Teatro delle Albe, luce in Birmania

5-Enrico-FedrigoliWalter Paradiso

Occorrerebbe che gli anni più significativi di un’esistenza, di qualsiasi esistenza, venissero rappresentati mettendo in scena uno spazio della mente, un luogo dove la cronaca, gli interessi, i raggiri siano come messi a riposo, e consentissero di concentrarsi su cosa veramente è capace di ribaltare la storia politica di un Paese.

La Birmania è distante, ci è distante – come opportunamente ricorda la voce di Ermanna Montanari all’inizio dello spettacolo Vita agli arresti di Aung San Suu Kyi del Teatro delle Albe (prima rappresentazione a Rubiera, 24 ottobre 2014; da ultimo riproposto al Teatro Argentina di Roma all’interno del progetto Guerre Conflitti Terrorismi). La vicenda è andata «in onda» sui giornali e media occidentali in maniera sporadica, nei momenti di maggior clamore – le rivolte degli studenti, i massacri della popolazione. E ora lo spettacolo si presenta come un racconto che penetra nelle maglie della Storia, muovendosi al di là del resoconto delle atrocità. Lo studio, l’ascolto della vicenda di questa donna (interpretata da Ermanna Montanari) diventa il momento in cui le forme della rappresentazione si ritirano, aggregandosi attorno all’ascolto della voce, per permettere che il mondo segua, secondo una logica respiratoria, le vicende della donna.

Non è questo il luogo di un’indagine vera e propria, storiografica. I documenti, le date, i filmati della manifestazioni sono articolati come versi liberi, fantasmi che circondano Aung San Suu Kyi agli arresti domiciliari come fossero spiriti Nat, gli spiriti malvagi che la tradizione fa provenire dagli alberi come dagli abissi dei vulcani. Il suono di Luigi Ceccareli attraversa il racconto articolando gli interventi di tutte queste presenze: interventi percussivi negli attimi più concitati, e poi soprattutto suoni acuti prolungati, di fiati come delle campane della tradizione orientale, che punteggiano in maniera scomposta ma efficace l’azione, in una drammaturgia di interventi sonori nel richiamarsi reciproco delle presenze di Suu, dei Nat, delle cariche politiche, della governante, dei filmati e documenti storici.

Della Storia c’è l’emanazione, ma la dimensione è una sola: quella intima della donna racchiusa nel suo interno domestico, dove riceve i fantasmi di un mondo immobile – il funzionario della Nazioni Unite o la giornalista di «Vanity Fair» – che si contraddice e inciampa su se stesso, mentre cerca di trovare assieme al suo popolo una scrittura per il futuro della Birmania. Se il mondo resta fuori è solo dentro la casa di Aung San Suu Kyi, dentro il suo stesso farsi dimora che può abitare la coerenza, che si può dare il reale significato ai fatti, al ricordo delle vittime, alla repressione delle etnie, l’uccisione degli studenti, il commercio dell’oppio in mano agli eserciti – persino alle confessioni grottesche dei generali e dei capi di governo.

«La tenebra c’è sempre stata, è la luce che è nuova». È in questo luogo del suono che interviene la voce del popolo di Suu, attraverso il canto dei martiri che una notte restituisce il lago, un dispiegarsi prolungato di strati vocalici, tanto timbricamente chiari quanto densi e lontani, scanditi da piccole campane. A volte invece l’azione è caratterizzata da rombi sordi, pulsazioni con scie granulose – più vibrazione che suono – dalle quali emerge poi, una volta tornati al silenzio, una voce racchiusa, destinata a ritirarsi perché pesa il suono, pesa la materia, pesa il dolore.

Spesso succede questo. Quando l’azione sta per raggiungere il climax già ci troviamo nel silenzio: il buio dove abita Aung San Suu Kyi. Vorremmo il ritorno della parola, ma a riprendere il racconto è l’emergere del respiro. Non c’è niente di visibile, neanche forme forse, ma l’allusività dei colori, delle maschere, che tutt’assieme sono indizi per risolvere i tanti interrogativi dello spettacolo. Com’è possibile il perdurare dell’ossessione, della paura, della vigliaccheria? A fronteggiare tutto questo l’unica grande immagine in scena, isolata e ostinatamente minuta sul palco «che tutto ingigantisce»: è l’insieme di queste parole pesate, che aprono speranze perché scaturite da un corpo che sa di essere parte di un popolo.

