L’amnistia e l’ipocrisia

Valerio Guizzardi (Associazione Papillon Bologna)

Per prima cosa, tanto per sapere con precisione di che si parla, occorrono alcuni dati come presupposto dal quale partire per qualsiasi discussione riguardante il pianeta carcere: dal gennaio 2000 al settembre 2012 nel circuito carcerario italiano si sono avuti 2.045 morti tra i quali, al momento in cui scriviamo, 732 suicidi (fonte: www.ristretti.it). Il resto sono da addebitare a malasanità e a “casi da accertare”; che già su quest’ultima espressione ministeriale ci sarebbe non poco da indagare. Stiamo quindi parlando, al di là di ogni ragionevole dubbio, di una vera e propria strage. Una strage di Stato.

Da lungo tempo il Partito Radicale, al quale si è unito il mondo dell’associazionismo carcerario e della cooperazione sociale che opera nello stesso campo, ha lanciato in modo pressante la richiesta di amnistia e indulto per fermare quella carneficina. Si tratta di riportare un minimo di legalità, in quella che oggi è una fabbrica di morte, affrontando l’inumano sovraffollamento con la fuoriuscita dalle galere di almeno 25-30.000 detenuti degli attuali 67.000. Contestualmente ai provvedimenti, per renderli efficaci nel tempo, occorre una radicale riforma della giustizia e l’immediata abrogazione delle tre principali leggi carcerogene: la Bossi-Fini, che ha riempito le galere di immigrati; la Fini-Giovanardi, che le ha riempite di consumatori di sostanze; la ex Cirielli, che vieta i benefici della Legge Gozzini ai recidivi. Non ci sono altre strade, e bisogna fare presto.

Come risponde la politica alle nostre richieste? Con un’ipocrisia senza limiti, con una falsità dirompente: “Non ci sono le condizioni”. Dal Presidente Napolitano (non a caso autore insieme all’allora collega Turco della prima legge che istituiva i lager per migranti, i Cpt) ai segretari di tutti i partiti oggi in Parlamento questa è la risposta. Va da sé, tanto è evidente, che anche un bambino potrebbe ribattere che le condizioni non ci sono perché nessuno di loro ha intenzione di crearle. Ed è facile capire il perché: da circa vent’anni tutti i governi che si sono susseguiti, al di là del colore, hanno sbandierato il vessillo dell’ossessione sicuritaria per attirare gli allocchi nel circuito della paura generalizzata contro il diverso, l’escluso, le lotte sociali. Un generatore di consenso sul piano del mercato elettorale.

Una truffa evidente, se si pensa che ogni statistica specializzata ci informa che i reati sono in calo considerevole e, guarda caso, la carcerizzazione in aumento. Insomma non vogliono perdere voti e tantomeno, come nefasta conseguenza (per loro), poltrone, privilegi, denaro pubblico per finanziare i propri comitati d’affari, spolpare i beni comuni per regalarli alle oligarchie finanziariste internazionali. Continuare a gestire il potere val bene una strage, e per farlo occorrono milioni di voti: consenso a mezzo di terrore. Ogni partito fa la sua gara.

Altrove, dove ci si aspetterebbe un forte impegno, nulla si vede all’orizzonte. E sono la sinistra sociale, i movimenti, le singolarità più sensibili, coloro i quali, per condizione, dovrebbero essere i primi a preoccuparsi poiché questa grave crisi economica prodotta dai cascami di un neoliberismo sempre più predatorio e di cui il governo Monti ne è l’esecutore in Italia, produrrà (si spera) a medio termine un conflitto sociale senza precedenti in seguito all’aumento irrefrenabile della povertà, della disoccupazione, della spoliazione definitiva dei diritti e della dignità di tutti coloro che non fanno parte di una casta o di una corporazione dedite all’arrembaggio finale di ogni bene pubblico. Sul perché di questa clamorosa assenza ci sarebbe molto da discutere. Sarebbe ora di cominciare, prima che sia troppo tardi.

Galera Italia. Lo stato presente delle cose

Valerio Guizzardi

I provvedimenti governativi degli ultimi anni in fatto di sicurezza, Giustizia e carcere ci suggeriscono che un vento di restaurazione sta spazzando il nostro paese portando con sé diritti civili acquisiti in anni di lotte sociali e garantiti dalla Costituzione nata dalla Resistenza. In un contesto politico in cui ai valori si sostituiscono gli interessi delle oligarchie finanziarie criminali internazionali, arrivano a flusso imponente e continuo decreti legge d’urgenza che impongono pesanti restrizioni ai più elementari diritti di cittadinanza. Si va dallo smantellamento dei diritti sul lavoro e di manifestazione, all’abolizione del Welfare e delle politiche sociali, alla saturazione del Codice penale con una produzione inaudita, tutta ideologica, di nuove fattispecie di reato e aggravamento delle pene. Per non parlare dell’irresponsabilità della gran parte dei media e di certi schieramenti politico-finanziari nel creare emergenze continue prendendo di mira, di volta in volta, particolari gruppi sociali e usare le vittime dei reati per incitare l’opinione pubblica all’odio razziale e xenofobo. I media per aumentare l’audience quindi i profitti, i politici per incassare vantaggi sul piano del mercato elettorale. In ambedue i casi a nessuno importa dei danni procurati alla coesione sociale, di scatenare guerre tra poveri se possono perseguire i loro privati interessi materiali.

