No signal

Vassilis Vassilikos

Caduta come un fulmine a ciel sereno, la chiusura della radio-televisione pubblica ERT, del sito Internet e dei canali satellitari, non è altro che un colpo di stato mediatico, il primo a livello mondiale. Neanche la giunta militare arrivata al potere con i carri armati il 21 aprile 1967 aveva decretato la chiusura della radio pubblica (all’epoca non c’erano radio private né una stazione televisiva). Si era limitata a trasmettere marce militari e i proclami deliranti dei colonnelli.

Quello che voglio dire è che la “chiusura”, il “lucchetto”, la “cancellazione”, l’apparizione del “no signal” nel piccolo schermo, dal punto di vista semantico segna un ritorno alla barbarie. Parafrasando il “socialismo o barbarie” di Cornelius Castoriadis, di fronte al dilemma “capitalismo o barbarie” il signor Presidente del Consiglio Antonis Samaras ha optato senza dubbio per la seconda.

Avendo ricoperto l’incarico di vice direttore generale dell’ERT negli anni 1981- 1984, conosco bene il ruolo svolto dalla Tv per quanto riguarda i problemi di difesa del paese, ma soprattutto per quel che riguarda i greci della diaspora, che sono di numero pari ai residenti nel paese: circa undici milioni di ellenofoni che risiedono oltre le frontiere del paese, sparsi nei cinque continenti. Tutti costoro sono rimasti all’improvviso orfani, privati dell’unico legame ombelicale che li teneva in contatto con la madre patria.

La televisione privata ha fatto la sua apparizione nel 1990 in maniera arbitraria e sregolata, e il suo status rimane invariato fino a oggi. I suoi programmi si caratterizzano per populismo e volgarità e i suoi tg sono asserviti agli interessi dell’editore. Questo ha fatto in modo che i telespettatori si spostassero in massa verso la televisione pubblica, specialmente negli ultimi anni, come assetati nel cuore del Sahara in cerca di un’oasi di qualità dove abbeversarsi. Ovviamente, i pubblicitari hanno sistematicamente manipolato le loro misurazioni dell'audience e non hanno mai assegnato alla ERT gli indici di ascolto dei suoi tre canali sul digitale terrestre, più uno satellitare, più sei programmi radiofonici con copertura nazionale.

Anche in questo caso, come durante la primavera araba e ora in Turchia, Internet ha funzionato come provvisoria valvola di sfogo per i gas tossici del golpe mediatico. Inoltre, due canali televisivi, uno della Sinistra Radicale SYRIZA e un altro più piccolo, hanno continuato a trasmettere i programmi con le interviste e i dibattiti con coloro che facevano visita ai coraggiosi giornalisti dell’occupazione, in studios provvisori dentro la sede centrale dell’ERT, mentre migliaia di cittadini li proteggevano da una probabile invasione dei celerini. I quali, alla fine, non hanno osato enrare in azione ad Atene, mentre hanno sgomberato con le maniere forti la sede del canale pubblico regionale ET3 a Salonicco.

Un sondaggio effettuato durante i giorni dell’occupazione dell’ERT ha mostrato che il 70% degli intervistati, in ogni angolo del paese, si è espresso contro la chiusura della televisione pubblica. I cittadini hanno mandato un messaggio chiaro al premier che ha preso la decisione di chiuderla in maniera unilaterale, tenendo all’oscuro gli altri due partiti che partecipano alla coalizione di governo, i socialisti del PASOK e la Sinistra Democratica.

La verità è che non avevamo fatto in tempo a digerire pienamente la notizia di aver evitato il grexit che ci è capitata tra capo e collo il “no signal” delle frequenze della TV pubblica. Avevamo aperto con tanto ottimismo le porte dell’estate ai circa 17 milioni di turisti previsti, e di colpo ci siamo trasformati in un paese antieuropeo agli occhi di tutto il mondo.

È stato un errore imperdonabile. E insistere nell’errore, come il partito di centrodestra ha continuato fare nelle settimane seguenti, è ancora più imperdonabile. Certo l’ERT non era un’impresa perfetta. Dominavano le cordate sotterranee, le clientele, le raccomandazioni, il sistema di governo tipico del periodo in cui, per quattro decenni, si alternavano al governo i socialisti del PASOK e i conservatori di Nuova Democrazia.

Ci fu un tentativo di risanamento durante il governo di George Papandreou, ma si scontrò in Parlamento con l’allora opposizione di Nuova Democrazia di Samaras. Quello stesso Samaras che ora ripropone praticamente lo stesso piano di risanamento, ma compresso nell’arco di tre mesi. Con alcune modifiche sostanziali: coloro che saranno riassunti dovranno avere un dottorato di ricerca e passeranno al vaglio dell’organismo per i concorsi pubblici ASEP.

