Walter Siti, la prepotenza del bene

Filippo Polenchi

«Perché voglio fare del male invece di amare?». La domanda agostiniana si schiude al centro dell’ultimo romanzo (breve, o racconto lungo, o apologo) di Walter Siti, Bontà, come un fiore malato da un terreno bacilloso.

Deliziosamente ritmato il racconto di Ugo Crivelli, «vecchio culattone incallito nei vizi», a capo di una casa editrice di largo consumo, una major, che sulla soglia del settantacinquesimo compleanno programma la propria uscita di scena (exit strategy) sposando il proprio carnefice. Almeno, questo il piano.

Troppo insensato il crollo del corpo nell’ossessionante presente anabolizzato (leitmotiv sitiano) per resistergli, troppo schifoso il mondo dove «l’altruismo è una variante dell’egoismo» per non farla finita una volta per tutte. E dove il male che Ugo si diverte a perpetrare agli altri (gli provoca un «friccico» l’essere cattivo) è sì morale, perché l’inferno sono gli altri e allora tanto vale scegliere la cattiveria piuttosto che la bontà, ma è anche e soprattutto politico. L’anonima scritta su un muro che apre la novella, rimuginata in una pausa-cesso, non a caso, è: «Fare schifo è un atto politico».

Si è scritto che Bontà è in rapporto con il sistema del Dio impossibile, la trilogia che ha reso Walter Siti uno scrittore di primo piano, e senz’altro è evidente una filiazione diretta col suo libro precedente, Pagare o non pagare (nottetempo 2018), ancor prima che nel tratteggio del mileu nella costruzione di Ugo: figlio dell’altissima borghesia, invischiato in un rapporto esageratamente complicato con la madre, Ugo ha incardinato tutta la propria vita di adulto intorno a tre temi fondanti: esser voluto diventare, a vent’anni, un grande scrittore ma essersi scoperto mediocre; barcamenarsi in un lancinante senso di colpa per non aver mai «patito la fame» e, infine, l’aver scoperto che «non c’è nessuno che non abbia un prezzo e tutti ci stanno», perché se «il budget è illimitato, la volontà non conta». Proprio grazie alla scoperta dell’argent la sua «remissività» si è trasformata in «prepotenza». Si direbbe, dunque, che Ugo si è incarnato nel «discorso del capitalista» lacaniano e difatti per lui la «vita è vera solo se è bizzarra»: lo sfrenato godimento (alla Bret Easton Ellis) – distruttivo, suicidario, apocalittico – non può che ripetersi fino alla disgregazione del soggetto, in una sorta di performance dell’estremo, perché peraltro «ogni pedagogia è impossibile». Eppure è proprio agli «altri» che Ugo è costretto a rivolgersi per trovare il suo sposo-carnefice; solo gli altri, infatti, possono essere corpi-veicoli dei leopardiani amore e morte (e per questo Ugo li odia): in questo moto centrifugo il protagonista di Bontà ritorna sui passi dell’ormai stra-studiato «Walter-Siti-come-tutti» del capolavoro Troppi paradisi, trovando in Manuel, stavolta reclutato giustamente in un casting, il corrispettivo siciliano del romanaccio Marcello: stesso corpo perfetto, scolpito, da installazione più che funzionale a un qualunque rapporto umano «normale».

Bontà è attraversato da forze che ne crepano la superficie: del resto è ovvio che Siti sia uno scrittore che, da modernista, lavora sulla verticalità. Così non è difficile intravedere sotto alla perfetta trasparenza balzachiana dell’apologo morale una tragedia linguistica che è, di nuovo, una tragedia politica: i padri, come nel sogno edipico del pasoliniano Affabulazione (citato in nota), sognano di essere uccisi dai figli e i figli, che denunciano il tradimento nei loro romanzetti rassicuranti e inerti, non capiscono «la gioia enorme di ammazzare un padre». Per tutti è paralisi.

D’altra parte, però, proprio le parole della letteratura contemporanea tradiscono se stesse e la loro funzione «corrosiva»: «quel che si può fare coi maschi a pagamento non si può osare con le parole». La «sciatteria» (linguistica, lessicale, sintattica, di pensiero) riconduce il mondo alla sua insensatezza, non aiuta a comprendere, anzi, dis-ordina con la sua necessità di rassicurare e confermare. La docilità della parola presente – sono tre le parodie che Siti ci propone di romanzi pervenuti in casa editrice e già cooptati dalle fauci del marketing letterario quali sicuri libri di successo – disinnesca la letteratura, rende inerte il suo potere scandaloso (come scandalosa doveva essere la fede di Bruciare tutto). Ha colto nel segno Andrea Cortellessa, che nel suo articolo uscito sul «Tuttolibri» legge come vero portatore di scandalo in questo ultimo romanzo di Walter Siti proprio l’enzima che si mostra nel suo titolo: quella «bontà», che nel lettore ormai convinto di aver agguantato lo scrittore-Siti (che è e rimane uno dei migliori in Italia) provoca pruriti non meno fastidiosi dei gays exploit rivelati dai precedenti romanzi (e sotto la queerness ormai manifesta covano ben altri umori).

La bontà di Carlo, editor-vittima sacrificale, che suscita sospetto in Ugo proprio per il suo altruismo, il Carlo che «si presta» con gli altri e che sentenzia «il bene si può ricavare anche dal bene», riscatta forse la letteratura dall’inerzia dell’identico, della ripetizione – Ugo sceglie il male perché è nemico di ogni cambiamento, quindi anche dei giovani – «come una grazia che si rinnova». Con la stessa grazia contagiosa le tre ragazzine del finale, fatine come le Winx che occhieggiano dagli schermi in condivisione e come le lucciole (pasoliniane anch’esse) che corrono nella notte agostana, sembrano ribaltare il motto di Sartre fino al «paradiso sono gli altri». La carezza accennata del finale è il primo vero tocco di tutto il romanzo: fino a quel momento i corpi si sono braccati e di comprati, venduti e gonfiati; Ugo è ormai libero dal proprio corpo («il corpo comanda», si è letto altrove): ora può dire di aver fame, di sperimentare l’assenza. Nel vuoto la bontà si propaga più velocemente e beffardamente.

