Approdi visionari d’estasi in pittura

André Breton, lettera a Giordano Falzoni, 1948

Giordano Falzoni

a cura di Vanessa Ariu

Nella primavera del 1991 Giordano Falzoni scrive un testo dal titolo Approdi visionari d’estasi in pittura destinato al catalogo della retrospettiva artistica a lui dedicata, in corso di allestimento a Cagliari, per cura dell’Associazione culturale «L’Alambicco». Cinque anni dopo, quando la mostra avrà luogo, difficoltà di varia natura osteranno alla pubblicazione del catalogo e i materiali preparatori, ad esso destinati, rimarranno conservati all’interno di una cartella, nell’archivio dell’associazione culturale. È qui che li ho ritrovati, durante le ricerche preliminari alla stesura della mia tesi di laurea magistrale in filologia italiana, discussa all’università dell’Aquila nell’aprile del 2018 (Scavi filologici tra surrealismo e neoavanguardia (Gruppo 63). L’ultimo testo inedito di Giordano Falzoni e le sue traduzioni di André Breton, relatore Teresa Nocita).

Approdi visionari è una breve trattazione sull’estasi artistica, divisa in ventidue paragrafi, nella quale l’autore condensa tutta la sua riflessione speculativa e la sua esperienza biografica, motivo per il quale il contenuto potrebbe essere considerato come una sorta di diario personale o, più propriamente, un resoconto della sua attività artistica, letteraria e teatrale.

Falzoni definisce l’estasi visionaria come un dono, per il raggiungimento del quale un ruolo importante hanno la pratica del gioco e la dimensione onirica. Sono questi elementi dai quali emerge chiaramente il suo forte coinvolgimento con l’avanguardia surrealista, certificato nella produzione pittorica e testimoniato, fattivamente, dalle sue traduzioni delle opere dell’amico André Breton (Nadja, Poesie).

Tra le forme artistiche più idonee a stimolare il pubblico e a dirigerlo verso l’estasi visionaria c’è, secondo Falzoni, il teatro, che lo ha impegnato a lungo come autore ed attore. La sua opera più famosa e accreditata è infatti la raccolta dei copioni di Teatro da camera, pubblicato da Rizzoli nel 1965.

La pittura, però, rimane il medium privilegiato dell’autore per spingerci verso il “decollo”, in uno stato di incoscienza positiva, la sola che è capace di aprire la nostra quotidianità all’infinito.

Vanessa Ariu

Doni offerti a chi medita

Gli approdi visionari dell’estasi sono doni sorprendenti offerti a chi medita.

Inclinazione libertaria d’artista

La partecipazione dell’esperienza visionaria, in stato “ipnagogico” ed in quelli oltre la soglia del sogno da svegli, grazie alla stimolazione del “ritmo alfa” e di altri ritmi di attività cerebrale mediante l’esposizione degli occhi chiusi a luci stroboscopiche, è un dono che, da artista libertario, grato per il dono a mia volta ricevuto, ho sentito inclinazione a comunicare specialmente a quanti, non avendo avuto precedenti esperienze di meditazione, potessero trovarlo particolarmente prezioso.

Fotostimolazione stroboscopica dei ritmi cerebrali

La fotostimolazione stroboscopica dei ritmi cerebrali, ed in particolare del “ritmo alfa”, proposta, dapprima, dalla medicina moderna, come ausilio diagnostico, rende, ormai, gli aspiranti all’estasi visionaria indipendenti dall’uso delle sostanze psicotrope in gran parte oggi proibite alle quali, per millenni, la specie umana aveva fatto ricorso, nella ricerca, “magica”, “religiosa” ed “artistica” d’autocoscienza, da cui trasse origine la cultura tramandataci a partire dalle sue espressioni mitiche.

Gioco e arte nell’avventura visionaria

Ad avvicinare alle porte della percezione interiore, hanno contribuito e non cessano di farlo, al pari dei “misteri” e dei ritmi magici d’ un tempo, i due sentieri del gioco e dell’arte, che, abbinati sulla pista dell’esplorazione, conducono a piattaforme visionarie d’approdo personale e di comunicazione interpersonale.

Due sentieri in una comune pista di esplorazione.

Percorrendo i due sentieri d’esplorazione, che procedono, pressoché paralleli, e s’intersecano tanto spesso da formare una pista comune, ho notato come tale accesso all’estasi visionaria produca, a sua volta, piattaforme d’approdo e decollo con tempi e modalità di ricerca particolari.

