Uwe Johnson liberato

Uwe Johnson (1934-1984) gilt bis heute als derjenige deutsche Autor, der die Spaltung Deutschlands und seine Folgen für den Einzelnen am konsequentesten ins Zentrum seines Schaffens gestellt hat (Foto undatiert). 2014 ist Johnson-Jahr: Er wurde vor 80 Jahren geboren, am 20. Juli 1934, und am 24. Februar ist sein 30. Todestag. Im Jubiläumsjahr wird unter anderem Ende Mai in Rostock mit einer internationalen wissenschaftlichen Tagung an ihn erinnert: "Von Zeit zu Zeit lese ich alles noch einmal. Uwe Johnson und der Kanon". (Siehe epd-Feature vom 20.02.2014)

Andrea Cortellessa

A due anni di distanza dalla pubblicazione del Terzo volume dei Giorni e gli anni, coll’uscita del Quarto nelle scorse settimane, L’orma editore ha vinto una scommessa che, nelle premesse, appariva tutt’altro che scontata. Come ben ricostruisce Michele Sisto, se Johnson era stato un autore-simbolo della prima Feltrinelli, che negli anni Sessanta lo introdusse al pubblico italiano per il tramite fondamentale di Enrico Filippini e, due anni dopo l’uscita dell’originale, nel 1972 pubblicò il primo volume di Jahrestage (nella traduzione di Bruna Bianchi) col titolo Anniversari (ma sintomaticamente già allora non proseguì nell’intrapresa, coi successivi volumi usciti in tedesco nel ’71 e nel ’73), e se già nel 2002 investire sul suo nome cambiava completamente di segno, per la stessa Feltrinelli che, su spinta stavolta di Michele Ranchetti, metteva in cantiere una nuova traduzione integrale della colossale tetralogia affidandola a Nicola Pasqualetti e Delia Angiolini, l’abbandono dell’intrapresa dopo la pubblicazione del Secondo volume, nel 2005, rappresentava il segno più preciso del tempo in cui l’editoria è (solo) A scopo di lucro (come dieci anni prima s’era intitolato il suo manifesto, a firma di Franco Tatò – all’epoca AD di Fininvest e Mondadori – uscito da Donzelli).

Un caso parallelo a quello di Johnson, presso la tradizionale rivale Einaudi, è quello del non meno grande Michel Leiris: anche lui autore di una tetralogia, La règle du jeu, pubblicata in Francia in tempi molto più laschi di quella di Johnson (dal ’48 al ’76) ma a sua volta destinata a interrompersi, per i lettori italiani, al Secondo volume (Carabattole, tradotto dal compianto Ivos Margoni nel 1998, nella poi perenta NUE). Nel frattempo però lo Johnson «italiano» (a differenza forse di Leiris) è divenuto, per la nostra cultura, forse più importante di quanto fosse stato per quella degli anni Sessanta, che aveva avuto fra i suoi punti di riferimento Congetture su Jakob e Il terzo libro su Achim (a loro volta fattesi, ormai, delle rarità per bibliofili). Il «caso» di Roberto Saviano, di cui parla Sisto, non è che il più clamoroso: non c’è dubbio, per esempio, che altri due narratori almeno altrettanto importanti, come Giorgio Falco e Davide Orecchio (autori entrambi di importanti recensioni alle «uscite» italiane di Johnson), abbiano guardato con estremo interesse ai Giorni e gli anni. Che oggi a doversi far carico di un compito di tale rilevanza culturale sia, anziché una major come Feltrinelli a tutt’altro affaccendata, una sigla piccola per quanto raffinata come L’orma la dice, sulle condizioni della nostra editoria, non lunga: lunghissima.

Del resto, come a sua volta ottimamente ricostruisce Anna Ruchat (che ringraziamo anche per aver scovato e tradotto un raro autocommento di Johnson alla sua opera, quando era ancora ben lungi dal concludersi peraltro), I giorni e gli anni aveva finito per diventare un incubo per lo stesso autore: il quale, dopo aver pubblicato i primi tre in rapida successione, ritardava all’infinito la consegna di un Quarto e conclusivo che, oscuramente, egli sapeva forse destinato a coincidere con la fine non solo dell’opera – ma, anche, dei suoi giorni. L’editore Unseld, contro i propri stessi interessi, lo invita a lasciar perdere; ma Uwe Johnson non era il tipo da arrendersi. Il Quarto volume esce nel 1983 e l’anno dopo, in effetti, il suo autore esce di scena.

È una storia questa, di sacrificio prometeico e totale fusione di vita e opera, che nulla ha da invidiare alle biografie letterariamente «eroiche» della prima metà del secolo – a quelle di Proust, Joyce o Gadda, si vuol dire. Per un editore che voglia essere degno di questo nome, votarsi a farsene testimoni – contro ogni calcolo di «lucro» – non è, non dovrebbe essere, l’ossessione di un aficionado più o meno maniaco. Dovrebbe essere quello che oggi nessuno forse può, e certo nessuno vuole, assolvere: un servizio pubblico.

Uwe Johnson

I giorni e gli anni (20 giugno 1968-20 agosto 1968)

traduzione di Nicola Pasqualetti e Delia Angiolini

L’orma, 2016, 519 pp., € 26

Uwe Johnson (Foto di Heinz Lehmbacker)Com’è che ho scritto I giorni e gli anni

Uwe Johnson

La risposta più sincera è: non stavo cercando questo libro. Avevo scritto tre libri e mezzo, avevo vissuto quasi sempre in Germania e avevo tutte le ragioni per desiderare una pausa, un addio. Così me ne andavo in giro e chiedevo alle persone se avessero dei posti di lavoro in America da distribuire e se ne avrebbero passato uno anche a me. Il problema era il seguente: avevo fatto due viaggi negli Stati Uniti, viaggi del tipo. Tu sali in cattedra, la gente è interessata alla letteratura tedesca allora gli leggi qualcosa ad alta voce, ovviamente noi all’estero possiamo sempre addurre la scusa che solo l’autore sa esattamente quali dimensioni ritmiche, acustiche ha effettivamente pensato scrivendo quel testo.

I viaggi sono stati due, dopo di che avevo visto qualcosa del paese, l’America, ovvero esattamente ciò che uno vede dal finestrino dell’autobus che lo porta dall’aeroporto alla camera d’albergo o quello che succede tra i monumenti e l’aeroporto. Tutto ciò che non avevo potuto vedere mi rese curioso del paese e mi venne in mente anche una teoria un po’ stupida secondo la quale da molti punti di vista l’America di oggi sarebbe il nostro futuro. Volevo verificare. Ma le persone non credevano che io volessi lavorare davvero. Mi dicevano sì, certo, venga da noi all’università a insegnare scrittura, in particolare scrittura creativa: ma siccome io so dal mio passato come si impara a scrivere, non credo affatto che lo si possa insegnare a qualcuno. Mi sono state offerte molte opportunità di quel genere; ma alla fine qualcuno mi ha creduto e ha detto che avrei potuto lavorare come redattore presso una casa editrice di libri scolastici. Mi accertai che non si trattasse di un regalo e che non fosse un posto creato apposta per me.

All’inizio ebbi più o meno esattamente quel che volevo: dovetti cercarmi da solo una casa dovetti abituarmi all’idea che anche lì c’erano le dichiarazioni dei redditi da compilare e che in questo modo avrei imparato qualcosa sulla mentalità della gente del posto, non la gente che si trova per strada, ma la gente negli uffici. […] Anche in questo caso, della città, non vidi molto più di prima, e solo dopo nove mesi mi svegliai; e questo accadde perché avevo capito che ora conoscevo una cosa che non era stata mia intenzione conoscere: la situazione degli impiegati in una città come New York. Di per sé era un sapere troppo specifico, inutilizzabile, ma non potevo trascurarlo. E a quel punto mi venne in mente che c’era una persona che conoscevo che abitava in città: era una persona di nome Gesine Cresspahl. Una volta, in un libro dal titolo Congetture su Jakob avevo descritto tre settimane della sua vita, certo, era pochissimo. Di fatto lei esisteva e basta, non aveva un passato. E come accade quando si inventa una persona – perché non la si inventa solo per il momento di cui si sta raccontando, ma la si vuole un po’ più compiuta, dunque non solo il taglio del viso (in questo caso un viso un po’ slavo, perché viene dal Meclemburgo) –, sapevo anche alcune altre cose di lei.