Ma i giornalisti, i producers, i registi e tutti coloro che in qualche modo lavorano nel mondo dell’informazione e dello spettacolo, non devono avere per forza titoli accademici di alto livello. Forse i capi dei servizi tecnici, ma certo non gli operai, i cameraman, i fonici. In conclusione, tutto appare per il momento confuso. L’unica cosa inammissibile è l'oscuramento delle frequenze, il buio pesto della cultura e dell’informazione pubblica.

 

Scosse dalla Grecia

Vassilis Vassilikos

C’è un'antichissima espressione greca che rimanda ai responsi di Pizia ed è difficilmente traducibile. Quest’espressione suona così: Η κατάστασις επεδεινουμένη βελτιούται. Che si potrebbe tradurre: «Più le cose vanno male, meglio vanno». In questa battuta, che sembra tratta da un atto unico di Ionesco, c’è la sintesi della situazione attuale del mio paese. Per dirla in altre parole: i tagli a stipendi e pensioni sono arrivati al punto estremo, al «muro della vergogna», con la diminuzione delle indennità, l’aumento di due anni dell’età pensionabile e con l’invenzione di soluzioni alternative a problemi altrimenti insolubili, come quello di evitare la scure sugli stipendi di giudici, generali e poliziotti.

Parallelamente l’Europa ha dato segni di risveglio. In primis con la mossa di Draghi (che se fosse stata fatta, come era giusto, due anni fa, ora le cose sarebbero molto diverse) e secondariamente domando la bisbetica frau Merkel. Per il momento, questa svolta al timone della Bce non porterà alla Grecia i vantaggi immediati dell’Italia e della Spagna. Ma l’onda lunga già partita dagli altri paesi mediterranei arriverà tra un paio d’anni anche nelle nostre spiagge. Questa è una prospettiva che crea quell’ottimismo finora mancato. Nel nostro paese, ora che le mucche non hanno più latte da offrire al mungitore/esattore, l’attenzione dei veterinari incaricati della salvezza del paese (cioè i nostri creditori attraverso la troika) si è concentrata sui tori. Notoriamente i tori da monta, ma anche i galli, corrispondono all’1% di mucche o galline. Costoro, i grandi capitalisti (per chiamarli con il loro vero nome) hanno spostato i loro soldi all’estero, in particolare nel paese di Guglielmo Tell, altrimenti detto Svizzera. Ignoti depositanti greci tengono in Svizzera settanta miliardi di euro: due volte il deficit del paese.

Prima però di arrivare a un accordo tra la Grecia e la Svizzera per tassare questi depositi, come ha fatto due anni fa la Germania, lor signori hanno già iniziato a spostare i loro capitali dalla Svizzera verso altri paradisi, magari asiatici. In questo modo, se ci saranno ulteriori ritardi nella conclusione dell’accordo, nel prato fiorito svizzero ci rimarrano solo le ortiche e i cardi spinosi, che, com’è noto, vanno bolliti per ottenere un decotto che dà grande sollievo alle disfunzioni epatiche e ad altri malanni del corpo umano. Ma solo a loro. Divento mio malgrado ironico perché so quello che noi tutti sappiamo, cioè che il denaro non ha patria. Ma quando la patria non ha il denaro necessario per rimanere patria, allora a che serve la parola patriota (a meno che non si riferisca ai missili Patriot), a che servono la bandiera, l’inno nazionale, la lingua, la Chiesa ortodossa d’Oriente e tutto quello che è compreso nella parola «greco»? Arriviamo così a quello che disse il poeta premio Nobel Giorgos Seferis: «Hellas vuol dire disgrazia» (Hélas in francese, con una l).

Ed è veramente questa la situazione in cui ci troviamo: nella «disgrazia». Quello che si sente continuamente nelle tragedie antiche: ahimè e ahinoi! Uccisioni, incesti, stragi, che comunque alla fine portano sempre all'antica catarsi. È proprio questa catarsi che si aspetta il popolo greco, quella che solo un deus ex machina può portare, visto che i nostri antichi antenati, i tragediografi, sono defunti da 2.500 anni. Ma il deus ex machina che ci hanno lasciato in eredità le loro opere rimane ancora la soluzione che porta alla salvezza.

P.S.: Molti amici stranieri mi rivolgono domande su Alba Dorata. Come ha fatto la malapianta a crescere? Io rispondo che, nei periodi più difficili della nostra storia, c’era sempre un 5% che svolgeva lo stesso ruolo svolto ora dai baldi giovani di Alba Dorata. Nel 1931 c’era l’organizzazione Eee che attaccava gli ebrei greci. Durante l’occupazione delle potenze dell’Asse, c’erano i Battaglioni di Sicurezza e il gruppo X. Durante la dittatura dei colonnelli avevamo i delatori senza nome. E ora abbiamo Alba Dorata che è cresciuta nei quartieri più sensibili grazie alle sue “opere caricatevoli” e all’assenza dello stato. Se la prendono con i pachistani, gli srilankesi, con quelli scuri di pelle. L’unica differenza con il Ku Klux Klan è che loro dispongono di seggi nel Parlamento degli Elleni, nel paese in cui è nata la democrazia. Involontariamente però svolgono anche quella funzione di cui parlavo prima, di deus ex machina che risveglia l’elleno dal letargo in cui era caduto per ben 35 anni di benessere in prestito e di un’apparente agiatezza ad altissimi tassi d’interesse.

