Santoni, in cerca del graal nella wasteland del Valdarno

Antonella Francini

Romanzo di formazione, libro di memorie, manifesto di una generazione, metaletteratura, storia dei giochi di ruolo e di un’ossessione, racconto di vite e paesi della provincia fiorentina: sono queste alcune possibili letture del nuovo romanzo di Vanni Santoni, La stanza profonda, uscito, come il precedente Muro di casse, per Laterza e candidato allo Strega 2017. La trama si svolge nell’arco di una trentina d’anni e i protagonisti provengono dal gruppo ‘storico’ della narrativa di Santoni, entrato nel suo immaginario fin da Gli interessi in comune nel 2008. Come l’autore, questi personaggi sono nati nel Valdarno negli anni Settanta e hanno visto quei luoghi cedere a una pseudo-cultura post-industriale coi suoi outlet e drastiche mutazioni sociali. Andre, Bollo, Paride, Leia, Silli, Tiziano, il narratore e le figure minori che incrociano al tavolo dei giochi di ruolo (il Mella, Jacopo Gori e Loriano) escono da quel nucleo originario e da quella provincia toscana ormai divenuta per Santoni la prospettiva attraverso cui racconta la sua visione del contemporaneo. Ma in questo nuovo romanzo non s’incontrano provinciali che fuggono verso il capoluogo, ossessionati dalla ricerca e dal consumo sistematico di sostanze che li facciano evadere dalla noia asfissiante dei bar di paese e da un benessere che li spinge alla deriva, come accadeva in Gli interessi in comune. Qui, i ragazzi, altrettanto ossessivamente, rimangono fermi ai tavoli dei giochi di ruolo allestiti in provincia per una ventina d’anni mentre prende forma la loro vita di giovani adulti e cambia la realtà intorno a loro. Santoni qui isola il gruppo nella ‘stanza profonda’ (il sottosuolo della casa dove si gioca) e dà al Master, cioè a colui che secondo le regole di Dungeons & Dragons e delle carte Magic in quei vent’anni ha guidato il gioco, il ruolo di narratore e custode della memoria collettiva dei giocatori e del paese. Da quasi quarantenne alla ricerca del tempo perduto e di tracce di vita nella provincia, racconta agli amici la loro storia tanto che il libro non è altro che una lunga lettera ai compagni con cui ha creato infiniti mondi immaginari basati sull’intelligenza e sulla creatività individuali, in controtendenza col mondo esterno che andava omologandosi a modelli globali senza identità e tempo.

Se questa è, a grandi linee, la storia narrata nel libro, un altro gioco, quello intertestuale del narratore/autore, corre sottotraccia dall’inizio alla fine e suggerisce una lettura del gioco di ruolo come modello archetipico di realtà potenziali. Verso la fine del romanzo, e nell’ultimo anno di giocate, Leia porta al tavolo del gioco la sua traduzione in valdarnese della Terra desolata di T. S. Eliot: “ Aprile gl’è i’ mese più ignorante, / governa serenelle dalla rena stecchita / intruglia ri’ordi e voglie, / scozza le barbe tonchie…”. Il poemetto è infatti, come dice Santoni stesso, il vero “fil rouge metatestuale della Stanza profonda sia per i temi trattati che per la struttura modulare del romanzo”. La traduzione nella parlata locale lo fa qui emergere come vero ‘correlativo oggettivo’ dello stato d’animo dei ragazzi del gruppo, ormai adulti e coscienti del declino della provincia e del potere della realtà prepotentemente entrata nelle loro vite e nella stanza del sottosuolo che li aveva finora schermati: il Paride ha il cancro; il Silli ha messo su famiglia e, come il Master, è emigrato nel capoluogo; Andre, sistemista informatico di Prada, si è arreso alla vita di provincia; il Bollo e Tiziano s’arrabattano nelle campagne valdarnesi; Leia fa la ricercatrice a Pisa. Le loro ‘schede del personaggio’ non corrispondono più, neanche fisicamente, al profilo di quando erano entrati nella stanza. Né il Valdarno è quello di una volta, ora vuoto e desolato coi suoi paesi “abbacinati e ancora più vuoti d’estate (la sonnolenza, le cicale, il meriggio, la morte insomma)” – un paesaggio sospeso alla Montale di Ossi di seppia, assetato di rinnovamento. La traduzione segna dunque la presa di coscienza di uno stato di fatto e il momento in cui il giocare diventa un rito di rigenerazione, eliotianamente parlando e con le dovute distinzioni: “sembrava quasi che voi, voi rimasti, foste ancora tutti lì per il gioco; o meglio il gioco rappresentava l’ostinazione di alcuni, la prudenza di altri, la necessità di altri ancora, di rimanere nella terra desolata”.