Conoscevo il suo anno di nascita: il 1933, sapevo com’era la storia della sua famiglia e conoscevo anche alcune particolarità della sua persona, per esempio quella di sottrarsi a determinate conversazioni come quelle sul matrimonio, o che se non altro leggeva il giornale cosa che per me si spiega col fatto che fino al 1953 aveva vissuto in Meclemburgo e che non era rimasta lì solo perché quella era la sua patria, perché c’erano gli amici o gli amori. Era rimasta lì anche per il particolare genere di socialismo che veniva sperimentato sulle persone in quei luoghi quando la zona di occupazione sovietica si trasformò nella DDR. Queste cose le sapevo. Ma sapevo anche che lei aveva appreso il socialismo a scuola, ovvero il socialismo come componente dell’antifascismo e come teoria, e che gli studenti delle scuole superiori di allora, i maturandi del 1952, anche nella DDR, si consideravano un’élite e non ritenevano necessario andare a vedere come fosse il «socialismo per le strade», come funzionasse insomma davvero in una fabbrica o in una cooperativa di produzione agricola, e cosa succedesse lì, alla gente.

Si trattava dunque di un marxismo con scarse fondamenta, insomma da un punto di vista teorico era perfetto [...] ma in pratica non valeva niente, e quando in quello Stato i lavoratori e i contadini decisero di rivoltarsi contro il governo per i gravi maltrattamenti subiti, ecco che la sua idea del socialismo andò in pezzi e lei si ritenne personalmente offesa dal fatto che il socialismo agisse a quel modo e sparasse con i carri armati sulla propria gente – lei aveva vent’anni. Fece la cosa più stupida che potesse fare, si lasciò prendere dal panico e andò nell’unico luogo al mondo per il quale non era adatta – andò in occidente dove certo non l’avevano attratta i fondamenti del fascismo che lì erano rimasti – andò in un luogo di cui, come aveva studiato, vi sarebbero state delle crisi cicliche e la necessità di queste crisi e la decadenza di quella società – e lì rimase. Perché chi se ne va dal socialismo, non torna indietro, in ogni caso non torna rimanendo quello che è.

Tutto questo io lo sapevo. Lei prese un piccolo diploma di lingue, perché nella DDR avrebbe potuto continuare a studiare, mentre in occidente non aveva soldi. Poi lavorò per un po’ in un ufficio e poi ebbe una bambina. A quel punto il mondo le parve così pieno di incertezze che andò a lavorare in banca, insomma spediva lettere commerciali in lingue straniere ad altre banche e imparò un po’ la terminologia e poi a un certo punto nel 1961 la sua banca «per gratitudine» la mandò negli Stati Uniti. Lì dovette imparare i trucchi più sottili per moltiplicare, guadagnare e abbellire il denaro, cosa in cui per un po’ si diede anche da fare, finché poi di colpo non disertò. A quel punto fu licenziata. Dopo una pausa trovò un’altra banca, che questa volta non aveva legami con la Germania, studiò un po’ di economia alla Columbia University e alla fine si ritrovò lì dove aveva cominciato, era di nuovo segretaria per le lingue straniere presso una banca. Tutto questo mi è tornato in mente. Certo, lei è una persona abbastanza inventata, non è registrata all’anagrafe, me la sono semplicemente immaginata.

Dunque in quel momento eravamo nel 1966/67. Mi chiesi dove potesse abitare Gesine a New York […] L’inizio naturalmente fu sbagliato. Nell’agosto del 1967 mi trovavo al mare, la sera, e mi dissi, perché non cominciare ora, ed era il 20 agosto 1967. Ed ecco che avevo già il titolo Jahrestage [«I giorni dell’anno»]. I 365 giorni dell’anno. E cominciai con la descrizione di quel mare, che avevo visto nel New Jersey, e riuscii effettivamente a finire il primo capitolo, quel lunedì dopo la domenica. Pensai: il martedì scrivi il capitolo sul lunedì, il mercoledì il capitolo sul martedì… e poi passa un anno e hai i tuoi 365 capitoli. Quando però avrei dovuto finire il 365esimo capitolo, a mala pena ne avevo scritti venti. Inoltre la realtà, con i suoi modi gentili, mi aveva fornito una conclusione che non mi piaceva: mi aveva fornito due assassinii eccellenti, quelli di J.F. Kennedy e di Martin Luther King – questo non l’avevo messo in conto.

Mi aveva fornito poi anche la progressiva democratizzazione del socialismo in Cecoslovacchia e un interesse della banca presso la quale lavorava Gesine, per la Cecoslovacchia in quanto Paese beneficiario di crediti. L’esperta Gesine Cressphal viene incaricata della preparazione del prestito finché poi, con l’invasione delle truppe sovietiche, per la banca rimane tutto come prima. Ma per la Cecoslovacchia non rimane tutto come prima, perché con un credito miliardario proveniente dai paesi capitalisti avrebbero potuto sistemare diverse cose nell’ industria del metallo leggero, nei trasporti – insomma, loro avevano perso qualcosa. E questa Gesine, che avrebbe fatto volentieri quel nuovo lavoro, perché era un lavoro per la banca ma anche per il miglioramento del suo socialismo, al quale teneva fin dall’infanzia, anche lei, aveva perso qualcosa nel momento in cui i sovietici erano entrati in Cecoslovacchia, un’evenienza che lei, fino all’ultimo, non aveva voluto mettere in conto.

traduzione di Anna Ruchat

da Uwe Johnson, Wie es zu den Jahrestagen gekommen ist [«Com’è che ho scritto gli Jahrestage»]. Il testo da cui è tratto il brano qui tradotto è uscito da Suhrkamp nel 1974 in un libro a cura di Eberhard Falke, inedito in italiano, dal titolo Ich überlege mir die Geschichte, Uwe Johnson im Gespräch [«Ragionamenti sulla storia. Conversazioni con Uwe Johnson»] e da lì è stato ripreso nel libretto che accompagna i due DVD, pubblicati dallo stesso Suhrkamp, con la serie televisiva che Margarethe von Trotta ha tratto da Die Jahrestage (2000).

A.R.

Uwe Johnson, libretto universitario_Archivio della Biblioteca Universitaria di Rostock (picture alliance_fotografia di Bernd Wustneck)Gesine c’est moi

Anna Ruchat

È uscito da poco (a soli due anni di distanza dal precedente) il quarto e ultimo volume dei Giorni e gli anni, l’opera di una vita dello «scrittore delle due Germanie» Uwe Johnson che L’orma e i due traduttori Nicola Pasqualetti e Delia Angiolini hanno finalmente reso disponibile nella sua interezza per il pubblico italiano. Si completa così anche in italiano l’architettura di uno dei romanzi più densi e innovativi del Novecento: la storia della trentaquattrenne Gesine Cressphal – originaria di Jerichow, nella regione baltica del Meclemburgo – impiegata di banca che vive a New York con la figlia Marie di dieci anni. La vicenda degli Jahrestage prende avvio il 21 agosto del 1967 e procede col ritmo di un diario fino al 20 agosto del 1968, intercalando alle annotazioni giornaliere le narrazioni della memoria che riguardano l’epoca nazista nella cittadina inventata di Jerichow, i primi anni della DDR nella stessa regione e la vita nella Germania occidentale. Ma la complessità del romanzo non si limita ai diversi piani temporali; riguarda invece anche le diverse forme narrative che comprendono le citazioni dal «New York Times», di cui Gesine è un’appassionata lettrice, così come i dialoghi tra la figlia Marie, Gesine e il suo amico Dieter Erichson o i dialoghi in corsivo di Gesine con Jakob, padre di Marie – morto prima della sua nascita per un incidente o un attentato, o forse per suicidio – e con altre persone defunte, il racconto in prima o in terza persona della storia della famiglia Cressphal, documenti originali. Alla varietà delle forme narrative corrisponde anche una straordinaria complessità di registri e di linguaggi – di impervia resa in traduzione (Per chi fosse interessato alle questioni che riguardano la traduzione de I giorni e gli anni si veda la scrupolosa disamina di Paola Quadrelli, Inventività linguistica e virate gratuite. In questo quarto volume le «virate gratuite» sono assenti rimane tuttavia la discutibile scelta dell’uso del dialetto toscano).