Traduzione dal greco di Dimitri Deliolanes

La dittatura è globale

Vassilis Vassilikos

Siamo ormai entrati nel pieno del periodo preelettorale. Per me questo è un dramma. Conduco una trasmissione settimanale dedicata ai libri. E c’è sempre il terrore che lo scrittore invitato diventi nel frattempo candidato di qualche partito e c’è il rischio che le regole della par condicio mi facciano saltare la puntata. Nel frattempo, il 15 aprile c’è la Pasqua ortodossa, il 21 dello stesso mese si compiono 45 anni dal colpo di stato militare del 1967 e se le urne si apriranno il 29 aprile allora si riuscirà a evitare il Primo Maggio dei lavoratori, ma se si voterà il 6 maggio le elezioni si terranno proprio nell’anniversario della caduta di Costantinopoli sotto gli ottomani (ma con il calendario giuliano).

La crisi del mercato, cioè la mancanza di liquidità, ci fa sprofondare nella recessione. L’augurio è unanime: che il premier attuale Lucas Papademos, lo zar dell’economia, rimanga al suo posto anche dopo le elezioni. È stato fino a qualche anno fa vicepresidente della BCE e sa quali leve muovere per salvare la corazzata alla deriva tra le secche, cioè l’Europa meridionale e più in particolare il mio paese. Già un anno e mezzo fa scrissi su Alfabeta2 su questa cavia che si chiama Grecia. Ora aggiungo che, grazie all’overdose di antibiotici, la cavia sta morendo. Come un pugile suonato, non è in grado di sollevare la testa dalla branda mentre in piedi sopra di lui la troika sta contando fino a dieci (ma ora sta al tre) pur di dichiarare il knock-out e proclamare il sicuro vincitore: i «mercati».

Ma le cose non andranno secondo i suoi desiderata poiché, a forza di prendere sberle per tutto il secolo scorso (due guerre mondiali, due guerre balcaniche, lo sradicamento dei greci dell’Asia Minore nel 1922, una guerra civile e ben quattro dittature militari), questa cavia ha sviluppato un sistema immunitario fortissimo. Sarà così in grado di resistere anche a questo colpo a sorpresa, proprio nel mezzo dei festeggiamenti per il periodo di pace più lungo vissuto nei 190 anni di vita di questo povero Stato.

Kazantzakis nel 1948, alla fine del suo romanzo «Cristo di nuovo in croce», ha scritto che questo Cristo che va ancora una volta verso la croce e la resurrezione è la Grecia stessa. All’epoca non aveva ancora letto l’opera del suo collega italiano «Cristo si è fermato a Eboli». Gli hooligans che bruciano gli stadi sono gli stessi giovani che incendiano il centro di Atene. Che indossino i passamontagna oppure no, rimangono impuniti da decenni, come le nuvole che sfuggono a ogni rete.

Nel frattempo le telenovelas turche conquistano i palinsesti greci, visto che le produzioni locali si sono estinte. La torta della pubblicità, una volta formato famiglia, ora è ridotta a porzione individuale. Così abbiamo i serial turchi trasmessi in lingua originale con i sottotitoli greci, perché anche il doppiaggio costa. A teatro si rappresentano di preferenza monologhi. Fino all’anno scorso si potevano ancora vedere rappresentazioni con due attori. Ma la crisi ha ridotto la partecipazione a uno solo.

Tra i più di una decina di partiti e partitini che si presentano alle elezioni, per la prima volta nella storia della Grecia moderna ci sarà anche un partito dichiaratamente nazista, l’«Alba d’Oro». I sondaggi gli danno una buona percentuale. I medium però, che ora sono i media, non vedono all’orizzonte un dittatore. Poiché la dittatura oramai è globale e non ha leader. Al suo posto ci sono i «mercati». Dall’antica agorà del Demos siamo arrivati ai «mercati» di oggi, tecnologici e onnipresenti, senza limiti di luogo o di frontiera. Per entrare nella loro pagina web basta digitare il codice 666. E una serie infinita, come la serpe che stritola il pianeta, di zeri.

Anomalia greca

Vassilis Vassilikos

Leggendo l’articolo Sottocultura e nuovo fascismo di Pier Aldo Rovatti e l’intervista di Slavoj Žižek L’effetto Berlusconi sul n. 04 di «alfabeta2», mi sono convinto che dovevo analizzare la parola anomalia prima dal punto di vista etimologico.

Anomalia deriva dal rovesciamento di senso della parola omalòs, che vuol dire piano, regolare: c’è un a privativo con l’aggiunta di una ν, poiché la parola seguente comincia da vocale e bisogna evitare lo iato. Il sostantivo normalizzazione (sempre derivante da omalos) non ha come contrario la anormalizzazione ma più semplicemente l’anomalia. Leggi tutto "Anomalia greca"