Vincenzo Ostuni, verso una comune presenza

Luigi Severi

Nel passaggio finale di Personal Identity, seconda sezione del suo Faldone zero-trentasette. Poesie 1992-2010. Estratti, II, Vincenzo Ostuni scrive: «se siamo, siamo noi in attesa di altro che presuma di attendere noi / – se siamo: / se siamo». È qui la prima sintesi possibile del lavoro di Ostuni, a partire dalla sua innervazione filosofica. Come dall’attrito tra dubbio radicale e innesco di discorso, sintetizzati in unico metodo fertilmente autocontraddittorio (sino al rischio di una nuova Metafisica), nasce l’imperioso ma fessurato razionalismo moderno (e alcuni versi del lavoro di Grünbein su Cartesio sono non a caso ripresi in epigrafe nel libro): così l’intera poesia di Ostuni abita esattamente la distanza tra dubbio perpetuo, persino a filo di annihilatio pirroniana («se siamo»), alla tensione verso altro, in vigile attesa della nostra eredità di azione e di parola.

Il libro appena uscito da Oèdipus è incarnazione fisica di questo cortocircuito, tra totalità caotica e tentativo di ordine, secondo regole e modalità già note ai lettori di Ostuni, ma di da lui di volta in volta ribadite con ostinazione quasi scientifica. A partire dal titolo, con cui lo scrittore ci avverte (Faldone zero-trentasette. Estratti, II) che siamo di fronte a prelievi da un’opera totale: il Faldone, che da sempre assorbe le energie intellettuali di Ostuni, e che da lui viene costantemente, su un sito apposito, variato, per accrescimento o spostamento delle sezioni di cui si compone. Di questo lavoro, in progress e magmatico, in virtù della sua onnivora ambizione di mappatura, le stazioni a stampa rappresentano talora, grazie alla loro forma di estratto, selezioni stabili, non valide solo come sottopercorsi entro una macrostruttura, ma come percorsi di senso in sé conchiusi.

Così è per questi Estratti II. La cui organizzazione sintetizza il nucleo primo (di urgenza fisica prima che concettuale) del Faldone tutto: la distanza tra percezione di «ellissi desolata», «eclissi spensierata del mondo», e il tentativo dello scrittore funambolo di trovare una traccia di senso comunicabile («L’ultimo acrobata cammina sul proprio braccio»).

Nella sezione Cosa si può usare il metodo è preliminarmente messo a nudo. «“Raccogliamo le immondizie d’Occidente”, ti dico; “le mettiamo nei sacchi alla rinfusa […] / ci mettiamo dio e la morte, ragione e immaginazione, itinerarium mentis, storia, scienza, eros”»: ma questa storia di una specie, che è storia dei suoi tormenti concettuali, è riunita in un «unico faldone» insieme alle sue storie minime e inspiegabili, come «il barbone scalzo e scappellato – quello di piazza dell’Unità, qui a Roma, che è scomparso». Tanta latitudine di sguardo richiede, assai più di un incauto slancio oggettivo, una continua verifica degli attori essenziali dell’indagine, ovvero io, tu, un codice comune: «e che daccapo / non ci si trovi, tu e io, / una lingua adatta».

Sono gli stessi attori della lirica filosofica maggiore, da Shelley a Zanzotto: la lirica che, nell’atto di mettere in crisi il proprio istituto linguistico, veicola il mondo. Poiché è chiaro: «qui tu è una variabile» perenne; non meno dell’io, zattera nata rotta, eppure irrinunciabile «impuntura / di un indefinito molteplice, idonea agli scopi ordinari […] ma non ai formidabili». Al centro di Personal Identity, le figure della friabilità e insieme necessità dell’io richiamano i padri stessi della lirica europea, dall’impotenza psicologica cavalcantiana («com’è che – automi vivi – ci si torce ruotando in una danza?», memore di «I’ vo come colui ch’è fuor di vita», ecc.), allo scatto in avanti di Dante: «Se qualche mia versione a volte cade, l’intera rete di tutti gli altri sèmi / la sua salvezza va significando» (dove è chiara eco di «ch’e’ ditta dentro vo significando»). Qui è, in filigrana, dichiarata la ragione di una poesia che (come tutte le grandi poesie) esce da ogni ristagno categoriale: la «rete» dei significati intorno a un io, pure sempre smottante, lascia comunque tracce di qualcosa, realia da registrare per obbligo etico di salvare almeno un residuo di senso.

La lirica esplode insomma, su frequente segnavia dantesco (che è segnavia moderno, da Pound a Sanguineti), in discorso sul mondo. Per questo, in Tiritì, tiritì, la scrittura è «coltura viva di mondi», «è i colori […] / è il noi fuori di noi – / è i nostri odori». Di più: «ogni parola rivela la perfezione dell’ipostasi, / la certezza del mito»; dentro lo stesso grafema infinitamente ingrandito si rivelano «le incolumi frange-danze dei grandi ammassi». La scrittura investiga i nessi tra soggetto e cose, sempre in pericolo di crollo (la stessa memoria può condurre «verso un baratro, o una soglia»), ma ormai obbligata a farsi carico delle distanze o dei legami, persino tra organico e inorganico (tra insetti e macchine, ad esempio), affilando la coscienza di «cose e frazioni di cose separate da invalicabili nonnulla».

Sono quegli stessi nonnulla che (in Oggetti bizzarri) separano, ma intanto collegano, la voce dello scrivente al figlio («Altro mio me, doppio che te ne vai»), tu giocoforza giudicante, poiché in diritto alla verifica di un lascito. Proprio come il voi, la comunità dei venturi che richiama alla responsabilità attuale di ogni scelta storica: «voi che venite dopo ma ci siete da prima».

