Poesia 2015 (Giovenale, Sebregondi, madri/figlie)

poetryUn paesaggio di tracce

Gianluca D’Andrea

La mezzatinta è per Giovenale un modo di dirozzare la scrittura, da una superficie scabra possono emergere figure. Un amalgama di segni la cui strategia è l’accumulo – neologismi o a-logismi? Un disegno che non aspira ad alcuna rappresentazione geometrica (siamo o non siamo fuori dalle logiche euclidee?) e che agonizza nelle sue linee? «L’inizio di un affresco è sempre linee». Tra neologismi, spezzature, a-semia connaturata alla nascita del sema, l’ammasso retorico di Giovenale affresca un metodo che si compone e decompone continuamente, in una costellazione che non accetta argini simmetrici. Post-strutturalismo e postmodernismo si mescolano nel rifiuto di umanismi e «soggettivismi» di sorta, perché è lo stesso soggetto apparato trasformazionale, immagine dell’incontro tra segno e corpo agente.

L’orientamento, in Giovenale, è la certezza della «perfezione» labirintica della relazione: «Andando per aperto, è per aperto / labirinto, costante, solo / apparentemente aperto che / oscilla». Non c’è in Maniera nera il conteggio dei fatti compiuto da chi immagina una soluzione e si desidera immerso in un quadro più vasto di compartecipazione. Il soggetto in Giovenale ha un unico dovere: non riapparire. Il ripiegamento o la caduta nel rifugio (Shelter è del 2010) si articolano in una tappa aggiuntiva che cancella il sé nella materia che lo avviluppa, in una metamorfosi che coinvolge l’epoca: «scuoiarsi (da sé del tempo)». Ogni reperto è già archiviato nel «labirinto», in geroglifici, in marchi virtuali, in un corso fluido e non sempre afferrabile, senza suoni accordati ma scordati dopo essere stati tracciati.

I testi di Maniera nera confermano la funzione di traccia che la scrittura possiede per Giovenale: una memoria che non si articola in racconto ma persiste nel gesto, in quell’automatismo che fa dell’essere umano un sopravvissuto al disastro dell’esistere, non certo un esistente che, enfaticamente, rimedia al disastro.

Questa Maniera nera non vuole lanciarci il «suo» richiamo, non vuole farci rischiare la sua eventualità né la necessità di accoglierlo. Non si aggregano note, non si esige una presenza, non si aspira o rimpiange un’armonia, ma il libro riesce a sbigottirci proprio per l’assenza di ogni volontà di convincimento; nel tentativo, almeno, che il lettore sia libero di ri-elaborare il messaggio.

Maniera nera invece dice il rigore della fine di ogni traiettoria orto-indirizzata. Il rischio autoriflessivo, il mascheramento in terza persona del soggetto, è quello del tempo, della nostra contemporaneità proteiforme: «(coazione) a quanto era, come era / il tempo (per noi)», una prima persona incistata nella parentesi della scomparsa, plurale perché è la collettività del riconoscimento in comune a polverizzarsi nell’osservazione costante ma distanziante dell’homo tecnologicus.

La sfida spazio-temporale lanciata da Maniera nera si sviluppa tra chiusure e aperture (Murate apre il volume, Baia lo richiude temporaneamente) nel suo procedere metamorfico. Si mantiene un’architettura, apparentemente «classica», ma solo per fingere una determinazione e indicare il rischio «autoriale». Da questo lavorio sgorga un ibrido autore/strumento: «Materia nera, del nero cresciuto guancia-parola nera / […] ogni volta fa / carne che ha maniera».

In questo modo di agire si chiariscono gli sforzi di commistione tra diversi linguaggi che l’opera intende perseguire. Lo sforzo visivo – pittura, foto, ecc. – mai figurativo, che Giovenale compie, risponde al non-senso tragico di matrice novecentesca: «Dissenso dieci / decimi (sezioni, sono, / dissezioni). // Non tiene per nessuno / in particolare, particola, è // tenuto, tenuta, piega / piegata: fiuta il fiume // (sa la casa)». La piega di deleuziana memoria – «piega/piegata», poliptoto, quindi ripetizione così come l’allitterazione successiva «fiuta il fiume» – fa scattare il collegamento al barocco – la tecnica d’incisione detta appunto «maniera nera» nasce nel Seicento – e al pensiero dell’infinito rivolgimento. L’impegno di Giovenale ha radici in quel retroterra, la tragedia si fa dramma ironico, ma il ribaltamento è solo presunto: «ma come stanno/ dolore e ironia?/ (pagina identica? // a danno di chi?». Si dà conferma di un dato – neanche l’ironia ha più la forza di destabilizzarne l’effettività – quello della scomparsa dei criteri di riconoscimento nella referenza («problemi di / con la referenza e i pittori di battaglie»).

