impedisce, cioè investimenti pubblici, piani di sviluppo, un nuovo piano Marshall per l’Europa meridionale, un altro progetto economico per l’Europa. Il secondo, naturalmente, è una politica della domanda e non solo una politica dell’offerta. Il che vuol dire un cambio radicale nella distribuzione del reddito tra la popolazione europea. Questo va completamente contro la tendenza attuale di raggiungere una competitività sufficiente a livello globale abbassando il livello di vita della maggioranza della popolazione. E quindi, terzo aspetto, un ruolo più attivo delle forze popolari e democratiche a livello nazionale.

Il New Deal americano, le politiche sociali dell’immediato dopoguerra in Europa e soprattutto in Inghilterra: non so se avete già visto il film di Ken Loach sulle nazionalizzazioni inglesi, The Spirit of ’45; quella non fu una rivoluzione socialista, ma un momento di equilibrio. Per il momento i progetti del cosiddetto New Deal prendono in carico i primi due aspetti, ma escludono il terzo, che ci rimanda alla questione precedente.
Il New Deal non è semplicemente un modo di gestire il reddito, è una politica complessiva, o sarebbe una politica complessiva, se la parola volesse significare qualcosa.

Dal nuovo numero di alfabeta2, in edicola, in libreria e anche in versione digitale
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cover ab2 luglio

 

La sinistra di Re Giorgio

Giso Amendola

Giorgio Napolitano, nei giorni convulsi delle fallimentari consultazioni di governo, li aveva già richiamati alle proprie responsabilità; e aveva evocato un anno chiave, il 1976. Così è stato subito chiaro in cosa consistesse la vera responsabilità da assumersi: attenersi rigorosamente alla strada maestra delle larghe intese. Questo paese va tenuto unito rigettando ogni cosa che sappia di conflitto, e mantenuto sui binari della concertazione eterna tra le forze politiche principali: evocando, a norma fondamentale del governo, la perpetua emergenza. Non si può dire che non abbiano ascoltato il presidente.

Fa nulla che, nel solito passaggio da tragedia a farsa, le grandi forze popolari delle grandi intese del 1976 si siano ridotte, nel frattempo, a correnti litigiose del Pd, e che le intese ora si facciano con la destra berlusconiana: lo schema non si tocca. Il richiamo di Napolitano al 1976 suona come la riproposizione obbligata di una cultura politica perenne e inaggirabile: larghe intese, unità nazionale, emergenza. Più che per il marchio M5S, Stefano Rodotà è allora subito sembrato un extraterrestre, certo per giochi di potere, ma forse anche per motivi sostanziali, e radicati nelle sue battaglie recenti.

Ma una sinistra agli occhi della quale anche solo un buon costituzionalista liberaldemocratico, riformista e legalitario, appare un sovversivo pericoloso, giusto perché aperto ai beni comuni, ai nuovi diritti e a un nuovo welfare, davvero è destinata a non poter fare altro che ripetere il 1976: e ripeterlo proprio nella scelta di rompere definitivamente ogni ponte con intere generazioni, con i linguaggi e i desideri del presente, con la vita.

Così il governo Letta nasce segnato da questo senso di assoluta separazione: un governo che trova la sua legittimazione tutta in un’operazione di ridisegno autoritario degli equilibri costituzionali. Un governo del presidente perfettamente in linea con quella rivoluzione dall’alto che ha caratterizzato le trasformazioni istituzionali europee durante la crisi. Si levano ora alti lamenti, dall’antiberlusconismo tradito dalla svolta «intesista» del Pd, su un Berlusconi eventualmente promosso a padre costituente da un’improvvida ennesima commissione per le riforme.

Ma mai come adesso la posizione fondata su una pura e semplice difesa del disegno costituzionale classico appare disperatamente conservatrice. Il governo del presidente segnala come quell’equilibrio dei poteri sia ormai archiviato: la finanziarizzazione ha una sua singolare portata costituente, trasforma e centralizza la governance, rende impraticabile qualsiasi ipotesi di restaurazione dei bilanciamenti tradizionali. E qui, ancora, quel richiamo al 1976 giunge davvero rivelatore: non è forse proprio in quegli anni che, coperta dal compromesso storico, la crisi della rappresentanza politica si è rivelata in tutta la sua insuperabile definitività?

