Diamante nero

Valerio De Simone

Vi ricordate Il tempo delle mele (Claude Pinoteau, 1980), il film che lanciò una giovanissima Sophie Marceau alle prese con le problematiche dell’adolescenza? Ora dimenticatelo. La nuova opera di Céline Sciamma sceglie di raccontare sì una vicenda a tematica giovanile, ma cambiando completamente luogo e contesti. Non ci troveremo più nei bei quartieri centrali di Parigi, bensì nelle poverissime e multietniche banlieu. Protagonista è una ragazza nera, Marieme (interpretata dalla bravissima Karidija Tourè) che non eccelle negli studi e a casa ricopre, senza volerlo, il ruolo della madre accudendo le sue due sorelle più piccole poiché sua madre è impegnata a lavorare.

Nulla si sa del loro padre, ma il fratello maggiore si è assunto “il compito” di essere il dominus, comandando e sottomettendo le tre ragazze alle sue regole. Però il sessismo non è una realtà confinata esclusivamente alla casa di Marieme, ma è la legge non scritta che governa l’intera periferia. Unica fuga: unirsi a una banda di sole ragazze composta da Lady (Assa Sylla) la leader il cui vero nome è Sophie, Adiatou (Lyndsay Karamoh) e Fily (Mariétou Touré). Differentemente da Mi vida loca (Allison Anders, 1994) o da Foxfire (Annette-Haywood Carter, 1996), le ragazze sfogano la rabbia di una vita senza futuro che ha le radici nel machismo e nel razzismo in particolare dei negozianti, attraverso piccoli furti, risse con altre e atti di bullismo contro le compagne di scuola. Finalità: ottenere il rispetto e i soldi necessari a pagare una stanza di un lussuoso albergo. Proprio tra le mura della stanza dell’hotel riescono a dimenticare i problemi che le circondano, cantando e ballando, in una splendida sequenza, sulle note di Diamonds di Rihanna.

La crescita e la conseguente trasformazione dell’aspetto di Marieme sono il leitmotiv del film: inizialmente si contraddistingue per avere un look ancora pre-puberale, androgino quindi, dopo l’unione con le altre Filles, assume un aspetto più femminile e riceve il nome di battaglia di Vic, assegnatole da Lady, una vittoria che forse non ci sarà mai. Quando però il fratello scopre che Marieme ha una relazione “disonorevole” con il suo amico, le muove violenza fisica tanto da costringere la giovane a fuggire da casa. Troverà riparo nelle mani del malavitoso del quartiere che la utilizzerà come corriere della droga per feste di giovani ricchi bianchi.

La ragazza riesce infatti a varcare “i confini”, per dirla con le parole di Gloria Anzaldùa, che separano il suo mondo da quello dei suoi coetanei ricchi. Così assume una doppia “identità”: sul posto di lavoro è costretta a indossare una maschera iperfemminilizzata, con tanto di parrucca biondo platino, che le consente di camuffarsi nei salotti borghesi parigini. Fuori da questo universo, come a voler tradurre in immagini il suo duro cammino, assume un look di “maschilità femminile”, come direbbe Judith Halberstam, al limite del travestitismo tanto da arrivare a fasciarsi i seni.

Céline Sciamma, anche sceneggiatrice, realizza un’opera, che va oltre Naissance des pieuvres (2007) e Tomboy (2010), per mostrare un mondo ancora più cattivo e violento, dove le giovani ragazze non-bianche ricoprono il ruolo più basso nella società. Nessuno sembra interessato a ciò: né i genitori assenti o violenti, come nel caso di Lady, né i professori, che volontariamente non vengono inquadrati, ma la cui voce fuori campo sottolinea la totale lontananza dalle problematiche della protagonista. La forza di Diamante nero, supportato da una buona colonna sonora e da una eccellente fotografia, è quindi proprio quella di raccontare la storia di formazione di una ragazza senza filtri, e soprattutto senza alcun tipo morale o di redenzione, regalando al pubblico uno splendido ritratto di una giovane che sceglie la via più ostica e dura: ribellarsi all’ingiustizia.