Mentre i primi tre romanzi della saga storica e familiare «dalla vita di Gesine Cressphal» (come recita il sottotitolo originale) vengono scritti e pubblicati con regolarità tra il 1970 e il 1973, la stesura del quarto volume si protrae per quasi dieci anni a causa di una grave crisi matrimoniale che, iniziata nel 1975, porterà Johnson alla rottura del sodalizio con la moglie Elisabeth e con la figlia. Come è accaduto in ambito cinematografico (e con altre modalità) a un altro grande del Novecento tedesco, Rainer Werner Fassbinder, nato poco più di un decennio dopo, Uwe Johnson si lascia attraversare dalla storia tedesca, dalle sue contraddizioni e incongruenze, mettendosi in gioco in prima persona, tanto da ridurre sempre più la distanza tra sé e la materia narrativa. Questo accade soprattutto durante la stesura del quarto volume: quando lo scrittore, che dal 1973 vive in Inghilterra, a Sheerness-on-Sea, si va progressivamente isolando fino a farsi man mano fagocitare dal suo stesso lavoro, dal suo personaggio. Gli amici Günter Grass e Max Frisch sono preoccupati. Il suo editore Siegfried Unseld, auspica addirittura l’abbandono degli Jahrestage: «Uwe Johnson. Una lunga storia» scrive, a Günter Grass nell’agosto del 1977 «è difficile se non impossibile aiutarlo […] Ora vuole togliersi il fardello dell’ultima parte degli Jahrestage, anche se io gli ho già detto più volte di non farlo e di lasciare che l’impresa degli Jahrestage rimanga tronca, come tronca è la Germania che lui descrive».

Ma Johnson non desiste. Il sempre più precario equilibrio tra identità e distanza, che è una delle caratteristiche più affascinanti del suo romanzo – il continuo passaggio dal tu all’io alla terza persona, che disorienta il lettore e lo costringe a chiedersi chi stia parlando – è ormai per lui l’unica modalità per stare nella scrittura (e nella vita). Così la tetralogia per nostra fortuna non rimarrà tronca e Johnson non abbandonerà quel grande aratro della verità nella storia e nelle storie che è il suo romanzo.

In quest’ultima parte del grandioso progetto, che riguarda il periodo dal 20 giugno al 20 agosto 1968, quando Gesine prepara il suo viaggio a Praga dove va per conto della banca ma anche, come scrive Johnson stesso nel testo qui pubblicato, «per il miglioramento del suo socialismo», mentre la figlia Marie la interroga, sempre più consapevole, sul proprio passato. Per quanto riguarda il passato di Gesine, questo è il volume dedicato anche ai difficili anni della scuola nella DDR. Intanto in Cecoslovacchia il confronto tra le parti si fa sempre più duro e, nella durezza, ridicolo: «Il Politbüro sovietico, per lo più latitante, è risalito ieri mattina alla luce del giorno forte di nove uomini in quindici vagoni letto verniciati di verde che dal confine di Chop sono stati trainati da una locomotiva diesel rossi/giallo/verde sul territorio della Cecoslovacchia in una zona agricola a barbabietole e grano, fino a Cierna, capodelegazione era Leonid I. Bresnev, salutato all’arrivo nell’edificio di mattoni a vista della stazione da Alexander Dubcek e quindici stretti collaboratori. Baci? Abbracci? Niente di tutto questo. Tre ore e mezzo di consultazioni, poi ogni delegazione ha mangiato ammodino per conto suo sul rispettivo treno».

Pezzi di realtà che galleggiano nel mare della narrazione: così Johnson si spinge oltre la congettura e arriva a convocare sulla pagina le diverse verità storiche e personali, convinto com’è che siano i dettagli a fare la realtà. Assumendo la posizione del testimone e calandosi completamente nel mondo fittizio che crea, e che per lui ha carattere di «verità storica», interroga con sottile ironia le contraddizioni del suo tempo e di quel socialismo reale di cui critica l’evoluzione autoritaria senza però rinunciare a una visione marxista. Ma il canale della comprensione, o meglio dell’acquisizione dei movimenti interni alla storia, non è mai quello analitico bensì quello emotivo: «Il ricordo non veniva», si legge nel quarto volume dei Giorni e gli anni, «solo s’accendeva un minuto di qualcosa che forse si spaccia per passato. Ciò che lei [Gesine] però cercava era l’accesso a tutto quel tempo trascorso, la via che da un’intermittenza del cuore portava alla luce di allora». La questione della memoria viene riformulata; i fatti di volta in volta ripescati dal passato e incastonati nelle vicende del presente senza spiegazioni, senza stabilire nessi, semplicemente giustapposti, costituiscono la terra su cui può crescere il futuro che è Marie.

«Caro Frisch», scrive il 3 ottobre 1979 all’amico Max, «mi manca di nuovo quel coraggio che pertiene ad ogni scrittura» (il carteggio fra i due scrittori è uscito da poco in italiano a cura di Mattia Mantovani, presso l’editore svizzero Armando Dadò, col titolo Una difficile amicizia). Il silenzio lo inghiotte, ma la storia di Gesine incalza: lunghi periodi di blocco creativo si alternano, tra il 1975 e il 1983, a brevi fasi di intensa scrittura. Prova estrema della volontà imprescindibile di testimoniare attraverso la letteratura, questo quarto volume spalanca le porte su un futuro che comunque non può prescindere dal tradimento politico, personale, esistenziale: il tradimento, presunto o perpetrato, nei confronti del padre di Johnson deportato in Unione Sovietica dove era morto nel 1946. Il tradimento del marxismo da parte del socialismo reale, il tradimento degli Stati Uniti in Vietnam o con i neri, il tradimento, vero o presunto, di Elisabeth…

Il quarto volume degli Jahrestage si conclude alla vigilia dell’arrivo di Gesine e Marie a Praga, il giorno dell’intervento dei carri armati sovietici. Gesine e Marie vanno verso il mare su una spiaggia della Danimarca, e lì avviene l’identificazione definitiva dell’autore coi suoi personaggi: «Andando lungo il mare siamo arrivati nell’acqua. Il rumore della ghiaia contro i malleoli. Ci tenevamo per mano: una bimba; un uomo in cammino verso il luogo dove sono i morti; e lei, la bimba ch’ero io».

Johnson muore per un infarto, presumibilmente nella notte tra il 23 e il 24 febbraio 1984. Il corpo viene ritrovato solamente il 13 marzo.

Uwe Johnson per tutti

Michele Sisto

Entri in libreria, da Assaggi a Roma, ma potrebbe essere Lettera 22 a Mesagne o Comunardi a Torino, e vedi sul bancone il quarto volume dei Giorni e gli anni di Uwe Johnson. Sussulti: fi-nal-men-te. Vorresti scrivere all’editore, mandargli un telegramma, due dozzine di rose. Entusiasmi eccessivi? Non per gli happy few che questo libro lo aspettavano da quarantacinque anni. Una piccola costellazione di lettori, critici, scrittori, germanisti, storici, giornalisti, che di quest’opera hanno seguito (e in parte fatto) la storia. E poiché poche altre vicende come quella della traduzione dell’opus magnum di Johnson illuminano i mutamenti dell’editoria e della letteratura italiane negli ultimi decenni, vale la pena di ripercorrerla.

È il 1959 quando la critica letteraria tedesca acclama i romanzi di due esordienti presentati alla Fiera di Francoforte: Il tamburo di latta di Günter Grass, scritto a Parigi da un tedesco di Danzica che di lì a poco avrebbe scelto Berlino (Ovest) come città d’elezione, e Congetture su Jakob di Uwe Johnson, nato anch’egli in un porto del Baltico divenuto nel frattempo polacco, Cammin, e insediato a Berlino (Est). Gli editori italiani si contendo le due star? Nient’affatto. Ed è perfettamente normale, perché in Italia Grass e Johnson sono due perfetti sconosciuti, e gli editori sanno benissimo che gli scrittori tedeschi vendono poco. Ma (ce lo hanno spiegato addetti ai lavori come André Schiffrin) l’editoria è un’industria sui generis: risponde non solo alla logica economica, ma anche a quella che Bourdieu chiama logica specifica, o letteraria. Ci possono essere buone ragioni per tradurre un libro, con i costi che comporta, anche sapendo che non sarà un affare: si può decidere di far prevalere l’interesse simbolico su quello economico. È questa tensione a far sì che alcuni editori si facciano un nome, accontentando non solo la massa ma anche, quale più quale meno, gli happy few.