Fuori, allora, dalla dicotomia tragica, resta il «salto» nell’ambivalenza continua del segno (il manierismo). Eppure, prima del salto nel vuoto del nuovo, resta da affrontare l’ultima e, chissà, forse invalicabile finzione: sotto i testi fratti, decomposti, sopravvive un bagaglio semantico, sempre in bilico tra la cancellazione e la conservazione; solo un soggetto senziente può compiere la scelta: col rischio di scardinare l’incubo o la possibilità di un’altra dialettica.

Marco Giovenale

Maniera nera

Aragno «i domani», 2015, 82 pp., € 8

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Sdrucciole, viscide, salterine

Marco Giorgerini

Maria Sebregondi – scrittrice, traduttrice e saggista, nonché ideatrice della «Moleskine» – ci consegna un libro che è una sorta di colorata matrioska bifronte riempita di parole. Da un lato vi è uno spiccato interesse per il linguaggio, per le parole colte nella loro materialità e considerate alla stregua di giocose creature dotate di una propria autonomia, dall’altro la linguistica cede spazio a guizzi inventivi e fantastici e si trasforma in godibilissima e minimale letteratura. Alla base vi è un assunto semplice: tutto avviene nel linguaggio. Tutto nasce all’interno delle parole, si alimenta con le parole e si esaurisce nelle parole.

Etimologiario è un dizionario di centouno pseudo-etimologie disposte «in ordine bustrofedico»: dalla a alla zeta e dalla zeta alla a. Stabilito dunque il punto di partenza, il lemma di riferimento, l’autrice risale tramite sentieri fittizi e desultori, volentieri allusivi a riferimenti letterari e filosofici. Origine immaginaria, certo, eppure in grado di condurre in maniera verosimile al significato effettivo del termine. Se almeno nelle intenzioni i dizionari etimologici si muovono meccanicamente, per così dire, entro assi cartesiani tracciati con rigore e puntiglio scientifico, l’Etimologiario ha l’andatura morbida di una barca alla deriva spinta da immaginose associazioni di idee e calembour linguistici.

L’autrice fa parte del gruppo OpLePo, emanazione diretta del francese OuLiPo (Ouvroir de Littérature Potentielle, fondato nel 1960 a Parigi da Raymond Quenau e François Le Lionnais), ed è del tutto evidente. Com’è noto, gli oulipiani mettono l’accento sulla componente ludica del fare letteratura e su vincoli e restrizioni che essi stessi si autoimpongono allo scopo di guadagnare in creatività. «Occorre crearsi delle costrizioni per poter inventare liberamente», ha scritto Umberto Eco, traduttore degli Esercizi di stile queneauiani e da sempre vicino all’attività dell’Opificio. Naturalmente, anche le costrizioni più rigide, improntate a severi modelli matematici, possono essere intaccate da un momentaneo alito di libertà compositiva. È l’imprevisto che George Perec ha definito, con terminologia lucreziana, «clinamen».

Scorre in queste pagine una simile concezione di scrittura. Non vi sono specifiche costrizioni, oltre alla necessità di fornire un’etimologia inedita che tenga conto del significato delle relative parole, ma ci troviamo nel medesimo coloratissimo campo da gioco. Già selezionare centouno parole e non cento è forse una concessione all’imprevedibilità di quel clinamen che viola le regole e irride la perfezione geometrica. Sarebbe tuttavia sbagliato pensare che l’esibito e acuto divertissement non sappia penetrare oltre la superficie spensierata dei giochi linguistici. Sparsi qua e là incontriamo suggerimenti visionari per riflessioni tutt’altro che distensive che rendono la lettura, anzi, non propriamente «leggera» (lo ha notato giustamente Paolo Nori). Scriveva Luigi Malerba nel Serpente: «Stai attento perché molte parole sono sdrucciole, viscide come anguille, salterine come cavallette, sono di una astuzia diabolica e non cadono in trappola tanto facilmente. Alcune parole sono invisibili»». L’etimo di «solitudine», per esempio, rimanda a un tempo, il nostro, in cui il rumore di fondo della civiltà industriale sembra dominare incontrastato: «Solitudine: s. f. (der. da “sol”, quinta nota della scala fondamentale di “do”) – il suono costante a bassa frequenza, per l’appunto un sol (secondo altri un sol diesis calante), prodotto dalle centrali elettriche, un manto sonoro che avvolge la terra da circa un secolo. Raro sottrarsi; si è soliti coprirla con rumori più forti».