Mad Max: Fury Road

Valerio De Simone

Esattamente trent’anni fa con Mad Max - Oltre la sfera del tuono (Geroge Miller, George Ogilvie, 1985), si concludevano, sulle note di We Don’t Need Another Hero, le avventure di Max Rockatansky meglio noto come “Mad” Max. Ma l’indistruttibile vendicatore è tornato e questa volta a vestire i suoi panni è Tom Hardy che sostituisce Mel Gibson.

In un mondo post-atomico in cui la civiltà è solo un ricordo lontano, l’ex poliziotto Max vaga senza meta nelle radure desertiche dilaniato dal ricordo traumatico dell’uccisione della sua famiglia. Catturato dai Figli della Guerra, una tribù di guerrieri guidata dallo spietato sovrano di Cittadella, Immortan Joe (Hugh Keays-Byrne), viene trasformato dai suoi aguzzini in una “sacca di trasfusione” ambulante. A liberarlo da questa prigionia sarà il fortuito incontro con l’imperatrice Furiosa (Charlize Theron), guerriera redenta, in fuga insieme alle mogli di Immortan, verso le Terre Verdi, suo luogo natale.

Ma la strada sarà lunga e tante saranno le tribù spietate interessate esclusivamente a rubare le ricchezze degli evasi. Così solo dopo una serie di lunghissime spettacolari sequenze di inseguimenti, sparatorie e scontri in macchina, che hanno contraddistinto gli altri capitoli della saga, il gruppo dei ribelli arriverà al luogo scelto, per scoprire una tragica realtà. L’inquinamento ha reso i terreni acidi e il clan della Molte Madri, di cui faceva parte Furiosa fino al suo rapimento, ormai è praticamente scomparso a eccezione di un pugno di valorose combattenti di tutte le età. Unica possibilità: tornare a Cittadella per destituire Immortan Joe e il suo regno del terrore riportando così la vita e la civiltà grazie alla ridistribuzione dell’acqua.

Seguendo la linea narrativa dei precedenti film, Mad Max: Fury Road non solo dipinge un universo distopico post-atomico conseguenza di un’umanità egoista, ma mostra come nonostante la civiltà sia stata cancellata, la legge della giungla, quasi un’araba fenice, risorga dalle macerie per governare i sopravvissuti analogamente a serial quali Lost (2004-2010) e The Walking Dead (2010). Così l’opera evidenzia come gli umani ricostruiscano una gerarchia dura e spietata in cui non vi è alcuno spazio per i deboli e dove le masse, al pari di quelle di Metropolis (Fritz Lang, 1927), obbediscono agli ordini impartiti dal tiranno senza alcuna forma di ribellione o di dissenso.

Il cast del film sostiene lo svolgersi della narrazione dall’inizio alla fine e il Mad Max di Tom Hardy, il Bane de Il Cavaliere oscuro – il ritorno (Christopher Nolan, 2012), non fa rimpiangere l’assenza di Mel Gibson, che però ha partecipato insieme a tutti gli attori alla prima al Festival di Cannes quasi a sottolineare non una competizione tra i due attori, ma una continuità, evidente anche nella scelta di far interpretare il malvagio a Hugh Keays-Byrne, Toecutter del primo capitolo.

Ma la grande novità del film, che lo distingue dai suoi predecessori, è nel maggiore interesse e dettaglio per la configurazione di personaggi femminili. Se in Inteceptor (Geroge Miller, 1979) l’unica donna (la moglie dell’eroe) ricopriva il ruolo di vittima, nelle due pellicole successive hanno fatto la loro apparizione alcune solitarie guerriere senza particolare spessore. Unica eccezione “la mortale seduttrice” come l’ha definita Bell Hooks, Aunty Entity (Tina Turner) regina di Bartertown, pronta a tutto pur di mantenere l’ordine nel suo piccolo regno. Ora la situazione è ribaltata. Furiosa, le spose fuggiasche e le superstiti delle Molte Madri (tra cui ricordiamo Valchira interpretata dalla Show Girl australiana Megan Gale) sono le vere protagoniste di quest’opera: motore dell’azione narrativa e baluardo di valori e conoscenze che potranno ricostituire la civiltà perduta.