Chi era a fari portavoce dell’interesse simbolico, ovvero dei valori specificamente letterari, nell’editoria di allora? Nel 1959 in Mondadori abbiamo Elio Vittorini, Vittorio Sereni e, per la letteratura tedesca, Lavinia Mazzucchetti; in Einaudi Italo Calvino, Natalia Ginzburg e, per la letteratura tedesca, Cesare Cases; in Feltrinelli Giorgio Bassani (ancora per poco), Valerio Riva e, per la letteratura tedesca, Enrico Filippini. Mazzucchetti e Cases, che condividono poetiche legate al realismo degli anni Trenta e hanno trovato il loro autore in Thomas Mann, scartano Grass e Johnson senza rimpianti, infastiditi dalla «logorrea barocca» del primo e dal «confuso prospettivismo» del secondo. Il più giovane Filippini invece, che aderisce alla neoavanguardia – tanto che di lì a poco sarà lui a trovarle, in Germania, il nome di battaglia: Gruppo 63 –, ha invece tutto l’interesse a presentarsi come sostenitore di una nuova letteratura, e così persuade l’assai scettico Giangiacomo Feltrinelli ad acquistare e lanciare i due sconosciuti giovani tedeschi. Congetture su Jakob viene tradotto dallo stesso Filippini e pubblicato nel 1961 nella collana, «Le Comete», dove usciranno di lì a poco Capriccio italiano di Sanguineti e il volume Gruppo 63: la nuova letteratura, curato da Nanni Balestrini e Alfredo Giuliani. Acclamato sul «Verri» e sostenuto al Premio Internazionale degli Editori da Elio Vittorini nel periodo di maggior apertura del suo «Menabò» alla neoavanguardia, Johnson arriva in Italia sotto le insegne di quella «letteratura sperimentale» che intendeva relegare in soffitta le «Liale» del neorealismo.

Furono questi, dunque, i few che ebbero interesse a far esistere Johnson in Italia: uno scrittore come Filippini, in cerca di alleati di prestigio internazionale per il suo gruppo e di modelli per la sua ricerca poetica antirealista; un editore come Feltrinelli, che per quanto già affermato grazie ai casi del Dottor Živago e del Gattopardo aveva fondato la sua casa da appena sei anni; ma anche scrittori-editori aperti alle istanze dei nuovi entranti, come Vittorini. È un interesse, come si vede, tutto letterario, anche se nell’anno della costruzione del muro di Berlino qualche copia di Congetture su Jakob viene smerciata anche grazie ai giornali che presentano Johnson come «scrittore delle due Germanie». Per tutti gli anni Sessanta Johnson è dunque, insieme a Grass, l’autore tedesco di punta di Feltrinelli, che accanto alla Trilogia di Danzica pubblica Il terzo libro su Achim (1963) e Due punti di vista (1970).

Nel ’68 però la contestazione studentesca e operaia fa apparire obsoleta l’ipotesi neoavanguardistica che la sovversione del linguaggio possa innescare la rivoluzione sociale, e induce molti intellettuali ad abbandonare militanza letteraria per quella politica: caso estremo proprio Giangiacomo Feltrinelli, che entra in clandestinità per organizzare Gruppi di Azione Partigiana. Si consuma così il divorzio tra la casa editrice e il Gruppo 63. Anche Filippini lascia via Andegari proprio mentre Johnson, a New York, comincia a lavorare a Jahrestage, i cui quattro volumi escono rispettivamente nel 1970, ’71, ’73 e ’83. Il primo viene comunque tradotto, ed esce nel 1972 col titolo Anniversari, nei «Narratori» Feltrinelli: accanto a Interrogatorio all’Avana di Enzensberger, Prima del calcio di rigore di Peter Handke (altri autori portati in Italia da Filippini), Storie naturali di Sanguineti e Vogliamo tutto di Balestrini. La traduzione è affidata a Bruna Bianchi, che in quegli anni dà una voce italiana a Handke, Enzensberger e Martin Walser per Feltrinelli, ma anche a Grass, che Giangiacomo smette di pubblicare da quando ha messo a sostenere il socialdemocratico Brandt, troppo poco radicale per lui. Alla morte dell’editore, nel 1972, è un’emorragia: dopo Grass, anche Enzensberger, Frisch, Dürrenmatt passano a Einaudi, Handke a Garzanti, Bachmann ad Adelphi. Johnson scompare a sua volta dal catalogo Feltrinelli, ma non viene accolto da altri editori.

L’interesse simbolico dev’essere davvero grande per gettarsi nell’impresa di tradurre quasi duemila pagine di prosa, e della più ardita. Johnson resta dunque assente dalla scena letteraria italiana (con la meritoria eccezione di Un viaggio a Klagenfurt, voluto da Luigi Reitani per SE nel 1988), finché a raccogliere il testimone di Filippini non arriva Michele Ranchetti. È lui a persuadere Feltrinelli a ripubblicare prima Congetture su Jakob nel 1995 poi, col nuovo titolo I giorni e gli anni, Jahrestage, di cui tra il 2002 e il 2005 escono, in una nuova traduzione, i primi due volumi. Questa volta l’interesse specifico non è tanto letterario quanto etico-storico. Ranchetti, che pure ha lavorato per Feltrinelli, dirigendone nei primi anni Sessanta la catena di librerie, ed è egli stesso poeta apprezzato tra l’altro da Fortini, è professore di storia della chiesa all’università di Firenze, traduttore delle opere di Freud e Wittgenstein e studioso del pensiero di Benjamin. A interessarlo è l’«estremo rigore, morale e formale», quell’«esigenza di chiarezza intellettuale che poi è chiarezza anche etica», che aveva già trovato in Wittgenstein e ritroverà in Celan.

Sullo scorcio del Novecento, quando sia le poetiche engagée sia quelle sperimentali appaiono obsolete al punto che esordienti come i «cannibali» preferiscono ostentare scritture piane e un’immagine pubblica improntata all’autoironia, la terribile serietà del suo Johnson è quanto mai inattuale. Ma Ranchetti insiste. Trova due nuovi traduttori per Jahrestage, Nicola Pasqualetti e Delia Angiolini, e nell’introduzione al primo volume lo presenta, appunto, come un’opera non solo provocatoriamente estranea all’orizzonte italiano ma che «non ha confronti», perché risponde a «un’etica diversa da quella letteraria»: si sottrae alla letteratura d’invenzione per fondare un nuovo «genere», tra storia e narrativa, che trova i suoi modelli piuttosto «nella filosofia di Adorno e negli scritti di Benjamin».

È il 2002. In un momento in cui il mercato tende a relegare la letteratura entro la categoria merceologica di una fiction schematicamente contrapposta alla cosiddetta realtà (che spesso, poi, coincide col giornalismo), il modello johnsoniano di «ricerca storica in una narrazione» proposto da Ranchetti risulta attraente per i nuovissimi entranti determinati a distinguersi dalla letteratura dominante, sempre più ostentatamente «di genere»: non a caso una delle più calorose recensioni ai Giorni e gli anni è firmata, su «Nazione Indiana», da Roberto Saviano, allora impegnato a scrivere Gomorra. Ma neanche il successo di Saviano, che va a sua volta ad aggiungersi ai few in trepida attesa, induce Feltrinelli a portare a termine la traduzione, che si arresta mutila al secondo volume.

È a questo punto che entrano in scena altri due dei nostri few: Marco Federici Solari e Lorenzo Flabbi, i fondatori dell’Orma. Entrambi formatisi all’incrocio fra una cultura critico-accademica attenta alla tradizione e un mestiere di traduttori che li ha avvezzati alle logiche del mercato librario, rientrano a Roma da una peregrinazione letteraria tra Berlino e Parigi con una domanda: perché i libri più importanti di autori come Uwe Johnson e Annie Ernaux non sono tradotti in italiano? Scommettono allora sulla possibilità di tradurre le carenze della grande editoria in un’occasione per la piccola: se le case editrici maggiori trascurano sempre di più autori del secondo Novecento diventati canonici nei loro paesi, perché non partire proprio da questi per costruire un progetto editoriale originale? Si può dire che l’Orma nasca, nel 2012, con l’obiettivo di portare a termine la traduzione della tetralogia di Johnson. Per questo oggi, a distanza di quattro anni, la pubblicazione dell’ultimo volume ha il sapore di una scommessa vinta. E non solo per la casa editrice: dopo quella anglo-americana (1975-87, per Harcourt Brace Jovanovich) e quella francese (1975-1992, per Gallimard) anche la letteratura italiana ha una sua versione di Jahrestage.