E ancora: il denaro non è forse la divinità a cui ogni valore viene sacrificato? La parola «quattrino», allora, non potrebbe derivare dagli aggettivi «quattro» e «trino» e indicare «la divinità suprema presso alcune tribù variamente sparse per il pianeta»? L’orologio, infine, possiamo pensarlo come lo «strumento che informa delle ritmiche fluttuazioni dell’oro» e che ci viene consegnato proprio per apprendere che il tempo è denaro.

Etimologiario è un piccolo libro elegante e lieve come l’immagine – quasi calderiana – che campeggia in copertina. Disseziona parole perché altre ne sgorghino e illuminino di nuova luce quelle da cui sono nate, in un gioco ricorsivo potenzialmente infinito.

Maria Sebregondi

Etimologiario

«Compagnia Extra» Quodlibet, 2015, 114 pp., € 12

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Madri e figlie

Viola Papetti

“La Donna non esiste, esistono solo le donne” ha affermato Lacan. E questa generosa antologia di poesia femminile sembra dargli ragione, La tesa fune rossa dell'amore. Madri e figlie nella poesia femminile contemporanea di lingua inglese, a cura di Loredana Magazzeni, Fiorenza Mormile, Brenda Poster, Anna Maria Robustelli (La Vita Felice, 2015, pp.261 E.18,00), accompagnata dalle interessanti pagine di psicoanaliste e studiose del calibro di Silvia Vegetti Finzi e Anna Salvo. E ce n’era bisogno perché il paesaggio è cangiante e accidentato, e cercare una strada panoramica che lo attraversi e lo dispieghi alla vista naturale, luminoso, definitivo, può essere solo un miraggio. Sono sessanta poesie scritte negli ultimi decenni da quaranta autrici di varia età e provenienza (americane, europee, postcoloniali), molte mai tradotte in italiano. Le quattro traduttrici sono anche poetesse, e hanno il merito di avere già pubblicato Corporea. Il corpo nella poesia femminile di lingua inglese che ha fatto conoscere voci nuove, atteggiamenti diversi, felici dissonanze. Mancano nella Tesa fune rossa le schede bio-bibliografiche che in genere accompagnano gli autori di una antologia, forse in questo caso un’assenza voluta per diminuirne il peso intellettuale, “offrendo a chiunque, indipendentemente dalla preparazione letteraria, materiale di riflessione e d’identificazione”(Mormile). Implicitamente è anche occultata la cifra personale di queste madri e di queste figlie agite da emozioni nostalgiche o violente, che inevitabilmente si annidano in tutte, in modo diverso coltivate, confessate o ripudiate, cacciate nel fondo oscuro del risentimento. E’ una madre che si fa piccola, anonima, dolente quella che si interroga “Perché una madre ha bisogno della figlia?/Spina nel cuore – ostaggio della sorte - /fine della libertà. Ma niente è più perfetto/ di quel pianto lamentoso, affilato come un rasoio/che consegna una madre al suo bambino. Si spezza il cordone ombelicale, che teneva/ le loro sfere unite. Il figlio/ minuscolo e solo, crea la madre”(Stevenson). Le curatrici hanno tentato di ordinare per temi il magma poetico che dilaga in confessioni, corteggiamenti, rotture, pentimenti … ma il trauma del parto, violento e doloroso, anche se si allontana nel tempo, si trasforma in altre forme di passione o di odio, e non si lascia raccontare senza sofferenza, scorre nell’informe, si seppellisce nell’inconscio più profondo. Dalla madre si impone alla figlia lo stesso obbligo di generare la vita, sia che lei lo accetti o lo rifiuti drasticamente; l’una contenuta nell’altra come matrioske. “Vogliamo, gridavamo, / essere due, essere noi stesse./Nessuna delle due ha vinto o perso la lotta/nell’acquario appannato da emozioni/che ci hanno cambiate entrambe. Lotto ancora/per staccarti….”(Clarke). La voce di Persefone, benché dolente, non è meno decisa di quella della madre “Ma mia madre, l’amavo e la lasciai/ e di una bella figlia la privai,/ di dolore la schiantai./ Oh non affliggermi/ madre, lasciami/ stare, dimenticami. Ma ancora lei mi cerca disperatamente,/ mi chiama amaramente/ per nome, Persefone”(Smith). In un registro linguistico basso, ma non meno intenso, a cinquantaquattro anni la figlia fa un bilancio “Mi ricordo mia madre all’età che ho ora-/vecchia e straniera e totalmente impreparata/ alla rivoluzione del mio mondo./Mi ero già tanto allontanata da lei/ che stavo fuori tutta la notte/ senza preoccuparmi di telefonare. E lei/ stava seduta al tavolo di cucina /impotente”(Gut). Mito e storia si intersecano nel perenne discorso madri e figlie, ma si scontrano o non si trovano : la madre cerca la figlia nel luogo sbagliato, la figlia torna in tempo ormai passato. Nell’una e nell’altra affiora a volte il ricordo di quando erano l’Uno primordiale, condividevano luogo e tempo, si parlavano senza parole, in quella pienezza aurorale per sempre perduta (Klein). La figlia dovrebbe iniziare il cammino erratico verso la madre, una madre sentita come viva, sua contemporanea, con nostalgia e speranza (Salvo). “Tesoro, mi dispiace che continuo a dirti Sbrigati -/cammina tu davanti. Fai tu la mamma./E, Sbrigati, lei dice sopra la spalla, guardando/ indietro verso di me e ridendo. Sbrigati ora, amore, dice, /sbrigati, sbrigati, prendendomi le chiavi di casa dalle mani” (Howe).