Le eroine di Mad Max Fury Road sembrano incarnare così alcune delle anime del femminismo che ha abbandonato le rigide linee puritane per volgere verso una nuova realtà post-umana in cui il binarismo di gender, grazie alle loro azioni è superato: l’imperatrice Furiosa, guerriera dalle braccia bioniche che rimanda alle teorie di Donna Haraway sul Cyborg, le giovani concubine pronte a morire pur di evadere dalle mani sfruttatrici del loro Marito/Padrone e le appartenenti al clan Molte Madri, donne mature il cui unico sogno è quello di poter ricostruire l’ecosistema terrestre, quasi a voler tracciare una continuità con l’eco-femminismo.

Regarding Susan Sontag

Valerio De Simone

Era il 28 dicembre del 2004 quando Susan Sontag, in seguito alle complicazioni della sindrome mielodisplasica, si spegneva in ospedale dopo una lunga battaglia. Anche nel momento del trapasso, la Sontag è riuscita a ispirare due nuove opere profondamente differenti: la serie di fotografie scattate dalla sua compagna Annie Leibovitz (presenti in Fotografie di una vita 1990-2005) che ripercorrono la malattia e la morte della scrittrice e il libro Senza consolazione di David Rieff, figlio della Sontag.

E proprio in questi giorni così vicini al decimo anniversario della scomparsa, le immagini dei terroristi fondamentalisti islamici che assaltano e trucidano la redazione del giornale satirico francese Charlie Hebdo ci ricordano l'ultimo saggio scritto dalla Sontag, Davanti al dolore degli altri, analisi condotta sulle fotografie di guerra e sul loro influsso sugli spettatori.

Ma a riportare alle cronache il pensiero sontaghiano è il recentissimo documentario Regarding Susan Sontag di Nancy Kates. L'opera, prodotta dall'emittente televisiva statunitense HBO e narrata dall'attrice Patricia Clarkson, ha un intento preciso: ricostruire la vita e il pensiero della Sontag in maniera non agiografica né santificatrice ma realistica, soffermandosi in particolar modo sull'aspetto umano.

Seguendo, tendenzialmente, una linea cronologica, il documentario, facendo riferimento ai suoi diari Reborn: Early diaries 1947- 1963 e As consciousness is Harnessed to flesh: Diaries 1964-1980 (sfortunatamente entrambi inediti in Italia), presenta Susan come una ragazza precoce intenta a voler fare ingresso nel mondo adulto il più presto possibile.

Infatti a quindici anni si iscrive all'università, a diciassette convola a nozze con il professore universitario Philip Rieff e a diciannove da alla luce il suo unico figlio, David Rieff. Ma presto Sontag scopre che la vita matrimoniale non fa per lei, dopo il divorzio si trasferisce a Parigi per proseguire i suoi studi e inizia una relazione con la compagna di università Harriet Sohmers Zwerling. E proprio a proposito della scoperta, in età adolescenziale, dalle sue pulsioni omosessuali che Susan Sontag riscoprirà se stessa "tutto ha inizio da ora. Sono rinata".

Nel documentario di Nancy Kates, la bisessualità della Sontag viene analizzata senza alcun elemento di malizia o desiderio morboso scandalistico, ma evidenziandola come parte integrante della sua vita, inscindibile dalla sua formazione e dalla attività creativa. Tra i suoi amori si annoverano la commediografa cubana Maria Irene Fornès, l'attrice francese Nicolé Stephane, la coreografa Lucinda Childs e il pittore americano Jasper Johns. Eppure nonostante il numero delle relazioni proprio una delle sue compagne, l'accademica Eva Kollische, parlando del legame con la Sontag la definisce "una persona poco sensibile".

Con l'arrivo degli anni Sessanta, l'autrice acquista fama soprattutto grazie alla pubblicazione del volume Contro l'interpretazione (1966), raccolta eterogenea di saggi avanguardisti come L'immagine del disastro breve, ma dettagliata analisi dei film di fantascienza americani degli anni Cinquanta. La scrittrice americana, figura di spicco della sinistra radicale americana, sostiene che tutte le sue azioni sono politiche e le sue opere ne sono una prova evidente. Pensiamo alla provocatoria e profonda affermazione "la razza bianca è il cancro della storia umana" in cui anticipa i cosiddetti Whiteness studies.