Non è più lo Johnson sperimentale di Filippini, né quello etico-storico di Ranchetti. Come definirlo? Gli editori lo presentano accanto agli Anni e al Posto di Annie Ernaux nella collana di narrativa «Kreuzville Aleph», che si propone di rappresentare «l’immaginario della nuova Europa» ricostruendo «tradizioni, ragioni e furori alle radici del contemporaneo». Anche le altre due collane letterarie della casa suggeriscono un indirizzo di lettura, creando intorno ai Giorni e gli anni un contesto che va progressivamente definendosi: la nuova serie di «fuoriformato» di Andrea Cortellessa e la «Hoffmanniana» del germanista Matteo Galli (un altro dei sostenitori dell’operazione Johnson) che pubblica per la prima volta in Italia l’opera omnia di E.T.A. Hoffmann. Lo Johnson dell’Orma non ha prefazione. Forse non era necessaria. Forse non c’è, oggi, la penna in grado di scriverla. Ma il romanzo finalmente c’è. Intero. E possono leggerlo non solo gli happy few.

alfadomenica marzo #4

ENZO TRAVERSO – VALENTINA VALENTINI – UWE JOHNSON – ANTONIN KOSIK Racconto – LAIBACH Video – ALBERTO CAPATTI Ricetta

CHE FINE HANNO FATTO GLI INTELLETTUALI?
Una conversazione di Enzo Traverso con Régis Meyran

L'intellettuale da guastafeste e intelligenza critica che afferma la verità contro il potere si è progressivamente trasformato in “esperto” al servizio dei potenti e specialista della comunicazione. Anticipiamo un brano del libro in uscita in questi giorni per le edizioni ombre corte.
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ON PRESENCE
Valentina Valentini

Il numero monografico di Culture Teatrali, On Presence, si interroga sulla necessità di ridefinire cosa sia il teatro oggi, quale la sua specificità alla luce di due avvenimenti: le tecnologie e la galassia Performance.
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UWE JOHNSON - I GIORNI E GLI ANNI
a cura di Andrea Cortellessa
Uno speciale dedicato a Uwe Johnson con testi di Andrea Cortellessa Uwe Johnson Stefano Gallerani Enrico Filippini Alessandro Bosco
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UN'IDEA DI CICLISMO - Racconto
Antonín Kosík

Mario de la Vega Ulibarri faceva il rigattiere. Acquistava per lo più macchinari dalle fabbriche, macchinari tenuti ormai fuori servizio, perché nessuno degli operai sapeva più come far funzionare dei marchingegni così strani, né cosa ci si fabbricasse e a cosa realmente servissero.
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LAIBACH - Video
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FAGIOLI - Ricetta
Alberto Capatti

Abbiamo dunque scelto una ricetta pitagorica. la ricetta è un omaggio ai lettori di alfabeta con una precisazione, domanda più lettere che talento culinario. Eccola.
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*alfadomenica è la nuova rubrica di alfabeta2 in rete:
ogni domenica articoli di approfondimento, dibattiti, scritture, poesie ecc.

Congetture su Uwe

Andrea Cortellessa

Rappresenta un piccolo, grande avvenimento editoriale l’uscita presso L’orma del terzo volume dell’opus magnum di Uwe Johnson, la tetralogia intitolata I giorni e gli anni (Jahrestage, uscita originariamente nel ’70, ’71, ’73 e ’83) la cui traduzione – opera pressoché sacrificale di Nicola Pasqualetti e Delia Angiolini – intraprese Feltrinelli, nella collana ammiraglia delle «Comete», nel 2002. Del resto proprio l’opera e persino la fisiognomica silhouette di Johnson (quella stessa che anche Franco Cordelli ha ipostatizzato, nel ’96, nell’«eroica» copertina del suo saggio La democrazia magica) erano stati quasi una bandiera, per la straordinaria ventura editoriale di Feltrinelli in quegli irripetibili primi anni Sessanta. Ma le cose nel frattempo, si sa, sono cambiate – e quanto.

Dopo la pubblicazione del secondo volume, nel 2005, quell’edizione si arenò; sicché ci sono volute la passione e lo sprezzo del pericolo degli amici dell’Orma per riavviare questo vero e proprio servizio pubblico editoriale (che continuerà prossimamente con la pubblicazione del quarto e ultimo pannello e la riedizione dei primi due, da tempo ormai introvabili). Per quel che valga una testimonianza personale, fu proprio parlandomi del progetto Johnson, qualche anno fa ormai, che Marco Federici Solari e Lorenzo Flabbi mi convinsero che quella dell’Orma fosse una storia cui si doveva dare tutto l’appoggio possibile.

Chi in quei roaring Sixties «marcava a uomo» Johnson era Enrico Filippini: parte integrante – insieme a Valerio Riva e a Nanni Balestrini – del pacchetto di mischia redazionale della Feltrinelli. Fra le sue mille traduzioni di allora Filippini realizzò in prima persona, fra l’altro, anche quella dei primi due libri di Johnson editi in Italia (Congetture su Jakob, nel ’61; seguito da Il terzo libro su Achim, 1963: altri due oggetti, ahimè, da modernariato bibliografico). La fotografia che ritrae insieme autore, editore e redattore – come un’impresa araldica di un modo di fare libri quanto mai inattuale – e l’intervista inedita realizzata allora, a Johnson, da Filippini sono state rintracciate nell’archivio di Locarno, che ne conserva le carte, dal bravissimo Alessandro Bosco, recente curatore della nuova edizione dei testi teatrali e narrativi di Filippini, L’ultimo viaggio (Feltrinelli; ne abbiamo presentato un’anticipazione sul numero 32 di alfabeta2) e di un’ampia raccolta di sue collaborazioni – le straordinarie interviste, appunto – a «la Repubblica» (Frammenti di una conversazione interrotta, Castelvecchi).

Mentre Stefano Gallerani ricostruisce la portata, la campata architettonica dell’ultimo grande progetto narrativo di Johnson, morto ad appena cinquant’anni nel 1984: giusto l’anno dopo aver portato a termine l’ultimo episodio di Jahrestage. Attraverso la figura tormentosa di Gesine Cresspahl aveva saputo far tralucere, Johnson, la storia oscura e tragica di un continente. Ne stava cominciando, allora, un’altra. Senz’altro meno tragica; forse non meno oscura. La nostra.