L’estorsione del consenso a mezzo di terrore è un meccanismo perverso che produce un’infinità di danni collaterali tra i quali, ogni giorno più evidente, la carcerazione non necessaria. Da una parte si impone l’inasprimento della povertà degli ultimi nella scala sociale e dall’altra ci si attrezza per prevenire con misure sempre più illiberali e repressive il conflitto sociale generalizzato che inevitabilmente arriverà. L’idea di una gestione autoritaria della crisi economica, infatti, esige uno stato d'eccezione legislativa permanente. Si tenta così di conservare ricchezze, potere e poltrone da parte di un’accozzaglia di comitati d’affari che qualcuno, contro ogni evidenza, chiama ancora Partiti e si scarica la crisi sul lavoro dipendente e su milioni di famiglie appartenenti agli strati meno abbienti.

Ma come l’esperienza c’insegna, se si risponde con lo Stato Penale alle turbolenze sociali, non si può ottenere che la radicalizzazione delle stesse. Se si assume come strutturale la precarizzazione del rapporto di lavoro, si aumentano i profitti d’impresa ma s’implementa di conseguenza l’allargamento dell’esclusione sociale, universalmente riconosciuta come principale fonte di devianza. Se si assume come normale che la pena insiste non più solo sul reato ma sull’individuo per le sue caratteristiche, si riempiono le carceri e i Cie di immigrati. Se al disagio giovanile si risponde con politiche proibizioniste, si riempiono le carceri di tossicodipendenti e di consumatori occasionali. Se, più in generale, si persegue l'ideologia indotta da un paradigma produttivo e dal modello sociale che esso ha creato, che porta le persone a rincorrere il feticcio del denaro e l'arricchimento ad ogni costo, non si fa altro che istigare al reato.

Ecco perciò come la pena detentiva assume un’importanza strategica, ancora di più oggi, travolti da una recessione globale di cui ancora non si conoscono la reale portata e i confini. Il carcere, dunque, come contenitore del conflitto, come discarica sociale, come non-luogo ormai deputato solo all’incapacitazione di donne e uomini relegati a classi sociali subalterne ritenute pericolose. Definiamo quindi di tutta attualità ed emergente il concetto di Carcere Sociale quale dispositivo normalizzatore biopolitico-statuale per il controllo e il disciplinamento dei corpi risultanti dall’eccedenza del lavoro vivo nella produzione materiale o cognitiva che sia.

Ciò nondimeno assistiamo sgomenti, dopo aver sorpassato la soglia di 67.000 detenuti, al ripetersi sempre uguale del teatrino dei politici di turno intento a proporci soluzioni populiste, a effetto mediatico di solo annuncio come la costruzione di nuovi istituti di pena in «project financing» (Decreto Monti «Salva Italia», Art.43) o al Decreto solo cosmetico e demagogico «Pacchetto Severino», detto anche «Svuota carceri», inventato di sana pianta per non svuotare proprio nulla. In altre parole si continua a ballare spensierati sul ponte del Titanic nonostante l’iceberg sia già bene in vista. Del resto le cifre del disastro carcerario sono note e si assestano tristemente a un detenuto morto ogni due giorni per malasanità e a un suicidato ogni quattro giorni. Negli ultimi dieci anni nell’intero circuito penale si sono avuti complessivamente duemila morti. Una vera strage, una strage di Stato.

Eppure gli osservatori più attenti ancora capaci di un pensiero autonomo, oltre all’associazionismo carcerario che, di fatto, vive accanto ai detenuti per supplire alle colpevoli mancanze delle Amministrazioni, le indicazioni le hanno date e non da oggi: abolizione delle leggi carcerogene come la Bossi-Fini sull’immigrazione, l’ex Cirielli sulla recidiva, la Giovanardi sulle droghe. Poi l’abolizione dell’ergastolo, la radicale diminuzione dell’uso della custodia cautelare in carcere, una riforma per un Codice penale minimo, l’ampliamento e una corretta esecuzione della Legge Gozzini unitamente a una forte limitazione del potere discrezionale in sentenza della Magistratura di Sorveglianza. E non ultimo l’inserimento nel Codice penale del reato di tortura. Questo solo per cominciare.

Ma nell’immediato occorre un provvedimento di amnistia e indulto che sfolli le carceri di almeno trentamila detenuti, condizione necessaria per fermare la strage e per mettere in campo contestualmente le riforme di cui prima. Altre soluzioni non ve ne sono, tutto il resto non sono altro che chiacchiere petulanti e/o pelosi interessi.