I complotti nella rete

complottismiGiorgio Mascitelli

L’attuale diffusione sui social network di tesi complottiste di vario tipo e genere sembra essere una delle grandi tendenze comunicative della nostra epoca. In realtà, mancando dati e fonti precisi per il passato, non è possibile dare fondamenti certi a questa impressione ed esempi storici di questa paranoia, dalla medievale congiura dei lebbrosi al credito goduto dai Protocolli dei savi di Sion, sono facilmente rintracciabili. È probabile, tuttavia, che la comunicazione in rete semiorizzontale, o meglio secondo modalità che sono percepite dagli utenti come più orizzontali di quanto lo siano effettivamente, favorisca la diffusione di notizie come quelle relative alle scie chimiche, ai dati tenuti nascosti dai governi sui danni delle vaccinazioni e naturalmente al ruolo della finanza internazionale nell’organizzare le migrazioni dall’Africa.

Non sono solo le tecnologie, però, a consentire la maggiore diffusione e credibilità delle varie notizie complottiste; c’è anche un preciso paesaggio politico, sociale e culturale. Che l’immaginario postmoderno sia un terreno fertile per fantasie di complotti e congiure è un dato di fatto ampiamente dimostrato, e che l’occhio dello spettatore postmoderno abituato alla docufiction sia naturalmente educato a non distinguere tra realtà e illusione sembra un corollario ovvio. In questo quadro generale si possono forse individuare elementi più precisi, il primo dei quali è il successo popolare del genere dell’inchiesta giornalistica, del reportage d’assalto che, sia pure con differenti livelli di professionalità e linguaggio, occupa un posto di primo piano nella programmazione televisiva. Il genere inchiesta veicola una formula narrativa che si presta a generalizzazioni e schematizzazioni, indipendentemente dal fatto che in alcuni casi abbia una corrispondenza con la realtà: si prende in esame un fenomeno negativo, di solito isolato dal contesto sociale complessivo, che è il prodotto dell’azione di agenti potenti e interessati, che agiscono nell’oscurità (non a caso uno dei momenti topici del reportage televisivo è sempre quello in cui qualcuno, il responsabile o il suo complice, cerca di sottrarsi all’intervista con la fuga o la minaccia o il muro di gomma) e che un soggetto libero e disinteressato smaschera. Questa narrazione in qualche misura finisce con il suggerire una visione del mondo, che può diventare funzionale alla visione complottista.

Un altro elemento molto importante è lo statuto che rivestono le informazioni che giungono tramite i social network: a metà strada tra quella che un tempo si sarebbe definita una comunicazione privata (per esempio su Facebook ciò che appare sulla nostra pagina viene sempre da amici o da amici di amici) e una mediatica, pubblica. Se al tempo monopolistico della videocrazia solo quest’ultima conferiva autenticità a una notizia e il compito della critica era la controinformazione o il détournement, la mescolanza di autorevolezza pubblica e sincerità privata – tipica dei social network – crea un sistema di aspettative favorevole a quella che potremo chiamare la verità confidenziale: il codice entro il quale viene trasmesso il messaggio complottista.

Un aspetto decisivo, però, è invece in continuità con i principi della vecchia comunicazione spettacolare ed è la semplificazione e la velocità del messaggio: slogan e immagini a effetto, testi brevi che non lasciano molto spazio all’argomentazione, insomma gli aspetti canonici del messaggio pubblicitario, sono alla base della comunicazione complottistica. Non vi è però solo una convergenza formale verso i modelli mediatici; in qualche modo il complottismo sfrutta anche l’immaginario che viene ancora creato nei luoghi tradizionali della società dello spettacolo.