Walter Siti

Bontà

Einaudi Stile Libero, 2018, 136 pp., € 13

Siti, no money no fun

Andrea Comincini

L’editore Nottetempo inaugura la nuova collana Trovare le parole con un breve ma intenso saggio di Walter Siti, che di parole ne trova, e decise, per descrivere il cambiamento antropologico dell’uomo contemporaneo. Già Benjamin, in Capitalismo come religione, aveva tracciato il profilo del cittadino attuale, mostrando quanto la fede nel denaro abbia sostituito vecchi idola e radunato i credenti dalle chiese ai centri commerciali. Adesso, nell’era dei Bitcoin, persino gli edifici svaniscono e la moneta viaggia sui display: la trasfigurazione da Homo Sapiens a Homo Digitalis è completa: l’economia di mercato e uno strano “esistenzialismo multitasking” sostituiscono le vecchie ideologie e la costruzione stessa dei rapporti sociali, affidando il singolo a un prezzo da pagare. O da non pagare. È qui che Siti analizza la seconda frattura vitale dell’umanità occidentale, e lo fa non solo con lo sguardo del sociologo, ma del letterato in bilico fra due generazioni e si accorge, amaramente, quanto il to be or not to be di shakespeariana memoria sia ormai definitivamente declinato a to buy or not to buy.

L’aspetto tragico della scelta, tuttavia, non è nella misera alternativa, ma nel constatare che in realtà siamo costretti a comprare e pagare sempre, persino quando alcune merci o servizi sono offerti gratuitamente. Siti esplora il mondo dell’e-commerce, delle piattaforme digitali e dell’economia virtuale per scorgere la caratteristica principale del nuovo mondo: attualmente il denaro non è più mezzo di riscatto, ha perso la sua forza emancipante – quella dallo scrittore assaporata nella giovinezza – per diventare una gabbia psicologica lesiva di ogni dignità. Se negli anni ’70, pur con le contraddizioni registrate da Luciano Bianciardi ne La vita agra, la società italiana poteva guardare al futuro con speranza, oggi lo stipendio non emancipa le persone. La ragione non è dovuta al crollo del potere d’acquisto – non solo – ma al fatto che la dignità e il piacere di comprare la prima automobile, pagare il mutuo o la lavatrice, tipica di una generazione, non è accompagnata da riscatto sociale, orgoglio o qualsiasi sfumatura ludica. L’uomo digitalizzato compra per sopravvivere o mantenersi in trincea, e senza futuro, vive nevrastenicamente il rapporto con l’altro. Il denaro, sebbene prodotti e servizi gratis aumentino, sebbene si possa pagare un pranzo pochi euro o nulla (la formula all you can eat), usufruire del car sharing, vedere film appena usciti for free, non è capace di conferire dignità al consumatore. In realtà questi è consumato, anche quando gli offrono a prezzi risibili musica, cibo o posti letto, da una rete di coercizione informatica costantemente attenta a strappargli informazioni, a violarne la privacy, a tradurre i gesti liberi in lavoro gratuito coatto, senza suscitare sospetto nell’interessato. L’assenza di moneta, la totale evaporazione, non produce libertà ma anonimato etico, mancanza di coordinate politiche, e quindi repressione. L’autore si chiede se la sua sconsolata denuncia non provenga da una età ormai avanzata; la risposta è purtroppo negativa; l’analisi della alienazione quotidiana è chiarissima: da una parte una élite multimediale padrona del mondo e dall’altra una massa devota a scimmiottare i ricchi per convincersi di non essere depredata della loro esistenza, confinata in periferie sempre più squallide, ma “benedetta” dal poter scaricare gratis la musica negli IPod, o di poter viaggiare a Dublino o Madrid con 1 euro, per poi spendere il prezzo reale del volo con raggiri mediatici, gratta e vinci e servizi extra. Il gratuito è diventato il moderno dio mondatore delle coscienze, ma nessuno spirito rinnova gli animi. La qualità svanisce, e qualora venisse richiesta, deve essere pagata.

Siti intravede un mondo di prodotti gratis, ma pervasivamente grigi e anonimi come ormai le nostre città di plastica. Pagare dunque non è più fonte di riscatto, e non pagare non causa sollievo. L’uomo contemporaneo si perde in un dedalo di sottoprodotti e sottomarche, a sottocosto, nei sottoscala di quartieri devastati. Qualcuno naturalmente si sottrae al gioco (gli inventori delle regole): le grandi multinazionali, per esempio, in grado di comprare concessioni in Europa per emettere Co₂ oltre il limite consentito; la Coca Cola®, dispensatrice di fontane gratis in sud America dopo aver ottenuto concessioni di milioni di litri d’acqua a prezzi risibili (chissà come…); i grandi motori di ricerca, capaci di orientare i gusti del consumatore. “Quel che si è perso è proprio il senso originario del denaro; il consumismo si è caratterizzato fin dall’inizio per una sproporzione tra valore d’uso e valore di scambio, ma oggi il divario è diventato così abissale e falotico da far perdere qualunque orientamento. Quale piacere aggiuntivo può far costare duemila dollari un gelato?” Insieme al denaro, dignità e piacere si sono volatilizzati. Per lo scrittore il futuro è cupo, e tuttavia Siti intravede una via di fuga. I giovani, probabilmente “stanno già trovando nuove vie di uscita”, dall’ingorgo massmediologico contemporaneo, dall’economia dei bitcoin e dei reality a Wall Street. Saranno loro a ristabilire il valore dell’uomo che, come diceva Hobbes, “come di tutte le cose, consiste nel suo prezzo”, confermando o contestando le parole del filosofo.

