Vivian Maier, l’immagine mancante

Elisabetta Marangon

«Qual è l’immagine giusta di Vivian Maier?» è una delle domande che Pamela Bannos, ricercatrice e docente di fotografia alla Northwestern University, rivolge ai suoi interlocutori in Vivian Maier. Vita e fortuna di una fotografa: la prima biografia dedicata all’artista “identificata” come tale poche ore dopo il decesso (avvenuto il 21 aprile del 2009 in una casa di cura a Highland Park, USA), con l’intento di riscattarne un’immagine pubblica stereotipata, semplificata e imbalsamata, attraverso «una controstoria […] un omaggio alla sua vita e all’eredità che ci ha lasciato». Enigmatica, scorbutica, asessuata, accumulatrice seriale, paranoica, antiquata, imitatrice, sono solo alcune infatti delle etichette con le quali il ritratto della “fotografa e bambinaia francese”, è stato nel corso del recente decennio emulsionato, ricomposto, incellofanato, replicato e svenduto contro la sua volontà – invalidata da una testimonianza mai trascritta legalmente – a un pubblico sempre più bulimico del corpus inestimabile della sua produzione (le cifre sui rullini da lei non sviluppati, così come sulle stampe e sulle riproduzioni da parte di coloro che le hanno acquistate all’asta per pochi dollari, i cosiddetti «cacciatori di affari», tra i quali l’agente immobiliare John Maloof, sono solo in parte ipotizzabili): un lascito intaccato nella sua aurea, trasformato in feticcio e smembrato in meandri in parte non più mappabili del mondo.

«Per farsi l’immagine giusta, guardatela dritto in faccia come lei farebbe con voi: alle sue condizioni, in base alle prove che lei stessa ci dà su chi era e su quello che ha fatto. Solo così potremo iniziare a vedere Vivian Maier, donna e fotografa, e avventurarci nel suo mondo». Il suo mondo, oltre quello patriarcale, mediatico, impersonale, eroico e a tratti ambiguo dei suoi padrini-collezionisti, è quello che Bannos propone nel suo libro, dopo anni di ricerche puntigliose sulle fonti storiche più diversificate, attraverso un flashforward e un flashback scritturale anomalo e non commerciale, quanto piuttosto empatico e interrogativo. Un ininterrotto contro-passo che giustappone cronologicamente l’epilogo al prologo biografico con insistiti slittamenti spazio-temporali (dal 2008 si retrocede con moto progressivo al 1952 e così via, passando per il 1896), ritmati da un montaggio sia parallelo sia alternato intersecanti la trama familiare, personale, poetica e fotografica non solo con il contemporaneo contesto sociale, culturale e storico, ma anche con quello trascorso; fino a spingersi oltre, al post-organico.

A emergere sono le contraddizioni così come le analogie, insieme ad altre peculiarità della fotografa: l’indipendenza, l’evoluzione, la continua sperimentazione, ad esempio, qualità sottaciute da una lettura finora non solo di genere ma anche riduttiva («Noi l’abbiamo conosciuta solo attraverso ciò che era stato mostrato dagli uomini che avevano finito per possedere e pubblicare la sua opera»), oltre ad alcune ricorrenti e fantasiose abitudini familiari, come le riscritture sui documenti ufficiali: vere e proprie falsificazioni che a lungo hanno ingarbugliato le ricerche genealogiche (nel certificato di morte, infatti, Maier risulta figlia unica di genitori “ignoti”, nata in Francia e non in America).

Se da un lato durante i primi anni del Duemila si assiste al suo processo di “resurrezione”, fino alla sua pantomimica canonizzazione («con un’offerta di soli dieci dollari si poteva avere un oggetto che era stato maneggiato da lei»), dall’altro lato la diretta interessata, ignara di tutto e paradossalmente ancora in vita, retrocede sfocata su uno sfondo bidimensionale. Un’estraneità imposta e autoimposta che par essere una sua condizione costante («era una straniera di lingua francese, invisibile e non riconosciuta nemmeno dai suoi stessi familiari»), tale da spingere la scrittrice americana a domandarsi «che cosa fece effettivamente?», mentre solletica l’attenzione del lettore con continui interrogativi: come e chi ha ritratto? Con quali strumenti? Di chi sono le sue foto? (dopo accese battaglie legali, la corte ha fissato al 2079 la scadenza del copyright), basandosi sugli scatti autoriali come principali e non corrotte prove indiziarie («immagini del 1953 evidenziano le strategie e le posizioni predilette»; «ha seguito l’uomo per più di un isolato, prima di scattare la seconda immagine che fa luce sullo scenario», tra le diverse notazioni).

