Cinque voci dal contemporaneo # 5 / Valerio Magrelli

Si conclude oggi il piccolo ciclo di appuntamenti su alfaDomenica con cinque importanti poeti italiani di oggi a colloquio con due studiose dell’altro emisfero. Dopo Mariano Bàino, Mariangela Gualtieri, Tommaso Ottonieri ed Enrico Testa, è dedicato a Valerio Magrelli l’ultimo estratto dall’importante volume di Patricia Peterle ed Elena Santi, italianiste dell’Università di Florianópolis in Brasile, Vozes. Cinco décadas de poesia italiana (Editora Comunità, Rio de Janeiro 2017), che raccoglie trentatré conversazioni con poeti italiani di cinque generazioni diverse, da Giampiero Neri a Massimo Gezzi.

Si ringrazia l’editore brasiliano, le due autrici e naturalmente i poeti per il permesso accordatoci a riportare qui, in versione italiana, i dialoghi in questione. Il componimento in calce alla conversazione, come nelle altre puntate di questa serie, è riportato nella versione data al libro brasiliano. In questo caso la poesia di Valerio Magrelli è stata inclusa nella sua ultima plaquette, accompagnata da disegni di Francesco Balsamo e uscita un anno fa nella bella serie Carteggi Letterari curata da Gianluca D’Andrea: Guida allo smarrimento dei perplessi, sulla quale per l’occasione si offre anche una mia breve lettura.

A.C.

La poesia ha la funzione di portare la comunicazione al suo limite ultimo

Conversazione con Valerio Magrelli

Patricia Peterle ed Elena Santi

Cosa significa essere poeta oggi? Che cosa è un poeta per lei? Il poeta è un nostalgico cantore dalla parola un po’ consunta e desueta? È necessariamente un oppositore del mondo?

Ieri c’è stato l’eccidio dei giornalisti di “Charlie Hebdo”. Malgrado l’orrore del gesto, c’è stato chi ha sostenuto che gli scrittori devono badare solo alla loro scrittura. Demenza. Mai come adesso uno scrittore deve parlare. Deve farlo per difendere quel che è più suo: la libertà di parola. Chi altro dovrebbe farlo, se non lui? Un manager, un politico, deve difendere soltanto la libertà dei numeri – e come dimostra la Casta italiana, sa difenderla molto bene.

L’elemento essenziale per un poeta è la parola, la materia prima che va cercata, lavorata e poi “fissata” sulla pagina bianca. Che rapporti ha con la parola? Se si vuole anche con la lingua? Infine, come si può definire la sua lingua?

Si tratta innanzitutto di prendere atto della natura fondamentalmente antagonista del linguaggio poetico. Antagonista però non in diretto, meccanico rapporto con il potere, bensì in relazione all’impiego quotidiano, strumentale, “prosaico” del linguaggio. Anche quando ogni cosa sembra ormai decretare la sua fine, la poesia non si spegne, anzi, trae forza proprio da tale incombente minaccia. Un anticorpo verbale.

La cosa si può presentare in altri termini. Se la scrittura è il legame che unisce autore e lettore, se ogni società si fonda sulla condivisione di un linguaggio, la poesia ha la funzione di portare la comunicazione al suo limite ultimo. Come è stato affermato, essa mette il linguaggio in uno stato di allerta. Essa coincide insomma con il massimo di libertà e di allarme, poiché la sua libertà risiede appunto in un continuo allarme della parola.

Lo ha detto molto bene Iosip Brodskij: “La poesia non è una branca dell’arte, ma qualcosa di più. Se ciò che ci distingue dalle altre specie è la parola, la poesia, che è l’operazione linguistica suprema, costituisce la nostra meta antropologica e, di fatto, genetica. Chi considera la poesia un modo per passare il tempo, una lettura, commette dunque un crimine antropologico, in primo luogo contro se stesso”.

Quali poeti o scrittori (italiani o stranieri) operano nella sua scrittura? E in che modo si costruiscono questi rapporti di lettura, poetici e di scrittura?

L’attività poetica, questo “fare” per antonomasia, rappresenta una forma di resistenza linguistica contro ogni preteso uso “innocente” del linguaggio. Pertanto, chi si ostina a comporre versi, dovrà cercare di rendere alla parola la lucentezza del conio che le viene quotidianamente offuscata.