La tesa fune rossa dell'amore. Madri e figlie nella poesia femminile contemporanea di lingua inglese

a cura di Loredana Magazzeni, Fiorenza Mormile, Brenda Poster, Anna Maria Robustelli

La Vita Felice, 2015, pp.261 € 18

Manganelli inviato speciale nell’aldilà

Uno speciale su Manganelli con testi di Cortellessa - Francucci - Manganelli - Dattilo - Pulce - Papetti - Borelli **

DAL NOSTRO INVIATO NELL'ALDILÀ
Andrea Cortellessa

Un quarto di secolo fa, il 28 maggio 1990, moriva Giorgio Manganelli. A sentire Viola Papetti se lo sentiva ormai da un pezzo, d’essere arrivato alla fine (e questo spiegherebbe forse il gesto di sigillarsi, l’anno prima, in un’Antologia privata che risulta ottimo baedeker, oggi che viene riproposto da Quodlibet, per il manganelliano in erba); mi piacerebbe capire quanto, fatta la tara al sarcasmo di prammatica, potesse immaginare per sé il futuro postumo (lui che di morte, e di postume gesta e simposî, tanto aveva fantasticato in vita) che gli è toccato.
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I LIBRI NON ESISTONO: MA ESISTE IL NOSTRO FARSI CARNE ANCHE DI LORO
Giorgio Manganelli con una nota di Federico Francucci

Leggere i cinque quaderni di appunti critici scritti da Manganelli tra 1948 e 1956 (ora custoditi presso il Centro manoscritti dell’Università di Pavia, fondato da Maria Corti) vuol dire prima di tutto assistere, seguendo i tracciati della penna, alla maturazione, o alla fabbricazione, di una personalità: e questi sedimenti di una soggettivazione che si riattivano sotto il nostro sguardo mostrano ampie zone di contatto sia con le poesie giovanili (pubblicate da Daniele Piccini nel 2006 per Crocetti), sia con la straboccante officina coeva del prosatore, molti anni prima dell’esordio ilarotragico (1964), una porzione della quale è stata resa nota da Salvatore Silvano Nigro (nell’importante collettore postumo di inediti Ti ucciderò, mia capitale, Adelphi 2011), ma che resta ancora ampiamente inesplorata.
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DISCORSO SULLA DIFFICOLTÀ DI PARLARE COI VIVI
Emanuele Dattilo

Un giorno di maggio di venticinque anni fa, Giorgio Manganelli morì. Ciò non turbò particolarmente i suoi lettori, abituati a un’incerta cognizione della sua esistenza, sospettosi da sempre della liceità di ogni biografia. È vissuto, Manganelli? Chi scrive si esercita a morire da giovane: consegna il suo ancora balbettante discorso all’inchiostro e alla carta, lascia che le parole gli precipitino avvizzite giù dalla lingua, perdendo così il timbro vivace della propria voce, per farsi gelide cifre alfabetiche, a volte arroganti missionarie di un significato. Ma ecco, si sta già presentando la più irresistibile delle tentazioni per chi scrive di Manganelli: quella di manganellizzare.
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COSE CHE NON ESISTONO
Andrea Cortellessa

Quando apparve la prima volta (presso Rizzoli, nel settembre dell’89) la borgesiana, testamentaria Antologia privata ora riproposta dalla «Compagnia Extra» Quodlibet, col suo proverbiale feticismo per le copertine – e ben assecondato dalla grafica di John Alcorn – Manganelli evitò le immagini pittoriche prescelte in precedenza, optando nella circostanza per un gusto essenziale-epigrafico, lapidario-perentorio, funereo-solenne.
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MANGIARE LA NOTTE
Graziella Pulce

