Posti vuoti

Giorgio Mascitelli

I giornali hanno riportato, spesso con una punta di soddisfazione, la notizia dell’insuccesso della manifestazione contro un inceneritore organizzata a Parma a fine settembre dal movimento di Beppe Grillo. La mia impressione, tuttavia, è che questa battuta d’arresto sia molto meno importante per un movimento come il Cinque Stelle, i cui caratteri i principali sono la virtualità e la depoliticizzazione, di quanto lo sarebbe per una forza politica tradizionale. Per un movimento depoliticizzato non conta tanto l’impegno personale o la militanza, ma il numero di persone che scrivono “mi piace” su facebook; per un movimento virtualizzato non conta la capacità di costruire un’iniziativa di massa, ma dare l’impressione di poterlo fare in qualsiasi momento.

Sarebbe sbagliato attribuire questi caratteri al populismo di quel movimento oppure alla sua natura prevalentemente mediatica e internettiana, perché in realtà essi sono tratti fondamentali della nostra società che si manifestano con maggiore immediatezza in certe situazioni. La virtualità, per esempio, come pratica sociale, non come categoria logica, non è un carattere dell’informatica, ma è tipica del mondo della finanza: è virtuale il carattere degli strumenti finanziari (opzioni, swap, future, pronti contro termine ecc.) che governano il mondo e dunque si virtualizza la società (e con lei la rete). Ed è ormai quasi una banalità trita ricordare che lo svuotamento del senso politico della cittadinanza e degli spazi di democrazia è direttamente connesso in primo luogo con le pratiche spettacolari del capitalismo e in secondo luogo con l’abbandono di ogni controllo statale sui flussi monetari concesso alla finanza internazionale dopo la caduta del comunismo sovietico.

È possibile avere una controprova della veridicità di questa tesi, se si analizza l’unico avvenimento in questi anni in Italia in controtendenza rispetto alle derive virtualizzanti e depoliticistiche della società ossia la duplice campagna elettorale per il sindaco di Milano e i referendum sull’acqua. In quel caso perfino la novità tecnica di maggior rilievo, ossia la capacità per la prima volta della rete di ridimensionare e infine sconfiggere il tradizionale potere televisivo, era subordinata al fatto che vi era stata una partecipazione di massa, cioè politica, alla campagna elettorale perché si avvertiva a ragione che vi era una posta in palio reale. Era in questo contesto di ripoliticizzazione che si era dispiegato quell’elemento di ottimismo della volontà, che proprio per la sua imprevedibilità è l’unico in grado di scompaginare le cose e di occupare i posti altrimenti vuoti di una cittadinanza politicamente attiva. Laddove questo non esiste, sussistono solo tecnici del governo e tecnici dell’opposizione e un volgo disperso che nome non ha.

Del movimento di Beppe Grillo, come di altri prima di esso, si suole dire che ha successo perché è populista, a me pare che sia vero proprio il contrario: è populista perché ha successo ovvero in una società depoliticizzata c’è il rischio che l’unica casella dell’opposizione sia quella populista. E poi anche l’uso della categoria di populismo diventa sempre più difficoltoso: a furia di definire populista qualsiasi istanza estranea agli interessi di banchieri ed eurocrati, come sta pericolosamente facendo la stampa responsabile, c’è il rischio che si crei veramente una situazione di ribellione delle èlite, tanto per citare qualcuno come Christopher Lasch, che era dichiaratamente populista; una situazione, cioè, in cui le classi dirigenti anche le più decenti, vivano con distacco e come avvenimenti di un altro pianeta le dinamiche delle società in cui abitano. Provvisoriamente, perché siamo nell’era della globalizzazione e uno è libero di andare a vivere dove vuole, a parte quelli che sono costretti ad andare a vivere dove vogliono gli altri.

Chi ha paura del digitale? Rischi e opportunità da Facebook a Wikileaks

Paolo Ferri, Stefano Moriggi

E’ davvero importante - come sostengono, tra gli altri, Maria Rita Parsi, Tonino Cantelmi e Francesca Orlando (L’immaginario prigioniero, Mondadori 2009) - salvaguardare i più giovani dallo spettro del digitale? Ha un senso, quindi, tentare di recuperare “il significato e il valore di quella ritualità che rafforza e che consente di affondare solide radici nell’esperienza di tutti giorni” nell’epoca delle insurrezioni popolari e culturali innescate dai social network?

I casi di Tunisia, Egitto e Libia - anche su un piano politico - stanno dimostrando, una volta di più, la concreta realtà delle comunità che si creano e si sviluppano sulla rete. La nostra impressione è che i giovani non abbiano alcuna intenzione di recuperare una presunta “esperienza di tutti i giorni” - per altro, molto spesso  contraddistinta da monotonia, ripetitività, quando non addirittura da un sentimento diffuso di precarietà, professionale ed esistenziale insieme. Leggi tutto "Chi ha paura del digitale? Rischi e opportunità da Facebook a Wikileaks"

Apologhi e apolidi – parte III: Paesi novamente retrovati

Alessandro Raveggi

L’avventura ci divide, il destino ci unisce: non è la frase finale ad effetto di un filmone come Casablanca, anzi è esattamente l’opposto della scena finale, con i due amanti che si separano dopo una lunga avventura amorosa, ognuno seguendo il proprio piccolo destino. La frase vuole essere l’avvio di una piccola riflessione su due termini, avventura e destino, che ultimamente, nonostante siano stati declassati dal termine interazione, nell’era del cyberspazio, potrebbero ritornare in auge in un periodo di turbolenze, di guerre infinite e sfiancanti come quella d’Afganistan, di pseudo-avventure retoriche per la libertà d’Occidente, ma anche di fatalismi di ritorno, religiosi o meno che siano, bellicosi o semplicemente rassegnati, quel tipo di rassegnazione che vedi anche in parte degli europei, specialmente nei giovani, un cattivo fatalismo, si direbbe, così come lo era la cattiva infinità di Hegel. Leggi tutto "Apologhi e apolidi – parte III: Paesi novamente retrovati"