La poesia esige dunque un approccio reattivo, capace di sottrarre i materiali verbali alla mercificazione quotidiana. È appunto questo a renderla così complessa, impegnativa, salutare, “etica”. È appunto questo a spiegare perché, come l'Araba Fenice, essa rinasca dalle sue stesse ceneri, ed abbia per culla la fiamma. Altrimenti detto, ricorrendo a un’immagine assai meno sublime, più il linguaggio si deteriora, maggiore è la necessità della sua manutenzione poetica. E di manutenzione, oggi, c’è assai bisogno.

Ecco, per riprendere Mallarmé, direi che il poeta è un manutentore dei materiali verbali, come insegnano

Se dovesse fare il nome di cinque poeti del secondo Novecento fino ad oggi, quali sarebbero?

Caproni, Bertolucci, Luzi, Zanzotto e Amelia Rosselli.

Si usa dire oggi che sono più i poeti dei lettori, cosa ne pensa? E come intervengono i nuovi supporti (internet, blog) nel rapporto con il pubblico?

I festival letterari sono stati a lungo una buona soluzione alla crisi editoriale. Purtroppo, però, le vendite rimangono molto basse. Per questo, sono sempre più rari i casi di chi si ostina a pubblicare opere in versi, temibili worst-seller, ovvero titoli destinati alle peggiori vendite. Le letture pubbliche non devono trarre in inganno: questi disperati, ingegnosi esempi di economia sommersa non hanno modificato l’andamento del mercato. Come la numismatica, come la filatelìa (il paragone credo fosse di Sanguineti), la poesia resta un’attività seguita solo da un ristretto numero di cultori.

D’altronde, se l’esplorazione del particolare, la dilatazione degli spazî, il gioco dei rapporti prospettici, fondano il commento e la critica di un testo in generale, è logico che simili procedimenti appaiano ancora più sofisticati nel caso della poesia, struttura cellulare, microscopica, dove il singolo verso, la sillaba o il semplice segno d’interpunzione, il carattere o la stessa cesura, acquistano valore sostanziale. Rispetto a tutti gli altri, tale genere letterario esige insomma un approccio particolarmente reattivo, capace di sottrarre la parola alla mercificazione quotidiana. È proprio questo a renderla così complessa, impegnativa, salutare, “etica”. Ma se la poesia è negazione dell’oggetto di consumo, come ampliare il consumo di poesia? Come ampliare, cioè, il consumo di negazione?

Alla base delle scarse vendite nel mercato poetico, probabilmente sta un circolo vizioso: gli editori non investono sulla poesia perché la poesia non rappresenta un buon investimento. Vero. Se non fosse che, in qualche misura, il motivo dipende dal fatto che nessuno ha mai investito seriamente su di essa, malgrado certi riscontri assai più favorevoli in Italia che non in altri paesi quali ad esempio la Francia. A ciò si aggiunge poi un comportamento profondamente radicato nelle abitudini degli acquirenti. Chiunque è libero di comperare i titoli inclusi nelle classifiche delle vendite, ma il problema si pone se lo stesso lettore anela a pubblicare la propria produzione lirica. Perché il mistero è questo: come mai che scrive poesia evita accuratamente di comperarne?

Come influisce sulla sua poesia il suo lavoro di traduttore? Il processo traduttivo influenza il momento creativo?

La traduzione non è l’opera, bensì un cammino verso l’opera”. Questa splendida frase di José Ortega y Gasset in realtà non esprime che un aspetto del secolare dibattito sul tema. Eppure, sarebbe difficile spiegare meglio il senso di un’iniziativa come quella relativa alla serie trilingue della collana “Scrittori tradotti da scrittori” di cui fui direttore per una decina d’anni presso Einaudi. L’idea di evidenziare le traduzioni di scrittori e poeti non è certo originale, e attraversa anzi tutta la nostra cultura. Si può dire comunque che solo a partire dal secolo scorso la riflessione sul transito linguistico si sia radicata nel cuore stesso del processo creativo. Basti pensare all’incontro tra Hölderlin e Sofocle, Nerval e Goethe, Baudelaire e Poe. Nel Novecento, poi, questi scambi si intensificano ulteriormente, per culminare in alcuni casi di autentiche migrazioni linguistiche. Ecco allora Conrad abbandonare il polacco per l’inglese, Nabokov lasciare il russo sempre per l’inglese, e l’irlandese Beckett passare dal francese all’inglese o viceversa. Questo spasmodico interesse per le lingue spiega come mai Gide affermasse che, se fosse stato dittatore, avrebbe costretto ogni apprendista scrittore a preparare almeno una traduzione.