È questa la nervatura etico-poetica del libro. La tenace illusione che poesia sia «l’ultima forma sistematica e generale del pensiero occidentale; in questo, residuo di tutte le epoche – ma germoglio / di qualchedun’altra», poggia sulla tenacia materiale di un lavoro: l’ascolto faticoso del tempo («noi che riceviamo l’orrore del tempo»), che è tempo fisico, ovvero metamorfosi, ma anche tempo storico («generazioni di valori e plusvalori, violenze passanti o passate, epidemie, cibarie avariate, avanzate»). Da cui deriva, in forma di istruzioni per uomini futuri, l’insegnamento a guardare e vigilare diffidando della ragione, che è atto di dominio quando rigorosa («Lasciare una cosa, una qualsiasi, proprio così com’è»), e vitale invece quando sottratta all’orgoglio univoco della comprensione, quando disciolta in suggerimento mitico d’origine: «di pochissimi numeri-girini, da evocare in efficace litania / a ogni nascita di mondi». Qui è il magistero di Leopardi, nume filosofico di Ostuni («la grandezza e la bellezza delle cose torneranno a parere una sostanza», ecc.). Un magistero attivo anche nell’obbligo di comunicazione, dopo l’attraversamento a occhi aperti dell’«inutile marasma», della «certificazione illeggibile ma densa / della nostra comune presenza», in cui il non umano si congiunge all’umano («se non siamo polvere noi, ma frantumi di interi esplosi, / mille volte riaggregati»), e tanto più dunque l’umano all’umano, nel vulnerabile ma solidale ciclo della sua esistenza («siete voi morti a prendervi cura dei vivi»).

In questo senso, possibile ma ancora non praticabile, la poesia è dunque gesto sempre incipiente di comunità, un giorno forse non più soltanto scritto, ma finalmente realizzato in vivo: «chiamo “poesia” quello che per adesso / possiamo solo scrivere».

Vincenzo Ostuni

Faldone zero-trentasette. Poesie 1992-2010. Estratti II

Oèdipus, 2018, 136 pp., € 12,50

È possibile acquistare questo libro in tutte le librerie e su Ibs.it.

Interférences #7 / Riscrizioni di mondo, un dispositivo poetico a 11 autori + 2

Andrea Inglese

wave1Il congegno di scritture che è stato qui approntato ha come scopo di mettere in questione le frontiere di ciò che chiamiamo poesia, non tanto con la pretesa di cancellarle semplicemente, ma per renderle semmai maggiormente mobili e porose, per spostarle altrove. È un piccolo esercizio pratico per pensare diversamente la poesia. Non è un caso che abbia deciso di presentarlo in questa rubrica, e non solo perché coinvolge autori francesi e francofoni, ma anche perché in ambito francese la riflessione sulle frontiere e lo statuto della pratica poetica sono state e continuano ad essere particolarmente importanti.

Il titolo Riscrizione di mondo sta a significare che il mondo non è solo oggetto delle scritture, delle scritture che lo registrano, rappresentano, descrivono, ma anche soggetto alle scritture, sottoposto alla loro autorità, modificato dai loro effetti di senso, il mondo è squadernato attraverso le scritture che lo rilevano e solcano. Questo fenomeno è quanto le scritture “scientifiche”, nel loro sorgere storico, mostrano, prima di essere organizzate in forma compiutamente disciplinare dalle istituzioni scientifiche. Esse creano un ambito di oggetti, eventi, scenari che prima del loro esercizio non erano visibili e dicibili, in quel modo. È quanto anche la pratica poetica può fare, situandosi instancabilmente nel punto di sorgenza in cui vocabolari e oggetti si fronteggiano prima di ogni adeguazione condivisa, disciplinare.

Il punto d’innesco sono tre brani in prosa di altrettanti scrittori “scienziati” attivi tra Ottocento e primo Novecento: John James Audubon, ornitologo statunitense di origine francese, Elisée Reclus geografo e Jean-Henri Fabre entomologo, entrambi francesi. Nessuno dei tre fu uno scienziato “professionista” come lo intendiamo oggi, ossia uno scienziato a tempo pieno. Audubon, oltre ad essere un ornitologo, fu un appassionato cacciatore, un esploratore e anche un artista, illustratore e pittore (suo il celebre The Birds of America, contenente 435 illustrazioni di uccelli americani da lui realizzate). Il brano scelto proviene dai Missouri River Journals del 1843. Reclus fu un attivista e teorico anarchico, partecipò alla Comune di Parigi e, dopo aver subito il carcere, fu esiliato dalla Francia. È l’autore della Nuova geografia Universale. Il suo brano proviene da Le Alpi del 1869. Fabre, che è considerato il padre dell'entomologia, realizzò gran parte della sua formazione come autodidatta, e il suo mestiere principale fu l’insegnamento della fisica nella scuola secondaria. Il brano è tratto da Ricordi di un entomologo, il volume del 1900.

Questi tre brani sono stati proposti a quattro poeti francofoni (il primo belga e gli altri tre francesi): Vincent Tholomé, Frédéric Forte, Liliane Giraudon e Suzanne Doppelt. Ognuno di loro ne ha scelto uno, per realizzare una libera riscrittura. A loro volta queste riscritture sono state proposte ad altrettanti autori italiani (Alessandra Cava, Renata Morresi, Andrea Raos, Vincenzo Ostuni), per un ulteriore riscrittura. In questo susseguirsi di trasformazioni, la scrittura scientifica è stata abolita, il suo sforzo di rendersi trasparente di fronte all’oggetto, è stato perturbato dal ritorno dell’opacità linguistica. Quelle descrizioni di mondo sono divenute supporto di proiezioni, sono state sfigurate e riconfigurate, disorganizzate e reinventate. Ma quest’operazione che sfigura e riconfigura ha preso vie differenti, ha assunto strategie testuali plurali, che corrispondono alle diverse maniere degli autori. Alcune vanno verso la destrutturazione grammaticale, altre verso la letteralità, altre verso un uso allegorico del vocabolario naturalistico. Ma questo movimento non testimonia solamente di un regredire dell’oggetto alla sua pura e tautologica enunciazione linguistica, come vorrebbe una certa poetica francese della litéralité. La lingua perde la sua trasparenza, ritorna ad essere opaca e quindi reale, fatto tra i fatti, ma non per questo cessa di rinviare al mondo, di costruire una tensione nei confronti di esso, di fronteggiarlo.

Per questo motivo il curatore del dispositivo testuale, ossia il sottoscritto, e Gianluca Codeghini, artista e musicista, abbiamo deciso di “installarlo” nel mondo, nello spazio fisico, dandogli realtà sonora e azione. I testi da cui siamo partiti vengono dal mondo, da un’osservazione del mondo, da una molteplicità di pratiche – in realtà – che accompagnano e preparano questa osservazione, e vogliamo che ritornino al mondo, sotto forma di oggetti sonori o di azioni performative. Questo percorso è iniziato durante le giornate di Ex.it materiali fuori contesto , edizione 2016, ad Albinea, e all’Ateliersì di Bologna , nel contesto di Bologna in Lettere 2016, con la collaborazione di Alessandra Cava.