Leggi tutti gli articoli dello speciale dedicato a Uwe Johnson

Un estratto da I giorni e gli anni

Uwe Johnson

1 maggio 1968, mercoledì

E nella patria, quella tedesco-occidentale, come vanno le cose?
A Stoccarda una corte, in capo a 144 sedute e un anno e mezzo, ha condannato alcuni soldati delle S.S. che tenevano in schiavitù la popolazione ebraica di Lemberg, che poi annientarono definitivamente nel campo di concentramento di Belzec. (Quando uno non se la sentiva di fucilare i prigionieri, i superiori non gli facevano nulla.) A Lemberg morirono in 160.000 per via dei tedeschi, a Belzec furono un milione e cinquecentomila, e solo uno dei colpevoli è stato condannato all’ergastolo. Di un altro la corte ha stabilito che fosse ubriaco per la maggior parte del tempo, così gli toccano solo dieci anni, in virtù delle attenuanti generiche.
Nel Baden e nel Württemberg i neonazisti hanno preso il 9,8 percento alle elezioni del Land, il che fa 12 seggi su 127, per cui un passante su dieci nelle strade del Baden-Württemberg…
Il Bund tedesco consta di undici Länder, e in sette di questi i nazisti sono già rappresentati. Dice sia una circostanza imbarazzante per il cancelliere Kiesinger, essendo stato lui stesso un nazista, e il suo sodale Brandt, l’antifascista, si dice che si rammarichi per la perdita che ciò rappresenta in termini di fiducia. Così è scritto.
Un prezzo ben salato è quello che il New York Times dice che debbono pagare i socialdemocratici per la loro partecipazione a un governo delle destre. Però la nostra zietta benpensante rimane fedele a se stessa e dà anche un po’ di colpa agli studenti scontenti. Se avessero tenuto un comportamento tranquillo dopo l’attentato al loro leader, l’elettorato non sarebbe traghettato in massa nel campo di coloro che promettono rinnovata severità repressiva. E avrebbe dovuto essere una felice Pasqua!
– Ma che te ne importa, ci hai abitato laggiù, niente di più.
– Ci ho abitato, niente più che questo.
– Invece qui abbiamo una rivoluzione, a neanche venti isolati di distanza!
– L’hai vista di persona?
– Oggi pomeriggio son cinque giorni che va avanti. E dovresti saperlo dal tuo giornale. Tua zia avrebbe dovuto dirtelo.
– Non mi ha detto che una bimba straniera che non c’entrava nulla era a giro fra poliziotti e studenti alla Columbia.
– A giro no. Come quegli altri me ne sto ferma e guardo bene.
Che la polizia non manganelli quando porta via qualcuno.
– E allora vuol dire che aspetteranno di essere all’interno del cellulare, per colpire.
– Sembri lì apposta per togliere l’entusiasmo.
– Però gli studenti han potuto vedere: c’è una bimba che vigila ed è dalla loro parte.
– Non è granché, lo riconosco. Magari però così imparo come si fa.
– Per quando avrai diciannove anni.
– Ma insomma, dimmi cosa c’è di sbagliato!, educarmi è tuo dovere.
– Non farti arrestare.
– Gesine, non sei d’accordo con gli studenti, tu?
– Ora, d’accordo…
– Lo vedi. Vogliono cambiare in meglio la loro università, e anche se han fatto tanti discorsi, ora sono passati all’azione, e ognuno può vederlo. Dovrebbe star bene anche a te che non vogliano che l’università costruisca una palestra a Morningside Park, e che vogliano si ritiri dalla collaborazione con l’I.D.A., l’Istituto di Analisi della Difesa
– quello che lavora per il Pentagono.
– Sono aspirazioni legittime.
– Ma non hanno solo scritto delle lettere o portato in giro dei cartelli. Lo sai anche tu: hanno occupato gli edifici dell’università.
– E ci si sono barricati con le mensole delle librerie.
– Ora Gesine, sei contro la violenza? e da quando?
– La violenza fatta ai libri.
– Ah, era questo. Hanno bevuto lo sherry del rettore, han dormito sulla sua moquette verde e ci hanno lasciato mozziconi e lattine vuote di conserva.
– Un danno di quasi mezzo milione di dollari.
– Ma la Columbia non è un’impresa capitalistica? se il capitalista non cede, allora paghi di tasca sua.
– E può instillare la paura nella gente additando il vandalismo dei giovani che han studiato.
– E va bene. Un errore tattico.
– Ma neanche, no. Perché queste son le tracce dei bianchi. Mentre nella Hamilton Hall, dove c’erano gli studenti di colore, c’era avanzata meno sporcizia. Non ce l’avevano quegli altri un servizio di pulizia per il tempo che durava l’occupazione?
– Ce l’avevano sì. Un punto a favore della Lega degli afro-americani, e uno in meno per l’S.D.S.
– Students for a Democratic Society.
– Diresti di no?
– Certo che sì, Marie. E ieri notte è arrivata la polizia e li hanno fatti venir fuori. Settecento arresti.
– Un insuccesso. Per questa volta. Ma in questo Paese non siamo più al punto che conta solo il successo.
– Qui ci sarebbe anche della publicity.
– Gesine. Se uno venisse e te li chiedesse, li daresti anche tu dieci dollari per la cauzione dei fermati.
– Quindici dollari. Come forma di cortesia.
– Non è rivoluzionario, quando si combatte per qualcosa da cui poi anche altri traggono vantaggio?
– Diciamo che non è propriamente egoistico. È rivoluzionario se in cima alle richieste c’è proprio l’amnistia?
– Se ci tengono a rimanere impuniti, forse trovano che la condanna non sia giusta.
– Di studiare, possono farlo una volta sola nella vita?
– Se proprio tieni al punto, Gesine: si tratta di studenti che vengono dalla classe media bianca. Forse non sanno di preciso qual è la loro posizione. Avanti con le obiezioni.
– Veniamo al secondo punto lì sul tuo volantino.
– Stop alla costruzione del Gymnasium a Morningside Park. Qui, niente da ridire.
– Marie, sono sette anni che l’università ha comprato dal comune il terreno, il progetto c’è dal 1959 e già allora il Morningside Park apparteneva alla gente di Harlem, ai negri, e proprio per loro c’era una piscina nel piano regolatore, e i rappresentanti dei negri eran contenti per i propri figli. Perché nel 1968 dovrebbe essere altrimenti?
– Perché allora ci vedevano meno chiaro.
– Per il fatto che la piscina pubblica per Harlem era quella di sotto e che i negri avevano a disposizione solo l’ingresso est? – No, Gesine. È forse che la gente di Harlem adesso ha preso coscienza di sé e non vuole nessuna graziosa concessione dall’università dei bianchi, e non si accontenta di un accesso dalla porta di servizio.
– Ed è per questo che l’università deve costruire dalla parte dei bianchi, sul Riverside Drive.
– Ecco.
– Per rispetto della dignità di quelli di Harlem.
– Sì.
– Così Harlem alla fine non ha una piscina nel suo parco. Ti sembra un prezzo giusto?
– Giusto, Gesine. La municipalità deve costruirgliene una. Gli spetta di diritto.
– Siamo d’accordo.
– Ma fai per lasciar perdere, o davvero ora la vedi anche tu come me?
– Come te.
– C’è altro? Posso esserti utile ancora in qualcosa?
– Il punto quattro sul volantino. Quell’I.D.A.
– Questo istituto che gronda sangue lavora per lo stato maggiore generale! Giudicano l’affidabilità dei sistemi di difesa, conducono ricerche per il Pentagono, aiutano il governo a escogitare come far fronte alle rivolte!
– Ma l’istituto c’è già dal 1955, e il Massachusetts Institute of Technology era fra i cofondatori. Perché a quel tempo non faceva una piega? E la Columbia è entrata nel consorzio solo nel 1960. Perché non era allora il momento giusto?
– Perché nel frattempo è scoppiata una guerra, e il lavoro che fanno è contro il Viet Nam.
– Gli studenti del 1955 e del 1960 non scendevano in strada per via della bomba atomica?
– Lo ammetto, Gesine. Gli studenti arrivano in ritardo.
– E una cosa ancora. Già da marzo l’università non è più membro dell’I.D.A. in qualità di corporate. Se professori della Columbia sono stati attivi come collaboratori, lo hanno fatto a titolo personale.
– E tu come fai a saperlo?
– Indovina un po’. Da un candidato criminale di guerra, uno che nei circoli privati di questa città va sotto il nome di D.E.
– Questo saperla più lunga, di voi grandi, tante volte mi sembra una congiura.
– Marie, perché alla fine di aprile gli studenti pretendono quello che l’università ha già fatto a partire da marzo?
– Appunto, il ritardo.
– E l’università dovrebbe bandire dalle proprie sacre mura ogni professore che non voglia rinunciare ai suoi incarichi nell’I.D.A.?
– Esattamente.
– Ma di questo nel tuo volantino non si parla.
– O Gesine, e per queste piccole imprecisioni…
– Impreciso è la parola giusta.
– E questo a te basta per non essere più d’accordo.
– Mi basta, sì.
– Come se fossi una di quelle signore che di politica unne vogliono sapere.
– Forse perché di politica ne ho studiata troppa, e ora non mi riesce più l’applicazione pratica.
– E se io ora ti invitassi a fare un giretto dalle parti della Columbia, ci verresti?
– Sì.
– Per mostrare agli studenti che sei dalla loro parte?
– Ma mi andrebbe bene anche Riverside Park o la passeggiata al fiume, Marie.
– Avevo sperato tu dicessi una bugia. Tu m’inganni, vuoi solo provocarmi.
– No. È quel che sento.
– Se non sapessi che hai lavorato tutto il giorno…
– Non è la stanchezza dal lavoro, Marie.
– Se tu ogni giorno non provassi a fare qualcosa per il tuo socialismo in un Paese lontano…
– E questa, sarebbe?
– Non volevo metterti di cattivo umore.
– No. No: di’ un po’.
– Come vanno i tuoi affari, quella storia del grano socialista che viene dal Canada e tutta questa serie di cose.
– Di’, di’ un po’.
– Una volta è stata anche la tua, come si dice?, «Alma Mater»?
– C’era una volta un negozio, e per quattro semestri ci sono andata a comprare Economia politica. Ero cliente, ho pagato, e non sono contenta del servizio.
– Ma insomma, come ti vanno gli affari?
Il segretario del partito dei comunisti a Praga nega che gli amici sovietici abbiano annullato i contratti di fornitura di grano. Dice sia una voce incontrollata. Al contrario, avrebbe ricevuto da Mosca un credito di quattrocento milioni di dollari per la fornitura di merci che altrimenti l’Unione Sovietica dovrebbe importare pagando a Paesi dalla valuta forte. Le cose invero stanno così. È solo che alla scadenza del termine la fornitura di grano ancora non era arrivata.