Walter Siti

Pagare o non pagare. L’evaporazione del denaro

Nottetempo, 2018

pp. 135  euro 12

Granta, geografia della morale

Giancarlo Alfano

I temi legati allo spazio e alla sua percezione e rappresentazione, a quel che si è chiamata per secoli «geografia», cioè scrittura della terra (trascrizione della superficie terrestre sopra un’altra superficie), sono diventati sempre più importanti negli ultimi due decenni. Tra i tanti «turn», o svolte, che avrebbero marcato il nostro mondo occidentale dalla caduta del Muro e del comunismo sovietico fino a oggi, quella «visual», visiva e iconica, pare infatti aver assunto un ruolo particolarmente significativo. In gioco è il conflitto tra paradigmi dell’interpretazione, ma anche tra campi accademici e tra modelli culturali in competizione: del resto, se è vero che l’antico capo indiano spiegò ai primi conquistadores che la loro forza non era nelle armi da fuoco, ma nelle cartine geografiche con cui segnavano il territorio, è forse inevitabile – come ha spiegato in Italia per primo Franco Farinelli – che al tempo della globalizzazione e dell’abbandono delle forme fisiche e militari della colonizzazione si sia tornato a riflettere proprio intorno alla geografia. Ed è probabilmente per questo motivo che i contributi più interessanti del settimo volume di «Granta. Italia», intitolato appunto Geografia, siano quelli che ragionano a partire dal colonialismo e dalla sua evoluzione al tempo delle grandi migrazioni verso il Nord.

Nonostante la rilevanza del tema e il prestigio della sede editoriale (il ruolo della versione anglosassone di «Granta» è stato davvero fondamentale negli anni Ottanta e primi Novanta), nel complesso la lettura lascia però delusi. Certo, gli interventi pubblicati offrono diverse possibilità di approccio alla questione, ma non prendono quasi mai sul serio la questione propriamente geografica, cioè di rappresentazione linguistica e concettuale dello spazio. E, bisogna dirlo, le prove meno interessanti sono quelle in lingua italiana.

Al di là della delusione, è interessante che nella maggior parte dei quindici contributi narrativi, di finzione e di reportage, la rappresentazione dello spazio è presentato soprattutto come problema della costruzione o decostruzione dell’identità (attraverso lo spazio). Sebbene la presenza di alcuni cartogrammi (francamente illeggibili) offra anche un esempio del modo in cui la disciplina geografica raccoglie e organizza visivamente informazioni intorno allo spazio, la geografia presentata in questo numero di «Granta» è soprattutto rappresentazione individuale e «individuata» dello spazio vissuto. Si tratti di pianure nel Centroafrica, di fabbriche in Alaska, della Val di Susa, delle città piccole o grandi della Siria, o di luoghi rappresentativi per la loro semplice carica simbolica (il «fiume»), la gran parte dei racconti pubblicati sono basati sulla costruzione di un certo punto di vista che rivela la natura di quello spazio e soprattutto il modo in cui lo si abita.

Nella presentazione editoriale Walter Siti spiega a questo proposito che lo straniamento e il relativismo sono la traccia, rispettivamente stilistica e ideologica, che trama questo numero di «Granta». Probabilmente è così. Ma forse qualcosa in più emerge dai racconti di Jhumpa Lahiri e Dave Eggers e dal notevole reportage di Janine di Giovanni. Sono esempi diversissimi del tentativo di mettere in forma narrativa non solo la parzialità del proprio punto di vista, ma la dialettica che lo spazio impone alla parzialità. Osservare da una finestra di casa e scoprire di essere stati nel frattempo osservati da chi si stava guardando; raccontare l’arrivo della guerra sabotando la cronologia narrativa così da riquadrare il punto di vista dei protagonisti-vittime attraverso la temporalità (e l’identità di donna e madre occidentale) di chi ne raccoglie la testimonianza; proporre un piccolo aneddoto morale a metà tra il cinico e il sardonico smontando l’ideologia dell’ospitalità e mostrandone il carattere vincolante e ricattatorio: questi racconti, tratti dall’invenzione o dalla realtà poco importa, utilizzano le logiche dello spazio, dei confini, delle opposizioni dentro/fuori e chiuso/aperto per mostrare il radicamento materiale e non-naturale di ogni forma dell’abitazione.

E allora si deve salutare con compiacimento la decisione redazionale di chiudere questo numero di «Granta» con alcuni estratti della grande opera di un italiano del Seicento, Daniello Bartoli, gesuita che non riuscì mai a partire per le missioni in Oriente e così conseguire il sospirato martirio, ma che, stanziato a Torino, compilò pagine e pagine di scritti sui mondi lontani e vicini: una «geografia trasportata al morale», appunto, che è l’indicazione forse più intelligente per ragionare sul nostro essere allocati e collocati nel mondo spaziale, che è, prima di ogni altra cosa, mondo linguistico. Nonostante i visual turn.

Granta Italia 7, Geografia

Rizzoli, 2015, 270 pp., € 22

Da domenica 11 ottobre, alle 22.10 su Rai5, va in onda Alfabeta, programma in sei puntate di Nanni Balestrini, Maria Teresa Carbone, Andrea Cortellessa. Prima puntata: Amare (con la partecipazione, fra gli altri, di Luisa Muraro, Massimo Recalcati, Walter Siti).