Audubon → Tholomé → Cava

John James Audubon

A cui bisogna aggiungere otto bisonti nella corrente, un’antilope e un cervo. Quale ecatombe devono portare con sé queste piene improvvise! La ragione di un annegamento di tale entità non stupirebbe probabilmente colui che conoscesse le loro abitudini, ma sarà bene ricordarle per colui che le ignora.

A qualche centinaio di miglia più indietro, il fiume s’incastra tra alte falesie, delle quali molte si ergono quasi a picco e sono dunque molto difficili da scalare. Quando i bisonti saltano nell’acqua oppure cadono dall’una o dall’altra riva, attraversano facilmente il fiume a nuoto, ma quando essi raggiungono le pendici di queste vere e proprie muraglie, le infelici bestie si sfiniscono in vani tentativi di arrampicarvisi finché non rendono l’anima e vengono trascinate dalle correnti fangose. Se ne sono pure visti i cadaveri à Saint Louis, gonfi e putrefatti.

La cosa più straordinaria in questa storia di bisonti annegati è che gli Indiani sono costantemente in agguato sulle rive e che, qualunque sia lo stato di decomposizione della carne (a condizione che la gobba contenga del grasso), essi nuotano fino ai cadaveri, li issano sulla sponda e li tagliano in pezzi. Dopodiché fanno cuocere e mangiano questa carne abominevole e così fino al midollo delle ossa.

A volte, il grado di putrefazione era talmente avanzato che di pelame non ce n’era più!

Traduzione di Alessandra Cava

Vincent Tholomé

Ieri, eravamo nello studio di Mi, Im e io, era mattina, finestre spalancate, c’era vento, che sollevava dal cranio di Mi una ciocca di capelli stopposi, Mi seduto bello rigido al tavolo ingombro di scartoffie debitamente stampigliate, intestate, accuratamente disposte in piccoli mucchi, o che fanno finta di esserlo, non un foglio sciolto che oltrepassi i ranghi o svolazzi per il tavolo, dal momento che Mi prende cura, come sempre, di posare su ogni mucchio un portacenere in rame rosso a forma di stella proveniente dalle colonie e dalle loro miniere a cielo aperto, dove migliaia di braccia muovono e smuovono, manipolano martelli pneumatici 15 ore al giorno, nel frastuono infernale, trasportando secchi di fango da evacuare, da scaricare altrove, nella savana inondata o nel fiume che trascina 1000 cadaveri di bufali e capre, pance all’aria e gonfi, vorticanti su se stessi secondo la forte corrente, le rapide e i mulinelli, imbarcati dal monsone, si direbbe, fino alla foce, l’oceano, poi l’America, Mi, seduto bello dritto al tavolo e infagottato nella camicia beige scuro, rimbrottandoci, non so perché, rimproverandoci d’impedirgli, a lui, MI, di vivere altrove, una vita semplice e felice, vicino al fiume Missouri o Mississippi, oppure sulle rive del Volga, lontano dal nostro fiume Lualaba e delle sue acque trascinanti 8000 cadaveri all’ora di ovini e caprini, caduti dalle falesie, travolti dai fanghi, le inondazioni, i flussi delle terre molli, che sfiancano gli individui più robusti identicamente agli altri, rovinando la loro pelle e il loro pelame, trascinandoli sempre più lontano dalle rive, dai luoghi di vita e di nascita, Mi, a voce bassa, che ci ricorda delle cose, ma cosa?, in un grande monologo inaudibile, finestre spalancate, lasciando entrare la città e i suoi rumori, un piccolo vento fresco e malizioso, che solleva una ad una, a vicenda, le ciocche leggere che ornano il cranio di Mi, piccole scintille avide di volo, ho pensato beffardo prima di uscire, di lasciare Im senza stringergli la mano, di ritornare al mondo salutare, al fiume, ai suoi pescatori che issano sulle rive le loro barche, conchiglie di noce con vele rettangolari, piccoli pezzi di tessuto non molto più grande di una tovaglia o di un set da tavola, che tagliano in pezzi, proprio loro, i pesci, facendoli cuocere, mangiando la loro carne abominevole questo fino alle lische, felici di essere tornati, di averla, una volta di più, scampata, ma per quanto tempo ancora? rispetto ai cargo, rischiando ogni notte l’incidente, l’urto definitivo contro gli scafi ciechi delle petroliere che portano altrove, nelle lontananze, il loro carico di bidoni d’olio impilati, di benzina o di gasolio, che solcano il fiume senza attenzione, perdendosi a volete nei meandri o incagliandosi, shazam!, in un banco di sabbia, nel bel mezzo dei coccodrilli, delle grandi belve, e degli ippopotami , ho pensato.

Traduzione di Andrea Inglese

Alessandra Cava

ieri eravamo io e, eravamo io, ed eravamo io, appena visibili a causa del turbinio delle carte debitamente stampigliate, quale ecatombe, le finestre straordinariamente aperte al mattino, le ciocche pallide dirette verso il soffitto, poi di nuovo sulla testa, nel venticello sfacciato, cercando senza successo di costruire delle torri, impilando i fogli, catturandoli col peso dei posacenere, ai quali bisognerebbe aggiungere, ho pensato, una quantità di bisonti, antilopi e cervi sul filo dell’acqua, non facendo fatica, questi, a passare attraverso i fiumi o i mari, bufali o capre che siano, il ventre in superficie e gonfiato, mulinanti su se stessi a piacere della corrente forte, delle rapide e dei vortici, portati via dai venti al di là dei confini, nel silenzio infernale, fino alla foce, e io, io e io, seduto ben dritto al mio tavolo, accusando loro, di impedire, a noi, di vivere altrove una vita semplice e felice, lontano da questi fiumi sui quali sfilano carcasse di ovini e caprini, caduti dalle falesie, trascinati dai fanghi, dal flusso delle terre molli, tentando invano di arrampicarsi - li abbiamo anche visti, seduti ben dritti al nostro tavolo, o facendo finta di esserlo, noi, lo schermo grande aperto in un monologo assordante, lasciando la città e i suoi rumori, loro, quelli più forti come tutti gli altri, disperdersi sempre più lontano dalle loro vie, la ragione del loro annegamento in così grande numero non potendo stupire quelli che conoscono le nostre abitudini, ricordando qualcosa, ma cosa?, avendone visto i cadaveri, prima di chiudere le finestre, fino alle spine, fino al midollo, le piene improvvise che sfiniscono la loro pelle e li spingono sempre più vicini al luogo della loro nascita.