Visioni percepite in “stato ipnagogico”

Immagini, ora statiche, ora cinematiche, da me percepite in “stato ipnagogico”, mi sono apparse spesso come opere d’arte germogliate su terreni certamente assai distanti, nello spazio e nel tempo, dal terreno della nostra attuale civiltà e da quello di altre di cui mi sono famigliari taluni resti o di cui mi è dato riconoscere tratti stilistici.

Sorprese

La sorpresa caratterizza tali visioni, che appaiono, d’improvviso, già ben strutturate e definite anche nella loro, spesso grande, complessità, quasi fossero il risultato di un previo processo di elaborazione e selezione di dati simbolici, narrativi e formali, giunto, ormai, a concludersi in un oracolare apporto definitivo.

Dall’oceano dell’immaginazione universale

La ricchezza e l’abbondanza delle immagini, che si avvicendano, quasi fossero fornite, in tempo reale, da quello che si intuisce come una sorta di oceano illimitato della immaginazione universale, induce solitamente ad appagarsi del dono visionario senza tentare di attardarsi nel commento d’un’esperienza diretta sublime e, forse, ineffabile.

Cionondimeno, talora, si fanno resoconti di quanto si è visto, come si ama raccontare i propri sogni.

Racconti dell’esperienza visionaria

Dai resoconti dell’esperienza visionaria, affidatimi, spesso contestualmente, da coloro ai quali l’avevo facilitata, ho intuito come l’origine della letteratura, a partire dalle sacre rivelazioni, e, in parte, la stessa evoluzione linguistica, possano doversi all’aspirazione a comunicare fedelmente quanto la visione interiore aveva mostrato e che appariva ineffabile.

Può sembrare che si possa evitare l’ostacolo dei problemi della traduzione in termini linguistici di ciò che era stato percepito visivamente, documentando la visione con mezzi visivi.

Ciò può aver contribuito alla nascita e allo sviluppo delle arti visive e dell’arte visionaria.

Le arti visive e la documentazione della visione

Le arti visive, quando vengono usate per riferire esperienze visionarie, assumono un ruolo strumentale alla documentazione prefissasi.

Ma, rispetto all’universo visionario, il ruolo delle arti visive può essere tutto diverso.

L’arte coinvolta nella costituzione di visioni

Oltre a un’arte dedita alla documentazione di visioni, ve n’è un’altra coinvolta piuttosto nel costituirle.

A questo secondo tipo, appunto, mi sembra appartenga la mia pittura visionaria.

Personalmente, per quanto ricordo, ho sempre fatto coesistere gioco e arte, identificando l’uno e l’altra a livello esistenziale e stabilendo tra i due sentieri un collegamento intermittente sulla pista della mia esplorazione.

Nessuna predisposizione, da parte mia, alla pianificazione di opere d’arte predeterminate dall’intento di documentare il già visto.

Ho, invece, manifestato predisposizione per l’esplorazione delle conseguenze di atti e scelte. Proprio come, appunto, accade nella sfera del gioco.

Non deve meravigliare, quindi, che io abbia sentito il richiamo del surrealismo e trovato tecniche e modalità ludiche di esplorazione adatte alla proposta immaginaria anziché al resoconto descrittivo, e ciò tanto in pittura quanto in letteratura.

Sul sentiero del teatro

La mia tendenza alla scrittura automatica si è confermata nella vera e propria abitudine a scrivere, quasi come “sotto dettatura”, le battute destinate, di volta in volta, ai miei personaggi, che, dal momento in cui ne decido la partecipazione al cast, non cessano di suggerirmi rapidamente i loro rispettivi interventi.

L’esperienza diretta facilitata

Ma il teatro mi ha attirato soprattutto come possibile luogo di “esperienza diretta facilitata”: quella che, trenta anni fa, cominciai a proporre in una cantina romana della avanguardia “underground” – il «Dioniso teatro» – dove operava il gruppo di ricerca dell’anarchico Giancarlo Celli.

A tale gruppo proposi la stimolazione del ritmo alfa coi rudimentali, ingegnosi stroboscopi del tipo che mi aveva fatto conoscere Brion Gysin.

Il pubblico veniva ammesso ogni sera in piccolissimi gruppi che erano assistiti accuratamente per fare insieme l’esperienza visionaria, i cui risultati venivano riciclati, seduta stante, in una comunione misterica.

Chi vuol saperne di più può consultare resoconti, in cui, sulle riviste «Carte Segrete» e «Il Verri» e nel libro antologico dedicato a Giuseppe Bartolucci alla “nuova scrittura scenica”, riferii i risultati e consigli tecnici utili a chi volesse riprenderne l’esperienza.