Ufficio Stampa: Riccardo Antoniucci

 

Reality

Dal numero 24 di alfabeta2, dal 7 novembre nelle edicole, in libreria e in versione digitale

Andrea Cortellessa

«Non abbandonate mai i vostri sogni!». È lo slogan («Never give up!», in neolingua televisiva) che grida a ogni pie’ sospinto Enzo, il simpaticissimo vincitore napoletano del Grande Fratello la cui fama improvvisa lo ha reso, agli occhi dei conterranei, una specie d’angelo del Paradiso (nella prima delle due scene di vera e propria estasi che punteggiano il film, lo si vede letteralmente volare sopra la folla adorante, trainato da tiranti durante una festa in discoteca). Ma è anche l’oracolo della sorte di Luciano, il protagonista di Reality di Matteo Garrone che tanto gli assomiglia (a sua volta simpaticissimo, fa la sua prima apparizione travestito da drag queen con parrucca blu), e più ancora vorrebbe ripercorrere il suo cammino (a lungo lo pedina, infatti, elemosinando raccomandazioni per lo Show).

Luciano resterà sino alla fine, infatti, prigioniero del suo sogno di fama: o meglio dell’ultra-vita, dell’estasi rappresentata dalla Casa del Grande Fratello. Nonché, per sua scelta, prigioniero della rappresentazione in cui la sua vita di tutti i giorni si trasforma: dal momento in cui – superati i primi provini, il secondo dei quali sostenuto a Cinecittà – si convince che Emissari della Televisione abbiano preso a spiarla, quella sua vita, onde verificarne la coincidenza con l’accattivante epitome realizzata in sede di provino. Così che Luciano, gesticolante venditore in una pescheria in piazza, ma che in realtà trae il suo misero benessere da piccole truffe su vendite per corrispondenza, letteralmente la distrugge, quella vita: onde farla coincidere il più possibile con l’astratto modello di simpatia che reputa idoneo alla Casa (la smette con le truffe, manda a monte il matrimonio con la moglie-complice, dilapida i beni di consumo nel frattempo accumulati per regalarli agli Ultimi della scala sociale, i mendicanti prima schifati).

La metafora orwelliana e il procedimento foucaultiano che, protervi, avevano irreggimentato il concept del format televisivo Big Brother (in Italia trasmesso dal 2001 alla primavera di quest’anno; caduti gli ascolti dell’ultima edizione, il programma risulta attualmente sospeso) vengono, così, ironicamente letteralizzati. L’Uomo Comune crede d’essere diventato davvero il protagonista di un Controllo continuo e ossessivo, di essere costantemente sotto gli occhi di un Panottico che, dall’alto, lo sorveglia e giudica (del resto, fuori di metafora e di cornice, la mdp di Matteo Garrone – e con lei, dunque, gli occhi di noi spettatori – davvero lo pedina di continuo; eccellente la prova del protagonista Aniello Arena, che è davvero un carcerato: appartenente alla Compagnia della Fortezza nata nel 1988 nel carcere di Volterra). Lo Spettatore, condannato a sorvegliare la vita dei Prigionieri della Casa, si scopre (o si desidera), a sua volta, Prigioniero di una Super-Casa che per tetto ha solo il cielo. (Già il precedente cinematografico concettualmente più diretto – The Truman Show di Peter Weir e Andrew Niccol, 1998 – alludeva alla dimensione religiosa col nome del regista-demiurgo dello Show che aveva per unica, inconsapevole vittima e star Jim Carrey: Christo – grande empaqueteur altresì, come l’omonimo artista bulgaro, perché in quel caso davvero il Cielo era posticcio, ricostruito in uno studio televisivo.)

Dal Cielo infatti proviene, per al Cielo infine fare ritorno, lo sguardo dell’Autore (un po’ come quello – così provocatorio nel letteralizzare la metafora dell’Artista-Demiurgo che oggi tanto irrita gli avversari dell’Autorismo – del Lars Von Trier di Breaking the Waves, 1996): che appunto dall’alto, nel favoloso piano-sequenza iniziale, a lungo segue una carrozza a cavalli decorata di stucchi e finimenti rococò, che incongrua percorre la viabilità dell’hinterland partenopeo per fare infine trionfale accesso a un tamarrissimo ricevimento di matrimonio. L’Elicottero – verosimilmente impiegato per realizzare questa ripresa, e che poco dopo viene in effetti inquadrato prendersi Enzo, ospite d’onore della festa, e portarlo via con sé nell’Empireo delle Star – inserisce Reality, così come le musiche ninoroteggianti di Alexander Desplat, nell’alveo di Fellini (l’elicottero, certo, che trasporta la statua di Cristo, nell’incipit della Dolce vita): che è in effetti il nume tutelare del côté meno sorprendente del film di Garrone, quello grottesco e satirico (i parenti obesi di Luciano, le facce mostruose degli invitati alla Festa, eccetera); così come non mancano riferimenti compiaciuti all’enciclopedia del Neorealismo (specie nella lunga e un po’ troppo macchiettistica parte centrale, quella della «recita» di Luciano in uno spazio chiuso-aperto uscito dritto da una pièce di Eduardo De Filippo), ovviamente a Bellissima di Visconti eccetera.

Ma non è, questo, gratuito collezionismo da cinéphile. Bensì, mi pare, consapevole e puntigliosa polemica con quanti avevano accolto trionfalmente Gomorra (e oggi non a caso storcono il naso di fronte a Reality) in nome di un preteso «nuovo realismo». L’enciclopedia dei Realismi che Reality compendia e parodia si fa così strategia, obliqua quanto ironica, di demistificazione: in vista di un altro-realismo, di un oltre-realismo o Iper-Realismo che è in effetti sempre stata la cifra di questo autore (almeno dall’Imbalsamatore in avanti). L’ultima scena del film (attenzione: spoiler!) fa infatti da perfetto contraltare a quella iniziale. È Pasqua, e Luciano si è recato a Roma per assistere alla Via Crucis, seconda scena estatica del film (segno di mimesi Cristica, certo; ma anzitutto, direi, mise en abîme del Passaggio, del Trasumanare che sta per compiersi, e al quale in precedenza aveva alluso un piccolo sketch in Cimitero, con due Vecchie che Luciano, al solito, scambia per misteriosi Emissari e che parlano con lui dell’Ingresso in una Casa che è, invece, quella del Signore).