Oltre ad affrontare questioni razziali, Sontag si confronta anche con il suo essere donna arrivando, nuovamente in anticipo con i tempi, a decostruire i concetti di donna e di femminilità definendoli rappresentazioni teatrali. Nonostante fosse emblema di donna emancipata, libera e indipendente Susan Sontag non si lega apertamente al movimento femminista pur sostenendo di essere "una militante femminista, ma non non una femminista militante".

Differentemente dallo stereotipo dell'intellettuale salottiero, la scrittrice di Malattia come metafora ha condotto in prima linea battaglie politiche progressiste: dal suo impegno nella lotta contro la guerra nel Vietnam, culminato con il suo arresto, fino al soggiorno a Sarajevo durante la guerra nell'ex Jugoslavia (documentato da alcuni scatti memorabili della Leibovitz) nel quale diresse un adattamento della piéces Aspettando Godot.

Saggista, romanziera, guardiana della cultura popolare e da questa omaggiata (da Andy Warhol fino a film quali Bull Durham e Gremlins 2), regista di film d'avanguardia (Una tarantola dalla pelle calda,1969) di documentari (Promised Land,1974), ma anche attrice, in Il triangolo circolare (Pierre Kast,1964) come ricorda l'accademico Noël Burch ex assistente del regista, in Ultimo tango a Parigi (Bernardo Bertolucci,1972) e in Zelig (1983) di Woody Allen.

Anche l'Italia, paese cui l'autrice era profondamente legata tanto da ambientarci uno dei suoi più famosi romanzi L'amante del vulcano, in occasione del decimo anniversario della sua morte ha deciso di renderle omaggio, la città di Bari intitolerà alla sua memoria una piazza. Speriamo sia l'inizio di una riscoperta delle opere della Sontag ormai quasi tutte fuori catalogo.

Hunger Games: Il canto della rivolta

Valerio De Simone

Con la distruzione dell'arena della 75^ Edizione della Memoria degli Hunger Games, Katniss Everdeen (Jennifer Lawrence) ha dato inizio a un processo inarrestabile: una rivoluzione. Dopo quest'azione, la ragazza è stata tratta in salvo dai ribelli del Distretto XIII i quali stanno pianificando la definitiva deposizione del Presidente Coriolanus Snow (Donald Sutherland) e quindi la fine del suo regime totalitario. Ma per ottenere l'appoggio degli altri undici distretti (il tredicesimo e il dodicesimo sono stati distrutti dai bombardamenti incendiari voluti dal perfido tiranno) serve un simbolo che incarni la rivolta.

Così Plutarch Heavensbee (Philip Seymour Hoffman in una delle sue ultime interpretazioni) ex stratega degli Hunger Games, ora coinvolto attivamente con la ribellione, vede nella giovane questo simbolo e lo propone al Presidente del Tredicesimo Distretto nonché capo dell'esercito dei ribelli, Alma Coin (Julianne Moore). Per creare l'immagine della Ghiandaia Imitatrice, i Radicali (così li chiama Coriolanus con l'intento preciso di non legittimarli e di svilirli) si dotano di un squadra senza eguali: una troupe d'assalto, che riprenderà in presa diretta le azioni della giovane, e l'esperta dell'immagine, Effie Trinkett (Elizabeth Banks) anche lei passata con le forze ribelli.

Gli spot che verranno creati, in cui Katniss esorta gli abitanti dei distretti a rivoltarsi contro il loro malvagio sovrano, mostrano come in una rivoluzione, o in un suo tentativo, le immagini hanno sempre ricoperto un ruolo fondamentale e di amplificazione propagandistica. Alma e Plutarch costruiscono a tavolino l' immagine di Katniss-guerriera senza coinvolgerla. Sono loro che dirigono le operazioni, scrivono i discorsi per la giovane eroina in maniera come faceva l'Esercito di Liberazione Simbionese nel 1974, con l' ereditiera Patricia Campbell Hearst, rimodellata nella guerrigliera urbana "Tania".