Reclus → Forte → Morresi

Élisée Reclus

Le valanghe invernali nubiformi o valanghe di neve asciutta sono le più temute dagli abitanti delle Alpi, non soltanto per le devastazioni dirette che provocano, ma anche a causa delle trombe d’aria che a volte le accompagnano.

Quando dei nuovi strati di fiocchi non aderiscono ancora del tutto alle vecchie nevi che ricoprono, o quando la massa, troppo imponente, manca di punti d’appoggio, i venti tempestosi che passano sugli alti valloni possono tutto d’un tratto far precipitare l’intera massa; sarebbe a volte sufficiente il passaggio di un camoscio, la caduta di un ramo o una semplice eco, per rompere l’equilibrio instabile della coltre superiore.

Essa si muove lentamente, scivolando sulle masse indurite; poi, laddove la pendenza del suolo favorisce la sua avanzata, si precipita con un movimento sempre più rapido. Incessantemente ingrossata dagli altri strati di neve, e dai detriti, le pietre, i cespugli che trascina con sé, passa al di sopra di cornici e corridoi, frantuma gli alberi, rade gli chalet che si trovano sul suo passaggio, e simile a un pezzo di montagna che crolla, si tuffa a valle per risalire sul versante opposto.

Attorno alla valanga la neve asciutta si solleva in ampi vortici, l’aria compressa lateralmente dalla massa che si abbatte, muggisce a destra e a sinistra in vere e proprie trombe d’aria che scuotono le rocce e sradicano gli alberi, trascinandoli poi con sé per scagliarli sui versanti opposti.

Traduzione Andrea Inglese

Frédéric Forte

forte DEF PICCOLO

LA VALANGA DI IERI

nuda sotto il rene avanza, dispone il più morbido

degli abiti delle Alpi

..........................(ci si mente all’uso)

............dire le vesti attraverso la pagina

............gli strati

............dove lei, fiocco, non ha punto corno

 

x neve antica copre il bersaglio nudo…

punto d’appoggio, il vento infuria

passa sui talloni o d’un colpo

cita la massa intera :

lui (ff) ha fede, saggio d’un me caduto d’un [e]c_o

................L’ECO

............................libero, sporco di sudore

 

« Essa si muove lentamente, scivolando sulle masse indurite »

 

là dove il nesto osa il suo passo,

lei recita un movimento

incessante, rosato dai tocchi:

..................neve e detriti, pietra arrossata

..................che lei taglia da sopra nicchie e corridoi

spezza gli alberi, rade gli chalet

spesso intralcia il suo collo

e sembra un monte che scola, costeggia inghiottito

o sale il versante opposto

 

giro d’avallo, fa neve

.............polvere, linfa in vortice

(l’aria rimata trama per maschera)

doccia vitale cade

che conta questo treno

..................................sciabola la poesia la

..................................lancia sui versi posti

Traduzione Alessandra Cava

Renata Morresi

Le valanghe MORRESI corto

Fabre → Giraudon → Raos

Jean-Henri Fabre

È il feroce Scarite [gigante – Scarites giga], l’audace assassino, che interrogheremo per primo sulla morte simulata.

Provocare il suo stato d’inerzia è faccenda delle più semplici: lo manipolo un istante, lo rigiro tra le dita, ancora meglio, lo lascio cadere sul tavolo, a due o tre riprese, da un’altezza esigua. Una volta ricevuto lo choc, e ripetuto se necessario, metto l’insetto sul dorso.

È sufficiente: la creatura riversa non si muove più, come defunta. (…) La posa inerte ha persistenza molto variabile nella stessa giornata, nelle stesse condizioni atmosferiche e con lo stesso soggetto, senza che io possa chiarire le cause che l’abbreviano o la prolungano.

Si sondano le influenze esterne, così numerose e a volte così deboli, che qui intervengono; si scrutano soprattutto le intime impressioni dell’animale, ma sono queste segreti impenetrabili.

Limitiamoci alla registrazione dei risultati. L’immobilità è mantenuta abbastanza spesso per una cinquantina di minuti; ma in alcuni casi può anche superare l’ora. Se nulla disturba l’insetto, se lo copro con una campana di vetro, al riparo dalle mosche, visitatrici importune nella stagione calda in cui opero, l’inerzia è perfetta: non il minimo tremito né dei tarsi, né dei palpi, né delle antenne. È davvero, in tutta la sua inerzia, il simulacro della morte.

Infine, il finto defunto resuscita. I tarsi tremolano, gli anteriori per primi; i palpi e le antenne oscillano lentamente, è il preludio del risveglio. Le zampe ora gesticolano. L’animale si curva un po’ sulla sua vita stretta, si inarca sulla testa e sul dorso, si rigira. Eccolo che zampetta e fila via, pronto a ridiventare morto apparente se rinnovo la mia tattica di choc.

Traduzione di Alessandra Cava

Lilian Giraudon

È la scontrosa Lascite (do-mina – littera) l’insospettata omicida che, per finire, con cautela studieremo in merito all’orgasmo simulato. Di offrire un sembiante di desiderio sarebbe capace anche un bambino: la si sfiora un secondo, la si gira tra le lenzuola, l’attimo dopo la si getta a terra, due o tre volte, su un tappeto. Rinnovata questa tattica secondo la temperatura e il momento della stagione, alla fine si mette la creatura sulla pancia. Eccoci: la simulatrice non dorme più, come elettrizzata (…) L’orgasmo orchestrato è tuttavia di intensità variabile secondo il ciclo della luna, la temperatura esterna e anche con lo stesso esemplare, senza che si riesca a capire cosa provochi la sua durata o la sua interruzione. Stilare una lista dei suoni ambientali che circolano nell’aria, così musicali per quanto fiochi, può rendere l’eccitazione sopportabile. Non dimenticate che penetrare sessualmente le parti intime della bestia vi farebbe correre un rischio mortale. Limitatevi dunque con gli occhi a fissare i risultati. Il tremito agita il corpo umido a volte per più di trenta minuti; per certi soggetti può durare anche oltre. Se niente disturba la femmina e se al riparo dagli onischi –anch’essi abitanti della camera nella stagione in cui opero – la copro di escrementi, l’orgasmo è totale: fremiti lungo il ventre, dai seni fino alla bocca. Si può osservare con grande esattezza, in tutto il suo caos, lo spettacolo della piccola morte… È a quel punto che la macchina del godimento si ferma. Gambe e braccia si immobilizzano. Lentamente il corpo si drizza, gli occhi vi trovano nella penombra. La bestia si piega un poco prima di scagliarsi in avanti. Si inarca, fauci spalancate, puntando alla gola. Eccola che conficca le zanne e vi dissangua come maiali per riprendere subito dopo la sua postura di orgasmo, in attesa che qualcun altro rinnovi la tattica.