Misteriosamente (o meglio, mistericamente), Luciano individua gli studi nei quali viene ripreso il Grande Fratello; e altrettanto misteriosamente riesce a fare accesso nella Casa. Prima percorre lentamente, con un sorriso estatico stampato sulla faccia, i corridoi che perimetrano gli ambienti spiati dalle telecamere; poi s’intrude in una breccia ed effettivamente entra nella Casa. A quel punto succedono due cose. La prima è che nessuno lo vede. Non si accorgono della sua presenza gli altri partecipanti al reality né, per quanto ne sappiamo (lo sguardo degli Spettatori, in precedenza ripreso nelle scene più dolenti del film, è ora lontano, forcluso dalla rappresentazione), può essere visto negli schermi televisivi. La seconda è che Luciano, di ciò, non si duole affatto; anzi. Lo vediamo accomodarsi su una sdraio al limitare della piscina, stendersi, bearsi, perdersi in lontananza – mentre la mdp riprende il volo. Il suo sorriso, ultima citazione, è quello di Robert De Niro nel finale di C’era una volta in America di Sergio Leone. Luciano finalmente è uscito dalla sua vita «recitata» fuori: ed è entrato nella «vita reale», quella in cui il suo modello di esistenza, e l’esistenza che davvero conduce, combaciano a perfezione. In Paradiso, cioè.

Non è un caso che il finale (almeno nella parte in cui Luciano spia i ragazzi del Grande Fratello dagli specchi monodirezionali che circondano la Casa) riscriva con precisione un episodio di Troppi paradisi di Walter Siti (insieme al quale, del resto, per qualche tempo Garrone ha invano vagheggiato un film sulla resistibile ascesa di Fabrizio Corona): ossia l’autore letterario che – al prezzo di una puntigliosa Sospensione del Giudizio, la stessa che consente a Garrone di evitare le derive, opposte ma equivalenti, del Sarcasmo Complice da Commedia all’Italiana e del Corruccio Moralista da Apologo Sociale – meglio, in questi anni, ha saputo reinterpretare la tradizione dei Realismi (sino a un pastiche pasoliniano, nel Contagio, che ha la stessa funzione di quello realizzato da Garrone nella parte centrale di Reality) nella chiave di un Realismo della Derealizzazione o, appunto, di un Iper-Realismo. L’unico realismo, cioè, all’altezza dei tempi che ci sono dati in sorte.

alfadomenica gennaio #3

SIMONETTI su SITI - EMMER sulla MATEMATICA IN MOSTRA - GIOVENALE su GOLDSMITH – LE RUBRICHE di Carbone e Capatti *

IL SUGO DI TUTTA LA STORIA
Gianluigi Simonetti

È da poco arrivato in libreria Il dio impossibile, volume che raccoglie sotto un unico titolo i romanzi scritti da Walter Siti tra il 1985 e il 2006. Parliamo della cosiddetta «trilogia», originariamente edita da Einaudi, composta da Scuola di nudo, Un dolore normale e Troppi paradisi, per l’occasione riveduti e corretti – e poi vedremo come – dall’autore.
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MOSTRARE LA MATEMATICA
Michele Emmer

Tra il 2014 e il 2015 sono state organizzate due mostre sulla matematica. La prima Mateinitaly: matematici alla scoperta del futuro, si è svolta al Palazzo della Triennale di Milano dal 14 settembre sino al 23 novembre 2014. La seconda mostra si è aperta il 16 ottobre 2014 e si chiuderà il 31 maggio 2015 al Palazzo delle esposizioni di Roma.
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GIOCO(E)RADAR #01 KENNETH GOLDSMITH
Marco Giovenale

Il radar intercetta presto le voci più interessanti della rete. Fra queste spicca decisamente quella di Kenneth Goldsmith, come autore-non-autore (non definibile “scrittore” nel senso classico del termine) che da anni osserva spostamenti e mutazioni non solo nelle nuove scritture, ma anche nella pratica comune della lettura, e nelle peculiarità percettive – e creative – dei lettori.
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SEMAFORO di Maria Teresa Carbone

24 consigli del regista tedesco Werner Herzog.
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LA RICETTA di Alberto Capatti

Ci sono persone incapaci di pensare al cibo. Ne troviamo una ne L’uovo alla Kok di Aldo Buzzi (1979). È, era, il maestro di Vigevano, Lucio Mastronardi.
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Il sugo di tutta la storia

Gianluigi Simonetti

È da poco arrivato in libreria Il dio impossibile, volume che raccoglie sotto un unico titolo i romanzi scritti da Walter Siti tra il 1985 e il 2006. Parliamo della cosiddetta «trilogia», originariamente edita da Einaudi, composta da Scuola di nudo, Un dolore normale e Troppi paradisi, per l’occasione riveduti e corretti - e poi vedremo come - dall’autore. Protagonista del ciclo, come si sa, è un professore universitario che si chiama Walter Siti: proprio la centralità di questa figura intellettuale, raccontata nel percorrere i decenni che seguono la fine del «lungo Sessantotto», rappresenta il vero elemento condensatore della trilogia; i temi spiccioli che ne sono al centro – l’ossessione per il corpo maschile, il sadomasochismo, l’opposizione o intreccio tra eros e agape e tra consumismo e metafisica – ritornano infatti in tutto ciò che Siti ha scritto dopo Troppi paradisi. Ma è vero d’altra parte che la trilogia quei temi li organizza in un tempo e in uno spazio precisi, delineando la storia emblematica di un’integrazione (di una resa?): dalla diversità sbandierata del primo romanzo («I miei piaceri preferisco estorcerli, per non essere costretto a emozionarmi, come tutti») alla mediocrità provocatoria del terzo («Mi chiamo Walter Siti, come tutti»).