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Differentemente dai personaggi ribelli presenti nella saga di Guerre Stellari, come la principessa Leila e Mon Mothma, quest'ultima capo assoluto dell'Alleanza Ribelle, Alma Coin si presenta più come un capo militare, indurita dalla prematura scomparsa della sua famiglia, intenta a lunghe e accese orazioni. La donna ha compreso l'importanza della spettacolarità degli Hunger Games e del loro potere sulla popolazione di Panem, e quindi, come il presidente Snow, vuole sfruttare, l'immagine di Katniss per i propri scopi politici.

Certo che nella serie cinematografica Hunger Games, in particolar modo in Il canto della rivolta parte I, notiamo come alla guida della rivoluzione il genere femminile assume un ruolo di comando, come già si era visto nel cult di fantascienza lesbo-femminista Born in flames (Lizzie Borden, 1983). Infatti oltre a Katniss Everdeen e ad Alma Coin, a guidare le truppe degli insorti del Distretto VIII è il comandante Paylor (Patina Miller), afro-panemense, quasi a voler rappresentare le diverse anime del femminismo contemporaneo intento a porre fine, una volta per tutte, al dominio del tiranno-patriarca.

Nel film, adattamento del terzo volume della trilogia scritta da Suzanne Collins, differentemente dai primi due capitoli, viene meno l'elemento di azione, probabilmente perché gli autori hanno preferito dividere la storia in due parti (pratica molto in voga nel cinema che si ispira a saghe letterarie giovanili). Come era già successo negli anni Settanta con Guerre Stellari, e più recentemente con V per vendetta (James McTeigue, 2005) la cui maschera fu utilizzata prima dal gruppo hacktivist Anonymous e poi da Occupy Wall Street, anche la serie Hunger Games, grazie proprio al potere delle immagini a cui sopra si accennava, ha ispirato movimenti o tentativi di rivolte. In Thailandia molti giovani, in risposta al colpo di stato militare del 22 maggio, hanno utilizzato il saluto con tre dita che la giovane eroina lancia e che poi diviene un segno di protesta contro il regime di Capitol City. In risposta a questo fermento molti cinema in Thailandia hanno ritirato il film dalle sale.

Ma Hunger games: il canto della rivolta parte I di Francis Lawrence si ispira alla realtà attuale. La tuta militare che indossa Katniss nel quartier generale della resistenza rimanda agli abiti indossati dalle guerrigliere del PKK e che il colosso dell'abbigliamento svedese H&M voleva lanciare, ma dopo una serie di proteste, ha ritirato chiedendo scusa. La rivoluzione dunque assume sempre più una valenze Pop e dunque, come diceva Obi Wan Kenobi, che la forza sia con voi.

Un giorno da italiani

Valerio De Simone

“Nel futuro, ognuno sarà famoso per quindici minuti”: la celebre profezia di Andy Warhol sembra realizzarsi ancora una volta nel film diretto da Gabriele Salvatores Italy in a day – Un giorno da italiani, presentato in anteprima fuori concorso alla 71ª Mostra del cinema di Venezia. Per comprendere meglio l'opera, però, dobbiamo fare un passo indietro all'estate del 2010, quando il sito di video-sharing YouTube, in collaborazione con il regista Ridley Scott e la LG Eletronics, propose alla sua comunità digitale di riprendersi, utilizzando qualsiasi supporto (fotocamere, smartphone, tablet) durante lo svolgersi di un determinato giorno, il 24 luglio. Obiettivo: raccogliere un gran numero di testimonianze e unirle per costituire “qualcosa di completamente diverso”: un film.

