Bensimon, un paese annegato

Vincenzo Barca

Antônia è morta. Lo sappiamo fin dalle prime pagine del romanzo e, di colpo, il mondo si è rovesciato. È finita l’infanzia, sono finiti i pranzi domenicali, due zii hanno litigato, è finita la voglia di cambiare il cloro e l’aria aperta è diventata sempre meno aperta... e tutto è molto meno divertente di quanto lo abbiamo sempre, per sempre immaginato.

C’è un prima e un dopo il tragico evento che le ha tolto la vita. Una frontiera labile, fluida, perché, se pure la sua scomparsa fisica è definitiva, lei occupa con insistenza, quasi con prepotenza, la ragione e il sentimento di chi è rimasto. E Hank Williams, allora? Giusto per fare un esempio (che non è mio, è Bensimon che ne presta il ricordo a un suo personaggio): stella indiscussa del country americano dopo la Seconda guerra, se n’è andato a 29 anni di alcol e di droghe, eppure le sue canzoni sopravvivono ancora. Le ha incise persino Bob Dylan. Si può vivere poco e durare molto. Occupa tutta la scena Antônia, come spesso succede a chi muore giovane e in circostanze drammatiche. La violenza del fatto riverbera sui luoghi che la ragazza ha abitato e lo fa d’imperio, non lasciando in pace nessuno. Nel bar del Polacco, dove il biliardo del titolo continua, ingombrante, a simboleggiare l’azzardo, i personaggi che prendono la parola (i vivi si illudono di farlo) continuano a bere e a impugnare le stecche per mettere le biglie in buca. Ognuno, solitariamente (i protagonisti non si parleranno mai per tutte le centotrentasette pagine del testo), ripercorre i momenti passati con lei, i frammenti che la memoria gli consente.

Bernardo, il ragazzo che più di tutti è stato vicino ad Antônia, in un suo modo un po’ impacciato si attarda sulla dinamica dell’incidente che ha portato via la ragazza, specula, si impunta in una ricostruzione: telecamere che accompagnano, ma solo fino a un certo punto, la corsa dell’automobile verso il palo dello schianto fatale, la velocità, la distanza. Dati, misurazioni che inseguono una spiegazione razionale, come se i dati, in logica concatenazione, potessero offrire un racconto lineare che metta fine al tormento delle speculazioni, alla vertigine delle ipotesi. E invece non c’è convergenza che regga: con la sua morte, Antônia si è portata via la logica. Il Signor Prosa e la Signora Poesia, Faulkner, Eliot, il jazz e le partite di hockey, tutto è finito sott’acqua.

Sull’altra sponda del biliardo c’è Camilo, il fratello malriuscito, che passa il tempo a smontare e rimontare motori nascosto sotto le macchine, in un’occupazione che sembra non avere un fine né una fine, o forse è un modo per sfuggire all’obbligo di trovarlo, un fine, come si conviene e ci si aspetta da ogni adulto. Anche Camilo si aggrappa a un indizio, un cubetto rosso che sembra la chiave per entrare in un mondo che Antônia custodiva segreto.

C’è anche un terzo personaggio, la cui storia interseca in qualche modo quella principale, ed è il Polacco, un fuggiasco, un uomo che ha disertato le sue responsabilità ed è riparato in questo posto che, contrariamente alle attese, non gli offrirà un ricovero sicuro. Ma lui è il padrone del bar, ed è il suo bar che ospita il biliardo intorno al quale si organizza la storia.

Invano si cercheranno nel romanzo toni da giallo o da noir. Perché il colore che predomina è quello di un grigio d’acqua e di nebbia, cielo e lago confusi in una mescolanza deprimente. Piove anche, o ci starebbe bene che piovesse, perché il mondo è entrato in pausa e tutto si sta ricoprendo di ruggine. E anche i discorsi sembrava che si fossero arrugginiti in qualche posto profondissimo dentro di noi. Non è solo il biliardo a essere finito sott’acqua: i personaggi del romanzo, l’intera città senza nome sembra essere sprofondata sotto il lago sul quale si affaccia, un lago che è acqua sporca di fognature trascurate, comunque abbandonate, marrone, non a caso.

Le strade intraprese da Bernardo e da Camilo alla ricerca di una presunta “verità” si riveleranno perciò entrambe deludenti. Perché di una vita che se ne va ci restano solo indizi. E ognuno ne conosce appena qualcuno, e neppure la loro somma, se mai si potesse fare, costituirebbe un tutto, esaurirebbe il senso di un’esistenza e soprattutto della sua fine.

Così la voce dell’assente si innalza sul brusio uniforme di chi si affanna a riempire i vuoti, con l’unico risultato di trovare le proprie, di voragini, non avendo poi abbastanza animo e mezzi per esplorarle.

Il paesaggio, così fondamentale nel romanzo, è quello del sud del Brasile, dove Bensimon è nata e vissuta, un Brasile che poco ha a che vedere con le cartoline di Rio o con il convulso dinamismo di São Paulo. Dove d’inverno piove e fa freddo, dove si beve chimarrão e ci si abbuffa di churrasco, parenti stretti del mate e degli asados argentini. Estremo sud, ultimo riquadro sulla cartina, dove il mondo finisce contro un muro bianco e sei costretto un’altra volta a risalire.

Qui non si risale e si finisce invece sott’acqua, in un grande naufragio collettivo. Il trauma spezza drammaticamente la continuità biografica di chi ne è vittima e la ricostruzione del proprio “scudo” individuale è un processo lungo e delicato, difficile da mettere in moto in solitudine. Mentre il bar del Polacco viene demolito, a vantaggio di un progetto di “rivitalizzazione” del lungolago, se guardiamo la scena con le lenti scurite della situazione politica odierna, ci sembra che ad affondare sia lo stesso pachiderma-Brasile, con una distesa di telecamere a sorvegliarne le rovine.