Quale potrebbe essere dunque l’immagine “giusta” di Vivian Maier? Tra quelle proposte in questa sede ne risaltano alcune: quella di un’esploratrice in giro per il mondo, «la cui tecnica durante il percorso si fa più audace»; quella di un’appassionata di biografie, di autobiografie e di cinema; quella di un’audace antropologa che «si sente a proprio agio tra le famiglie delle minoranze etniche»; quella di una giornalista che incalza i suoi vicini con un registratore a nastro; quella di una sconosciuta che confida a un bagnino diciannovenne il suo amore per Walker Evans; quella di una fotoreporter che scavalca le transenne della polizia; quella di un’anziana malandata seduta per ore su una panchina in riva al lago Michigan, sulla quale si apre e si chiude la biografia a lei dedicata, tra le tante inaspettate ma, soprattutto, quella che rimane più impressa è quella mancante, «le cui caratteristiche […] nel complesso compongono il ritratto di una donna che aveva scelto di restare sconosciuta».

Sconosciuta anche dinanzi al tutore del tribunale, incaricato di attestarne il grado di disabilità, con il quale rifiuta qualsiasi contatto nei suoi ultimi giorni di vita («Ancora una volta […] non ha risposto […] io continuavo a parlare, ha chiuso gli occhi»), mentre i suoi rullini cominciano a essere sviluppati, stampati e infine esposti in tutto il mondo, come a Pavia, nella mostra Vivian Maier. Street photographer, allestita presso le Scuderie del Castello Visconteo. Curata da Anne Morin e da Piero Francesco Pozzi, si articola in otto sezioni interdipendenti nelle quali si passa dagli Autoritratti alle Pellicole in Super 8, dalla metà degli anni Cinquanta alla fine degli anni Settanta, dal bianco e nero al colore, dalla Rolleiflex (tra le prime camere di medio formato che utilizza, di fabbricazione tedesca) alla compatta Leica, dai quartieri newyorkesi a quelli francesi, tra un centinaio di opere che rettificano alcuni falsi “miti” supportati da una precedente documentazione incompleta.

Come quello, ad esempio, del suo cinismo e distacco nei confronti delle persone che – a suggerirlo è sempre Bannos – faceva anche posare, sia da sole che in gruppi («riusciva […] a metterli a proprio agio»). Ritratti, nell’apposita sezione a loro dedicata che, se da un lato rivelano alcuni dei suoi soggetti preferiti (come gli infanti, le donne anziane, con i cappelli e senza, le coppie; oppure le persone che dormono per strada, o di spalle, tra le tante, diverse per età, ceto sociale ed etnia), dall’altro lato palesano sia in che modo interagisse con loro – passando spesso dall’ostilità alla cordialità e viceversa – sia quanto e come si vi ci avvicinasse, confutando la presunzione dello scatto unico. Nella sezione Provini, infatti, oltre alla sequenza dell’arrivo di Kirk Douglas alla première di Spartacus, il lungometraggio di Stanley Kubrick (Chicago, 13 ottobre 1960), spicca quella dell’arrivo e dell’ingresso di un detenuto in un carcere nella Cinquantasettesima strada mentre lei «indugia […] si avvicina ancora […] corre lungo il marciapiede […] poi torna indietro», riprendendo la scena da diversi piani e angolazioni.

Come nella biografia di Pamela Bannos la donna, e fotografa, Vivian Maier è riportata protagonista della sua storia, così nella mostra in corso a Pavia, sono proprio i suoi autoritratti ad accogliere per primi i visitatori: precursori di un linguaggio odierno ormai inflazionato, si riflettono sugli specchi all’interno della sua stanza oppure all’esterno, sulle vetrine dei negozi, mentre la sua figura si moltiplica in solitudine, oppure incrocia quella dei passanti, tra gli spigoli dei grattacieli che spesso distorcono la luce sul suo volto. Talvolta sorride, talvolta ha uno sguardo austero, talvolta la sua ombra si allunga su un prato oppure su un marciapiede, nel gioco illusionistico tra la presenza e l’assenza perché, «nonostante lei abbia osato creare delle imperiose, sconcertanti composizioni, rimane sempre sulla soglia, o addirittura oltre l’ingresso della scena fotografata, mai al di fuori, in modo da non essere invisibile. Lei fa parte di quello che vede, diventandone soggetto a sua volta» (Anne Morin).