L’iniziativa di Rizzoli, oltre a compattare anche fisicamente il ciclo narrativo, presenta un sicuro vantaggio pratico: rende disponibile Un dolore normale, esaurito da tempo e mai ristampato. Sul piano simbolico, invece, sancisce il distacco definitivo da Einaudi, che pubblicando Scuola di nudo aveva reso un servizio al romanzo italiano, ma si era anche data la zappa sui piedi: non tanto per il relativo insuccesso commerciale di quel librone d’esordio, pochissimo letto al suo apparire, quanto per il carattere spiccatamente antiumanistico, e quindi antieinaudiano, di tutta la trilogia. Scuola di nudo, nel 1994, dimostrava che Siti aveva statura e ambizioni adeguate a un ‘grande autore Einaudi’ – l’ultimo, anzi, dell’Einaudi storica, che proprio in quell’anno passava a Berlusconi. Senonché il romanzo in questione, per le cose che diceva, e per la spietatezza con cui le diceva, rischiava di sfigurare l’Einaudi stessa, intesa come monumento, discendenza e blasone. Ora che la casa torinese ha ceduto a Rizzoli i diritti della trilogia – rinunciando all’originale per tenersi stretta un discreto numero di epigoni – l’equivoco può dirsi risolto. Finisce la contraddizione di un editore che ha tenuto a lungo in catalogo libri di cui si è forse vergognata un po’.

Più in generale, l’uscita del Dio impossibile fornisce un’occasione per rileggere nella sua interezza il ciclo romanzesco più coraggioso, articolato e denso che abbia attraversato la narrativa italiana degli ultimi vent’anni. Ci sarà tempo per analisi più dettagliate; quello che immediatamente si può dire è che questi primi libri di Siti sembrano aver conservata intatta quella capacità di spiegare la contemporaneità italiana (e forse non solo italiana) che avevano quando sono comparsi per la prima volta. L’impressione è che non ci siano stati romanzieri che meglio di Siti, Busi e Arbasino abbiano raccontato i cambiamenti dell’anima e della lingua dei nostri ultimi trent’anni anni. Solo che l’esperimento attorno al personaggio-cavia, all’io-esempio, al Walter Siti «come tutti» ha dimostrato nel tempo una tenuta anche più forte del percorso di Busi e Arbasino; una presa sul reale forse meno spontanea e disinvolta, ma più solida culturalmente, più incisiva. La trilogia è diventata definitivamente ciò che dovrebbe essere ogni opera d’arte riuscita: non solo un documento, né un frammento di bellezza, ma uno strumento di conoscenza che non si può sostituire.

Resta la questione del restauro complessivo cui la trilogia è stata sottoposta per diventare Il dio impossibile. Che revisione è stata? Svarioni veri e propri ce n’erano pochi in partenza (e quei pochi sono stati eliminati: cadono formule come «in ultima analisi» – una, in Un dolore normale). Non una mera correzione, quindi, e tantomeno una profonda riscrittura; piuttosto un adeguamento stilistico su cui vale la pena soffermarsi un poco.

La principale preoccupazione formale, visibilmente, è stata quella di eliminare tratti ripetitivi o superflui. Nella Postfazione che chiude il volume Siti afferma di aver complessivamente potato una quarantina di pagine di quelli che a un certo punto gli erano sembrati «tic stilistici», segnali d’impaccio, lungaggini di vario tipo. Sono caduti così alcuni personaggi ridondanti (tra questi, il compagno di Alex, in Scuola di nudo, e uno o due culturisti di troppo), ma ancor più spesso alcune sovrapposizioni concettuali, e diversi dialoghi. Si tratta in molti casi di passaggi riusciti, tutt’altro che inerti – ma nel processo correttorio l’intelligenza, e maggior ragione l’eccesso di intelligenza, sono state sacrificate alla fluidità e all’economia espressiva (spesso i capitoli più colpiti dai tagli sono quelli più ricchi di riflessione e pensiero: il terzo, nel caso di Un dolore normale).

Cadono a volte paragrafi o battute brillanti, che autori meno dotati avrebbero tesaurizzato («l’obbligo del preservativo è stato per la mia virilità come l’invenzione del sonoro per molti attori del muto»), ma che tolgono tempo e occupano spazio. In effetti, forte quanto l’esigenza di sfoltire il superfluo è stato il desiderio – del resto complementare – di andare più veloce (quello «sveltire tagliando» che è poi la tendenza formale più spiccata e più trasversale della nostra narrativa ultracontemporanea): uno degli interventi più sistematici, e più trasversali ai vari elementi della trilogia, riguarda l’eliminazione del maggior numero possibile di virgole. Lo scopo, evidentemente, è quello di accelerare il respiro della frase, abolendo gli elementi ritardanti. Ma accanto alla fluidificazione della punteggiatura si è scelto di asciugare alcuni snodi sintattici e lessicali. Non solo tagli, quindi, ma anche condensazione: sia sul piano della singola frase – «stavo sul molo la sera e guardavo l’acqua» diventa «sul molo la sera guardavo l’acqua» – sia sul fronte di pagine intere, ristrette a due o tre paragrafi (così l’episodio della distruzione di un autografo pascoliano in Troppo paradisi, che nella nuova edizione non è più collegato come un tempo a una presa in giro di Bassani ma l’ha in qualche modo assorbita).