Le adesioni al progetto sono state numerosissime fino a raggiungere un totale di circa quattromila e cinquecento ore di filmati. Per selezionare e montare il materiale sono stati scelti il regista Kevin MacDonald, vincitore del premio Oscar del 2000 per il documentario Un giorno a settembre, e Joe Walker, noto per il montaggio dei film di Steve McQueen Hunger (2008) e Shame (2011). Presentato al Sundance Film Festival il 27 gennaio 2011 e poi sull'omonimo canale YouTube con la possibilità di sottotitoli in numerose lingue, il film si configura come una creatura ibrida sospesa tra il confine della narrativa e del documentario. Non solo: Life in a Day (La vita in un giorno) si può anche vedere come un esperimento cinematografico di “democrazia diretta” in cui chiunque, purché dotato di un qualsiasi mezzo di ripresa, può divenire regista di se stesso. Il punto di forza del progetto è proprio questo sguardo sul mondo nella sua alterità di soggetti, di culture e di situazioni, uno sguardo che comporta una visione transnazionale in grado di valicare i confini e di raccontare storie senza intenti didascalici.

Nel 2013 il regista di Mediterraneo ha deciso di replicare il successo della pellicola americana realizzandone una versione italiana, prodotta questa volta dallo stesso Ridley Scott e dalla Rai. La modalità di partecipazione al progetto cinematografico è rimasta invariata: filmare eventi che si sono svolti, questa volta, nell'arco del 26 ottobre 2013. Allo stesso modo, anche lo schema narrativo ricalca quello di Life in a Day. L'alba e il conseguente risveglio della popolazione apre l'opera mostrandone differenti situazioni in cui questa avvenga: dalle tradizionali abitazioni fino alla realtà del carcere sovrappopolato, nel quale scorgiamo uno dei pochissimi soggetti non italiani.

A differenza del suo modello, infatti, il progetto di Salvatores annulla il carattere transnazionale dell'opera: come è evidente fin dal titolo, gli attori-registi-personaggi sono esclusivamente italiani e i confini, che in precedenza si erano dissolti, ritornano – o meglio, si esce dal Belpaese e si attraversa l'oceano, fino ad arrivare allo spazio più profondo, ma i testimoni di fatto parlano una sola lingua.

Inoltre, Italy in a day accentua al massimo i toni patetici, presenti solo in misura lieve nell'originale, conducendo lo spettatore a semplicistiche riflessioni sulla situazione sociopolitica e culturale del nostro paese, veicolate da un filtro politically correct e buonista, che conferisce alla pellicola sfumature simili a una pubblicità elettorale: cani scodinzolanti, bambini sorridenti e altre banalità da “siparietto” che tendono a tranquillizzare il pubblico e a divertirlo campeggiano in primo piano, mentre gli elementi più difficili, e al tempo stesso più “italiani”, come l'abbandono in cui è costretto a vivere chi si batte contro la mafia o l'indifferenza istituzionale nel riconoscere l'omogenitorialità, ossia famiglie composte da genitori dello stesso sesso, vengono accennati quasi di sfuggita. Ma in fondo, da un autoritratto dell'Italia, sarebbe stato difficile aspettarsi altro.

 

Lovelace

Valerio De Simone

La vera gola profonda (Jerry Gerard, 1972) è stato – afferma Camille Paglia nel documentario Inside Gola Profonda (Fenton Bailey, Randy Barbato, 2005) - un momento epocale nella storia della sessualità moderna. Era la prima volta che donne rispettabili del ceto medio entravano in un cinema porno. Ha infranto il tradizionale concetto di pudore”. La scrittrice Erica Jong nello stesso documentario sostiene che “c'erano proiezioni nell'appartamento di qualche psicanalista. Tutti guardavano e fumavano erba”.

Il documentario in questione analizzava l'impatto che La vera gola profonda ebbe sia sul pubblico americano, incrementando la rivoluzione sessuale, sia sulle vite del regista e degli attori che vi presero parte, ponendo particolare attenzione a Linda Boreman (1949-2002), meglio nota come Linda Lovelace. È lei, interpretata da Amanda Seyfried, la protagonista assoluta del film diretto da Rob Epstein e da Jeffrey Friedman. La narrazione si apre con la giovane Boreman che vive con la sua famiglia cattolica e autoritaria dove la madre bigotta (Sharon Stone) la educa al pudore e alla riverenza nei confronti degli uomini. Quando Linda incontrerà lo scapestrato Chuck (Peter Sarsgaard), otterrà l'emancipazione dal nucleo familiare. L'uomo, infatti, la porterà all'altare e successivamente, quando iniziano i problemi economici, la spronerà affinché inizi una carriera nell'industria pornografica assumendo l'identità di Linda Lovelace.