Se il motivo della notte intride più o meno capillarmente larga parte della scrittura di Manganelli, quello del cuocere e del mangiare è motivo molto più discreto, o meglio metamorfico e spesso dissimulato, ma che una volta marcato si evidenzia con una fitta rete di presenze distribuite regolarmente lungo l’arco che va da Hilarotragoedia fino alla Palude definitiva.
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MANGANELLI L'AFRICANO
Viola Papetti

«Da un labirinto si esce solo per trapassare ad un altro labirinto» scrisse Manganelli a commento della Mitobiografia di Ernst Bernhard (Adelphi 2000). Questo inanellarsi delle esperienze, che a Manganelli spesso piacque, era stato in qualche modo suggerito dal mitico Bernhard. Dopo questo Ur-viaggio africano trapassò ad altri golosi viaggi, ormai esperto, meno commosso, ma sempre mitopoietico, alla Bernhard appunto.
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FANTASMI, VOCI E SIMULACRI DEL SENSO
Massimiliano Borelli

Chissà se finalmente, nel prossimo futuro, tornerà disponibile al lettore italiano di Giorgio Manganelli uno dei suoi libri più affascinanti e meno conosciuti, quel Rumori o voci che dalla prima edizione Rizzoli del 1987 non è mai più stato ristampato. Sarebbe un peccato se così non fosse, perché proprio da lì un neofita manganelliano potrebbe proficuamente iniziare a addentrarsi nel cosmo sulfureo e discenditivo apparso nel 1964 – data dell’esordio hilarotragico – nelle lettere italiane.
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Manganelli l’africano

Viola Papetti

«Da un labirinto si esce solo per trapassare ad un altro labirinto» scrisse Manganelli a commento della Mitobiografia di Ernst Bernhard (Adelphi 2000). Questo inanellarsi delle esperienze, che a Manganelli spesso piacque, era stato in qualche modo suggerito dal mitico Bernhard. Dopo questo Ur-viaggio africano trapassò ad altri golosi viaggi, ormai esperto, meno commosso, ma sempre mitopoietico, alla Bernhard appunto. Nel 1970 si era creata all’improvviso una catena di casi che alla fine lo inchiodò, riluttante, a quel mutamento drammatico, quasi un cambiamento di specie. Dalla simpatica ma anche umile condizione di scrittore sempre in poltrona, o sdraiato a letto dove passava pomeriggi con la matita in mano a leggere il libro preferito, trapassò di colpo a scrittore in cammino per il mondo. Occhio prensile che fissa mentalmente paesaggi e architetture – mai con la macchina fotografica – palato che gusta esotismi vari, naso che annusa incensi in chiese sparse ovunque. Se il motore primo era stato l’iperuranio Bernhard, la sua longa mano terrena fu Silvana Radogna, sua discepola e mia psicanalista alla fine degli anni Sessanta. Da lei ero arrivata su indicazione di Manganelli. Silvana – che in passato era stata amica di Bob Bazlen e Natalia Ginzburg – mi iniziò ai tarocchi e mi spedì da astrologhi e clairvoyant. In quegli anni era sposata con Carlo Castaldi, dirigente fantasioso e munifico di Bonifica, una società multinazionale per cui progettò di tracciare una strada lungo la costa dell’Africa Orientale, dal Cairo a Dar es Salam, la Transafricana1 (in breve TA1).

Castaldi pensò a un gruppetto di esperti – una fotografa, un ingegnere, forse altri, e uno scrittore, che in qualche modo fosse il cantore dell’impresa – da spedire in Africa per circa due mesi. Aveva in mente due candidati per colui che doveva essere la mente e l’anima di quel viaggio speciale, e uno dei due era Manganelli. Incaricò Silvana di interrogare i tarocchi, e puntualmente sortiva quel nome. Castaldi prese la sua avventata decisione e mi chiese di saggiare il terreno presso Manganelli. Era disponibile per un’avventura del genere? Sì, Manganelli era disponibile, ma sospettoso. Il procedimento di quella scelta lo aveva sommamente indispettito e quei vecchi tarocchi, che Silvana maneggiava con tanta affettuosa sicumera, erano diventati il bersaglio apparente di un sordo furore. I Castaldi ci invitarono nella loro bella casa di Spoleto, e Manganelli fu un gelido convitato per tutta la cena. Ogni spunto di conversazione cadeva inerte sul piatto. Ma quando il contratto arrivò, lo firmò. Recava la data del 9 febbraio 1970, ed era indirizzato all’abitazione di allora, Via Monte del Gallo, 26, un villino con più appartamenti, situato sulla curva della solitaria stradina che si arrampica su per il cosiddetto monte. Non c’era riscaldamento in quella palazzina, ma aveva un’aria gradevole, un pò campagnola, e vi abitavano anche Gabriele Ferzetti e Vanessa Redgrave con il loro bambino.