Jacqueline Henriette Favre

Traduzione di Andrea Raos

Andrea Raos

È la socievole Lascite (do-mina – littera) la notoria genitrice che, per esordire, senza indugio trascureremo in merito all’apatia reale. Di sottrarre una reale repulsione non sarebbe capace nessun adulto: la si tiene distante a lungo, la si lascia immobile sul letto, molte ore dopo la si accompagna dolcemente verso il soffitto, una volta, contro il lampadario. Gesto inconsulto compiuto una sola volta, in un momento a caso del giorno e dell'anno, fin da subito il non nato sarà sulla schiena. Distanti: l'ortonimo è già sveglio, del tutto intontito. (...) L'apatia reale è di conseguenza regolare e indifferente al moto del sole, all'atmosfera stabile dell'ambiente chiuso e soprattutto, con diversi soggetti, è del tutto chiaro che non dipende dal finire subito e dal continuare. Cancellare i colori esterni immobili a terra, stridenti perché intensissimi, per forza di cose nega questa odiosa indifferenza. Ricorda sempre che mantenersi sessualmente lontano dalle parti esterne della pietra ti darà la vita. Tuttavia spingiti a odorarne le premesse. L'immobilità strazia il vuoto secco sempre per meno di un minuto: per nessuno dura mai di più. Quando tutto aggredisce il maschio e sotto attacco dalle scolopendre, sempre lontane per tutto l'anno della tua inattività, lo ripulisco dal cibo, l'apatia è incompleta: strazi di lombi, nuca e spina dorsale. Non si nota, nel caos, il segreto della grande nascita... Ma già da prima l'organismo del dolore si era messo in moto. Radici e rami si agitano. Rapida la pietra si affloscia, l'odorato ci perde nella luce. La pianta si piega a fondo dopo essersi tirata indietro. Si racchiude, opercoli stretti, ritraendosi dagli alluci. Non la noti strappare le radici ed iniettarti linfa come scimmia pur avendo appena prima negato la tua contorsione di apatia, indifferente a chi non tornerà mai più.

Fabre → Doppelt → Ostuni

Suzanne Doppelt

Uno spettro continuo

La tarma diventa nera per sfuggire ai predatori, lo Scarite lo è già, così nero come un uccello del malaugurio che conosce tutti i trucchi, fare il morto per esempio, fisso come il fasmide fa il fuscello su un tappeto di muschio, senza capo né coda o la farfalla la foglia secca, l’animale è un vegetale invertito. È sufficiente: la creatura riversa non si muove più, come defunta, sdraiata sul dorso, un dorso così duro come un’armatura, la mosca guarda il mondo al rovescio e le sue cause prime prima d’essere trascinata via ma basta un po’ di cenere, una vera mossa magica, affinché essa ritorni all’istante, un fantasma in tutto e per tutto simile, di taglia e di aspetto. Lo stesso vale per colui che ogni notte torna in vita, inservibile simulacro, il morto-vivente che ritrova il suo letto al canto del gallo, la coscienza stinta e il dente ben affilato oppure colui che va su di un filo, l’occhio elettrico tra il giorno e la notte, una vera macchina di precisione, perché nel sonno non trova riposo. È il caso dell’anguilla e di qualche animale superiore, morta, la sua pupilla si apre e si chiude otto, dieci, sedici giorni dopo, una gran bella danza macabra cento volte all’ora sotto l’influsso della luce. Poi è sufficiente: la creatura riversa non si muove più, come defunta, stesa sotto la sua ombra portata, semiscolorita, senza occhi e senza orecchie e così mite come un’immagine.

Vincenzo Ostuni

Riscritture testi Ostuni1

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Riscritture testi Ostuni2

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Riscritture testi Ostuni3

 

riscrizione alfabeta

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lampadina1Un luogo di confronto, una rete di intervento culturale per costruire il futuro. Discutiamo di lavoro, di fake news, di soldi, di scuola. E vi aspettiamo!

Entra nel cantiere di Alfabeta2

Visiting aliens

joseph-kosuth-words-are-deedsVincenzo Ostuni

Trattando della poca somiglianza fra il romanzo dei fratelli Strugackij Picnic sul ciglio della strada (1972) e lo Stalker che Tarkovskij ne trasse nel 1979, Fredric Jameson scrive: «La storia vuole che la partita di pellicola con cui [Tarkovskij] aveva girato una prima versione relativamente fedele si dimostrò difettosa, e che le scarse finanze rimaste determinarono purtroppo le più modeste soluzioni allegoriche del prodotto finale» (Archaeologies of the Future. The Desire Called Utopia and Other Science Fictions, Verso 2005, p. 74; il libro è stato in parte tradotto in italiano come Il desiderio chiamato utopia, Feltrinelli 2007). La stanza «dei desideri più intimi e segreti», un ambiente spoglio e negativo, sostituisce in Stalker il simbolo pieno dei fratelli Strugackij, il mitico artefatto alieno «situato nella Zona, che ha la forma e l’aspetto di una grande sfera ed è in grado di esaudire i desideri degli umani». Credo di non esser l’unico a preferire invece la soluzione di Tarkovskij, proprio per il suo carattere di polivocità e indeterminatezza.

Una felicità di segno simile consegue oggi Gherardo Bortolotti, che pure ammette l’influenza di penurie materiali sulla scelta della sua forma oramai costante, la prosa breve (altri potrebbero scrivere lo stesso sulla poesia): «ha [in essa] un ruolo fondamentale la modulazione del mio tempo di scrittura (e del mio tempo di vita) in funzione del passaggio dalla condizione di studente fuori corso a quella di lavoratore […] la prosa breve, scritta in pochi minuti sul quadernetto da tenere in tasca e poi sul cellulare, sullo smartphone, magari direttamente on line, come produzione “onesta”, con le giuste stigmate della vita ai tempi del salario» (This Be the Verse. Una conversazione fra Gherardo Bortolotti, Simone Burratti, Guido Mazzoni e Marco Simonelli, a cura di Claudia Crocco, formavera.com, 23 novembre 2015). Attraverso la scarsità, Bortolotti – che si è sempre definito narratore – accede a quell’allegoria, a quella diffrazione, a quel toglimento della narrativa che è la (sua) prosa breve; e tanto più la prosa breve di Quando arrivarono gli alieni. Parti 234-361 (Benway Series 9, Tielleci Editrice, 15 euro; contiene, sul verso, When the Aliens Arrived: Parts 234-361, la traduzione inglese curata da Johanna Bishop), «libro di fantascienza», certamente il suo più narrativo. Anche se dei «nanopersonaggi» presenti nel suo precedente Tecniche di basso livello (Lavieri, 2009) rimane solo l’alter ego minimale bgmole («B[ortolotti] G[herardo] mole», in inglese «talpa»), infatti, del mondo, o meglio dei mondi – tutti però sottilmente contraddittori, congetturo – descritti dalle 128 prosette vengono chiaramente narrate vicende.