Nello stato di Rio Grande do Sul, la cui capitale è Porto Alegre e i cui abitanti si dicono gaúchos (con l’accento sulla u), c’è negli ultimi anni un fervere di voci nuove, di scrittori che, come Bensimon, provano a raccontare il Brasile di oggi fuori da ogni tentazione costumbrista e passatista. Pochi, come Michel Laub, sono tradotti da noi. Tanti altri una traduzione la meriterebbero e ne voglio perciò citare i nomi: Antonio Xerxenesky, Amílcar Bettega, Luisa Geisler, Samir Machado de Machado, Veronica Stigger, Reginaldo Pujol Filho (tra gli altri). Ricordando anche che qui sono nati grandi interpreti della letteratura brasiliana, come Moacyr Scliar, Lya Luft, João Gilberto Noll e Dyonélio Machado.

Questo Biliardo è solo il primo, sorprendente romanzo di Carol Bensimon, tradotto per noi da uno sperimentato Petruccioli, capace di seguire (e persino sopravanzare con inventiva) l’autrice nei guizzi rock che smorzano i colori plumbei del paesaggio. Della stessa Bensimon, la Companhia das Letras ha pubblicato una raccolta di racconti e altri due romanzi, l’ultimo dei quali, O clube dos jardineiros de fumaça, racconta le trasformazioni della generazione hippy nordamericana e le battaglie per la legalizzazione della cannabis in California.

Carol Bensimon

Biliardo sott’acqua

(titolo originale: Sinuca embaixo d’água, Companhia das Letras, 2009)

traduzione di Daniele Petruccioli

Tunué, Latina, 2019

Capo Verde, un luogo a parte

Vincenzo Barca

Desta stupore, ogni volta che ci si avvicina alle isole di Capo Verde, la quantità e la qualità di esperienze che vi hanno preso vita. Qualunque sia l’approccio disciplinare con cui ci si affaccia su quest’arcipelago, difficile persino da localizzare sulle carte geografiche e con una popolazione residente che non supera quella di una media città italiana, si rimane di stucco come dinanzi alla vivacità di un laboratorio di incredibile dinamismo. Alla pattuglia di studiosi e viaggiatori italiani, che si sono avvicinati alle isole per i motivi più vari (primo fra tutti Alberto Sobrero, il cui Hora de bai ha aperto le piste ai curiosi) si aggiunge ora Marco Boccitto: che esplora Capo Verde seguendo la pista della sua musica. Quella peraltro che l’ha resa famosa nel mondo.

La prima parte del libro situa le isole nel loro contesto storico, geografico e politico: tante le specificità dell’arcipelago, dal crogiolo antropologico (una colonia di popolamento dove l’elemento bianco, minoritario, s’è da subito mescolato con i neri provenienti dalla costa d’Africa), alla lingua (un creolo cui oggi viene riconosciuta dignità pari a quella del portoghese ufficiale) sino alla collocazione geografica, che ne ha fatto per secoli uno snodo delle tratte di schiavi (tra Africa, Portogallo e Americhe), e poi uno degli scali atlantici più frequentati per il rifornimento del carbone.

Gettati su questi scogli inospitali, i capoverdiani hanno sempre visto il mare come ostile, sviluppando un nucleo di identità legato alla terra, il carattere cosiddetto «badiu», scontroso e ribelle, da sempre contrapposto alla vocazione più aperta e «affabile» della Capo Verde portuale e cosmopolita. L’altro tratto interessante è quello che vede gli eventi chiave, per i destini delle isole, svolgersi quasi sempre «altrove». A cominciare dalla guerra per l’indipendenza dal Portogallo: i dirigenti della rivoluzione si muovono tra Algeri e Conakry, dove verrà assassinato Amílcar Cabral.

La musica, però. L’associazione che non tarda a scattare è quella con il nome di Cesária Évora che, lanciata internazionalmente con l’album Miss Perfumado (1992) «ha messo Capo Verde sulla carta geografica» e reso familiari generi tipicamente capoverdiani come la morna e la coladera. Sulla morna – ci dice Boccitto – già è un bel garbuglio quello etimologico, per non parlare della filiazione musicale. Qui è tutto un fiorire di itinerari di ritmi (il lundum angolano, la modinha brasiliana, il fado e, ancora più indietro, mazurche e contredanças ottocentesche) che vanno avanti e indietro per il mare rimescolandosi di continuo e allo stesso tempo adattandosi al gusto locale. Il libro diventa così una piccola enciclopedia della musica capoverdiana, coi suoi protagonisti nell’arcipelago e in giro per il mondo, da Dakar a Lisbona, Parigi, Londra, Boston e ovunque l’emigrazione abbia portato i capoverdiani, perpetuando ogni ibridazione, dalle più commerciali alle più sofisticate.

Arrivando al presente, due gli esempi che fa piacere ricordare. Uno è quello di Vasco Martins, «il più duttile e obliquo» dei contemporanei, che sperimenta l’innesto di sonorità sintetiche sulla musica da camera, tenendo sempre presente la tradizione musicale dell’arcipelago. L’altro è Mário Lúcio Sousa, fondatore dello storico gruppo Simentera e attuale ministro della Cultura. Il suo credo, che la musica possa farsi sviluppo, ha portato all’apertura di una rete di teatri e di sale da concerto e alla creazione dell’«Atlantic Music Expo Cabo Verde», che si è tenuto a Praia nello scorso aprile con lo scopo di iscrivere Capo Verde nel circuito mondiale della musica.

Marco Boccitto
Capo Verde un luogo a parte
Storie e musiche migranti di un arcipelago africano

Exòrma, 2013, pp.192
€ 14,50