Mi lesse ad alta voce la sua nomina a «responsabile dello scenario – qualsiasi cosa quel termine volesse dire per Castaldi – della revisione in lingua inglese dello stesso e degli altri elaborati componenti la documentazione ufficiale». La durata era di tre mesi (compresa la scrittura), il compenso tre milioni rateizzati. In caso di morte, Lietta poteva ambire a un massimale di 40 milioni. Un particolare che lo divertì.

Cominciò la processione dei vaccini, l’acquisto avido di guide e mappe, e di una esigua grammatica swahili. Ma lo swahili destò la coscienza di una lacuna ben più grave: quella del sanscrito. Se ne doleva molto, e mi consigliò di cominciare a studiarlo, io che ero giovane. Dell’acquisto di quello che riteneva l’equipaggiamento opportuno per un europeo che calpestasse per la prima volta suolo africano, non mi fece parola. Ma conoscendo le sue idee in proposito, retaggio di una influenza austro-ungarica patita nella prima gioventù, non mi meravigliai quando lo seppi. La completezza e la congruenza lo portavano fatalmente a una concezione formale e qualche volta leggermente sovraccarica dell’abbigliamento, oppure (che è la stessa cosa) a una supervalutazione della situazione a cui andava incontro. Fu così che al primo albergo africano apparve agli occhi della piccola compagnia in completo kaki, berretto con visiera e ombrello. «Dall’infanzia, una oscura memoria di esploratori ci suggerisce un’Africa per uomini forti, recenti letture giornalistiche suggeriscono un’Africa immersa in un’allusione cannibalesca che ci consente una agevole superiorità etica e un brivido di rassicurata lontananza». Quella fantasia adolescenziale lo rese inerme o lo difese dalla eccezionalità dell’esperienza africana? Mentre scrive Manganelli si sdoppia: unico modo per sbrogliare la matassa delle emozioni. Si fa antropologo che stabilisce un confronto serrato tra sé e l’altro, l’europeo e il tanto e solido mondo alle sue spalle (l’Europa, continente-città) e quel tantissimo e incerto mondo che gli è dinanzi, non abitato dall’africano con pari certezza, ancora intriso com’è di materia edenica. «Città rare e lontanissime; spazi indifferenti, un pachiderma planetario abitato e percorso da insetti lievissimi e provvisori».

A pensarci bene, solo in Africa poteva incontrare l’ingegnere Gianni Filippi e stringere con lui un’amicizia decennale da buontemponi in vacanza, viveur di buonsenso, libertini con giudizio. Cravattino a farfalla, un bracciale a ogni polso, capelli bianchi ondulati, estrose sortite alla Yorick, l’ingegner Filippi – che divenne l’ingegner Mosca del ritrattino asiano pubblicato su Playboy – fu il suo giocoso maestro di vita. Ebbe il privilegio di fotografarlo mentre faceva pipì contro l’orizzonte africano, un fortunato scatto che non volle cedere a Maria Corti. Durante il viaggio, Manganelli si era guadagnato il posto migliore nel gippone con l’insolenza del più debole. Si narra che tirasse il cappelletto a una mosca, ma non la prese; una scarpa a una rana gigante, ma quella non smise di gracidare; trovava intollerabile dormire in due in una stanza; si svegliò in piena notte per assistere all’arrivo del leone nel guado, ma lo perse; però vide, con una certa trepidazione, i coccodrilli che scendevano in spiaggia mentre su una piccola barca andavano dal lago Alberto al lago Vittoria. Sul confine con la Tanzania incontrò Alessandro Serpieri, illustre collega anglista, lui in piedi sul gippone che osservava gli animali. A Mombasa chiese l’indirizzo dell’albergo a un poliziotto chiaramente sbronzo che lo prese per mano e non lo avrebbe mollato senza l’intervento di Gianni.

Ancora Gianni in «europeise» spaventò un nativo minaccioso mentre attraversavano un quartiere all black. Non stupisce che poi una volta a Roma, Gianni-Lucignolo si vide affidato il compito di Master of the Revels dall’inetto ma volenteroso amico, e improvvisò per lui gite nei paesini del viterbese, cene notturne con pochi intimi nella tenuta di Vignanello, e fu il confidente di amori e errori.