Strenuamente voluta da Giulio Einaudi, la “trilingue” propose l’incontro fra due grandi scrittori stranieri nelle vesti di tradotto e traduttore. Per fare convivere le tre lingue, il testo originale occupava le pagine di sinistra, la traduzione quelle di destra, mentre la versione italiana correva in basso (in corpo piccolo e su entrambe le facciate) consentendo di seguire la rifrazione del testo.

Ritorniamo così alla frase iniziale. Quando Artaud volge in francese Lewis Carroll, quando Valéry lavora su Virgilio, quando Pound si consacra alla poesia classica cinese, quando Pessoa versa in portoghese Poe, o quando infine Joyce si autotraduce in italiano, qualcosa di importante sta accadendo. Attraverso il confronto con l’altra lingua, gli scrittori ci parlano del rapporto che essi intrattengono con la propria. Per questo le loro traduzioni rappresentano testimonianze inestimabili, che illuminano la via verso l’opera, e insieme gettano luce sul viandante che la va percorrendo.

Nella prefazione a Poesie (1980-1992) e altre poesie (1996) lei scrive: “un libro nuovo aspira al patronimico dell’autore. Non rappresenta la prosecuzione di una pratica, bensì la sua sospensione, o l’apertura di un’altra. È un atto di sradicamento, una ammissione di incompatibilità, la richiesta inoltrata dal navigante circa la possibilità di conoscere la propria posizione”. Dopo essere passato attraverso tante raccolte poetiche, tra le quali l’ultima è Il sangue amaro (2014), qual è oggi la sua posizione di poeta? Quali le sue prospettive?

Risponderei con una serie di citazioni, la prima di Elio Pagliarani: “A una giornalista americana che domandava la mia professione, risposi che faccio un lavoro che non esiste, in una lingua che non esiste”. Con tali parole la questione si complica, perché alla pratica della poesia (un genere, lo si è visto, emarginato per eccellenza), si aggiunge lo stato di emarginazione in cui versa l’italiano, ormai tagliato fuori dai grandi canali di comunicazione. Chi non ricorda al riguardo la battuta di Mario Missiroli ripresa da Eugenio Montale? Eccola: “Non si può essere un grande poeta bulgaro”.

Adesso, però, rivolgiamoci a chi della lingua è il padrone, ossia un parlante americano. Si tratta dello scrittore Louis Zukofsky e di una sua disarmata, illuminante considerazione: “Il modo migliore per sapere cos’è la poesia, è leggere la poesia. Così il lettore […] si scopre soggetto alla sua energia”. Occorrerebbe dunque esporsi alle radiazioni dei versi, come davanti a una macchina per le radiazioni, a una TAC o a una lampada... Invece di uscirne esaminati, descritti o abbronzati, ne verremmo fuori con una nuova, accresciuta e sorprendente familiarità nei riguardi del linguaggio poetico.

Bella, questa pragmatica della scrittura, che sembra reputare la competenza alla stregua di una lenta, continua assimilazione; bella, ma assai diversa dalla parabola profana a cui un linguista quale Roman Jakobson affidò il senso dei suoi lavori sulla poesia. Ecco il racconto: “In Africa, un missionario rimproverava i suoi fedeli perché andavano nudi. ‘E tu?’, ribatterono indicando il suo volto, ‘non sei anche tu nudo in qualche parte?’ ‘Certo, ma questo è il volto’, si giustificò il religioso. Al che gli indigeni risposero: ‘Ma in noi dappertutto è il volto’. Nello stesso modo, in poesia, ogni elemento linguistico diviene una figura del linguaggio poetico”.

In questa sua ultima raccolta, alla volontà di descrizione delle ferite del nostro presente si accompagna anche l’esigenza dell’enunciazione? Vi è la necessità di chiamare coraggiosamente le miserie del nostro tempo con il proprio nome?

