Val di Susa senza Euridice

Serena Carbone

tav-val-di-susa2[1]Come dice Erri De Luca, «povera è una generazione nuova che non s’innamora di Euridice e non la va a cercare anche all’inferno». Euridice ha in sé la parola δικη/dike. Dike nell’antica Grecia era la dea della Giustizia. Euridice, letteralmente, significa «grande giustizia».

Da qualche mese in libreria, Un viaggio che non promettiamo breve di Wu Ming 1 e Fuori dal tunnel di Marco Aime affrontano secondo due prospettive tangenti le vicende che hanno coinvolto, e coinvolgono ancora, non solo gli abitanti di quella valle ad ovest di Torino ormai da decenni sotto scacco del fantasma della TAV da costruirsi nella tratta Torino-Lione. Peccato che questo fantasma non sia generato dalla fantasia ma da persone in carne e ossa, da un corpo formato da più individui che prende il nome di Stato.

Entrambi i libri raccontano in maniera polifonica i venticinque anni di lotte No Tav, lasciando molto spazio alle interviste, alle testimonianze e all’indagine condotta con uno sguardo interno al movimento stesso. E mentre Wu Ming 1, da buon scrittore, si concentra essenzialmente sulle storie di vita presenti e passate degli uomini della Val di Susa, Aime, da buon antropologo, si spinge oltre riflettendo in maniera lucida e puntuale sulle ricadute socio-culturali che l’esperienza nella Valle ha attivato tramite la costituzione di nuovi modelli partecipativi alla gestione della res pubblica.

Chi detiene il tempo? Tempo mangia tempo, come Crono mangia i suoi figli per finire spodestato da uno di essi. Ma esiste una lancetta che, invece di ticchettare incessantemente sempre allo stesso ritmo, rallenta all’ora di mezzo? In Val di Susa sembrerebbe di sì. «Era la rottura del tempo a dare senso allo spazio» – scrive Wu Ming 1. Perché «l’elemento più importante non era il “qui” – una piazza, una scuola occupata, un prato, una casa sull’albero – ma il “finché vorremo”». E il tempo spezzato, liquefatto, rallentato, disgiunto dal clic cloc svizzero, percorre le pagine simultaneamente a chi scrive e a chi legge, come proprio al genere della no-fiction: che si parli del 1996 e dell’inizio dei lavori per la galleria, o si ricordino la resistenza, gli anni di piombo e il terrorismo, che si passi all’oggi con l’elezione del nuovo sindaco di Torino, o faccia incursione, tra una pagina ed un’altra, il caro collega H.P. Lovecraft. Non si tratta più di un semplice braccio di ferro tra No Tav e Stato, ma ormai di un quarto di secolo della Storia italiana, che ingloba migliaia di microstorie di gente che vive quelle terre perché lì è nata e lì vuole morire, o perché ne ha ormai sposato le ragioni della protesta. Wu Ming 1 restituisce a queste vite una soggettività altrimenti persa nel magma del movimento, ma al contempo ne tratteggia i contorni all’interno di una comunità che lotta, resiste e si trasforma in nome di un progetto che va oltre il singolo individuo. E le caratteristiche di questo progetto e le conseguenti ricadute le indaga bene Aime, sottolineandone le peculiarità e la portata innovativa.

Le pratiche condivise, attivate e sperimentate in questi anni, in particolar modo dopo il 2005, hanno infatti realizzato e consolidato una comunità che non solo si pensa e si immagina ma si riconosce, in quanto tale, anche su un piano concreto e attivo. Rete, solidarietà, amicizia, complicità: tutti questi elementi hanno avviato nella Valle un laboratorio sociale che riflette sulle filiere alimentari, sul cibo a costo zero, sui consumi di acqua e gas, sull’ambiente e sui rifiuti, sul significato delle parole progresso, sviluppo e modernità; e non lo fa mai in maniera astratta o teorica ma sempre con piccole azioni, così offrendo una vera alternativa al vivere quotidiano in un’ottica consapevole non solo verso il presente ma anche nei riguardi del futuro e nel rispetto di quel che è stato.