Nei mesi scorsi è finito sulla mia pagina di Facebook un post, credo prodotto da un sito vicino al movimento Cinque Stelle, che si occupava della Trilaterale. Oltre a riportare lo spezzone di una trasmissione televisiva, mi pare Report, il post prometteva di rivelare verità finora inaccessibili, quando i principali documenti della Trilaterale sono di dominio pubblico, e spiegava il suo funzionamento come una sorta di superloggia P2. La scelta di descrivere come una sorta di organizzazione criminale uno dei centri di elaborazione del programma e delle strategie delle élite neoliberiste, il cui successo è dovuto solo in minima parte alle politiche condotte dai suoi influenti membri e in massima parte a fattori storici precisi (il crollo dell’Urss, la fine dei trenta gloriosi, la possibilità tramite l’informatica di spostare rapidamente i capitali, la diffusione nella cultura di un orientamento antiideologico e quindi contrario alla critica, il consumismo), è perfettamente comprensibile se ci si rivolge a un pubblico completamente depoliticizzato e privo di qualsiasi senso del divenire storico. In questo modo naturalmente non si fa capire nulla del ruolo reale e del modello di governo del potere in cui rientra un’organizzazione come la Trilaterale, ma al posto di una didattica politica si ottiene un certo seguito di spettatori.

Questo esempio aiuta a capire come il complottismo sia una sorta di succedaneo della critica del potere fatta da una moltitudine depoliticizzata o, nei casi peggiori, prodotta a suo uso e consumo dal potere stesso. In questo senso è utile allora considerare il complottismo come una forma secondaria di estetizzazione della politica, certo molto lontana dai modelli storici. Dell’estetizzazione della politica l’attuale complottismo conserva l’alone mitico del quale riveste i fatti, un alone che deriva dall’uso delle procedure narrative sopra descritte. In quanto estetizzazione il complottismo ha bisogno di spettatori e il fatto che esso possa danneggiare le classi dirigenti, in alcuni casi, è un’eloquente dimostrazione della diffusione nella mentalità e nella cultura comuni di strategie comunicative che, fino a una generazione fa, erano da annoverare tra gli arcana imperii e che oggi appaiono alla portata di molti.

Ovviamente a questa forma di estetizzazione, per quanto degenerata, dovrebbe contrapporsi la politicizzazione non solo dell’arte, ma innanzi tutto della comunicazione, specie sui social: se questo non accadrà è probabile che la paranoia, o il cinismo, di pochi diventi il modo di approcciarsi alla realtà di molti.

Terre promesse o terre gemelle?

Davide Grasso

Una narrazione influente si era diffusa negli anni Ottanta, ed era esplosa dopo la caduta del Muro di Berlino: la storia è finita, la democrazia e il dialogo prevarranno sul conflitto e il mondo si avvierà a una pace perpetua (internazionale e sociale). Era una narrazione ansiogena. Gli stati occidentali e i loro ceti intellettuali integrati, non appena trafitto il corpo decrepito di ciò che, nel gergo politico occidentale, era chiamato “comunismo” (un insieme di governi e partiti al potere nell’est europeo), già tentava di scongiurare ciò che quel nome, ben al di là di quei partiti e governi, può evocare. Un espediente retorico onnipresente, in quelle narrazioni, era il riferimento all’innovazione tecnologica come fattore di trasformazione sociale. Leggi tutto "Terre promesse o terre gemelle?"

Scusi, dov’è il cinema?

Luca Bandirali e Enrico Terrone

Le sale e le multisale continuano per inerzia a proporre pellicole commerciali o d’essai, così come i festival continuano a crogiolarsi con concorsi, retrospettive e anteprime, ma nel frattempo l’offerta di dvd, blu-ray e canali satellitari cresce in quantità e qualità, e si è creato in rete un circuito cinematografico alternativo, che comprende sia gli spazi legalizzati di Youtube e Facebook sia le aree di clandestinità dello streaming e del peer-to-peer. Leggi tutto "Scusi, dov’è il cinema?"

Storia della colonna di destra. Un’analisi di www.repubblica.it

Giorgio Vasta

La Repubblica.it è un animale con due colonne vertebrali.

La prima, quella che scorre leggermente scoliotica sul lato sinistro dello schermo, si propone come logica, consequenziale e gerarchica. Il mondo e l’Italia prendono forma in una spina dorsale di eventi che procede dall’alto verso il basso in un preciso ordine di gravità e di urgenza. A destra, più regolare nella grafica – un’infilata a piombo di francobolli che ospitano un’immagine – ma priva all’apparenza di un’organizzazione gerarchica evidente, c’è la seconda colonna vertebrale: lo stupidario, la bizzarria, il fatto senza la notizia, lo svuotamento del contesto, il geroglifico ironico-delirante.