Fatalmente le parti più rimaneggiate sono quelle meno narrative, a cominciare ovviamente dalle componenti poetiche, in versi, o in prosa – le «derive liriche», e oniriche, frequenti soprattutto nei primi due romanzi («quelle che mi soddisfacevano quanto ero più giovane», chiosa l’autore, «o meglio che convenivano alle mie frustrazioni di allora»). Colpite anche alcune digressioni filosofiche e saggistiche: alcuni frammenti metafisici non dei più ispirati – o anche solo dei passaggi troppo bruschi dal concreto all’astratto; alcune enunciazioni teoriche – in romanzi che tendono molto, proustianamente, a dedurre leggi universali, si è cercato per così dire di ridurne gli articoli. Infine alcuni elenchi, o meglio alcuni «elenchi negli elenchi» – nel vasto catalogo dei tipi di conoscenza sollecitati da Marcello, alla fine di Troppi paradisi, incubava un altro catalogo, quello dei motivi per che lo sottraggono a ogni ipotesi di convivenza: sopravvissuto il primo, è scomparso il secondo.

Altra tendenza evidente del processo correttorio è quella di aumentare corrispondenze e simmetrie all’interno della trilogia, o fra la trilogia e altri romanzi sitiani, enfatizzando quella ricerca di connessioni e moltipliche che è tipica di questo autore. Alla fine di Un dolore normale, la copia del libro che il protagonista regala a Mimmo è ora impreziosita in copertina dal «trompe l’oeil di un ragazzo che scappa dalla cornice»: chi ha letto il recente Exit strategy sa bene di che si parla. Analogamente si innesta in Troppi paradisi un’espressione che Siti aveva brevettato in un suo racconto del 2008, Benvenuta Rachele («Il problema attuale della destra è che ha più sedie che culi»): l’inserto crea un collegamento intertestuale, oltre a rendere più vivace la formula originaria che si trova a rimpiazzare («troppi posti e poche persone adatte»). Gli esempi potrebbero moltiplicarsi: il collegamento allusivo tra il personaggio di Mimmo e il colore oro, che ricorre in Un dolore normale, viene adesso esteso al Sergio di Troppi paradisi attraverso una o due aggiunte strategiche: ne viene rafforzata un’omologia tra i due personaggi che prima si lasciava solo indovinare. Fermo restando che una cosa sono simmetrie, un’altra le ripetizioni, e che quest’ultime, l’abbiamo detto, sono identificate ed eliminate. Riferimenti a Mireille Darc ricorrevano tanto in Scuola di nudo che in Un dolore normale; adesso soltanto in questo secondo.

Insomma: più ritmo, e più racconto, dopo questa revisione; meno spazio alle digressioni, ma enfasi sugli strati lessicali, le voci, le connessioni di senso. Meno «scrittura», e più romanzo. Già, il romanzo: mentre molti dei più interessanti scrittori italiani se ne allontanano, il più interessante in assoluto vi si avvicina ulteriormente. Questo è il sugo di tutta la storia.

Walter Siti
Il dio impossibile. Scuola di nudo - Un dolore normale - Troppi paradisi
Rizzoli, 2014, 1046 pp.
€ 22

Ogni dipendenza è debito

Marco Dotti

1. Capitava, nell’antica Roma, che un debitore venisse consegnato al proprio creditore in base a un provvedimento del magistrato. Pronunciata la formula di rito – «quod tu mihi iudicatus (sive damnatus) es sestertium decem milia, quandoc non solvisti, ob eam rem ego tibi sestertium decem milium iudicati manum inicio», Gaius, Inst. 4-21 – il debitore poteva soltanto sperare nelle parole di un garante (vindex), se ne aveva uno, sconfitto il quale il magistrato confermava la dichiarazione del debitore sancendo l’addictio.

Nella terza delle Dodici tavole – la più antica codificazione romana che, se stiamo a Livio, risalirebbe al 451 e al 450 a.C – si prevedeva infatti che in «caso di riconoscimento in giudizio del debito o di condanna pronunziata, vi saranno trenta giorni fissati dalla legge». Scaduto il termine, condotto davanti al pretore, la legge disponeva che: «se non adempie al giudicato o se nessuno dà garanzia per lui avanti al magistrato, il creditore lo porti con sé e lo leghi»1. L’addictus – così, nel diritto arcaico, veniva chiamato colui che subiva la procedura esecutiva dell’addictio – cadeva nella totale e materiale disponibilità dell’altro. Pur senza uscire dallo status che gli conferiva cittadinanza romana e libertà, l’addictus entrava in una condizione di schiavitù de facto che lo assoggettava a una doppia dipendenza: dalle catene e dal debito.

Il creditore poteva trascinare con sé il debitore, legarlo per sessanta giorni e presentarlo alla vendita in tre mercati successivi, purché compresi nel limite di quei sessanta giorni. Un terza dipendenza, oltre a quelle delle catene e del debito, faceva così la sua comparsa: la dipendenza dalla sorte. Sarebbe stato comprato? Sarebbe stato venduto? Sarebbe stato messo a morte o smembrato? Il destino del debitore era inesorabilmente legato al lancio di una moneta o di un dado. Nessuna dialettica, qui, tra servo e padrone, nessun rovesciamento di campo appare possibile, c’è solo la sorte, nuda come la vita dell’addictus. Qualora non si fossero trovati acquirenti, infatti, il creditore poteva provare a vendere trans Tiberim il debitore. Oppure lo poteva uccidere seduta stante e, qualora intervenissero altri a vantar crediti nei suoi confronti, dividerne il corpo in parti eque.