Questa esperienza diretta, facilitata via via come l’uso di apparecchiature stroboscopiche sempre più adeguate, anche grazie all’elettronica, al servizio simultaneo di numerosi utenti, in condizioni di accresciuta comodità, fu da me poi inserita in mostre personali in gallerie d’arte (L’Attico, Roma, v. del Paradiso, 1976; L’attico in viaggio, Madras, International youth forum, local library auditorium, 1977; Abbazia di S. Crispolto, Passaggio di Bettona, 1978 e in “Percezione orgonica e iconoscopia ipnagogica”alla Settima Internazionale della Performance, Bologna, Galleria d’Arte Moderna, 1978).

Dalla pittura alla visione

Ora mi rendo conto che il dipingere mi coinvolse nella avventura dell’estasi visionaria già prima dell’incontro con la fotostimolazione del “ritmo alfa”, e di quello con la meditazione.

La pittura fu per me, agli inizi, la ricerca (mediante la stesura per trascinamento di strati spesso più volte sovrapposti, su carta candida, di colori dal giallo limone con la luce più viva, al nero, dei “wax crayons” pastelli della ditta Sketcho, fabbricati a Sandusky, nell’Ohio, per i bambini americani) di forme archetipiche, che immaginavo esistere, nascosto sotto la soglia della coscienza, e che aspiravo a scoprire come in una sorta di scavo archeologico.

Primo archetipo ricorrente

Il primo archetipo a manifestarsi ricorrente fu un mandala costituito da una coppia di ali tondeggianti con tra di esse una sorta di baccello verticale o corpo di lepidottero.

Apparizione della luce

All’automatismo dei gesti, spesso curvilinei, con cui procedevo, per “frottage”, alla stesura dei sottilissimi strati di encausto, si venne ad aggiungere l’automatismo del graffito con cui, scavando, con aghi o con lamette, facevo apparire i sottostanti strati di colore.

Le apparizioni che ne derivavano avevano l’aria di provenire dalla luce, proprio come le illuminazioni che percepirò, in seguito, in meditazione ed in “stato ipnagogico”.

Messaggi dallo schiacciaparole

Anche la pratica del gioco da me denominato “schiacciaparole” mi ha riservato sorprese di tipo visionario con immagini che mi parvero contenere messaggi espliciti, come una farfallina rivolta verso la sorgente luminosa, quasi a illustrare una frase scritta a suo tempo per me da André Breton.

Pittogrammi da schiacciogrammi

Applicando lo “schiacciaparole” alla ceramica, trasformai schiacciogrammi tratti da lettere dell’alfabeto latino in pittogrammi d’una lingua d’extraterrestri che usai nel mio immaginario MUSEO DEGLI EXTRATERRESTRI A EBLA.

Lieti autoconvitati

L’uso di immagini simmetriche ottenute da schiacciamento, come punto di partenza, e altre avventure, come il “fumage”, fecero anch’esse per me, del dipingere, una festa continua frequentata da visitatori autoconvitati che non ho la pretesa di classificare (fate, elfi, micronauti, angeli senza nome?) affacciantisi in liete brigate.

Identità e incognito

Esito quando si tratta di fissare un titolo: per rispetto del diritto all’identità, o all’incognito, della realtà visionaria emersa nel tempo.

Decolli in atteggiamento contemplativo

M’è accaduto di veder improvvisamente animarsi e mutare un quadro che avevo già definitivamente ultimato.

Un decollo?

Poiché tale effetto mi fu riferito da altri che s’erano posti, a lungo, in atteggiamento contemplativo, di fronte a mie opere, tendo a sperare che esse possano costituire, per quanti ne coltivino l’aspirazione, gradevoli piattaforme in vista di decolli in estasi visionaria.

Rilievi sugli approdi visionari in pittura

Talora, dopo preparazione molto lunga, l’approdo è subitaneo.

Il tempo non conta.

Il punto d’approdo non è né prevedibile né mirato.

Situazione tipica per il decollo è l’attesa che gli elementi messi in gioco rivelino la loro inclinazione reciproca.

Lo stato meditativo può ricominciare a stabilirsi anche dopo una o più pause nel corso dell’elaborazione di una pittura.

Piattaforme d’approdo visionario possono trasformarsi in piattaforme di decollo per chi esponga all’effetto della loro contemplazione prolungata.

Forse le piattaforme di decollo, come le piste di partenza dell’estasi visionaria, sono infinite.

Giordano Falzoni, Milano, primavera 1991