Televisione delle mie brame

teleValerio De Simone

«La televisione – affermava Marshall McLuhan – porta la brutalità della guerra nel comfort del salotto. Il Vietnam è stato perduto nei salotti d’America, non sui campi di battaglia». La nota affermazione dello studioso canadese ben si presta per comprendere lo spirito del libro curato da Damiano Garofalo e Vanessa Roghi. L’opera si pone quale obbiettivo principale infatti, come affermano i due curatori nell’introduzione al libro, quello di «aggiungere alcuni elementi al discorso storico sulle mentalità in epoca contemporanea». Dunque Televisione. Storia, immaginario, memoria non vuole proporsi come un tradizionale manuale storico sulla televisione ma, mantenendo la ricerca storica come proprio impianto di metodo, la diversifica. Per questo motivo il volume è suddiviso nelle tre aree tematiche annunciate dal sottotitolo, così raccogliendo interventi di studiosi provenienti da ambiti disciplinari differenti (sociologi, mediologi e antropologi) che hanno posto al centro delle loro ricerche il medium televisivo conservando l’eterogeneità visiva dell’oggetto: dai messaggi veicolati nei programmi al pubblico che li recepisce.

In questa traversata la RAI è il principale oggetto d’indagine, eccetto per il capitolo di Emiliano Perra dedicato al serial inglese The Promise (2011), sul conflitto Israele-Palestina, che ci aiuta ad uscire dai confini nazionali italiani. Molto interessante il modo in cui Enrico Menduni ripercorre la storia della televisione italiana, soffermandosi su forme e contenuti di quella che Umberto Eco definì «veterotelevisione» (1954-1960) e facendo emergere come le trasmissioni educative della Rai degli inizi, come la celeberrima Non è mai troppo tardi, non avessero un grande successo di pubblico, malgrado nella memoria collettiva restino circondate da «affettuosa nostalgia». Nonostante questo, la televisione – dalle origini sino alle piattaforme on demand – non viene mai mostrata come il medium responsabile di condurre l’umanità verso un baratro di stupidità e mediocrità, come sostenuto fra gli altri da Pier Paolo Pasolini. Sempre più evidente, dalla lettura del testo, come la televisione sia legata a doppio filo alla storia e alle sue rappresentazioni, come mostra Roghi nel suo saggio che ripercorre i programmi di storia trasmessi in Italia dal 1961 al 1994.

Ma sarebbe riduttivo trattare la televisione senza analizzare il pubblico, ossia la ricezione dei programmi da parte degli spettatori. Così l’intervento di Garofalo, Consumi televisivi nell’ecosistema mediale, sceglie di confrontare i consumi televisivi coi dati del Servizio Opinioni e fonti qualitative provenienti dall’Archivio Diaristico nazionale di Pieve Santo Stefano, per sottolineare la reazione degli altri consumi mediali e culturali, come il cinema, di fronte all’avvento della tv. Di particolare interesse l’intervento di Guido Vitiello, che si pone come obiettivo di decostruire il «circo mediatico» venuto a costruirsi nell’immaginario collettivo sulla saga letteraria, cinematografica e televisiva di Romanzo criminale.

Le importanti riflessioni che scaturiscono dalla lettura forniscono una prospettiva storica sulla televisione italiana e producono una meticolosa analisi del mezzo televisivo (quale spesso è mancata, in passato), evidenziando, oltre al legame con la storia, quello con la politica. La televisione come oggetto di studio smette, o dovrebbe smettere, di essere vista aprioristicamente come un nemico da combattere, come l’espressione imperante di un degrado morale che ha infettato il pubblico italiano. Le conversazioni finali, in appendice al volume, con Francesco Casetti e Mario Morcellini, pionieri degli studi universitari sulla televisione italiana, sono allora la migliore conclusione. Tra aneddoti di vita, di accademia e teorie, una passeggiata nella storia dove la televisione è, soprattutto, una passione dirompente.

Televisione. Storia, immaginario, memoria

a cura di Damiano Garofalo e Vanessa Roghi

Rubbettino, 2015, 266 pp., € 16

Poteri oscuri e lampi di luce

tensioneVanessa Roghi

«Un rilevante atto terroristico proietta il suo peso sui principali eventi dell’agenda politica, caricandoli dei significati generati dall’atto criminale [...] L’eco del boato è tutto ciò che lascia l’esplosione dopo il suo scoppio». Non macerie, visibili, ma un’eco, intangibile, invisibile e per questo più difficile da fotografare, restituire al dibattito pubblico in un libro di storia. Il boato è quello generato dalla strategia della tensione: non solo dalle sue bombe, ma dal progetto stesso che ha coinvolto a diversi livelli e in diversi momenti istituzioni, partiti, stampa, con il preciso intento di modificare gli equilibri politici esistenti o di alterarne le possibili variazioni in senso favorevole al PCI. La sua eco: le parole stampate nero su bianco sui quotidiani, non solo quelli della destra radicale, ma anche sui giornali moderati, tramite il meccanismo delle agenzie di stampa, controllate dalle strutture parallele legate ai servizi segreti.