Probabilmente mossa dai postumi di «una catastrofe, di qualche forma di pandemia, di conflitto globale» (335), sulle sue astronavi «lunghe chilometri, sottili, storte come fili lanciati nell’aria» (342), si trasferisce sulla Terra per qualche tempo una stirpe di alieni umanoidi. Si tratta di presenze per lo più bonarie, silenziose, osservatrici, malinconiche, si direbbe angeliche – e alcuni dei paragrafi più belli sono proprio dedicati alla loro misteriosa, auratica, muta presenza: «Degli alieni il silenzio era profondissimo e lo sguardo non ci abbandonava per lunghissimi minuti, come se fossimo noi l’evento inaspettato, il dato incongruente in un quadro, fino a quel momento, sinistramente normale» (245; ma vedi anche, fra gli altri, 262 e 326; in 260 essi «ci accarezzavano» persino «il capo»). Raramente si accenna a loro aggressioni (332): nella gran parte dei casi, ci guardano e stanno zitti, del terribile silenzio di chi neppure pone un enigma, bensì lo è: «Nei pomeriggi più profondi, ci raggiungevano nei nostri salotti, nei corridoi in cui avevamo indugiato per abitudine, e ci facevano un gesto, un cenno senza futuro» (290). In un passo cruciale, sembrano promettere «un ciclo perfetto di produzione e consumo, senza inerzia, senza attrito, senza crisi ecologica, caduta del saggio di profitto, disoccupazione. I prodotti sarebbero stati l’espressione inesauribile di una civiltà oltre la morte e il salario» (358); promessa poi probabilmente disattesa. A un certo punto viene «scoperta una verità sugli alieni» (351) e questo lascia ai terrestri un sentimento di «disgusto […] costernazione» (ibidem)», «vergogna e disillusione» (360, in posizione di significativa chiusura). Gli alieni se ne vanno come sono venuti, lasciando le loro astronavi a galleggiare nell’aria.

Attorno a questo filone, centrale ma frammentario ed esiguo, ne concrescono altri. 1. L’incontro con tracce aliene avviene anche nel corso di imponenti xenomigrazioni: la nostra specie visita lontani pianeti, in certi casi trasferendovisi, in altri incontrandovi enormi manufatti abbandonati. 2. A ciascuna comunità umana tocca affrontare la certezza di un’incalcolabile pluralità di mondi e di significati, spesso nella forma di una moltiplicazione vertiginosa – più che di un’assenza radicale – di senso, di produzioni testuali o immaginative di enorme lunghezza, che divengono oggetto di riti, ricerche, contemplazioni. 3. Nel frattempo, si sviluppa un bellum omnium contra omnes, in cui si confrontano e confondono poteri statuali, multinazionali e ogni genere di sette religiose o fazioni militari (lo stesso bgmole «fiancheggia [… una] resistenza» [242]). 4. Pervadono il mondo modalità di controllo o manipolazione delle coscienze, dei cervelli, dei patrimoni genetici e degli organismi, consentite dai grandi progressi scientifici e strettamente connesse all’ipertrofia e all’onnipresenza della Rete.

Ma se questa smunta diegesi, contraffortata dal ricorso a tanti tópoi del genere, rimane riconoscibile, domina e dà valore a tutto il libro un senso – non sempre freddamente – lirico di «lutto, di un’amnesia» (291), di perdita definitiva, di proliferazione e dissipazione delle possibilità di racconto, delle capacità di intelligenza, delle aspettative di giustizia o verità; per le quali ultime sembra quasi potersi leggere una speranza di «redenzione debole» nella tragica affermazione finale di bgmole, il quale «si ripeteva, ossessivamente: “Stabiliamo, dove possibile, una gerarchia delle fonti”» (361, le ultime parole del libro). Il rapporto con le dimensioni modernamente costruttive e progressive della storia si dà figura di negazione metafisica e al contempo di rammemorazione epico-elegiaca. L’utilizzo dell’imperfetto, il tempo dell’elegia per eccellenza, e della persona epica, la prima plurale, segna questa doppia dimensione; e la confermano l’«alto» nitore, la purezza e l’articolazione della sintassi e della lingua, tipiche di Bortolotti e qui ancora spiccate.

Se il cuore dell’elegia sta nel non poter raggiungere qualcosa, quella di Bortolotti si muove però lungo una doppia freccia temporale: verso il passato del tempo narrato, un futuro remoto (ma per certi versi prossimale: si vedano le descrizioni del funzionamento della Rete, che rispecchia l’attuale) raccontato all’imperfetto dal narratore collettivo «noi»; e quella che dal nostro tempo punta al futuro narrato all’ultrafuturo della narrazione, tremendo il primo, del tutto opaco il secondo. Il limite dell’asintoto – che qui riguarda non ciò che si è perso, o ciò che si sarebbe potuto avere ma non si è avuto, bensì ciò che si è pur sfiorato ma non si sarebbe mai neppure potuto – biologicamente e ontologicamente – ottenere, è proprio l’enigma in sé e per sé insolubile, eternamente separato, dei folgoranti alieni di Bortolotti, asessuati visiting angels cui ci lega in perpetuo – attraverso gli spazi sterminati e bui – il più insondabile e tremendo, il più struggente e ghiacciato e letterale amor de lonh.