Le parole e le forme dialettali toscane che Leia usa fanno parte del progetto più o meno conscio di una neo-resistenza e di un vocabolario che Santoni recupera dalla parlata in provincia, ormai quasi del tutto scomparse nell’idioma urbano post-umano e digitale: masa, bordare, nocchino, nisba, ruzzo, si stette, giubbata, i’ mi’ babbo, fascine, fondi, tinello …“Dalla mia esperienza di questo Valdarno”, dice Santoni, “nasce l’impianto simbolico retrostante alla Stanza profonda e quindi la scelta della Terra desolata di Eliot come traccia interna primaria”. Su questa traccia s’innesta l’immagine della wasteland valdarnese dove, una volta usciti di scena i nonni che erano riusciti a far convivere il benessere del boom economico con la cultura contadina e i valori della Resistenza, per i nipoti nell’era post-industriale si è spalancato il vuoto e il degrado di questi luoghi. La generazione di mezzo, quella dei padri, l’aveva solo temporaneamente tamponato. I padri e le madri sono infatti pressoché assenti nel romanzo: consegnano intatta al figlio la villetta bifamiliare, simbolo del benessere borghese degli anni di mezzo, per ritirarsi, e uscire dalla storia, in una campagna artefatta e monopolizzata da residenti stranieri. In quel luogo ctonio, nello “spazio-laboratorio” (espressione dell’autore) dei fondi avviene dunque un salto generazionale e i ragazzi lanciano per vent’anni il dado di possibili futuri sotto l’egida dello spettro benevolo del nonno che vigila su di loro, quasi volessero riallacciarsi alle radici più nobili del contemporaneo, al sogno idealizzato di rinascita del dopoguerra.

Proprio i fondi, come si chiamano in Toscana i garage di queste villette sognate e realizzate dalla nuova classe media nelle campagne abbandonate degli anni ’50 e‘60, sono luoghi imprevedibili, “grandi e irrazionali”, dove tutto può succedere, più importanti, paradossalmente, dei piani superiori e dei salotti buoni. Quando il Master/narratore ritorna da adulto in quel labirinto di “cantine, ripostigli, stanze della caldaia, accessi al giardino, scale, scalette, cucine aggiuntive e stanze di servizio” si innesca “un meccanismo proustiano”, come dice Santoni, e comincia a ricordare. Lì, dove regnano ragni e calabroni, ogni oggetto ha una storia, dai cavi scoperti nella cucina ai vecchi mobili e agli scatolini colmi di cianfrusaglie, alle vestigia ancora intatte dei giochi di ruolo. Il meccanismo del ricordo struttura il romanzo come un collage di frammenti di tempo passato e presente, rivissuti simultaneamente dal Master – un Tiresia, potremmo dire, che tiene insieme spazio e tempo mentre si aggira per il sottosuolo e vaga nel paesaggio valdarnese ormai irriconoscibile. Il suo desiderio di mettere su una giocata finale è l’estremo tentativo di scommettere ancora una volta su una generazione e sulla sua capacità di incidere sul reale. Ma come Rip Van Winkle, il protagonista del racconto di Washington Irving (altro metatesto del romanzo), sarà per lui come risvegliarsi da un lungo sonno per ritrovarsi in un mondo popolato da estranei.

Altro rimando al poemetto di Eliot, oltre che al ciclo arturiano ripreso dai giochi di ruolo, è l’allusione alla ricerca di un graal. Il termine viene usato dal Master quando, in un casolare dove il gruppo si ritrova per giocare, rinvengono la Woodgrain Box, la primissima edizione di Dangeons & Dragons. Ma, in realtà, la vera quest, sempre in fieri, è l’utopia di una rigenerazione che trovi davvero sbocco rivoluzionario nella realtà. Benché la mitica scatola, come è stato scritto, abbia un’effettiva funzione magica quando la ricerca si sposta negli Stati Uniti dove il Master e due del gruppo vanno sulle tracce di Gary Gygax, il padre dei giochi di ruolo, sembra più che altro un feticcio e un temporaneo depistaggio con regole di gioco obsolete per giocatori esperti e capaci di sviluppare sistemi propri. Davanti alla casa dell’inventore, in un’America poco credibile, quasi fumettistica, la scatola inquadrata nel videocitofono fa comparire un uomo con cui giocano una partita vecchio stile nei fondi della villetta - ombra o figurante di Gygax che sia, o semplicemente uno spudorato imbroglione dato che, più tardi, scoprono che il loro idolo è deceduto da qualche anno. Altri indizi del vero graal sono distribuiti per tutto il libro: il barattolo con le matite che il narratore trova all’inizio, i vecchi manuali che il Master regala al figlioccio del Bollo, le vecchie mappe, il passaggio segreto nei fondi di casa e ogni oggetto rimasto lì da anni e potenzialmente magico.