Vita agli arresti di Aung San Suu Kyi ci dice di che cosa consista la paura. Perché il regime militare non sopportava il fatto che nonostante tutto il popolo birmano continuasse a essere felice? Il discorso di Suu è sempre al plurale, non si è mai sentita prigioniera perché tali non si sono sentiti neppure i suoi compagni di prigionia. «Se provassi solo odio e risentimento, ecco che mi sentirei prigioniera». La democrazia può essere raggiunta se la lotta si trasforma: «perché non parliamo di rivolta spirituale? Se invece siamo materiali, parliamo la lingua degli oppressori». In questo spazio della mente, dove è rinchiusa Aung San Suu Kyi, le immagini forse non sono poi così importanti. Anche quando denunciano. Quello invece a cui il Teatro delle Albe ci avvicina inesorabilmente è il sapersi «parte di». Non esistono più parole vuote, pensieri di vendetta, ma un unico pensiero di moltitudine dove la democrazia trova il suo inizio.

Alla fine la liberazione si produce senza traccia di azione risolutrice. Gli arresti termineranno nel mistero. Nessuna miccia ma solamente l’arrivo del momento opportuno. «Perché le cose accadono per caso», come dirà il coro: «è finita perché tutte le cose cambiano. Le cause sono tante e ingarbugliate».

Teatro delle Albe

Vita agli arresti di Aung San Suu Kyi

scritto e diretto da Marco Martinelli

spazio scenico e costumi di Ermanna Montanari

Roma, Teatro Argentina, 13-17 aprile 2016

alfadomenica #4 maggio 2016

Oggi su alfadomenica:

  • Franco Berardi Bifo, L’era Trump. Una scoreggia ci seppellirà?L’era Thatcher comincia a declinare? Il consenso di cui godeva l’ideologia neoliberista negli anni Ottanta e Novanta entrò in crisi a Seattle nel 1999. Negli anni successivi al 2008 la fede nel Mercato è rapidamente crollata: oggi solo i lupi della classe finanziaria esaltano l’autoregolazione perfetta del capitalismo assoluto e solo gli imbecilli ci credono. Dopo il gigantesco intervento con cui i governi di tutto il mondo dopo il 2008 hanno gettato nella disperazione e nella miseria milioni di persone per salvare il sistema bancario, la maggioranza della popolazione sa che l’assolutismo finanziario è una trappola mortale anche se non sa come se ne possa uscire. Leggi: >
  • Walter Paradiso, Teatro delle Albe, luce in Birmania:  Occorrerebbe che gli anni più significativi di un’esistenza, di qualsiasi esistenza, venissero rappresentati mettendo in scena uno spazio della mente, un luogo dove la cronaca, gli interessi, i raggiri siano come messi a riposo, e consentissero di concentrarsi su cosa veramente è capace di ribaltare la storia politica di un Paese.  La Birmania è distante, ci è distante – come opportunamente ricorda la voce di Ermanna Montanari all’inizio dello spettacolo Vita agli arresti di Aung San Suu Kyi del Teatro delle Albe. Leggi: >
  • Carlo Antonio Borghi, Una storia del e sul nullaLe cose avevano per noi una disutilità poetica. - Nel fondo del cortile era molto ricchissimo – il nostro dissapere. - Inventammo un trucco per fabbricare giochi – con parole. - Il trucco era solo diventare scemo. - Come dire: ho appeso un bentevì nel sole... Così comincia Il libro sul nulla per mano di Manoel De Barros, edito da Oedipus Edizioni. Leggi: >
  • Semaforo, a cura di Maria Teresa Carbone: Porno - Sessismo Leggi:>

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Walter Paradiso

La fisica ha una sua dimensione spettacolare che risiede nel suo momento più vivo, quello dell’esperimento, dove in uno stato di felice ansia si assiste alla messa in scena di fenomeni reali. Lo scienziato ha sempre disposto di questo particolare teatro.

Il laboratorio ideato dal Prof. Carlo Cosmelli del Dipartimento di Fisica della Sapienza, con la collaborazione del Centro teatro Ateneo e la partecipazione degli studenti del Dipartimento di Storia dell’Arte e dello Spettacolo ribalta la prospettiva. Per la prima volta si entra nel contesto di un laboratorio teatrale e si procede per prove, come in un laboratorio di fisica. L’idea è quella di partire dai contenuti scientifici stessi, e da qui sviluppare una messa in scena drammaturgica capace di rappresentarli.