Quando arrivarono gli alieni

di Gherardo Bortolotti

edizione bilingue con traduzione inglese di Joanna Bishop
«Benway Series» Tielleci, 2016, 64 + 64 pp., € 15

Sulla home page di Alfabeta2 fino a sabato: Lello Voce e Frank Nemola, Lai del ragionare lento 

alfadomenica novembre #3

Interventi di:
Alberto ARBASINO - Fausto CURI - Ugo NESPOLO - Vincenzo OSTUNI - 
Mauro PETRUZZIELLO -

SESSANTA E NON PIÙ SESSANTA
Intervista a Alberto Arbasino di Fausto Curi

Dallo speciale sul Gruppo 63 in edicola e in libreria nei prossimi giorni insieme al numero 33 di alfabeta2
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50 ANNI DEL GRUPPO 63
Una settimana di appuntamenti a Roma, Milano e Zurigo

- Roma, 18 novembre - Libreria Feltrinelli, via del Babuino ore 18.00
Zurigo, 20 novembre - Universität Zürich ore 18.15
- Milano, 23 novembre - Castello Sforzesco ore 17.00
- Milano, 24 novembre - Castello Sforzeco ore 17.00

gruppo-63 (800x550) (400x275)

THE FOUR SEASONS RESTAURANT
Mauro Petruzziello

Forse l’unica cosa che funziona in The Four Seasons Restaurant, il nuovo spettacolo di Romeo Catellucci/Socìetas Raffaello Sanzio (visto il 3 novembre al Teatro Argentina di Roma per Romaeuropa Festival 13) è il suo totale fallimento, ovvero l’impossibilità di tener fede al proposito che lo regge.
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LA VESTE, LA CINTURA E LA GHIRLANDA
Vincenzo Ostuni

(«Se ci si spoglia interi si scompare», mi hai detto,
«assieme a ciò di cui ci si è spogliati;
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LA GALANTE AVVENTURA DEL CAVALIERE DAL LIETO VOLTO (1967) -
Un film di Ugo Nespolo


Il film è stato proiettato a Torino, Roma e Milano in occasione dei 50 anni del gruppo 63

*alfadomenica è la nuova rubrica di alfabeta2 in rete:
ogni domenica articoli di approfondimento, dibattiti, scritture, poesie ecc.

La veste, la cintura e la ghirlanda

Vincenzo Ostuni

(«Se ci si spoglia interi si scompare», mi hai detto,
«assieme a ciò di cui ci si è spogliati; spogliarsi
non ha nessun doppione metafisico, per cui
una volta spogliati potremmo spogliarci di nuovo, per così dire,
spogliarci veramente;
una volta spogliati siamo spogli, in definitiva, non ci rimane
né poco né niente, e sotto il niente non c’è niente del tutto»)

(«Se ci spogliamo fino all’osso, cioè, noi
già non abbiamo più neanche l’osso sotto»).

Che fine ha fatto TQ?

Vincenzo Ostuni

Che fine ha fatto TQ, gruppo di intellettuali trenta-quarantenni, le cui prime mosse vennero seguite con clamore dai quotidiani nella primavera del 2011, il seguito con qualche interesse, poi con degnazione, gli ultimi sviluppi passati sotto silenzio (se non da questa rivista)? Hanno pesato, sì, le caldane della stampa, sempre più disattenta, spettacolare, conservatrice. Ma c’è dell’altro.

Va detto: Generazione TQ, che oggi langue, è stata il tentativo meno fallito di articolare proposte collettive radicali – di stampo grosso modo marxiano – e di uscir fuori dal pelago d’irrilevanza, o d’ignavia che ha impeciato gli intellettuali di quella generazione. TQ ha lasciato documenti e forse qualche eredità; eppure ha finito di funzionare. Non perché le sue proposte non siano state realizzate; ma perché neppure sono state ascoltate: le parti con cui TQ avrebbe potuto dialogare le hanno opposto un muro di disinteresse. Si ricordi il bel manifesto TQ sui beni culturali, battezzato da Salvatore Settis su «Repubblica» e poi escisso, come cisti antiliberista, dal dibattito in cui giganteggiava il documento nano, e moderato, del «Sole 24 Ore». Ma c’è ancora dell’altro.

Le forze vitali di TQ, tutti i suoi membri più influenti, se ne sono progressivamente disamorati. Come anche, infine, il sottoscritto. Decisiva l’indifferenza delle controparti: stampa, politica, industria culturale; ma forse per alcuni è troppo tardi per scimmiottare un radicalismo che non hanno mai avuto, cresciuti negli anni Ottanta a retorica antiradicale, pasciuti nei Novanta a fine della storia. Troppe influenze negative, troppo pochi anticorpi. Prima generazione precaria nelle bolge della gerontocrazia, ci siamo fatti un «culo tanto» per un reddito decente, per pubblicare qualche libretto, per sciorinare in tagli secondari di quotidiani maggiori, o almeno in festival letterari, la nostra sfavillante tuttologia postideologica: ora dovremmo anche marciare contro il mercato, che ha già vinto ovunque, e nei resti del cui camembert abbiamo rosicchiato fin qui?

Noi siamo scrittori e – così si esprimeva qualcuno poco prima di confluire in TQ – nostro dovere è creare capolavori. Del resto si occupino i politici di professione, i nevrotici dell’idealismo. A noi cavalcare la tigre dell’arte. Anche se, come un’auto da corsa tappezzata di adesivi del Male, è sempre stato così. TQ ha avuto anche il merito di una visione, oltre che radicale, intellettivamente impegnativa. Primo risultato: alcuni se ne allontanarono presto perché troppo moderati, troppo compromessi; altri perché consapevoli di non rispondere ai pur laschi criteri di qualità letteraria che si andavano promuovendo.

Ma, anche fra chi rimase, qualcuno è a disagio nel vedersi attribuire una difesa della «qualità», quest’incubo zdanoviano; arrossisce all’idea che lo si scambi per un movimentista da strapazzo; teme forse d’essere espulso da editori e giornali come un sottosegretarietto ammonito a più diplomatica mitezza d’accenti. E poi non ammette un grado eccessivo di intellettualismo. Ah, l’antintellettualismo, il culto pseudodemocratico della volgarizzazione non come alto strumento pedagogico ma come unica via alla conoscenza! L’odio – tranne salamelecchi d’obbligo – di qualunque specialismo, di qualunque scrittura che resista alla nostra facilità d’interpretazione, di qualunque discorso che implichi più di due subordinate per periodo!

È l’antintellettualismo la tabe della nostra generazione, il motivo per cui non reagisce alle più triviali apologie del mercato, all’appannarsi dell’editoria generalista in un giulebbe mid-low-cult. Esso coinvolge anche alcuni ottimi scrittori: che i loro capolavori, glielo auguro, rimangano; ma la loro coscienza politica è d’acqua fresca. Forse meritiamo la nostra, o meritano la loro, irrilevanza sociale, cognitiva e spesso, in fondo, estetica.