La bibliografia dell’autore, le citazioni e le note rimandano ad altri metatesti: a David Foster Wallace proprio per l’uso di questi apparati extratestuali; a Dostoevskij e altri autori in cui il gioco è tematizzato; al romanzo Abbacinante di Mircea Cărtărescu in cui, nelle parole di Santoni, “il tema della creazione della realtà, e della realtà come continua mise en abîme, è decisivo” e alla narrativa di Sebald “per il rapporto con la memoria, col senso delle vestigia, e per certe scelte strutturali”. L’elenco delle provviste che il gruppo scopre nel bunker realizzato nei fondi dal nonno inizia con una citazione da La strada di Corman McCarthy. Anche se questo passo rimanda al momento in cui la coppia padre/figlio in viaggio verso la salvezza in un mondo postapocalittico trova da sfamarsi in abbondanza, l’ultimo viaggio del Master attraverso il paese deserto, dove poliziotti multano e arrestano bambini stranieri che giocano con palle fatte di stracci e scotch, risente dell’atmosfera post-umana di quel libro ambientato lungo una strada dove ogni regola è sovvertita.

È, infine, uno stratagemma rituale anche quello che Santoni inscena nella giocata finale, che mi piace leggere come sospesa fra realtà e finzione. I quattro (o 400) sbirri che, per una telefonata del vicinato, irrompono nella stanza proprio quando il gioco del gruppo ricomposto dal Master sta per iniziare e i dadi dell’immaginazione per essere lanciati, sono emanazione di un paese ostile, massa anonima, esercito di robot che potrebbero davvero essere usciti dalla fantasia dei giocatori, dal colpo di mano di uno di loro con una trama imprevista da immettere nella Ur-trama scrupolosamente predisposta dal Master. Il clima sospeso dà all’episodio, come afferma l’autore, “un’aura kafkiana – il sistema ti è nemico, a volte non sa nemmeno il perché delle cose, agisce per riflesso rispetto a tutto ciò che non riconosce”. Questa sospensione persiste nelle pagine conclusive del libro dedicate a una sintetica storia dei giochi di ruolo, che oggi non sono più un’attività di pensiero indipendente basata su intelligenza e immaginazione. Entrati online, ora dipendono da un algoritmo benché, almeno nel romanzo di Santoni, le parole del Bollo (“ma martedì prossimo si gioca?”) lascino il finale davvero aperto a ogni ipotesi narrativa, e di riscossa, nelle wasteland dell’Italia contemporanea.

Vanni Santoni

La stanza profonda

Laterza, 2017

Il rimbalzo dei cervelli

Jacopo Galimberti e Vanni Santoni

A noi nati tra gli anni Settata e Ottanta il tormentone della “fuga di cervelli”, che i media additavano come segno esiziale dell’imminente tracollo del paese, in fondo piaceva. Ci rincuorava: comunque sarebbe andata, avremmo pur sempre potuto tagliare la corda. Tanto più che qualche genitore illuminato ci aveva spinti verso le lingue; tanto più che avevamo fior di “competenze informatiche” (Microsoft Word e “i più diffusi browser”, i migliori anche Excel...); tanto più che alla fin fine non era mica un’invenzione della TV e dei giornali: tutto intorno a noi si moltiplicava il fuggi fuggi, ed erano sempre di più gli amici che si riposizionavano a Berlino, Dublino, Londra, Barcellona, Oslo. Magari si trasferivano per sei mesi, o un anno “tanto per vedere”; magari si acclimatavano nel modo più liscio, tramite il progetto Erasmus; magari si fidanzavano là o vi facevano un dottorato, o trovavano un lavoro “vero”, e gli anni diventavano quattro, cinque, sei. L’Italia, di lontano, sembrava ingiusta, malmessa, alla deriva, Africa più che Europa.

Cosa accade però quando la crisi dilaga anche nelle altre nazioni europee, e gli immigrati italiani si trovano in esubero? Cosa ne è del loro sapere, del loro coraggio, della loro pervicacia, quando ciò che resta da fare è l'insopportabile: tornare in Italia? Non fanno più nemmeno parte della categoria “italiani all'estero in cerca di fortuna”, a cui si riconoscono almeno un pò di grinta e visionarietà. Le statistiche della disoccupazione (e della cattiva occupazione) torneranno a considerarli, mentre prima li trattavano come se all'estero fossero stati a fare una vacanza. In questo spirito vacanziero credeva anche il governo Berlusconi, che ha inventato la Legge “controesodo” – agevolazioni fiscali che favoriscono sostanzialmente solo lavoratori ad alto reddito. Il governo però si cautela, e ne ha ben donde, il tutto vale solo se poi si resta in Italia almeno sei anni! Insomma, il solito mezzuccio a corto raggio finalizzato a fare cassa.