 Si pubblica qui un estratto da I giorni e gli anni di Uwe Johnson (L'Orma editore, 2014)

I giorni e gli anni

Stefano Gallerani

Poco meno che trentenne, nei primi anni sessanta Uwe Johnson è uno degli autori europei più considerati: nel 1961 Il terzo libro su Achim (che l’anno seguente gli vale il Premio Internazionale degli Editori) consolida la sua fama di “primo vero scrittore delle due Germanie” e conferma il precoce talento che s’era imposto all’attenzione del mondo letterario già con il romanzo d’esordio, quelle Congetture su Jacob (1959) che nel ’62, nella comunicazione a Formenton riportata poi nel quinto numero del “menabò”, Elio Vittorini definisce, a petto del Tamburo di latta di Grass - giudicato un romanzo che “si muove ancora, in effetti, nella sfera già tanto sfrutta (e non solo in Germania né solo in Europa) del linguaggio espressionistico che oggi non sembra abbia più molte possibilità di portare avanti la conoscenza dell’uomo contemporaneo attraverso la letteratura”… quelle Congetture che, dicevamo, Vittorini definisce “un libro ineguale e certamente non armonico, non melodico, ma che apre una nuova possibilità nella conquista letteraria dei nuovi rapporti che si vanno stabilendo tra coscienza umana e realtà nel mondo moderno”.

E proprio con l’Italia Uwe Johnson stabilisce da subito un rapporto privilegiato: innanzitutto, in Enrico Filippini e Giangiacomo Feltrinelli trova un traduttore e un editore ideali, e poi, sempre nel ’62, forte del Fontane-Preis e del Prix International de la Littérature, lo scrittore di Cammin (in Pomerania) risiede per nove mesi all’Accademia tedesca di Roma, presso Villa Massimo; qui conosce e diventa intimo amico di Ingeborg Bachmann (cui nel ’74 dedicherà Un viaggio a Klagenfurt, struggente epicedio stilato nello stesso anno della scomparsa della scrittrice tedesca) e Max Frisch; con quest’ultimo, Uwe Johnson apre un dialogo fatto di tensione ed ammirazione reciproca che si protrarrà per oltre un decennio sino alla frizione determinata dalla pubblicazione, da parte dell’autore di Homo Faber, di Montauk, cui Johnson rimprovera il vampirismo dell’opera d’arte rispetto all’esperienza di vita.

È un nodo cruciale – quello della identificazione tra narrazione e vita – per Johnson, che dal 1966 comincia a lavorare al romanzo Jahrestage, un ambizioso affresco di storia contemporanea che compie un significativo scarto in avanti rispetto ai già estremi esiti formali dei primi romanzi: qui, all’universo congetturale - per sua definizione aperto a differenti ipotesi di reale - si sostituisce l’accurata analisi di un’insieme – diremmo un vero e proprio sistema – di relazioni che si conchiudono in quella che Michele Ranchetti ha definito “una circolarità di motivazioni e di cause”. Simile, dunque, nell’architettura prima ancora che nella struttura, alla Recherche proustiana, nell’impianto Jahrestage segue tre direttrici: la vita delle protagoniste, Gesine Cressphal (personaggio che già ricorreva nelle Congetture) e la figlia Marie a New York dal 21 agosto del 1967 al 20 agosto del 1968, il passato della loro famiglia in Germania, nel Meclemburgo (in cui Johnson situa un’immaginaria cittadina dal nome denso di evocazioni bibliche di Jerichow), dagli anni venti agli anni cinquanta, e, infine il controcanto costante che alle voci narranti offre la lettura quotidiana del New York Times.

Opera-mondo in cui Johnson riversa tutta la sua esperienza di uomo e di scrittore, la stesura di Jharestage subisce una forte battuta d’arresto nel 1975, quando lo scrittore, all’altezza della frattura con Max Frisch, scopre che da oltre dieci anni la moglie Elisabeth intrattiene una relazione con un agente dei servizi di sicurezza cecoslovacchi. Per lui è un colpo durissimo che, oltre a comprometterne il lavoro, ne mina la salute: da questo momento e dopo due attacchi cardiaci nel giro di pochi mesi, Johnson si abbandona a un vertiginoso processo autodistruttivo, trovando solo cinque anni più tardi la forza di rimettere mano al romanzo pubblicandone la quarta parte nel 1983, ovvero meno di un anno prima dell’attacco di cuore che gli sarà fatale: il 12 marzo del 1984 il suo corpo viene trovato senza vita nella casa Sheerness-on-Sea, dove Johnson si era stabilito dieci anni prima, ma il referto medico data il decesso nella notte tra il 22 e il 23 febbraio.

Come già era accaduto all’esordio, l’impatto sull’ambiente letterario di Jahrestage è notevole, ma l’estensione del romanzo e la cadenza ineguale in cui appaiono le sue quattro parti ne rendono viepiù difficile la ricezione. In Italia, il primo volume vede la luce nel 1972 (per i tipi di Feltrinelli e col titolo di Anniversari. Dalla vita di Gesine Cressphal) in un’edizione parziale, monca di molti passaggi, che non aiuta a intravvedere, nella minuziosa acribia della scrittura, l’intero disegno del progetto, e solo nel 2002 lo stesso editore milanese avvierà la versione integrale del ciclo a firma di Nicola Pasquetti e Delia Angiolini - ma i buoni propositi si arresteranno alla seconda parte, e solo oggi gli stessi traduttori sono riusciti a proseguire il loro lavoro trovando ospitalità nella casa editrice L’orma, impegnatasi a licenziare il resto del romanzo: I giorni e gli anni (20 aprile 1968 – 19 giugno 1968).

Dunque, con la terza parte finalmente si aggiunge un tassello fondamentale alla comprensione di un’opera che è tanto complessa quanto apparentemente lineare dietro il velo della scansione diaristica della vicenda: davvero, come per Proust, in Jahrestage si potrebbe dire, con un non semplice paradosso, che una pagina vale l’altra, tale e tanta è la consapevolezza che lo scrittore riversa in ogni riga facendola corrispondere, dal punto di vista simbolico, all’impianto complessivo del progetto: a fare da contrafforte al tempo “quotidiano”, non solo il continuo andirivieni tra passato e presente personale della famiglia Cressphal, ma anche, e soprattutto, una scrittura che non precipita mai verso facili soluzioni, ma s’arresta su dettagli, si arricchisce di particolari all’apparenza insignificanti e alla fine si frantuma nel tentativo di dare corpo a quello che, secondo Luigi Reitani, è il tema centrale di tutta l’opera johnsoniana, ovvero la possibilità di ricostruire nella letteratura la contraddittoria complessità e pienezza dell’esistenza;

e davvero è questo il fascino principale di un romanzo che, pur prestandosi a differenti letture (la prima, la più evidente, è ovviamente quella che, forse con un po’ di pedissequa pigrizia, sottolinea soprattutto la ricostruzione della storia tedesca della seconda metà del novecento), si caratterizza per un’intima coerenza che ha pochi eguali e distingue decisamente Uwe Johnson non solo dai suoi contemporanei e connazionali, ma dai molti scrittoi che in un modo o in un altro gli sono stati accostati.

Un ringraziamento particolare va, perciò, oggi, a chi ha trovato il modo e il coraggio di presentare una testimonianza di letteratura difficilmente comprensibile ai parametri commerciali della contemporaneità, anche se, offrendo dopo tanti anni la prosecuzione di un romanzo dalle molteplici vicissitudini, non avrebbe nuociuto accompagnarlo con una nota che di tutto questo, insieme con un richiamo alla prima e alla seconda parte di Jahrestage, avesse reso conto; ma è un piccolo appunto a fronte del maggiore e obiettivo merito di avere rimesso in circolazione, come un virus benigno, l’opera di un artista che, è il caso di dirlo, per quanto sembri macabro, davvero mise la propria esistenza al servizio di un’idea etica di letteratura. Fino al sacrificio più doloroso e più estremo.