Gli attori danno corpo a personaggi, così come a elementi, con lo stesso peso, andando a occupare una localizzazione puntuale, nel tempo e nello spazio, o estendendosi in essi, più o meno un’elasticità dei vissuti che muove da interferenze, rimbalzi, diffrazioni, assorbimenti. Le trame - otto brevi storie - sono costruite secondo i principi che stanno alla base della teoria della relatività e della meccanica quantistica. Si ha quindi a che fare con fenomeni che, oltre ad essere di non immediata comprensione per i non addetti ai lavori, appaiono illogici perché vanno oltre le nostre capacità percettive.

Queste storie, andate in scena il 10 giugno al teatro Furio Camillo a Roma, hanno saputo dare forma a qualcosa di irrapresentabile, perché difficile anche solo da immaginare. Attraverso il registro del comico e del tragico i personaggi sono coinvolti nella scoperta di uno strano mondo: in partenza per regioni remote, chiamati a vivere l’abbandono del compagno o, quando sono in forma di particella, sperimentano le forze attrattive e repulsive degli altri corpi presenti in scena.

Gli studenti, autori dei testi, dello spazio scenico e dei costumi, descrivono un universo dove il mondo fisico e gli oggetti partecipano della dilatazione e contrazione del tempo e dello spazio; a questo si aggiunge un’altra alterità, paradossalmente così vicina a quella avvertibile nel mondo delle esperienze umane, data anch’essa da una relatività, dalla condizione esistenziale di chi osserva una scena.

Emerge la forza evocatrice del teatro, perché è una modalità densa di riflessioni quella proposta, che si percorre da un’esigenza se vogliamo ontologica e solo in minima parte estetica. La fisica non è il filtro d’accesso al teatro, ai suoi problemi, ma non è neanche il contrario. Piuttosto viene messa in scena un mondo che suggerisce altre coordinate. Perché allora non una semplice lezione? Perché la drammaturgia, il racconto, ci permettono di ricreare la pienezza di un rapporto immediato con la realtà descritta. Atto questo che è difficile da realizzare, perché occorre liberarsi da tutte le suggestioni “tecniche” che invitano a guardare il mondo attraverso le scienze –scientifiche si, ma anche quelle umane, politiche. Tutto ciò, seppur ci aiuta a comprendere alcuni aspetti dell’altro, non ci consente di incontrarlo però nella sua immediatezza.

Si aderisce così alla condizione fisica di un oggetto microscopico o di un fenomeno simile alle onde del mare, o lo spettro di suono. Si diventa parte di una funzione, e in essa si abita un’istante di spazio tempo che aiuta a definire, in maniera armonica, i rapporti tra le presenze in scena. I momenti più interessanti sono proprio quelli in cui gli attori sono immersi dentro il fenomeno fisico, e agiscono in base alle condizioni dettate dalla funzione che lo descrive. Non è un esperimento. È già teatro, siamo già dentro il teatro, perché se questo è atto di ricerca, allora ci piace pensare che questo laboratorio sarà una di quelle esperienze che andranno avanti.

Alla fine quello di cui si fa effettivamente esperienza è forse un ridimensionamento di questi fenomeni che il corpo non può percepire. I personaggi non si eclissano sulla scena come in Godot, cambia sì lo spazio e il tempo, ma un senso continua a camminare, e fa impressione, vedendo queste storie, che anche partendo dalla scienza, questo cammino continua ad essere compiuto ancora attraverso il linguaggio del teatro.

RMQ13
Relatività e meccanica quantistica, laboratorio di Scienza e Teatro

Dipartimento di Fisica e Centro Teatro Ateneo, Sapienza Università di Roma

 

L’arte del video

Walter Paradiso

A volte succede che territori differenti per natura, per persone che vi si muovono e che guardano ad esso, s’incontrino, mostrino una certa curiosità, stabiliscano dei punti di presa. Della serie di appuntamenti, proiezioni e discussioni a cura di Valentina Valentini e Maia Giacobbe Borelli ( 6 e7 novembre), promosso dal Centro Teatro Ateneo, Sapienza, Università di Roma, presso l’Istituto Cervantes e la Real Accademia di Spagna di Roma sul programma televisivo di José Ramón Pérez Ornia El Arte del Video, realizzato per la televisione spagnola sul finire degli anni ottanta, più di tutto forse emerge proprio questo aspetto.