Pamela Bannos

Vivian Maier. Vita e fortuna di una fotografa

traduzione di Maria Baiocchi e Anna Tagliavini

Contrasto, 2018, 336 pp., € 21,90

Vivian Maier. Street Photographer

a cura di Anne Morin e Piero Francesco Pozzi,

Pavia, Scuderie del Castello Visconteo, dal 9 febbraio al 5 maggio 2019

Vivian Maier, l’essenziale sta nello svanire

Elisabetta Marangon

01_MaierIl volto di una donna si specchia austero su una superficie all’interno di un luogo indefinito. I suoi occhi fissano con insistenza un punto sulla porta chiusa alle sue spalle, mentre tiene in mano una macchina fotografica, colpita da un fascio di luce laterale in quello spazio qualsiasi. È uno degli autoritratti tra le trentatré opere in bianco e nero esposte presso la 10b Photography Gallery che compone Where Streets Have No Name, la prima retrospettiva dedicata a Vivian Maier a Roma, organizzata da ILEX Gallery e curata da Daniel Blochwitz (ispiratosi, per il titolo, alla contestazione politica della band irlandese degli U2 nell’omonimo brano pubblicato nel 1987).

Ed è proprio lei – la bambinaia e fotografa di strada, secondo i parametri di una classificazione a tratti inquisitoria, sconosciuta fino al 2009, anno della sua morte – ad accogliere i visitatori, introducendoli lungo i meandri ancora in parte invisibili della sua impressionante produzione (Blochwitz stima che Maier abbia scattato dodici fotogrammi al giorno nell’arco di trent’anni a partire dal 1950) attraverso quella porta serrata di cui sembra essere la custode: nell’attesa vigile, e al contempo monitoria, che se ne oltrepassi la soglia. L’obiettivo della sua Rolleiflex sembra accogliere l’espressione sconcertata dello spettatore dinanzi all’autenticità della sua osservazione etnografica e documentaria, mentre incrocia il suo sguardo, in una reciprocità che par essere una delle costanti del suo vedere fotografico; intimo e distaccato, attratto dai luoghi quotidiani e da quelli sconosciuti, dalle classi borghesi e da quelle emarginate, dai bambini e dagli scarti consumistici, dagli uomini e dalle donne. Come la ragazza in primo piano che sembra rispondere al suo tacito invito conoscitivo, mentre i suoi tratti gentili emergono su uno specchio da tavolo, in un eco simmetrico che estrania la percezione: entrambe mero riflesso di quel che è stato, congelate in una gelatina d’argento e congiunte nel non essere esperienziale della morte (Barthes).

Incatenate l’una all’altra sono le persone che Maier inquadra in gruppi circoscritti, quasi sempre in file ordinate secondo una scansione perimetrale obliqua, costringendole nel quadrato di una finestra nel quale lascia lo stesso simmetrico spazio vitale in alto e in basso, ritagliando un campo medio con chirurgica precisione. Le sorprende in una distrazione armonica gestuale che le attraversa una ad una, mentre il loro respiro si contrae e si espande dall’interno verso l’esterno dell’inquadratura e viceversa, suggerendo storie anonime e inascoltate, fino ad ora, come la sua.

03_MaierPriva di un codice identitario fino a quando il giovane John Maloof, interessato all’indagine storica e fotografica di Portage Park, quartiere di Chicago in cui era cresciuto, non comprò all’asta i suoi bauli destinati al macero, ricolmi di indizi esistenziali che riuscì poi a ricomporre come un puzzle – in una compulsiva e simbiotica accumulazione seriale – fino a decifrare il suo nome (di chiara discendenza europea, anche se nata a New York nel 1926), tra tutti quei volti e corpi brulicanti in un tessuto urbano messo a fuoco per rivendicarne il co-protagonismo. Lo evidenzia Patrizia Genovesi al pubblico della mostra, affascinato non solo dalla singolare vicenda di quella che verrà riconosciuta tra le voci più interessanti del Novecento – insieme a William Klein, Lisette Model, Diane Arbus e Walker Evans, tra i tanti del secolo scorso – ma soprattutto dai suoi racconti fotografici, nei quali le inconsuete intersezioni prospettiche fanno emergere la terza dimensione, rimarcata anche dalla ripetizione seriale di una linea obliqua che taglia il quadrato favorendo una via di fuga laterale.