Una storia nota, vero, eppure mai raccontata abbastanza. Se la ricerca di Mirco Dondi si colloca da un lato, infatti, all’interno di una solida storiografia che a partire da almeno 15 anni ha cercato di ricostruire quelle azioni di natura eversiva ma anche istituzionale, che hanno costruito il progetto della strategia della tensione italiana, dall’altro è anche un’utile risposta a chi, su stampa o tv, ha raccontato gli anni Settanta come ostaggio del solo terrorismo rosso e non principalmente dello stragismo nero. Come anni di piombo e non, anche, come anni di stragi.

Dondi dedica la prima parte del libro a ricostruire la genealogia di una storia che affonda le sue radici nell’immediato dopoguerra, quando si delinea il «peccato originale delle strutture parallele», nate per combattere una guerra psicologia, attraverso vie non legali contro il comunismo. Uno stato doppio che in quanto tale ha richiesto una doppia lealtà, per citare Franco De Felice che ha tematizzato la questione fin dal 1988 quando ancora di Gladio, per esempio, nessuno parlava. Ma anche strutture, come ha indicato Giacomo Pacini, che in quanto nate in seno alle istituzioni fanno parte dello Stato, strumenti di governo inseriti in modo coerente dentro il patto atlantico e la guerra fredda, fino a quando, dopo il 1968, si prefigura uno scontro frontale e si innalza la soglia della violenza. Violenza già diffusa ma che sarebbe probabilmente rimasta ai livelli di Francia e Germania se non vi fosse stato, scrive Dondi, il coinvolgimento di apparati internazionali.

Violenza che forse non sarebbe esplosa se le Istituzioni, anche quelle segrete, avessero evitato, ed era possibile, infiltrazioni di ex fascisti saolini e golpisti di ogni risma. In questo senso il piano Solo è un precedente che illumina tutto il decennio successivo. A maggio del 1967 «L’Espresso» rivela il progetto golpista di tre anni prima. Il generale De Lorenzo, per tutta risposta, querela la testata e malgrado vi siano prove inoppugnabili di un tentativo di colpo di stato, non si dà luogo a procedimenti penali di alcun tipo. In seguito a un’intensa campagna di stampa, comunque, viene istituita la Commissione parlamentare d’inchiesta sugli eventi del 1964: eppure i militari coinvolti nel Piano continuano la loro carriera.

E dal dicembre del 1969 inizia quella sequenza di stragi che porterà a Piazza della Loggia (1974): ma, insiste Dondi, tutto sarebbe potuto andare diversamente: poiché «il prolungamento che si verifica nei piani eversivi contro la Repubblica è legato anche alle non perseguite deviazioni dei servizi. In mancanza di un chiarimento sull’individuazione dei responsabili del Piano, la parte sana della democrazia italiana si autocondanna a vivere sotto la minaccia di un potere che non è in grado di dominare e con il quale deve continuamente misurarsi».

Ma L’eco del boato è anche un libro sulle parole, sul lessico impiegato dai politici e dai giornali di fronte alle stragi e ai loro presunti o reali esecutori. In questo senso fin dalle prime pagine Dondi individua nell’inchiesta La strage di Stato («controinchiesta», quale è definita dal sottotitolo, realizzata da «Eduardo M. Di Giovanni, Marco Ligini e tanti altri compagni e compagne») un momento di svolta nella costruzione di una contronarrazione rispetto a quella messa in campo negli anni Sessanta, in modo non coordinato ma spesso concordante, dalla stampa e dai servizi. La risposta della controinformazione nasce dal boato più grande, quello di piazza Fontana. Uscito presso Savelli il 13 giugno 1970, La strage di Stato, diventa subito un caso editoriale: fra il ’71 e il ’77 vende mezzo milione di copie e diffonde un’espressione, «strategia della tensione», comparsa per la prima volta sul settimanale britannico «The Observer» in un articolo uscito all’indomani della bomba alla Banca Nazionale dell’Agricoltura. La strage di Stato è anche la metonimia perfetta di un tema che Dondi affronta in diversi passaggi: ovvero come funziona l’infiltrazione dei servizi nella stampa antagonista: nell’opuscolo infatti sono racchiuse informazioni che si riveleranno esatte sul ruolo di Michele Sindona come sovvenzionatore dei neofascisti. Il tema, scrive Dondi, è inedito, considerando che Sindona sino a questo momento era considerato l’astro emergente della finanza italiana.

Ma il sistema dell’informazione non è giudicato solo negativamente: il ruolo del pur conservatore «La Stampa», gli articoli di Carlo Casalegno, il «Corriere della Sera» di Piero Ottone, «L’Unità», «Paese sera» e «Lotta continua» sono sottoposti al vaglio di un’analisi attenta e articolata che avremmo voluto altrettanto rigorosa nei confronti della Rai (il cui peso è oggettivamente sottovalutato o liquidato in alcuni passaggi troppo frettolosi e tranchant). Malgrado ciò in questa capillare attenzione nei confronti della stampa risiede, a mio parere, il merito fondamentale del libro di Mirco Dondi: poiché attraverso questa chiave di lettura restituisce l’immagine complessa di un paese nel quale non agirono soltanto forze occulte e politici eterodiretti, ma anche apparati politici sani (colpisce l’inascoltata figura di Mino Martinazzoli, sulla strage di Brescia) e un’opinione pubblica in grado di determinare, con il voto e la partecipazione, la fine della strategia della tensione così come era stata concepita dal 1943 in poi.

Mirco Dondi

L’eco del boato. Storia della strategia della tensione 1965-1974

Laterza 2016, 454 pp., 28