Ogni francobollo fa accedere a un breve filmato o a una sequenza fotografica. A dominare è il sensazionalismo: tra i partecipanti alla maratona di New York c’era anche Edison Pena, uno dei minatori cileni rimasti intrappolati nella cava di San Josè; Baby Rasta si calma solo con il reggae; nel Regno Unito la regina Elisabetta è su facebook; Lory Del Santo ha dichiarato: «Mi piacerebbe diventare la first lady di Berlusconi». Leggi tutto "Storia della colonna di destra. Un’analisi di www.repubblica.it"

La logica culturale eccetera eccetera

Gherardo Bortolotti

Riporto una citazione dal famoso articolo di Fredric Jameson, Postmodernism, or The cultural logic of late Capitalism (datato 1984):

What has happened is that aesthetic production today has become integrated into commodity production generally: the frantic economic urgency of producing fresh waves of ever more novel-seeming goods (from clothing to airplaines), at ever greater rates of turnover, now assigns an increasingly essential structural function and position to aesthetic innovation and experimentation.

Questo sarebbe il quadro socioeconomico generale in cui il postmoderno si instaura. Non entro nel merito ma riporto la citazione perché ritengo opinione condivisibile che la “frantic economic urgency” sia ancora in moto, eventualmente accelerato, e che, nei suoi ultimi passaggi, abbia generato quella specie di catastrofe semiotica che è la produzione di contenuti sul web.

La differenza introdotta, rispetto alla nascita del postmoderno, sarebbe di scala, ovvero nella quantità ancor più ingente dei prodotti estetici. Addirittura, la quantità di contenuti (è questo che diventano, sul web, tali prodotti) richiesta è tale che si è introdotto nel ciclo di produzione anche lo user-generated content, ovvero il contenuto generato dall'utente. Leggi tutto "La logica culturale eccetera eccetera"

Seconda interrogazione sul mezzo

Milli Graffi

Cerco di capire che cosa sia questa scrittura che invade il web e che è molto diversa da tutte le fome di scrittura conosciute finora. Una caratteristica predominante è la firma, anzi la mancanza della firma. Non ci sono più i cognomi, in linea di massima, e la firma si regge sull’uso di nomi propri molto comuni. Vien da pensare che più che scrittura siano pratiche che appartengono all’oralità. L’oralità esercita un fascino potente, perché ha le stigmate dell’autenticità, del pulsare in presa diretta con il senso/sentimento dei singoli, e inoltre facilita il rifiuto della razionalizzazione, degli obblighi burocratici delle grammatiche ecc, ecc. Gli  studi di Havelock e di Ong sull’oralità degli antichi, se mi ricordo bene, oltre a esaltare le qualità di un modus inventivo che è alla base di tutta la poesia occidentale, affermavano anche che l’oralità aveva un deciso carattere conservativo. Leggi tutto "Seconda interrogazione sul mezzo"

Seconda interrogazione sul mezzo

Milli Graffi

Cerco di capire che cosa sia questa scrittura che invade il web e che è molto diversa da tutte le fome di scrittura conosciute finora. Una caratteristica predominante è la firma, anzi la mancanza della firma. Non ci sono più i cognomi, in linea di massima, e la firma si regge sull’uso di nomi propri molto comuni. Vien da pensare che più che scrittura siano pratiche che appartengono all’oralità. L’oralità esercita un fascino potente, perché ha le stigmate dell’autenticità, del pulsare in presa diretta con il senso/sentimento dei singoli, e inoltre facilita il rifiuto della razionalizzazione, degli obblighi burocratici delle grammatiche ecc, ecc. Gli  studi di Havelock e di Ong sull’oralità degli antichi, se mi ricordo bene, oltre a esaltare le qualità di un modus inventivo che è alla base di tutta la poesia occidentale, affermavano anche che l’oralità aveva un deciso carattere conservativo. Leggi tutto "Seconda interrogazione sul mezzo"