In tal modo ogni scatto diventa il punto di partenza compositivo per un nuovo alfabeto narrativo, che Maier traduce in un’inconsueta sinfonia visiva ondeggiante tra la sospensione e il movimento, la drammaticità e l’ironia, il realismo e l’astrattismo, mentre l’organizzazione minimalista del riquadro richiama una messa in scena di stampo teatrale al cui interno ogni elemento è reso significativo dalla sua essenzialità. Volti e corpi di ogni età, etnia e ceto sociale, si alternano singoli o in gruppo, in un continuum epidermico democratico e relazionale, in bilico tra la sfrontatezza e la distrazione, la complicità e il fastidio, nella divaricazione di stati d’animo discordanti.

Talvolta la sua attenzione è catturata da dettagli in apparenza insignificanti, dei quali riesce a tradurre l’opposizione binaria tra il familiare e il perturbante attraverso il capovolgimento della prospettiva; come accade nello scatto in cui si sofferma su alcune scarpe all’interno di un negozio di abbigliamento. Allineate l’una accanto all’altra con moto ascendente, inquietano per lo stridio sintetico dei calchi dei piedi femminili che sembrano collidere fra loro, fino a sfociare nel surrealismo. Sembrano appartenere a una platea invisibile le cui figure tagliate richiamano e anticipano la folla che riempie l’inquadratura successiva, nella quale centinaia di persone invadono un luogo pubblico secondo un ordine spaziale reso irrequieto dal movimento disarmonico di alcuni dei presenti.

Talvolta la trasfigurazione materica del reale si manifesta nella silhouette di un operaio che, sospeso nell’aria, diventa un elemento architettonico della veduta d’insieme; talvolta è l’ombra di Maier a invadere l’inquadratura, mettendone a soqquadro l’attendibilità per il suo imporsi all’interno di una scena che controlla con costante rigore difensivo, oltre che conoscitivo. Talvolta il suo riflesso si sdoppia, ora inatteso e discreto, ora invadente ed eclatante, sulle superfici di oggetti di uso comune, come un tostapane, un posacenere o una vetrina, mentre si imbatte nei passanti che vi si specchiano, anche loro come spettri, fino a svanire in un tutt’uno immateriale.

Vivian Maier

Where Streets Have no Name

a cura di Daniel Blochwitz

Roma, 10b Photography Gallery

dal 4 novembre 2016 al 5 marzo 2017

Finding Vivian Maier

Michele Emmer

Una faccia spigolosa, gli occhi che guardano altrove, capelli tagliati corti, dei gran cappelli, alle volte, delle mani nervose, energiche, uno sguardo mai veramente sorridente, e la città, le strade della città sullo sfondo. Al collo la immancabile Rolleflex, con la parte superiore aperta per inquadrare. Una reporter che è andata per decenni in giro per le città nordamericane, fotografando le strade, i bidoni della spazzatura, i quartieri poveri e degradati, le persone.

Migliaia di persone per realizzare un universo solo suo dell’umanità all’interno del quale viveva invisibile, non vista, non capita, non voluta, rifiutando lei stessa di farsi capire, di farsi vedere. Voleva essere una sorta di alieno che rendicontava la vita sulla terra, senza che nessuno capisse che cosa stava facendo e perché. Con una abilità incredibile, con un senso dell’inquadratura, con una capacità di cogliere gli attimi irripetibili che accadono tutti i giorni. Di cui conosciamo il volto, perché molte volte, centinaia di volte, con una buona dose di narcisismo volontario, si è autoritratta, negli specchi, nelle vetrine. Con la sua divisa di bambinaia, ritratta in una stanza in cui si vedevano dei pacchi accatastati, lei, in piedi, con quell’aria seria, volitiva ma mesta allo stesso tempo, con la Rolleflex sul cavalletto, davanti ad uno specchio in cui si vede lei ritratta davanti ad uno specchio con la Rolleflex sul cavalletto, davanti allo specchio... Perchè lo faceva? Non lo sapremo mai. E sappiamo anche molto poco di chi era l’autrice di queste foto.