Ma perché in Val di Susa e non altrove? Questa è la domanda che si pongono entrambi gli autori e che si insinua pagina dopo pagina anche nella mente del lettore, pensando ai tanti cantieri aperti e chiusi, riaperti e richiusi e poi magari anche abbandonati, sparsi per tutta la Penisola. E tra le tante possibili motivazioni una si fa strada su tutte: la Valle è diventata un luogo di conoscenza condivisa. I No Tav hanno dato avvio infatti alla formazione di un movimento che, nato come protesta, si è evoluto in ben altro: una comunità di intenti e di saperi che riflette e propone meccaniche partecipative che toccano temi come i modelli di sviluppo, le forme di rappresentanza democratica e i beni comuni. «Nonostante il movimento No-Tav non abbia perso la sua spinta né la sua vocazione antagonistica, è diventato anche e soprattutto un movimento “per” e non solo un movimento “contro”», scrive difatti l’antropologo. E sulla parola comunità apre una dissertazione che fa pensare ai concetti di identità, di nazione, di popolo, di italiani, perché «la parola comunità emana una sensazione piacevole dà sempre l’idea di qualcosa di buono» scrive Zygmunt Bauman e, continua Aime, «è così che viene percepita da molti aderenti al movimento».

Treni, ferrovie, velocità. Una triade che si ripropone nelle pagine di entrambi i libri riportando alla memoria il simbolo di uno sviluppo promesso ad un’Italia ancora acerba, confusa, distratta da altri mali già all’indomani della sua unità. Sui binari dell’industrializzazione è corsa la marcia alla modernità e sulle filiere dei mercati alimentari è marcito il sogno di una nazione forte e coesa. Ma il tempo scorre in fretta, ed è evidente che quello che sta accadendo a ovest di una delle tre città dell’ex triangolo industriale, non è legato semplicemente a un treno o ad un gruppo di facinorosi che si oppongono allo Stato – come la maggior parte dell’informazione li descrive – sotto la maschera dell’anarco-insurrezionalismo. La posta in gioco è ben altra e ben più alta. L’uomo signore dell’uomo, l’uomo divorato dal tempo, suo padre. Esiste un modo per riappropriarsi del proprio tempo, un tempo non scandito da ritmi veloci e selvaggi, da abitudini automatiche e de-soggettivanti? È possibile ancora pensarsi parte di una comunità con una possibilità di scelta: cosa mangio, dove compro, cosa e come consumo?

Sabotare il tempo di Crono sembra la più grande sfida che il movimento No Tav abbia lanciato allo Stato. Non ci sono partiti in Valle, destra o sinistra, non ci sono ceti ai quali appartenere, borghesia o operaio, ma un’esperienza trasversale che accomuna coloro i quali credono ancora nel cambiamento o in un’alternativa all’attuale governance.

«Un sistema che non offre scelte è un sistema debole, perché la scelta è alla base della cultura umana, ciò che la distingue dalla natura ed è ciò che arricchisce l’umanità intera. Il movimento No-Tav va letto anche in questa chiave, come un’opportunità di aprire nuovi spazi di dialogo e nuove narrazioni, magari anche diverse tra di loro: gli adulti si connettono a un vissuto passato, fatto di speranze più o meno avverate e ricercano momenti in cui era possibile almeno sognare un mondo diverso; i giovani, ai quali questi spazi non sono stati concessi, li creano con l’opportunità di sentirsi davvero protagonisti. Creare delle valvole di sfogo, degli spazi alternativi al pensiero dominante non solo è democraticamente giusto, ma la presenza di una antistruttura è anche essenziale alla sopravvivenza e alla trasformazione di una società». Così Aime conclude il suo libro.

Wu Ming 1

Un viaggio che non promettiamo breve. Venticinque anni di lotte No Tav

Einaudi Stile Libero, 2016, 651 pp., € 21

Marco Aime

Fuori dal tunnel. Viaggio antropologico nella val di Susa

Meltemi, 2016, 297 pp., € 22

La lotta No Tav e i due massimi sistemi del mondo

Christian Caliandro

Nel nuovo quadro dell’economia globalizzata il… compito principale [della politica]
non è più quello di dirigere, ma di garantire un certo grado di coesione sociale;
essa non può più coltivare disegni ambiziosi, ma solo rattoppare e tamponare.
È allora che la politica e i suoi interpreti iniziano a perdere autorità e qualità:
le loro ‘disinvolture’ etiche, che le ideologie avevano permesso di riscattare e
trasfigurare, non possono più nascondersi sotto la gonna di una grande giustificazione.