Come dicevo, di fronte al vicolo cieco costituito da questo blocco delle vendite (dovuto in parte, sarà bene ribadirlo, alla totale mancanza di un’adeguata politica editoriale), si sono sviluppati per compensazione letture pubbliche, riviste in rete e periodici a bassa tiratura. La loro è una battaglia strenuamente condotta contro la trasformazione della scrittura in prodotto, del testo in confezione, una lotta affidata ad un atto di ammirevole volontariato, oltre che di comprensibile autopromozione. Un’autentica “Caritas” letteraria, anzi, una sorta di obiezione di coscienza nel senso più letterale del termine: forma di resistenza e rieducazione. Nel saggio L’altra voce. Poesia e fine secolo, Octavio Paz sostiene che la poesia si presenta oggi come l’unico antidoto alla tecnica e al mercato. In essa, a differenza della logica consumistica, si esprimerebbe un modello di sopravvivenza fondato sulla fraternità delle forme e delle creature dell’intero l’universo: “A questo si riduce la sua funzione. Niente di più? Niente di meno”.

Mamma 2: la vendetta


                        Come tornai da la Madon-dell’-Orto […]

                                                               G. G. Belli

Anche a volerti dimenticare,

ecco il baleno di un’ombra sulla spiaggia

e appare il tuo profilo dentro il mio,

che porta il tuo profilo, nascosto teschio,

dentro di me.

 

Ognuno porta in testa una testa di morto,

ma non una qualsiasi:

io nascondo la tua

che ovunque vada, avanza.

Rimprovero e colpa – matrice.

Artisti sotto la tenda del circo: perplessi

Andrea Cortellessa

Guida allo smarrimento dei perplessi è il titolo di una piccola raccolta di versi di Valerio Magrelli, dieci poesie uscite un annetto fa con l’accompagnamento di otto disegni di Francesco Balsamo nella collana “Carteggi letterari” diretta dal giovane poeta Gianluca D’Andrea. Come capita in questi casi, è l’occasione per fare il punto sul percorso quarantennale – se è vero che le prime tracce a stampa, del poeta ventenne di perturbante maturità, si trovano sulla rivista “Periodo ipotetico”, diretta da Elio Pagliarani, giusto nel 1977 – di quello che è ormai da considerare un classico, ancorché precoce, della nostra contemporaneità.

Volendo c’è tutto nel titolo: un’espressione perfettamente ambivalente che in apparenza lo iscrive in una tradizione aurea del libro, appunto, come guida spirituale. Si pensa per esempio all’episodio delle Confessioni di Sant’Agostino: quando questi, che non ne può più del proprio ruolo di maestro di retorica, un giorno si trova da solo in un giardino dove è preda di profondo turbamento; a quel punto sente la voce di un bambino che esclama: Tolle, lege. Lui allora dà di mano al primo libro che si trova sotto mano: sono le Lettere di San Paolo, dove legge un brano contro la concupiscenza che lo fa rianimare. È un passaggio chiave nel percorso di conversione raccontato dal suo, di libro. La stessa cosa capiterà a Francesco Petrarca, che in una celebre sua epistola racconta di come, al culmine dell’ascesa al Monte Ventoso – cioè il Mont Ventoux, in Francia – che tra l’altro fa di lui il primo alpinista della storia, sente l’impulso di prendere un libro dallo zaino (o quel che allora si usava in tale funzione). Quel libro sono proprio le Confessioni di Agostino; Francesco le apre a caso e legge una frase che fa perfettamente al caso in cui si trova: «vanno gli uomini a contemplare le cime dei monti, i vasti flutti del mare, le ampie correnti dei fiumi, l’immensità dell’oceano, il corso degli astri e trascurano sé stessi». Anche in questo caso il libro è chiamato a decidere dell’uomo e del suo percorso. Infine, a chiudere il cerchio, ha raccontato una volta Andrea Zanzotto – in una delle bellissime pagine raccolte qualche anno fa da Matteo Giancotti nel volume Luoghi e paesaggi – come pure a lui fosse capitata una cosa del genere, una volta, durante le sue escursioni dolomitiche: e fosse stato quella volta il libro delle Lettere famigliari di Petrarca, proprio, a fargli da Oracolo manuale.