La storia inizia nel 2007. Un giovane di nome John Maloof sta cercando materiale per una storia su una zona di Chicago, Portage Park. Acquista ad un asta una scatola contenente alcune centinaia di rullini fotografici. Non ha alcuna informazione su chi abbia scattato quelle foto. Maloof comincia a sviluppare quei rullini. E rimane molto colpito, quelle immagini sono sorprendentemente professionali, sono molto interessanti, sono stupende. Ma chi è l’autore delle foto? Da allora la vita di Maloof è cambiata. Ha iniziato con il ritrovare le scatole che erano andate all’asta quando aveva comprato la prima scatola di rollini fotografici. Ha ritrovato tanti rullini fotografici, ha ritrovato abiti, scarpe, oggetti personali, lettere, appunti. Ed anche l'immagine della fotografa, che compariva molte volte in autoritratti con la immancabile Rolleflex. Ritrova anche molti nastri incisi con la voce della donna. E la sua vita diventa la ricostruzione della vita di questa persona che si chiamava Vivian Maier.

Riesce a ricostruire brandelli della sua storia. Recupera circa 150.000 rullini, comincia a stamparli, a scannerizzarli. Crearà poi una fondazione vistitando il cui sito è possibile vedere una selezione delle immagini che ha via via recuperato. La Maier era nata a New York nel 1926 ed è morta nel 2009. Nella totale oscurità come aveva voluto sempre vivere. Durante la sua vita nessuno aveva mai visto le sue fotografie con delle piccole eccezioni. Maloof via via scopre che aveva fatto la bambinaia a New York, a Chicago, in altre città. Ritrova ancuni dei bambini, oramai adulti, che aveva curato. Decide di intervistarli, decide di realizzare un film che intitolerà Finding Vivian Maier. Un film realizzato nel 2013. È una investigazione complicata, una ricerca puntigliosa perché lei, la Maier aveva probabilmete passato la vita a non lasciare tracce di sé. Aveva scelto di fare un lavoro anonimo, poco pagato, pur di essere lasciata in pace a realizzare in solitudine la sua passione: fotografare.

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Tutti coloro che sono intervistati nel film se la ricordano sempre con al collo la sua macchina fotografica. A nessuno è mai venuto in mente di chiedere di vedere che cosa fotografava. Alcuni dei bambini di allora si ricordavano che la bambinia con la Rolleflex li portava nei quartieri poveri, malfamati, pericolosi. Fotografava i bidoni della spazzataura, i poveri, gli emarginati. Ma non solo. Sembra di riscoprire un mondo degli anni Cinquanta, Sessanta. Continuerà a fotografare sino agli anni Novanta. Viveva isolata in tutte le case in cui ha fatto la bambinaia, nessuno poteva entrare nella sua stanza. Quando se ne andava, mandata via, si scopriva che la stanza era piena di giornali mai aperti, sino al soffitto, con uno stretto percorso per arrivare al letto. Alcuni si ricordano che aveva un qualche accento francese. Mallof scopre tra le foto che ve ne sono alcune di un piccolo villaggio in Francia. Individua il villaggio e va ad intervistare dei parenti della madre di Vivian, che era originaria di quel villaggio. E in quel villaggio Vivian tornava all’insaputa di tutti. E sembra che solo lì si facesse stampare alcune foto del paese che venivano utilizzate come cartoline storiche del villaggio.

Il film scopre anche il lato oscuro di questa donna misteriosa, molto alta. Alcuni baìmbini si ricordano che alle volte era cattiva, sadica quasi. Ma quasi tutti se la ricordano con affetto. È morta in un ospizio, era caduta sul ghiaccio. A nessuno in vita aveva mai fatto vedere le sue foto, tranne le poche del villaggio in Francia. Ha anche lasciato centinaia di nastri da registratore incisi. Per esempio quando venne cacciato Nixon andò in giro per i supermercati per chiedere alle persone che cosa ne pensavano di Nixon. Una persona attenta, vigile, curiosa, ma solitaria in modo maniacale. Avrebbe potuto fare la fotografa, avrebbe potuto avere un’altra vita, farsi conoscere, avere una vita familiare, chissà. Ha preferito rimanere nascosta, senza che nessuno sapesse della sua vera vita. Bello e intenso il film con tante foto dellla Maier, bello il libro Vivian Maier: Street Photographer di John Maloof, powerHouse Books (2011). Ad ottobre arriverà una mostra delle foto in Italia. Una storia, una vita, una artista che fortunatamente è uscita dall’ombra.

Finding Vivian Maier
regia di John Maloof e Charlie Siskel
durata 84 m., USA (2013)