Franco Cassano, Egonomia: così l'individuo senza società ha cancellato la politica
(La Repubblica, 2 Marzo 2012)

In queste settimane molto convulse e molto confuse, da più parti - sui giornali e in televisione - si levano alti lai sulle possibili degenerazioni della protesta No Tav. La classe dirigente italiana, da parecchi anni ormai, continua ossessivamente - a destra come a sinistra - ad agitare lo spauracchio degli anni Settanta e della violenza politica: «si rischia di tornare agli anni di piombo», «gli anni Settanta non torneranno», «stanno per tornare gli anni Settanta». Per molti versi, sembra quasi che il decennio appena trascorso abbia preparato e creato le condizioni per un rispecchiamento collettivo in quel decennio.

Ora, lasciamo stare per il momento la rozza equazione «anni Settanta = anni di piombo», che ha fatto sprofondare per decenni in un buco nero di percezione collettiva un decennio che ha prodotto moltissime idee e cose interessanti, dal punto di vista culturale, sociale e politico, e che è stato invece compresso in una definizione-Moloch. Se ci pensate bene, sarebbe come nominare gli anni Cinquanta «di ferro», o gli anni Sessanta «di plastica»: tanto più che la definizione venne mutuata, in tempo reale, dal titolo dell’omonimo film di Margarethe von Trotta (1981: a tutt’oggi, una delle opere più complete e significative mai dedicate alla comprensione del terrorismo). In quel caso, il «piombo» designava la qualità spettale - plumbea, appunto - della vita quotidiana nella Germania dei primi anni Settanta (e che rappresentò il terreno di coltura della RAF); qui da noi, schiere di giornalisti e politici trasformarono quell’atmosfera psicologica in qualcosa di molto materiale, che più fisico non si può: il piombo delle pallottole. Ma per ora lasciamo stare, come si è detto.

Ciò che in questi giorni emerge molto chiaramente è il tentativo - rozzo anche questo, ma a quanto pare efficace - di equiparare ogni forma di dissenso e di critica alla violenza politica. In Italia, è una storia vecchia e tragica. Ma la vicenda degli anni Settanta non sembra averci insegnato proprio nulla - o forse, ad alcuni ha insegnato moltissimo, anche troppo. Il dire, come ha fatto di recente il ministro dell’Interno Cancellieri, «massima disponibilità al dialogo; ma il progetto non è assolutamente in discussione», costituisce di per sé infatti una bella sfida alla logica. Come a dire: «protestate, urlate, fate quello che vi pare, ma alla fine questa cosa si farà, e basta». Dove sarebbe, di grazia, l’apertura in questo caso?

Al massimo, si tratta di una finzione di apertura, di un’illusione di apertura: «vi facciamo sfogare un altro po’». Ma la disponibilità vera consiste nell’ascolto, e nella capacità di farsi persuaderela - laddove per esempio gli argomenti addotti dalla controparte risultino inoppugnabili. L’arte del dialogo presuppone sempre, infatti, la possibilità per ognuno degli attori di mutare anche radicalmente la propria opinione su un argomento quando le tesi e le riflessioni dell’altro, o degli altri, risultano più convincenti e interessanti delle proprie. Come scrive Primo Levi ne I sommersi e i salvati (1986): «nei paesi e nelle epoche in cui la comunicazione è impedita, appassiscono presto tutte le altre libertà; muore per inedia la discussione, dilaga l’ignoranza delle opinioni altrui, trionfano le opinioni imposte».

Assistiamo, qui ed ora, allo scontro tra due opposte concezioni del mondo e della realtà socio-economica: l’erosione dei diritti e dello spazio pubblico a favore di un approccio totalmente privatistico e liberista da una parte (un approccio che si è tradotto rapidamente e in cultura popolare e ideologia pervasiva), e un pensiero indirizzato alla riconfigurazione totale dei valori che regolano la vita collettiva contemporanea dall’altra (all’insegna di un senso comune che comune, purtroppo, non è più, e che va perciò ricostruito). Non è altro che l’eterno conflitto tra l’economia intesa - in modo perverso e (auto)distruttivo - come privazione dei tantissimi a vantaggio esclusivo dei pochissimi, e una nuova concezione (quella legata al «bene comune») che, come nota giustamente Ugo Mattei, emerge da un passato lontanissimo (il Medioevo), eppure a noi oggi molto vicino.