Ma stavolta faremmo male, noi perplessi, a credere di poterci rivolgere al poeta di oggi, di nuovo, come a una guida che ci porti sulla retta via. Perché la guida di Magrelli non si presenta come il libro in grado di porre fine al nostro smarrimento: esso serve semmai – come il Vademecum per perdersi in montagna di Paolo Morelli, delizioso quanto desultorio baedeker da poco ripubblicato da nottetempo – ad accentuarlo, lo smarrimento: di chi legge e, si capisce, in primo luogo di chi scrive. Accentuarlo, circoscriverlo, paradossalmente precisarlo. I versi passano infatti in rassegna alcuni luoghi di quell’altro libro che è alle spalle del viaggiatore Magrelli, e che chi quel libro conosce d’improvviso riconosce: il libro, si capisce, della sua opera passata. La prassi dell’autocitazione, che da tempo Valerio ha adibito a cucire la sua storia, si diceva quarantennale, di poeta in versi a quella, più recente ma non meno importante, di poeta in prosa narrativa, trova così una sua sintesi organica. Basta pensare alla poesia sui gabbiani. Una volta, per spiegare come non si possa dire cosa sia, la poesia, ma si possa dire almeno cosa non è, Valerio se ne uscì infatti dicendo che, se c’è una cosa che non può stare in una poesia, questa è il tramonto coi gabbiani. Ed ecco come essi, puntuali come in un film di Hitchcock, vengono a prendersi la loro vendetta:

Gabbiani, dunque

La poesia e la fogna, due problemi mai disgiunti

Eugenio Montale

Ho fatto male a dirne tanto male

e per questo si vendicano.

Scesi dall’alto dei loro tramonti

vengono a pascolare davanti al mio portone.

Mangiano l’immondizia

l’unica pianta che cresce in città,

nella nostra città,

un rampicante che cresce già morto

e adesso nutre il popolo

dei cieli.

Prendevo in giro il Kitsch:

mi ritrovo gli zombie sotto casa.

Già da tempo lo slogan col quale s’era presentato Magrelli al pubblico della poesia ai tempi della raccolta d’esordio Ora serrata retinæ, “Io abito il mio cervello / come un tranquillo possidente le sue terre”, appariva un retaggio del passato: memento ironico, in un tempo che ha visto sgretolarsi non solo le certezze intellettuali di quel tempo, ma anche gli imperturbabili dispositivi retorici che quelle certezze, allora, veicolavano. Di questo itinerario agli antipodi del se stesso d’antan la Guida allo smarrimento dei perplessi è allora davvero il baedeker: paradossale quanto fedele.

Valerio Magrelli

Guida allo smarrimento dei perplessi

disegni di Francesco Balsamo, postfazione di Gianluca D’Andrea

Carteggi Letterari, 2016, 59 pp., € 14

Geologia di un padre

Andrea Cortellessa

È stata la prosa a consentire a Valerio Magrelli, poeta afflitto dalla perfezione sin dall’esordio di Ora serrata retinæ (1980), di modificarsi come si modifica un corpo vivente. Come un virus in un organismo, la prosa s’è introdotta di soppiatto nel libro di svolta, Esercizi di tiptologia (1992), per poi dare vita a un «sistema» parallelo, microscopiscamente intrecciato a quello poetico: come quelli arterioso e venoso nella circolazione sanguigna.

Proprio della macchina-corpo – danneggiata e rabberciata da un’esistenza fragile e peritosa – si presenta Nel condominio di carne (2003) quale fantasmagorico atlante. A questo primo libro a tutta prosa sono seguiti La vicevita (2009), prontuario di microtraumatologia da pendolarismo, e Addio al calcio (2010), dove ha cominciato a farsi avanti il personaggio del Padre. Ed è nel suo nome che giunge forse a sistemazione definitiva, ora, il «libro in prosa» di Magrelli (in una trama sottilissima di citazioni e autocitazioni la quale – recita la Nota autoriale – «funziona insomma come una sorta di autotrasfusione»: che è poi, insegnano i medici sportivi, la più pericolosa forma di doping).

Un accumulo di fogli sparsi, sui quali si sono depositate note sul padre nel tempo del suo estremo invecchiamento, e poi della sua morte, precipita infine in un organismo testuale ricco e strano, straordinariamente frastagliato – e tuttavia compattissimo. Che accoglie anche, all’inizio, una sezione di immagini tutt’altro che meramente illustrative. Le prime otto pagine del libro, nonché la sua copertina, sono infatti occupate da disegni di Giacinto Magrelli, l’ingegnere padre di Valerio. Il quale ha poi rivelato che la loro elaborazione grafica, attribuita dai credits a tale «Zest», si deve in realtà – quanto mai simbolicamente – a suo figlio. La catena delle generazioni, con l’Enea verbale preso a mezzo fra un Anchise e un Ascanio figurali, genera così un fuoriformato dal disegno perfetto: che è anche, per la nostra letteratura, il libro dell’anno.