Stratificazioni, ribaltamenti, racconti e studi sull’immagine. Attraverso quattordici puntate il programma ricostruisce un’esperienza artistica in maniera accurata lasciando al tempo stesso anche una certa sospensione. I paesaggi del video sono percorsi dalle tracce lasciate dai tanti ospiti-artisti, attraverso un enorme lavoro di post produzione. Possiamo dire che il ciclo di queste “puntate-incontro” abbiano costituito un’esperienza unica nella storia della televisione” intelligente”. Numerose le questioni affrontate: la nascita dell’arte video, il suo rapporto con le avanguardie e la pittura, il legame con il teatro, la danza, le interferenze con la performance, con la sperimentazione musicale, e i legami forti con la musica elettronica, la distanza ma anche i punti di contatto con il cinema.

Un ragionare attraverso la sua storia in un periodo in cui non molti cominciavano a farlo: essenzialmente un programma che mette a fuoco l’arte video come incrocio con gli altri linguaggi, come serie di ritratti degli artisti più significativi, ciascuno con un’opera realizzata appositamente: Nam June Paik, Wolf Vostell, Woody e Steina Vasulka, Gary Hill, Bill Viola, Jean Paul Fargier, Zbig Rybzcynski, Jean-Luc Godard, Robert Wilson, Marina Abramovic, Stefaan Decostere, Marcel Odenbach, Rebecca Allen, Antoni Muntadas.

Non c’è solo la volontà di capire l’arte video, ma soprattutto quella di abitarne le immagini. Il dialogo tra televisione e arte video si compie all’interno del linguaggio stesso, articolando il discorso mediante le procedure compositive proprie di questa. Ogni puntata è rivolta a un tema specifico, ma tutto passa attraverso la molteplicità dei piani, la suddivisione dei quadri visivi, il trattamento del tempo, incrostando con le procedure elettroniche che più le sono proprie anche nelle vivaci interviste agli artisti e studiosi. La tecnologia, gli strumenti utilizzati dagli artisti non vengono mai citati in maniera diretta, ma coinvolti invece direttamente nella costruzione del programma stesso. La televisione entra in un orizzonte straniero e tenta di afferrarne la lingua, senza cadere nella trappola del decorativo consentita dalle strumentazioni elettroniche, che comunque all’epoca costituivano un elemento nuovo e di facile impatto per lo spettatore.

Rivedendole oggi, e a più di venti anni di distanza, questa scelta compositiva arriva in tutto il suo coraggio e intelligenza. Viene da chiederci che effetto faccia a uno spettatore che non conosce la storia del video, guardare queste opere, ascoltarne i protagonisti, le questioni sollevate. La sensazione non è quella di una parentesi che si è andata chiudendosi definitivamente da lì a poco, neanche quella di un repertorio di strategie compositive dal quale attingere. L’insieme di queste opere rappresentano un modo di pensare, riflettere, lavorare con immagini che ancora conservano un’efficacia, un legame con l’oggi, dei gradienti di novità. Nonostante i mezzi a disposizione oggi ci consentano, e spesso ci conducono forzatamente verso utilizzi esclusivi, di effettuare e di assistere a notevoli elaborazioni di immagini e suoni, resta il pensiero degli autori, che con il fare sono riusciti a piegare uno strumento già all’epoca pensato e messo in commercio per ben altri fini, e quello degli studiosi, che intercettano le strade della ricerca.

Riappropriamoci di queste esperienze! Rivedere i paesaggi dell’arte video è sicuramente uno dei modi più seri ma anche più vivaci per cogliere criticamente ciò che tende oggi ad esserci imposto come novità, e per affrancarci dalle protesi tecnologiche di cui tutti siamo coinvolti, che ne vogliamo o meno. L’interrogativo “che fine ha fatto l’arte video?”, sul quale si è focalizzato il dibattito a conclusione del ciclo di proiezioni, potrebbe produrre non tanto una risposta rassicurante, quanto stimolare a conoscere quelle pratiche che hanno trasformato il modo di comporre con le immagini in movimento e i suoni, e insieme la nostra percezione e sensibilità di spettatori, assolvendo a una funzione di riconfigurazione estetica dell’immaginario di ieri, e di una possibile guida per quello di oggi.