Non segnano quegli anni la decisiva rottura di un assetto costituzionale, formale e materiale che da allora in poi non ha potuto che continuare incessantemente a finire? Non sarà allora su un piano di semplice difesa costituzionale che potrà essere affrontata questa nuova stretta: sovranità e parlamenti nazionali sono messi fuori gioco, e in questo l’ipotesi di un governo di rinnovamento «neoparlamentare», fatta balenare sia da Bersani che dai grillini, era davvero impotente già alla radice.

A questo punto solo la sperimentazione di processi costituenti europei potrebbe riaprire una via fuori dalla carica distruttiva della crisi. Il vero incubo per le larghe intese è che si sviluppi un movimento europeo capace di uscire dalla semplice insoddisfazione anticasta, e di sviluppare una rivolta antiausterity che esprima la persistente ricchezza di un lavoro vivo sempre più dequalificato e depredato dalle politiche di rigore.

È questo l’autentico nemico delle larghe intese, ben più che le imboscate parlamentari della destra o qualche ennesima operazione residuale di ricompattamento dei pezzetti delle variopinte sinistre allo sbando. E, per quanto la lunghezza della crisi lavori ai fianchi anche i movimenti, questi governi sanno bene che la possibilità dello sviluppo di un’opposizione di questo tipo è tutt’altro che remota. E infatti, mentre Enrico Letta annunciava un parco e responsabile fine settimana spirituale in abbazia, sono piovute cariche e manganelli sugli studenti dentro e fuori l’università, a Napoli come a Milano.

Pochi giorni prima, il I Maggio, con le diffuse contestazioni alle cerimonie sindacali ufficiali e con il successo di una partecipata MayDay precaria milanese, aveva mostrato come si possano aprire ampi spazi di lotta proprio a partire da un radicale e definitivo abbandono al suo destino della sinistra istituzionale e delle sue rappresentanze politico-sindacali. Del resto, incantate dal Re e dai suoi richiami al 1976, cosa volete che quelle rappresentanze riescano più a comprendere del lavoro vivo contemporaneo? In fondo, proprio da quegli anni lì, se pure lo incontrano, è solo nei loro incubi.

Sul numero 30 di alfabeta2, dal 5 giugno nelle edicole e in libreria, puoi leggere anche

Ugo Mattei, Bipolarismo sincronico
Conclusasi la fase del «bipolarismo seriale», che ha caratterizzato l’epifania semiperiferica italiana fra il crollo del Muro di Berlino e la «grande crisi», sembra essere iniziata quella del «bipolarismo sincronico». Mi spiego...

Franco Berardi Bifo, Non c'è più Europa
Forse dovremmo concepire l’Unione Europea, oggi moribonda, come un tentativo di opporsi al declino dell’Europa, al declino dell’Occidente? Non soltanto si tratterebbe di un tentativo destinato al fallimento, ma anche di un tentativo protervo, poiché il declino europeo nasce dal venir meno del privilegio coloniale...

Vincenzo Ostuni, Che fine ha fatto TQ?
Che fine ha fatto TQ, gruppo di intellettuali trenta-quarantenni, le cui prime mosse vennero seguite con clamore dai quotidiani nella primavera del 2011, il seguito con qualche interesse, poi con degnazione, gli ultimi sviluppi passati sotto silenzio (se non da questa rivista)?...

L’euro, moneta tedesca

Maurizio Lazzarato

L’ordoliberalismo è sicuramente una delle innovazioni politiche principali che stanno all’origine della costruzione delle istituzioni europee. La logica della governamentalità europea sembra costruita sul modello ordoliberale. Il suo metodo di far emergere lo “Stato” dall’“economia” è applicato quasi alla lettera. È questa la ragione per cui si può affermare che l’euro è una moneta tedesca. Essa è l’espressione della potenza economica tedesca, ma occorre anche sottolineare che la potenza economica è inseparabile dalla riconfigurazione dello Stato come “Stato economico”, come “Stato sociale”.