Originandosi il ceppo paterno da un paesino della Ciociaria, Pofi, il Padre diventa L’Uomo di Pofi: alla maniera dell’uomo di Neanderthal, o di quello di Cro-Magnon, in paleontologia. Ricostruire la sua figura sarà dunque possibile solo a partire dalle lacune, dagli indizi: come si disegna il corpo di uomini e animali a partire da poche ossa fossilizzate. E questa ricerca non potrà che dirsi allora, alla maniera di Zanzotto, geologica. Il sentimento è un sedimento, il corpo un archivio. Per questo il Figlio non prova attrazione per gli scritti lasciati dal Padre: «L’unico documento sono io: la carta moschicida del ricordo». La memoria, come appunto il foglio che intrappola l’insetto e lo conserva, funziona come l’ambra: arnia vischiosa che l’organico raccoglie trasformandolo in inorganico (proprio come si forma la terra nei processi geologici).

La struttura porosa e lacunosa del testo segue con fedeltà da sismografo l’ispessirsi e l’assottigliarsi della memoria, dell’emozione. Una metafora crudele vede i morti trasformati in «biscotti»: oggetti solidi ma friabili, che si sbriciolano prima ancora di consumarli. E crudele quanto realistico è appunto il nostro consumare i morti: proprio con l’atto di rammemorarli. La morte del Padre viene scrutata dagli «occhi-denti» del Figlio-«piraña» il quale nota come, al momento estremo, egli faccia forza sul lettino col braccio. Per solo a posteriori capire che «ci si puntella così per defecare»: «mio padre cacava se stesso, ossia cacciava via quel tremendo bolo che ormai era diventata la sua vita».

È questo «il segreto dei segreti»: la catena delle generazioni altro non è che una catena alimentare, continuamente reversibile. Per vivere, dilaniati dal Padre, non possiamo far altro che divorarlo. Così preparandoci al momento in cui divoreremo i nostri Figli e saremo, infine, da loro stessi divorati. Da questa carneficina una via d’uscita, almeno temporanea, è rappresentata dall’altro capo del metabolismo. Del Padre ci si può liberare, cioè, solo evacuandolo: in forma di scrittura.

Valerio Magrelli
Geologia di un padre
Einaudi 2013, pp.145

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Sappiano le mie parole di sangue

Andrea Cortellessa

C’è un’immagine cara al metaforismo sbrigliato di Valerio Magrelli, quella della «clessidra genetica». All’arrivo della paternità tutto, nella vita d’un uomo, si capovolge. E ne emerge, «Grande Mimetismo», lo spettro di suo padre: nonché di sé stesso-figlio. Diventando così, in un certo assai laico (ma non per questo meno misterico) senso, figlio di suo figlio: e padre di suo padre. È questo il diagramma psichico, psicosomatico, sotteso a uno dei libri più densi e folgoranti della letteratura italiana recente, Geologia di un padre (Einaudi 2013; se n’è parlato sul nostro numero 31).

Ma la figura del capovolgimento (cioè, in termini retorici, del chiasmo) è frequente sin dagli esordi di Magrelli; più in generale, tutta la sua storia d’autore si lascia leggere in questa chiave strutturale. Lo mostra icastica l’apparizione quasi simultanea d’una riedizione «speciale» (minuziosamente commentata, come si trattasse di un classico – e tale è, in effetti, per un pubblico della poesia non solo italiano –, dalle studiose torinesi Sabrina Stroppa e Laura Gatti) del suo primo libro, Ora serrata retinae (apparso una prima volta nel 1980, ad autore appena ventitreenne) e quella della sua sesta raccolta, Il sangue amaro. Titolo che evoca un «padre» poetico agli antipodi, rispetto ai maestri degli esordi (trama citazionale utilmente ricostruita dal commento di Stroppa e Gatti, malgrado qualche rinvio di troppo a Petrarca): il Rimbaud di Mauvais sang, seconda prosa di Une saison en enfer.

E davvero pare, il Magrelli «nero» di oggi, un poeta opposto – specularmente rovesciato o fotograficamente «negativo», appunto – rispetto a quello «bianco» di 35 anni fa. Al nitore asettico e quasi parnassiano della confezione, all’imperturbabilità percettiva «cartesiana», al contorno metafisicamente privo d’ombre di Ora serrata retinae fanno fronte la frantumazione strutturale (dodici sezioni, qui, contro le due di allora), la messa a giorno delle «occasioni» (in un’efflorescenza di esergo, dediche, glosse e postille), la furia atrabiliare o la melanconia saturnina che del Sangue amaro, sin dal titolo appunto, sono mood dominante e quasi esclusivo (rare spiccano le controspinte, come – vertice del libro – l’«iper-endecasillabo» La lettura è crudele: amaro a sua volta, ma a diversa gradazione).