Forse dovremmo scioglierci e accostarci, come singoli, ai pochi barlumi che si apprezzano in giro, nei teatri occupati, nei movimenti politici. E ricominciare, novecentescamente da soli o in gruppi sparuti, a lanciare ormai flebili urletti d’allarme. Forse invece no: forse è ancora possibile e utile una voce radicale collettiva e qualificata, più omogenea e agguerrita di TQ. Le due chance sono separate da un crinale strettissimo, e alcuni di noi lo percorrono senza realmente decidere da che parte discendere.

Sul numero 30 di alfabeta2, dal 5 giugno nelle edicole e in libreria, puoi leggere anche

Ugo Mattei, Bipolarismo sincronico
Conclusasi la fase del «bipolarismo seriale», che ha caratterizzato l’epifania semiperiferica italiana fra il crollo del Muro di Berlino e la «grande crisi», sembra essere iniziata quella del «bipolarismo sincronico». Mi spiego… [leggi]

Giso Amendola, La sinistra di Re Giorgio
Giorgio Napolitano, nei giorni convulsi delle fallimentari consultazioni di governo, li aveva già richiamati alle proprie responsabilità; e aveva evocato un anno chiave, il 1976. Così è stato subito chiaro in cosa consistesse la vera responsabilità da assumersi: attenersi rigorosamente alla strada maestra delle larghe intese. [leggi]

Franco Berardi Bifo, Non c’è più Europa
Forse dovremmo concepire l’Unione Europea, oggi moribonda, come un tentativo di opporsi al declino dell’Europa, al declino dell’Occidente? Non soltanto si tratterebbe di un tentativo destinato al fallimento, ma anche di un tentativo protervo, poiché il declino europeo nasce dal venir meno del privilegio coloniale…

La dieta dello stilita

Alberto Capatti

La forma di ascetismo più banale, oggi, è la dieta. Mettersi a regime è pensare a se stessi, privilegiare il proprio corpo, misurare il mondo sulla base delle rilevazioni, e, giocando con i numeri ponderali, sperare in Dio. L’immagine perfetta del corpo è un'icona che si invoca come un santo o come la madonna, che si trova rappresentata in ogni angolo, e si traduce in esercizi alimentari e spirituali indissociabili. Alla ricerca delle pratiche devozionali d’oggi, il calo del peso, nelle persone che lo considerano un valore ideale, è senza dubbio fra le più condivise, anche se ognuno patisce, si rallegra, prega per se stesso. Se dovessimo qualificare da un punto di vista religioso, anzi storico-religioso, una dieta diremmo che è già stata perseguita da anacoreti e da asceti. Non dal fachiro perché quest’ultimo epiteto è troppo forte e introduce alla camera segreta degli esercizi che implicano la sofferenza.

Non esiste ancora la dieta dello stilita, ma si fa presto a immaginarla. Ci vuole una colonna alta con un ampio capitello e una lunga scala di legno, ritraibile dal basso, un panierino da calare con una cordicella, riempito di cibi liquidi e solidi per la sopravvivenza e per le pochissime deiezioni. Il vantaggio dello/a stilita è che può contemplare, sotto, il mondo e le sue varietà adipose, obese, sovrappeso, e tutti coloro che per fortuna loro, o l’hanno già fatta, o non hanno bisogno di farla. La colonna è il suo ideale corporeo e lassù, nutrendosi appena, lievita.

Come fare per procurarsi questa solida colonna? Se ne possono immaginare di diversa natura, erette nel proprio giardino, disseminate nei parchi pubblici, gratuite e in affitto oppure, non diversamente dalle strutture ginniche di una palestra, disposte in un recinto destinato alla cura del corpo. Siccome è difficile immaginare un giardino, una piazza con colonne in affitto, basterebbe ridurre le ambizioni e invitare le persone che hanno scelto di dimagrire a considerarsi immaginariamente su di un capitello, quando sono su un tappetino. Per quale motivo? Per stare meglio e per stare lassù, prossimi alla beatitudine. Qualsiasi Dukan non agisce diversamente, illustrando, nel suo libro, la via verso la liberazione, garantendo sulla carta il successo e dando motivo, dopo aver appreso a memoria le regole, di sperare in bene.

Durante il trattamento possono manifestarsi delle turbe, dovute all’immobilità, alla solitudine, all’inedia e in tal caso il fusto e il capitello, sensibili al movimento, al tremore, lanciano l’allarme. Si può, infatti, studiare il progetto investendo in tecnologia... Se il peso corporeo si alleggerisce, la colonna che è anche bilancia, sale in altezza, ovvero se non c’è alcun effetto, e la persona si agita e scalpita, si abbassa inesorabilmente fino al suolo. Dopodiché l’ex-stilita, passa ad un'altra dieta, immaginando un calo vertiginoso del peso con l’esclusione di uno o più alimenti. Non sono esperienze alternative, perché la strada verso il peso angelico è una sola, e gli uomini possono scegliere di restare incollati al suolo, o sospesi nell'aria, e quello che conta è il rapporto del corpo con il cielo

Credere per dimagrire. Sembra una formula dei primi cristiani, ma essa concerne anche i grandi peccatori del presente, ghiottoni e ignavi che riempiendosi la bocca, senza pensarci, si ritrovano nell’assoluto bisogno di rialzarsi. Ma si può salire, obesi, in cima alla colonna? Quello che conta, in una dieta, è il pensiero che la guida, la certezza che la legittima, e scalare la montagna, raggiungere le vette sono tra le formule più viete della predicazione pastorale. Oltrepassate le quali, ci si ritrova in una palestra, o sul sentiero di un parco in tuta, a iniziare un secondo percorso spirituale. Altrettanto impegnativo per il fiato e per l’anima.

Oggi a INDY. Fiera dei gusti non omologati due appuntamenti a cura di alfabeta2: «Cultura materiale e critica del gusto», tavola rotonda con interventi di Alberto Capatti, Giampaolo Gravina, Francesco Annibali e  Pino Tripodi (ore 17, Sala Capanno) e la presentazione di «alfalibro», speciale sull’editoria di «alfabeta2» con interventi di Andrea Cortellessa, Maria Teresa Carbone e Vincenzo Ostuni (ore 18, Sala Palestra). INDY vi aspetta al Brancaleone di Roma fino a domenica 3 giugno (in via Levanna 13).