Per i lavoratori disoccupati o precari senza l’alto reddito, a cui per di più i genitori non hanno comprato un appartamentino – all'estero, o almeno in una grande città italiana – il ritorno è un vero e proprio schiantarsi. Tornare nella casa paterna è una regressione di quattro, cinque, sei anni, ma con una differenza feroce: il pane che c'è sulla tavola è ormai pane altrui. C'è chi si fa piccolo e crede di aver peccato di hýbris. Attraverso l'estero, voleva sottrarsi ai ricatti del mercato del lavoro italiano, sognava un welfare, cercava diritti, uno stato devaticanizzato, fluido, meritocratico (pur sapendo che meritocrazia è nozione pericolosa, che occulta le impari condizioni sociali); voleva esercitare, insomma, il proprio sacrosanto diritto di fuga dal Brutto Paese. Si capirà allora che al ritorno c'è da diventare paranoici. Il fuggitivo, o la fuggittiva, si sente osservato: “hai tentato di farla franca, eh...”, sembra bisbigliare chi lo circonda. E hanno ragione, c'è ormai una frattura insanabile. L’ex emigrato li vede bigotti e mostruosamente provinciali, gli sarà impossibile mescolarsi a loro, mentre ai loro occhi la sua stessa presenza è da un lato una crassa soddisfazione, dall’altro una provocazione bella e buona.

Con chi ci si ritrova dopo lo schianto? Qualche amica ha fatto carriera ma è incazzata col mondo. Qualcuna si è sposata e ha normalizzato ormai da tempo la negoziazione degli aiuti coi genitori. La maggior parte è rimasta allo stesso punto di svariati anni prima. Quelle le si frequenta più volentieri, ma la vuotezza dei discorsi si è fatta baratro. “Sei tu che sei cambiata...Te la sei cercata”, sembra insinuare un brillio strano negli occhi della madre, che guarda sbalordita i vestiti che la figlia si è comprata all’estero. Chissà cosa ha combinato, pensa. Forse pensa addirittura, senza saperlo, senza nemmeno ammetterselo, che, dopotutto, sua figlia è una spostata. Una spostata in cerca di lavoro: e cosa scrivere sul curriculum, di quegli anni all'estero? Confezionare una balla? Dire dei lavori part-time inframmezzati da attività saltuarie, appassionanti, istruttive, non remunerate? Dare risalto alla padronanza di un'altra lingua? Ma è una competenza effimera, e poi se serve a qualcosa è proprio per andare all’estero! Cosa impedisce durante il colloquio di lavoro di dire le cose come stanno: che si è tentato di valorizzarsi come individui, che si è fatta una scelta di libertà e autonomia. Non sono questi i valori del miglior capitalismo?

In Danimarca, chi fa l'università generalmente non la inizia subito dopo la scuola superiore. Si passano uno, due o anche tre anni a viaggiare, a lavorare, a viaggiare lavorando, a impregnarsi di una cultura che non può essere schiaffata in un libro. Ma in Italia? Cos'è un “buco nel curriculum”, cos'è un buco nella vita? Perchè nel paese in cui prospera la Grande Arte – quella di arrangiarsi – si è cosi refrattari a esperienze eteroclite, tentennamenti, esplorazioni infruttuose? Un curriculum rappresenta la vita come un percorso a ostacoli. Quelli che ritornano invece hanno capito che le traiettorie personali sono odissee, romanzi picareschi, ballate con ritornelli e silenzi. La spostata o lo spostato hanno i mesi contati. Presto il pane sulla tavola ridiventerà pane familiare. Una bella crisi di panico o una litigata apocalittica con i genitori daranno l’abbrivio, i media nazionali la nausea di contorno. Tutto si trasformerà in un carburante la cui composizione chimica è forse nociva, o è forse la stessa di cui sono fatti i sogni. Dal purgatorio ci si prepara a un nuovo limbo, covando magari i piani per la prossima – quella sì – fuga.

Scrittura industriale e industria editoriale

Network

Il progetto Sic e una proposta (non troppo) modesta

Gregorio Magini, Vanni Santoni

Da quando nel 2007 presentammo al pubblico il progetto Sic, Scrittura industriale collettiva, quella parola in mezzo alla nostra sigla, «industriale», è stata per noi croce e delizia. Delizia per lo sdegno che cagionava alle poetesse della domenica, croce – voluta – per l’inevitabile accostamento alla «letteratura industriale» intesa nel senso più deteriore, ovvero quella prodotta da squadriglie prezzolate nascoste dietro al nome di un autore famoso. È nostra intenzione esplorare questo confronto – non è forse scrittura collettiva anche quella «letteratura industriale» in cui l’autore butta giù l’idea o qualche pagina, l’editor compone e propone, i ghostwriter sgobbano? Leggi tutto "Scrittura industriale e industria editoriale"