Quella che fa il «sangue amaro» a chi scrive è l’«ambienza bugiarda» – per dirla con Gadda – del tempo in cui vive: ed ecco allora sfilare (è il caso di dire) la Minetti platonica», «composto di carbonio, rossetto, silicone»; il «Tele-Stato» che celebra Le ceneri di Mike; le «dolcissime metastasi» del «PIN e PUK»; i «giovani senza lavoro» in un «eterno presente»; gli «stoppini di carne votiva» bruciati alla Thyssen; le «larghe offese» combinate dalle «due destre» che «policide» ci governano. In questo paesaggio in rovine, quella vissuta è una semi-morte (più che una «vice-vita») che è un «tradimento» trasmettere, tradere alle generazioni a venire («Ho infettato i miei figli trasmettendogli la vita»): in una cattivissima infinità battezzata «anello sisifale». Ma più alla radice, filogenesi riassunta nell’ontogenesi, quel «sangue amaro» è tabe ereditaria (come per il mostro di Rimbaud, toujours été race inférieure): «è una specialità della casa» il portato del padre saturnino: di quel Giacinto Magrelli del quale il figlio ha appena celebrato, a stampa, esequie non meno infernali (con Geologia di un padre appunto).

Proprio l’interscambio di poesia e prosa, all’interno del «sistema binario» di Magrelli (il «sangue» che «prima va, poi viene» all’explicit del Sangue amaro), è al centro dell’acutissima detection critica di Federico Francucci. Partendo dall’immagine di copertina del libro che è stato decisivo in questa «muta» dell’autore, Nel condominio di carne: una radiografia del proprio bacino con evidenziate le viti prostetiche inserite dopo l’incidente in moto, nel giugno del ’75, da cui tutto mitobiograficamente prese le mosse (con parodica tauromachia consumata sul muso di una Ford Taurus…), e che Magrelli ha intitolato Autoritratto rettificato. Proprio le «rettifiche» introdotte nella sua scrittura dall’infiltrazione della prosa, a partire da Esercizi di tiptologia, vengono analizzate da Francucci con una gelida furia analitica che pare ben congeniale al suo oggetto (esemplari, per fare due esempi, la messa a fuoco di uno stilema-chiave come le «parole-trattino», o delle citazioni dall’Ulisse di Joyce in Geologia di un padre); ma che non manca di definire la tetralogia delle prose magrelliane, assommatasi nel decennio 2003-2013, «uno degli edifici in prosa italiana più significativi, per ingegno, altezza di pensiero ed elaborazione formale fusi insieme, degli ultimi tempi». Un corpo-corpus musicale, cembalo osseo: strumento rettificato – preparato, avrebbe detto John Cage.

A ragione Francucci definisce il «corpo», nel secondo Magrelli, «un buco, una caverna oscura, un tunnel semintasato»: e la terranera della prosa ne è stata, in effetti, il più evidente veicolo. Ma leggendo il lavoro di Stroppa e Gatti ci si rende conto di come il racconto mitico di un Magrelli passato dal «cielo del cervello», degli esordi fuoriusciti dalla testa di Giove, alle attuali crepe di un «io fricativo» dove tutto è «attrito», vada a sua volta rettificato. Nell’archeologia di Ora serrata retinae figurano infatti presenze inquietanti – come la «buia cantina di carne» della serie Natura morta, uscita su Nuovi argomenti nel ’77 – che il giovanissimo demiurgo provvide ad accuratamente forcludere dalla sua polita partitura; e c’è anche la prosa-nutrice, alla genesi del libro d’esordio riletto alla luce dei suoi barlumi autografi. Sicché davvero il «sangue» che «va» e «viene» risulta «sempre lo stesso»: quello che scorre nelle vene di un poeta.

Valerio Magrelli
Il sangue amaro
Einaudi, 2014, pp. 149
€ 13,00

Ora serrata retinae (1980)
commento a cura di Sabrina Stroppa e Laura Gatti
Ananke, 2013, pp. 159
€ 15,00

Federico Francucci
Il mio corpo estraneo. Carni e immagini in Valerio Magrelli
Mimesis, 2013, pp. 160
€ 12,00