Il Gioco dell’Oca a Casa Morra, una specie di euforia costante

Manuela Gandini

Conversando con Peppe Morra e Teresa Carnevale, seduti nella penombra di una stanza di Palazzo Ayerbo D’Aragona Cassano, mi scorre dinnanzi agli occhi mezzo secolo di performance, happening, rituali, arresti, provocazioni, manifestazioni, mostre, suoni e urla in bianco e nero. Immagini e idee parzialmente esposte - con foto, video, installazioni, testi, costumi di scena - nelle grandi sale del palazzo napoletano diventato da tre anni Casa Morra. L’edificio dalle grandi vetrate non è né museo né centro sociale. Ha le caratteristiche di entrambi, con l’aggiunta dell’archivio e del laboratorio, ma è un ibrido temporale e spaziale. È una navicella per attraversare e superare le coordinate della “normalità” in un viaggio fluido nei movimenti di liberazione, nelle faglie anarchiche, nelle derive psichiche per raggiungere la distanza siderale del sé. Distanza negata e camuffata dai sistemi di controllo e adattamento dell’individuo.

Prima con il museo dedicato a Hermann Nitsch, poi con Casa Morra, Peppe è sempre on the road nel flusso dell’incompiuto. Non si è fermato. Persegue, come un principe anarchico, l’utopia (o il progetto?) di riqualificare il ventre urbano di Napoli attraverso la cultura, l’arte, l’azione e la provocazione. Decine di stanze ancora malandate e piene di spifferi, su una superfice di 4000 mq, costituiscono il luogo esteso di lavoro (artistico e universitario) per un progetto intitolato “Il gioco dell’oca”. Un gioco ha una programmazione secolare – letteralmente di 100 anni di mostre – con stanze che vengono permanentemente dedicate ogni anno a nuovi artisti. Agli spazi di John Cage, Hermann Nitsch, Shozo Shimamoto, Julian Beck già inaugurati, si sono aggiunte recentemente nuove stanze con opere permanenti che costituiscono ciascuna un tassello del percorso temporale. Nell’epoca dell’evenemenziale – dove è l’evento a sorpresa, velocissimo ed evanescente, ad avere un ruolo determinante nella società-spettacolo - una programmazione secolare è un paradosso, un rischio, una beffa. Ma il gioco è tremendamente serio. È un’ulteriore sfida al sistema dell’arte e della finanza, ma può anche essere, per i lungimiranti, un dispositivo di evoluzione del mercato stesso e comunque del tessuto sociale dal quale origina.

3P+B è il titolo (dato dalle iniziali dei cognomi degli artisti) del nuovo assetto che aggiunge all’esistente le stanze di Cesare Pietroiusti, Luca Maria Patella, Vettor Pisani e Nanni Balestrini.

Le installazioni site-specific (anche per chi è morto) sono parte di un mosaico liquido che concepisce l’arte come concetto, comportamento e realizzazione, piuttosto che rappresentazione e oggettivazione formale dell’idea. Ogni stanza è frammento di una narrazione iniziata nelle strade dal Living Theatre, iniziata con il silenzio di Cage e con il corpo ferito dei body artisti e reclama la marginalità dell’arte anche nella dimensione dello scarto.

Pietroiusti ha collocato, nella stanza assegnatagli, i suoi progetti falliti, le opere mai mostrate per le debolezze intrinseche che l’artista palesemente descrive a fianco di ogni opera scartata. L’aspetto austero e spoglio del palazzo un tempo fastoso, crea uno sfondo fantascientifico: diverso dall’ufficialità ma anche dall’alternatività. “Noi siamo gli archeologi del tempo stabilmente portato verso il futuro del nostro tempo che sarà il tempo del tempo e il nostro passato del passato. Guardavamo alla luna e alle stelle e adesso guardiamo al cosmo ed è un passaggio assai importante”, ha affermato Morra.

A proposito di archeologia c’è un Budda in meditazione seduto su una sedia grondante di colore sullo sfondo di una cornice vuota e di due tele con i colori esplosi. L’installazione di Shozo Shimamoto che assembla mucchi di bicchieri di plastica ai piedi della statua, come resti di una festa lontana, è ciò che rimane dell’azione. Ma non c’è la reificazione mercantile del gesto, c’è una memoria che si protrae nel dopo, un lavoro per le generazioni a venire.

Gianni Emilio Simonetti scrive: “L’antipatia ci suggerisce che c’è una certa contiguità tra l’orinatoio di Marcel Duchamp e l’orina che si trasforma in oro. Questa antipatia affonda le sue ragioni nella funzione mercantile attribuitagli”.

I remake delle mostre storiche anni sessanta e settanta, a cura di critici ufficiali, hanno depotenziato la forza eventualmente sovversiva delle opere e delle azioni del tempo. Hanno rinforzato il valore della merce simbolica proprio come l’orina del ready-made si è trasformata in oro.

L’arte però accade a dispetto di tutto, è un flusso interminabile del pensiero, una diarrea non sempre inscatolabile. Non lo è quando, anziché merce, rimane mercurio vivo.

E vedevo lampeggiare una specie di sacra luce dalla sua eccitazione e alle sue visioni, ch’egli descriveva in modo talmente torrenziale che la gente negli autobus si girava per vedere quel “cretino sovreccitato”. Nell’West aveva passato un terzo del suo tempo in una sala da biliardo, un terzo in carcere, e un terzo nella biblioteca pubblica”. Così comincia la descrizione di Dean (Neal Cassady) in On the road, il libro di Jack Kerouac scritto su un rotolo per carta da telefax. Un viaggio sciolto nel linguaggio del quotidiano che si srotola sul manto delle strade più mitiche d’America. E qui c’è la definizione dell’artista (il poeta) in senso lato: colui che compare agli occhi degli altri viaggiatori come “un cretino sovraeccitato”.

Nel tempo della frammentazione del pensiero e della narrazione impossibile, dell’algoritmo e del narcotico per tutti, l’arte riparte dall’unità minima della sopravvivenza. Da un lato si ricostruiscono gli archivi e ci si appropria della sovversione delle avanguardie per riadattare le esperienze pregresse a un presente globale paludoso fatto di nuclei e micro-comunità. Dall’altro domina la rincorsa al riconoscimento del mercato hic et nunc con il quadro alla parete. L’autoironia è l’elemento mancante insieme allo spirito d’avventura. Ma lasciamo a Duchamp la conclusione di queste brevi riflessioni: “Preferisco vivere e respirare piuttosto che lavorare. Ogni secondo, ogni respiro è un’opera che non è iscritta da nessuna parte, che non è visiva né celebrale, è una specie di euforia costante”.