L’euro è l’espressione di un nuovo capitalismo di Stato in cui è impossibile separare “economia e politica”. La propaganda dell’informazione e degli esperti ci fa capire quanto sia assurdo il progetto della moneta unica, dal momento che occorrerebbero un’autorità politica, uno stato (o un centro di potere assimilabile) e una comunità politica per legittimare e fondare una moneta. L’euro ha operato e opera in senso inverso, partendo dall’economia, da cui la sua inevitabile debolezza e fallimento. Questo punto di vista riproduce delle analisi del capitalismo di Stato del XIX secolo e non riesce a cogliere le novità presupposte e la dinamica del capitalismo di Stato della seconda metà del XX secolo inventata e praticata dagli ordoliberali. La costituzione è scritta dall’economia, come direbbe Schmitt, lo Stato è creato dall’economia, come direbbero gli ordoliberali.

I pro-europei alla Cohn-Bendit, per contro, vorrebbero farci credere che la moneta unica è una misura assolutamente originale di superamento dello Stato-nazione. In realtà, come i sovranisti, essi non colgono ciò che è in gioco con l’euro, ossia la costruzione di un nuovo spazio di dominazione e di sfruttamento del capitale. La governamentalità europea cerca di costruire uno spazio e una popolazione di dimensioni adeguate al mercato mondiale. Lo Stato-nazione non rappresenta più né un territorio né una popolazione in grado di realizzare questo progetto capitalistico.

Claire Fontaine, Capitalism Kills Love (2008)

Contro i sovranisti occorre dunque affermare che il metodo non è assurdo e, contro i pro-europei, che è un metodo di potere e di sfruttamento neoliberista, una strategia adeguata alle nuove condizioni del capitalismo di Stato. Un capitalismo di Stato neoliberista che cerca uno spazio diverso dalla Nazione, una “comunità diversa” dalla società nazionale per costituirsi. Le istituzioni europee seguono l’insegnamento degli ordoliberali: lo Stato non è un presupposto dell’economia (e della moneta), ma un loro risultato. Più precisamente, lo Stato è una delle articolazioni di questo nuovo dispositivo di potere capitalista che esso contribuisce fortemente a creare e a mantenere. Questo progetto non mira all’unità e alla coesione dell’Europa, alla solidarietà dei suoi popoli, ma a un nuovo dispositivo di comando e di sfruttamento e dunque di divisione di classe. [...]

Il capitale ha ancora bisogno della “sovranità” della moneta statale per organizzare le operazioni di riconoscimento e di validità o di non riconoscimento e di non validità dei debiti che stiamo subendo. La finalità di questo nuovo dispositivo di potere a più teste, non è più quello dell’“emancipazione radicale dell’economico rispetto al politico”, in modo da “isolare la sfera economica da ogni perturbazione esterna, principalmente politica”. [...]

La crisi mostra, al contrario, che la riorganizzazione dei dispositivi di potere supera e integra i dualismi dell’economia e della politica, del privato e del pubblico, dello Stato e del mercato ecc., dispiegando una governamentalità a più entrate. Il potere del capitale è trasversale all’economia, alla politica e alla società. La governamentalità si definisce precisamente come tecnica di connessione e ha il compito principale di articolare, per il mercato, il rapporto tra l’economia, la politica e il sociale. La governamentalità neoliberista non è più una “tecnologia dello Stato”, anche se lo Stato vi gioca un ruolo molto importante. Foucault aveva reagito ai numerosi critici secondo i quali la sua teoria del potere non comprendeva una teoria dello Stato, affermando che la governamentalità “starebbe allo Stato come le tecniche di segregazione stavano alla psichiatria, le tecniche disciplinari al sistema penale, la biopolitica alle istituzioni mediche”.

Claire Fontaine, P.I.G.S. (2011)

Dagli anni Settanta assistiamo a ciò che si potrebbe chiamare una “privatizzazione” della governamentalità. Essa non è più esercitata esclusivamente dallo Stato, ma da un insieme di istituzioni non statali (banche centrali, “indipendenti”, mercati, agenzie di rating, fondi pensione, istituzioni sovranazionali ecc.), in cui le amministrazioni dello Stato non costituiscono che una articolazione importante, ma solo una articolazione. Questo funzionamento può essere esemplificato attraverso l’azione della Troika (Commissione europea, Banca centrale europea e Fondo monetario internazionale) nella crisi. In un primo tempo lo Stato e le sue amministrazioni non solo hanno favorito lo sviluppo della “privatizzazione”, ma l’hanno attuata. Così come hanno attuato la liberalizzazione dei mercati finanziari e alla finanziarizzazione dell’economia e della società. In un secondo tempo le stesse amministrazioni hanno assunto le modalità di gestione dell’impresa privata per la gestione dei servizi sociali e dello Stato sociale.