Dopo il primo viaggio in Asia, Manganelli scrisse che il viaggiatore «è sempre e sostanzialmente un ricercatore di segni, di parole implicite, di “modi di dire”, di in folio e di brochures». Ma in Africa esistono brochures, in-folio, esistono parole implicite, «modi di dire» e tutta la ricchezza tesaurizzata da un linguaggio in cui tutto è stato già detto, e permette citazioni, commenti a piè di pagina, ricche riletture? Quei segni che il viaggiatore può interrogare, sono solo segni fisiologici. «Steso su una gigantesca tavola anatomica, l’Africa presenta lo scheletro calcinato di un corpo arcaico. L’Africa appare morta, qualcosa che non è mai stato vivo». Dal New Arusha Hotel, il 30 marzo mi spedì una letterina decorata di fauna africana: «... con l’aiuto delle piogge tropicali, riesco a scriverti: È un viaggio splendido e massacrante. Così stiamo facendo tappa sotto una pioggia scrosciante Queste settimane non abbiamo avuto tregua, stasera saremo a Dar es Salam... l’Africa è una incredibile meraviglia, ma che pesantezza. Poi ne parleremo, scriverne è impossibile. O un libro o niente». Il libro allora non ci fu, ma nella relazione per Bonifica l’Africa si definisce attraverso una serie di violente epifanie visive. Costole, ossame geologico di un cadavere geologico: montagne di ciottoli lavorate da un’acqua furibonda ed effimera, valli livide, tra giallo e ocra, luoghi inaccessibili, protetti o esclusi da barriere invalicabili. «Natura edenica, che ancora odora di creazione» come nel selvaggio cratere di Ngorongoro, e si impone in sorprendenti cataloghi di simboli. Ma anche menzogna che ci invischia in secolari «fantasie di liberazione, essenzialità, solitudine».

Quello che doveva essere un trattatello operativo per la progettazione della grande strada costiera, divenne l’emozionata confessione di un sentimento profondo di colpa e un di un pari senso di meraviglia. L’Africa coloniale poi, disegnata dal compasso delle potenze europee, è miraggio e incubo «nati dal nostro passato e dal nostro angustiato presente», terra promessa di violenze e impossibili utopie. Il 5 aprile dal Ghion Imperial di Addis Abeba: «Carissima Sua Turpidutine, io quest’anno la pasqua l’ho passata ad Arusha, Tanzania, sotto tonnellate di pioggia tropicale, zanzare da fare arrosto e lucertole con la retromarcia. Sono ad Addis Abeba, che è una miscela di via Cristoforo Colombo e Borgata Gordiani. Mendicanti e Alitalia. Non sono di buonumore, ho visto cose deprimenti anche per Alberto Sordi». E ancora da Addis Abeba, l’11 aprile: «Il viaggio procede nella parte conclusiva, sebbene non faccia previsioni; al più, saranno due settimane da oggi, e poi rieccomi nella terra dell’abbacchio. Io sto bene, sono solo un po’ stanco, e anche travolto dalle impressioni a valanga. Te ne parlerò, ti farò venire la nausea dell’Africa».

Il volo per il Cairo era fissato per il giovedì 15 o il venerdì successivi. Malgrado la stanchezza su suggerimento di Gianni fecero una puntata ad Atene, e al tramonto visitarono il tempio di Poseidone a Capo Sunio. Anni dopo, recensì una mostra di arte africana, ricordando: «Ho visto la prima volta il Partenone arrivando dall’Africa nera. Ho immediatamente preso in uggia, ho rifiutato la supponenza geometrica della macchina architettonica, quel rettilineo sfregio nella rotondità dello spazio, quella finzione di esattezza: un progetto per l’Europa; in realtà, un gesto di violenza ragionevole nei confronti della stessa demonicità greca, un rifiuto di Eleusi, e di Colono, la cancellazione dei dactyloi di Cibele, del banchetto di Tieste, delle orge silvane di Dioniso e di Pan. La Grecia non era la processione delle Panatenaiche, disegnate da Fidia, in odor di peculato, era la caldaia di Medea. Tutto questo era chiaro perché venivo dall’Africa nera, l’Africa magmatica, informale, deforme, il grande corpo planetario che essuda forme, coaguli di immagini, carmina e amuleti: una terra in cui l’uomo, essere labile e spaventato, ininterrottamente tratta la propria sopravvivenza con l’indifferenza del mondo...» (Geometria dell’esorcismo, giugno 1987, rist. in Salons, Adelphi 2000).