Lovelace risulta interessante sotto molti aspetti. Il primo tra tutti consiste nella capacità di riuscire a configurare l'evoluzione culturale dei costumi americani. La prima parte del film, in cui la protagonista vive a casa con i suoi genitori, ci mostra come l'America fosse ancora puritana e terrorizzata dal sesso. Quando Linda inizia la sua relazione con Chuck noteremo come la rivoluzione sessuale, e tutti i suoi ideali libertari, stiano cercando di trasformare la cultura americana. Emblematiche di ciò possono essere la sequenza amatoriale realizzata dai due fidanzati sulla spiaggia e il party in cui vengono proiettati film pornografici che rimanda alla mente gli esperimenti sessuali che compiva il personaggio di Katherine Dunn in In cerca di Mr. Goodbar (Richard Brooks, 1977).

Ma presto l'utopia si trasformerà in una distopia. Infatti ciò che significava rottura con una precedente concezione della vita, diviene nient'altro che un cinico processo di capitalizzazione del corpo femminile gestito da un' oligarchia maschile. Basti pensare ad una delle prime proiezioni private di Gola profonda in cui il fondatore di Playboy Hugh Hefner spinge la giovane star a mostrargli il suo “dono” artistico oppure quando Chuck organizza uno stupro ai danni della propria moglie per ridurre i suoi debiti economici.

Ulteriore elemento interessante del film è la disposizione temporale delle azioni. Inizialmente il film segue una linearità cronologica. Dopo i primi venti minuti assistiamo ad un salto temporale di sei mesi coincidenti con l'ingresso della carriera nel mondo a luci rosse di Linda. Verso la metà della pellicola assistiamo a un secondo salto temporale di sei anni. Linda si sta sottoponendo al test della macchina della verità, voluto dalla casa editrice per accertarsi che le sue memorie (Ordeal, Citadel Press, 1980, tradotte in italiano da Castelvecchi nel 2012 con il titolo di Gola profonda. Una storia vera) non siano false.

Infatti rivedremo alcune sequenze apparse nella prima parte del film, ma questa volta ancorate al punto di vista di Linda. Così viene mostrato il vero volto di Chuck: spregevole, violento e manipolatore, ma viene anche mostrata l'impossibilità, da parte della madre di Linda, di sostenere la figlia affinché lasci il marito dopo aver raccontato gli abusi subiti. Nell'opera assistiamo ad un' assenza importante, notata dalla femminista Naomi Wolf nell'articolo Lovelace: a feminist-free “feminist”critique of the pornography industry (Guardian, 26 Gennaio, 2013), ossia l'adesione della Boreman al movimento “Women against pornography” fondato da Andrea Dworkin e sostenuto da femministe come Catherine MacKinnon, Susan Brownmiller e Gloria Steinem.

Infatti nel film doveva essere presente una sequenza finale in cui veniva “ri-messa” in scena un'intervista televisiva dei primi anni Ottanta in cui Linda Boreman, divenuta Marchiano, era affiancata e sostenuta da Gloria Steinem, interpretata per l'occasione da Sarah Jessica Parker. Questa sequenza nel montaggio è stata tagliata (probabilmente sarà presente nel materiale extra del dvd) e comporta una profonda trasformazione della storia. Infatti questa elisione fa pensare erroneamente che la battaglia contro la pornografia sia stata intrapresa esclusivamente dalla donna e non da una grande parte del movimento femminista americano.

*Leggi anche lo speciale Leggere Oggi pubblicato in occasione del Salone del libro di Torino

Veronica Mars

Valerio De Simone

Correva l'anno 2007 quando l'emittente televisiva americana The CW decise la cancellazione, motivata da un forte calo di ascolti, della serie televisiva Veronica Mars (2004-2007). Attorno a questo serial, al quale sono stati dedicati saggi come Investigating Veronica Mars: essays on the teen detective series (McFarland, 2010) e Veronica Mars and philosophy: investigating the mysteries of life (Joey Wiley & Sons, 2014) si è costituita una comunità di fan che negli anni, attraverso una serie di petizioni, invocava il ritorno dell'amata detective.