La crisi ci mostra in tempo reale la costituzione e l’approfondimento di un processo che Deleuze e Guattari chiamano “capitalismo di Stato”. L’intreccio tra Stato e mercato, tra politica ed economia, tra società e capitale è stato spinto ancora oltre approfittando del crollo finanziario. La gestione “liberale” della crisi non esita a includere uno “Stato minimo” come uno dei dispositivi della sua governamentalità. Per liberare i mercati, essa incatena la società, intervenendo in modo massiccio, invasivo e autoritario sulla vita della popolazione e pretendendo di governare ogni “comportamento”. Se, come ogni forma di liberismo, essa produce le “libertà” dei proprietari, ai non proprietari riserva un surrogato della già debole democrazia “politica” e “sociale”.

Anticipiamo un brano tratto dal nuovo libro di Maurizio Lazzarato, Il governo delle disuguaglianze, in libreria da domani per ombre corte

Agenda Monti

Augusto Illuminati

«Cambiare mentalità, cambiare comportamenti». Confesso di aver provato un brivido di inquietudine leggendo siffatto titolo di paragrafo nell’agenda Monti (su traccia Ichino) testé divulgata, pochi giorni dopo la mancata fine maya del mondo e nel bel mezzo del sopore natalizio. Sarà che non mi piace che qualcuno voglia cambiare la mia mente, tanto meno i miei comportamenti. Ma chi cazzo siete per darmi questo suggerimento o peggio quest’ordine? Ma cambia tu modo di ragionare, visti i disastri che hai combinato. E per dirla tutta: non mi piace neppure la leggerezza con cui sentenzi ignorando ansie e sofferenze quotidiane della grande maggioranza e pretendendo una cambiale in bianco per governare ancora, dopo essere stato paracadutato senatore a vita e premier. Opinioni mie, d’accordo.

Però mi inquieta pure l’uso della parole, una specie di neo-lingua tecno-liberista della radical centrist politics («The Economist») che ricorda altri infausti e ilari eufemismi totalitari. «Modernizzazione del mercato del lavoro» è uno di questi, soprattutto se si collaziona tale promessa con le implementazioni suggerite: liberalizzazioni sfrenate, culto della competizione, smantellamento dei contratti nazionali di lavoro a favore di accordi aziendali, di cui abbiano avuto triste esperienza con le discriminazioni marchionnesche contro la Fiom. A leggere che si vogliono «ridurre le differenze fra lavoratori protetti e non», torna in mente la vecchia barzelletta sul devoto pellegrino che si reca a Lourdes con una mano paralizzata e invoca: Madonnina, fammele eguali, con il risultato che gli si paralizza l’altra...

Fabio Mauri, Disegno schermo fine (1962)

Sarà pensar male, ma quando si afferma che «tutte le posizioni sono contendibili e non acquisite per sempre», si potrebbe ipotizzare che in pratica tutti siano licenziabili senza tante storie e la contesa per le posizioni si risolva con la vittoria di chi accetta un salario minore. Per non parlare dell’enfasi sul merito, accertato ai vari livelli attraverso le procedure Invalsi, Indire e Anvur, sì quelle dei quizzoni e di riviste parrocchiali, balneari e di suinicultura assurte a “scientifiche”. Che la dismissione del patrimonio pubblico riguardi poi in primo luogo quello storico-artistico, riprende con terminologia Cee la vendita della Fontana di Trevi immortalata da Totò o l’appalto del Colosseo a uno scarparo.

Il mondo non è finito il 21 dicembre 2012. O forse è finito nel senso che continua ad andare avanti come prima – il contrassegno della catastrofe secondo Walter Benjamin. Litigi di facciata ma accordo sostanziale di quanti giocano le diverse parti in commedia sulla scena politica, concordi a gestire con agende parallele una crisi di cui non sanno a venire a capo se non taglieggiando il 90% e riservando la polpa a gruppi ristretti di super-ricchi, con cospicue briciole al ceto politico e amministrativo di supporto. Che il true progressivism ci risparmi almeno le prediche.