Nei mesi caldi che seguirono, Manganelli e Castaldi ridiscussero a lungo i contenuti della relazione, e ne venne fuori una seconda relazione, in qualche modo un compromesso. La prima aveva mirato al cuore del progetto neocolonialista di Bonifica, e ne aveva criticato le ragioni antropologiche profonde. La costruzione della TA1 avrebbe reso quella parte di Africa più comodamente vendibile alle agenzie turistiche: nuovi alberghi, i nativi arruolati come personale alberghiero sotto una nuova forma di apartheid, centri ferroviari che avrebbero generato nuove città in incerto rapporto con il mondo tribale alle spalle. La città africana non si lega all’ambiente, lo stato africano non è nazione, le guerre per i confini restano una triste eredità coloniale. Cosa può portare la modernità a questa Africa segnata da angosciose contraddizioni? «Catturato nel suo spazio vasto e intransitabile, irretito in una splendida e angosciosa trama di animali, insetti, alberi, argilla e rupi, l’africano è prigioniero dei suoi luoghi senza confine». L’intimità di quelle terre è oggi parzialmente violata da una turismo che si aggruma in certi luoghi circoscritti. Ma quanto l’Africa, nella sua complessa e fratturata identità, può valersi dalla esposizione al contatto con il mondo occidentale? Quali benefici ne può trarre? «Forse il regalo più ambiguo, euforico e rischioso, sta appunto nella proposta della speranza. Solo la speranza per quanto incauta e temeraria può dare il colpo fatale al mondo della tribù, al tempo lento della vita, la preistoria patologica. Chi può misurare quanto sia fonda e irreparabile la ferita simbolica che a questa vita viene dal passaggio di un aereo, o dal contatto con il metallo di una macchina?».

In luglio un Manganelli in canottiera, accaldato e maldisposto, si apprestava a dare più speranza alla speranza. Si rimise alla macchina da scrivere e batté nervosamente una relazione lunga il doppio della prima, dove con pacatezza dava conto delle tante letture, distendeva il groviglio delle emozioni in sette capitoletti, doverosamente titolati dal dattilografo di Bonifica, e probabilmente da lui approvati: Europa: privilegi e disagio attuale e prospettico, Africa: malessere attuale e prospettico, Atteggiamento dell’Africa verso l’Europa, Atteggiamento dell’Europa verso l’Africa, Intervento tecnologico: obiettivi generali-forme generali, L’intervento tecnologico in Africa Orientale. Nella Conclusione si auspica che il progetto di Bonifica per la prima volta nell’Africa postcoloniale possa offrire «il modello di un intervento che non abbia l’Europa come unità di misura», anche se prevedibilmente la TA1 avrebbe generato non poche difficoltà. Manganelli dà prova di genialità sartoriale nel tentativo di ricucire la nascente poetica postcoloniale di rivendicazione e riconoscimento al pragmatico neocolonialismo ferroviere e alberghiero, portatore di moneta. «È il primo ideogramma destinato a integrarsi in un nuovo mondo linguistico, un mondo nuovo per l’Europa, liberata dalla sua solitudine coatta, e la prima indicazione di un linguaggio con cui l’Africa sarà in grado di sperimentare e progettare il proprio destino nei termini della civiltà moderna».

Castaldi non abboccò, e lo considerò, a torto, un banale trattatello storico-sciologico-economico che non avrebbe lanciato la sua avventura africana nei cieli della fattibilità. Non ci fu infatti una TA1, e tantomeno una TA2 o 3 o 4. Nella recensione all’arte africana, Manganelli concludeva: l’Africa «è un gigante anonimo, ma è anche un gigante terrorizzato, e che produce ciò che chiamiamo “arte” per placare la demonicità che lo insidia… Perché il mondo africano non ama né il principio di identità né il principio di contraddizione, consapevole della ambiguità rovinosa dell’umano, il plasmatore vede nell’ipotesi di figura umana – mai meno di un’ipotesi – un’allusione animale, un segno infero e un’insegna regale, un indizio di danza e un copricapo bellicoso e cerimoniale; il sasso, la bestia, il fiore confluiscono in una invenzione del mondo che non rinuncia mai alla propria terribilità». Tanto più terribile in quanto illeggibile, se non attraverso le forme demoniache dell’arte. Non tornò più in Africa, un continente senza scrittura.

Si propone qui, per gentile concessione dell’editore, la postfazione di Viola Papetti a Giorgio Manganelli, Africa, Milano, La Vita Felice, 2015 (80 pp., € 12)