Il creatore della serie Rob Thomas ha più volte affermato di non aver mai abbandonato l'idea di riprendere le avventure di Veronica Mars. Così il 13 marzo 2013, Kristin Bell, l'attrice che ha prestato il volto all'eroina della serie, e lo stesso Thomas, hanno lanciato una raccolta di fondi sul sito di crowdfunding Kickstarter, per realizzare un film che continuasse le vicende, rimaste in sospeso, della giovane investigatrice. La raccolta ha ottenuto un successo superiore a quanto preventivato ottenendo donazioni per cinque milioni di dollari. La pellicola, che è quindi il risultato di una nuova tipologia di produzione indipendente in cui sono direttamente i fan a finanziare l'opera, ha inizio esattamente nove anni dopo gli eventi che avevano concluso la terza stagione.

L'indipendente e solitaria Veronica ha lasciato la classista cittadina di Neptune e si è trasferita a New York, dove si è laureata in legge e ha iniziato una serie di colloqui presso prestigiosi studi di avvocati. Ma la morte di una ex compagna di liceo, e il coinvolgimento in questo evento del suo ex fidanzato Logan, la riporterà nella cittadina dove tutto ha avuto inizio. “Se scoppiasse una guerra di classe Neptune sarebbe Ground Zero”, così la voce narrante della protagonista descrive al pubblico come l'ingiustizia sociale continui a governare la piccola cittadina californiana. Anche la polizia è divenuta più corrotta e tende a difendere le persone afferenti alle classi alte e a colpire, invece, i poveri.

Un esempio esplicito di quanto sopra detto si ha nella sequenza in cui i Mars, padre e figlia finalmente riuniti, assistono a un posto di blocco in cui i poliziotti lasciano passare una scintillante Bmv e “puniscono” due giovani afro-americani. Queste immagini riportano alla mente quelle del brutale pestaggio ai danni del tassista afro Rodney King nei primi anni Novanta, quasi a voler comunicare che nell'America di Obama le ingiustizie sociali e il razzismo non siano cessati. Veronica Mars – Il film non è interessante soltanto per questo affresco sociale americano, che già aveva caratterizzato il serial televisivo. Un altro aspetto interessante del film è il modo in cui cattura lo scorrere del tempo.

I protagonisti del serial li abbiamo conosciuti adolescenti, prima liceali e poi matricole universitarie. Ora nel film li ritroviamo adulti o meglio, per usare il termine coniato dallo psicologo americano Jeffrey Arnett Emerging Adulthood, ossia in età adulta emergente. Così oltre a Veronica e Logan, faranno la loro ricomparsa anche “Mac”, Wallace, Dick , “Wevill” e Gia, interpretata da Kristen Ritter salita alla ribalta recentemente grazie al serial Non fidarti della str**** dell'interno 23. Come era già successo in pellicole profondamente differenti tra loro come Before Sunrise – Prima del tramonto (Richard Linklater, 2009) e American Pie: ancora insieme (Jon Hurwitz, Hayden Schlossberg, 2012), lo spettatore si trova così non solo a registrare la crescita dei personaggi, ma anche la propria, essendo passati ben nove anni dall'ultima trasmissione dell'episodio.

Ovviamente l'occasione migliore per riunire molti dei personaggi apparsi nella serie è data da una riunione di classe in occasione del decimo anniversario dalla fine del liceo. Differentemente da Romy e Michelle (David Markin, 1998), L'ultimo contratto (George Armitage,1997) e del già citato American Pie: ancora insieme questo evento non sarà il fulcro del film, bensì un passaggio obbligatorio affinché Veronica Mars riesca a ricomporre le tessere del mosaico e sciogliere l'enigma. Da notare la presenza dei cammei di James Franco, nel ruolo di se stesso, e di Jamie Lee Curtis nella parta di un'avvocatessa. Purtroppo in Italia, differentemente dagli Stati Uniti, il film non verrà proiettato in alcuna sala cinematografica, ma sarà possibile acquistarlo o noleggiarlo online su siti come iTunes, Cubovision, Google Play.