2. A questo fondo oscuro, di totale e aberrante assoggettamento ma anche di inevitabile devozione, sembra in qualche modo collegarsi una parola inglese, concettualmente più mobile – come rileva Michele Mari in apertura del fascicolo di Granta – rispetto all’italiano «dipendenza» e all’omologo inglese dependence, ma che nel suo etimo richiama proprio l’istituto del diritto romano arcaico: addiction. C’è un’addiction per tutto, un’addiction come estensione di una economia dell’io definita proprio dal suo essere socialmente e costantemente in debito2.

E c’è pure, inevitabile, una debt addiction individuale e collettiva (per un singolare paradosso, sono i liberisti americani i più lesti a tacciare le istituzioni e governi di questa debt addiction), tendenza all’indebitamento eccessivo che conferma la globalità del processo di asservimento al debito. Mentre la definizione classica di dipendenza ruota attorno a una sostanza, al suo uso ripetuto e rituale e al malessere provocato dalla mancata assunzione, l’addiction sembra più concernere la devozione verso la dipendenza stessa, dipendenza da una sostanza o da una pratica.

Una spia di quest’ultimo processo la potremmo rilevare nella progressiva scomparsa della distinzione tra abuso e addiction, distinzione sostituita dal plesso disorder-intoxication-withdrawal. Il DSM-V (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders), manuale dell’American Psichiatric Association, Bibbia di cacciatori di diagnosi e terapeuti globali, pone un discrimine simile. Discrimine poco chiaro, in verità, fra dependence e addiction, ribadendo che «dependence has been easily confused with the term addiction». Ma poi, è lo stesso DSM-V ad abbandonare addiction preferendo ad esso «substance-related and addictive disorder» e per il gioco d’azzardo opta per l’espressione secca «gambling disorder»3.

3. Scrive Mari che «il dipendente è solo uno schiavo, ma l’addicted conserva il suo libero arbitrio nel “dedicarsi” a qualcosa. Il termine addiction tempera il concetto di dipendenza con le idee della cura amorevole, della vocazione e della competenza tecnica (oltre che, laicamente, con l’idea di abitudine: l’addicted come habitué)»4 . C’è qualcosa di religioso, nell’addiction. Quasi fosse la devozione a un idolo da cui si pende e dipende: usuram pendere o culpam pendere significava pagare gli interessi di un debito o espiare un crimine, talvolta con la vita.

Dipendere, dal latino dependere, composto a sua volta da de e pendére (penso, peso), da cui il participio passato pensum. Da qui anche calcolare, pensare. In fondo, ogni vera dipendenza è un processo di «pensiero», ovvero di dipendenza dalla dipendenza stessa. Il «lavoratore dipendente» ha un potere da cui dipendere, ma a sua volta il «libero professionista» è addicted da processi di potere ampiamente interiorizzati. Entrambi non dipendono più, in senso classico, unicamente dal lavoro, ma sono addicted del circuito finanziario che ha inglobato il tempo del consumo nella valorizzazione del capitale.

4. L’homo globalis vede straordinariamente intensificate le ore delle propria giornata e, oscillando tra prestazione e abbandono, tra ricerca di droghe letargiche che compensino i surrogati di un’efficienza che gira oramai a vuoto insegue il privilegio di volersi (e credersi) dipendente da una sostanza. Da sempre la «drogenkultur» rivendica questo privilegio come libertà. Lo fa non per far venir meno la fondamentale ipocrisia del sistema, ma per confermare la propria. Come Zeno Cosini a cui preme – scrive Mari - «vedersi e rappresentarsi come colui che è sul punto di smettere: in questo suo essere sul punto di il dipendente fa paradossalmente coincidere la dipendenza e il suo superamento».

L’homo globalis ha dinanzi a sé orizzonti estesi, ma questo solo in ottica retorica. Praticamente, egli è ripiegato sul proprio micromondo. La figura idealtipica di questo homo globalis non è più il Lavoratore, ma il «giocatore»: l’uomo che di globale ha solo la tendenza (e la dipendenza) ad alimentare un sistema che gli impone sacrifici di spazio e di tempo, chiedendogli in cambio solamente di allineare limoni, cedri o melanzane a una slot machine. Come l’antico addictus egli è cittadino e libero, ma proprio come l’addictus è uno schiavo di fatto, avvinto dalle catene (addicted by) della sorte e del debito.

Spezzarle è impossibile, perché non hanno consistenza materiale. Converrebbe fuggire, ma dove? Edgar Allan Poe, in conclusione del suo Imp of the Perverse, mostra chiaramente lo spaesamento a cui andrebbe in contro chi davvero ottenesse questa libertà: «To-day I wear these chains, and am here! To-morrow I shall be fetterless! — but where?» («Oggi sono in catene e sono qui! Domani sarò senza ceppi... ma dove?»).

«Granta Italia» - Dipendenze
numero 4/2013 a cura di Walter Siti
Rizzoli (2013), pp. 208
€ 17.00

  1. «Se non adempie al giudicato o se nessuno dà garanzia per lui avanti al magistrato, il creditore lo porti con sé e lo leghi con corregge o ceppi di quindici libbre; non più pesanti, ma se vuole di minor peso («ni iudicatum facit aut quis endo eo in iure vindicit, secum ducito, vincito aut nervo aut compedibus xv pondo, ne maiore aut si volet minore vincito». []
  2. Sul fondamento sociale del debito, cfr. Maurizio Lazzarato, La fabbrica dell’uomo indebitato. Saggio sulla condizione neoliberista, trad. di Alessandra Cotulelli e Emanuela Turano Campello, DeriveApprodi, Roma 2012. []
  3. American Psychiatric Association, Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders: DSM 5, Fith Edition, American Psychiatric Publishing, Washington 2013 ad vocem. []
  4. Michele Mari, Schegge di dipendenza, Granta, n. 4 (2013), p. 18. []