Uwe Johnson
I giorni e gli anni (20 aprile 1968 – 19 giugno 1968)
traduzione di Nicola Pasqualetti e Delia Angiolini
L’orma editore, “Kreuzville-Aleph” (2014), pp.377
€ 26,00

Intervista con Uwe Johnson (1961)

a cura di Enrico Filippini

Johnson, quando uscirono, due anni fa, le Congetture su Jakob in Germania1 la critica disse: questo libro è la grande eccezione, la sua pubblicazione viene a riempire il vuoto letterario della Germania, a colmare un silenzio. Lei, di questo vuoto, ha sentito gli effetti negli anni della sua preparazione?

«No. E nemmeno ho cercato di introdurre qualche cosa in questo vuoto, di colmarlo. Quando scrissi le Congetture m’importava semplicemente di raccontare nel modo migliore una storia che conoscevo».

 Già. Secondo lei esiste qualche rapporto tra la sua opera e il programma del realismo socialista?

«No, non direttamente. Ho usato il realismo socialista e i suoi risultati, i suoi prodotti, come un criterio di comparazione, perché ho visto quali possono essere i frutti di questo metodo. Per me si trattava di un metodo tra tanti altri, e ne ho messo a confronto parecchi».

Lei viene dall’Est. Ha voglia di parlare dei suoi colleghi dell’Est?

«No».

La sua formazione: chi ha esercitato su di lei un influsso di cui lei sia cosciente, o meglio: quali autori ha letto con un particolare interesse?

«Alla prima domanda posso rispondere dicendo che durante gli studi di letteratura e di filologia si acquista una specie di indifferenza nei confronti delle opere e dei metodi letterari. Si conoscono tutte le opere, si studiano, e per finire si possono utilizzare del tutto indipendentemente dai loro autori e dai loro scopi perché entrano a far parte dell’arsenale letterario. Ho letto con interesse Brecht, Faulkner, Proust. Ma non sono ben sicuro che questo interesse fosse autentico, di ordine personale. Può darsi che questo dipenda dal fatto che certe opere non erano accessibili; tutt’a un tratto comparivano, me le trovavo tra le mani, e allora le leggevo al di fuori dello studio, prima, dopo lo studio».

Già, in un articolo ho letto (questa domanda non era prevista): «Johnson conosce il suo Joyce, conosce il suo Döblin».

«Sì, anzi, come potrebbe uno mettersi a scrivere se non conoscesse questi autori? Dopo che Döblin ha scritto l’Alexanderplatz e Thomas Mann il Dottor Faustus e Brecht il Galileo Galilei e certe poesie, e Joyce l’Ulisse, eccetera, uno non può mettersi al tavolino e scrivere come se queste opere non esistessero. Queste opere hanno posto determinati criteri».

Naturale. Ora: la sua lingua, il linguaggio delle Congetture. Cresspahl parla dialetto, anzi due dialetti: il Platt e il Missingsch (nota per il lettore italiano: il Missingsch è una lingua mista, lessico e forme grammaticali prevalentemente del buon tedesco, l’articolazione platt, sintassi prevalentemente platt o meglio niederdeutsch). Questo fatto mira soltanto a conferire a questo personaggio una certa distanza oppure implica altre cose? Per esempio che, analogamente a quanto avviene da noi, esiste un problema della lingua, della lingua letteraria e del linguaggio ordinario. In questo caso, che cosa intende fare utilizzando il dialetto, e questa utilizzazione ha una portata ideologica?

«Innanzitutto c’è questo, che Cresspahl è una persona poco istruita, viene dalla Germania del nord e ne utilizza la lingua. D’altra parte esistono in Germania moltissimi dialetti, gerghi, pronunce, e spesso coloro che li utilizzano non riescono a intendersi, per cui devono ricorrere alla lingua diciamo letteraria. Per quanto riguarda la lingua non avevo altri problemi».

Infatti ho sentito dire, nella Germania Occidentale, che lei parla in certo modo una lingua straniera. Secondo lei ciò deriva soltanto dalla sua provenienza oppure agisce anche un altro elemento: «la frontiera, la lontananza, la differenza» (aggiungo per il lettore, che sono queste le ultime parole del suo secondo romanzo, Il terzo libro su Achim, appena uscito in Germania)?2

«Naturalmente non so quali siano gli effetti, le impressioni suscitate dalla lingua che utilizzo. Ma forse posso prolungare per così dire questi effetti, in vista di certi scopi che io perseguo. Questi scopi si rifanno al fatto che negli ultimi tempi, recentemente, si sono venuti configurando, in Germania tre diversi sistemi terminologici: quello fascista, quello della Germania Occidentale e quello della Germania Orientale. Un racconto che investe tutti e tre questi sistemi, e quindi anche i sistemi di vita che stanno alla loro base, deve trovare un linguaggio che venga a capo di tutti gli oggetti, di tutti i rapporti di questi tre sistemi, cioè un nuovo linguaggio. In altre parole: non si può utilizzare un concetto, su cui uno dei sistemi avanza una pretesa assoluta, con tutto candore, come se un altro sistema, per esempio quello occidentale rispetto a quello orientale, non proponesse un’interpretazione completamente diversa dello stesso. Io mi guarderei bene per esempio dall’adottare una designazione fascista di un’organizzazione o di un’ideologia; cercherei sempre, piuttosto, di stabilire una relazione tratta [d]alla costellazione dei tre sistemi e in seguito da un certo rapporto con la coscienza di allora, con una coscienza più vicina a quell’attualità, una relazione che riesca a trasmettere con maggior pulizia le cose così come erano o così come sono. Naturalmente, mi è stato detto, i miei testi contengono alcune novità sintattiche. Lo ammetto. Ma non è che voglia imporle alla lingua».3

da sinistra a destra, nell’ordine, Giangiacomo Feltrinelli, Uwe Johnson e Enrico Filippini, in occasione della presentazione delle Congetture su Jakob al Circolo Turati di Milano l’11 novembre 1961 (la fotografia è conservata presso il Fondo Filippini di Locarno).
da sinistra a destra, nell’ordine, Giangiacomo Feltrinelli, Uwe Johnson e Enrico Filippini,
in occasione della presentazione delle Congetture su Jakob al Circolo Turati di Milano l’11 novembre 1961 (la fotografia è conservata presso il Fondo Filippini di Locarno).

Bene, del resto si trattava solo di una provocazione. Passiamo a un’altra domanda. Durante una intervista di due anni fa, Max Frisch mi disse, rifacendosi all’«effetto di estraniazione» teorizzato da Brecht, che oggi anche la narrativa deve procedere per questa via: non illusione, ma modello.4 Lei persegue fini analoghi?

«Io condivido l’opinione secondo cui oggi importano non tanto i sentimenti quanto la conoscenza. E ritengo che la prosa, la narrativa si presti a spiegare le cose, a mostrarle. E ritengo quindi che essa eluda il suo compito se cerca di coinvolgere il lettore, colui che “rifà” ciò che è scritto e descritto, in un mondo di illusioni».

Ora la struttura delle Congetture. Uno dei problemi che le Congetture propongono al lettore è la temporalità e la spazialità degli avvenimenti, intrecciate col tempo specifico del narrare. All’inizio del libro Jakob, il protagonista, è già morto. La chiave temporale e non solo temporale del libro si trova nella quinta parte, nel viaggio di Blach a Jerichow. E tutto il libro è una specie di presentificazione, un’attualizzazione, nella memoria, di eventi passati. Questo è per lei semplicemente un mezzo per risalire lungo la struttura in divenire, segreta e talvolta polivalente, degli eventi, oppure lei avverte il problema del tempo vissuto e, insieme, della discrepanza di questo e del tempo fantastico?

«La struttura della Congetture su Jakob non è determinata da una serie di problemi di ordine teoretico: risulta bensì dalla storia stessa, dalla storia che in questo libro viene narrata. Ho cercato, scrivendo le Congetture, semplicemente i mezzi più adatti a narrare questa storia nel modo più chiaro e aderente possibile. Quindi la struttura viene dalla storia, dal contenuto. Tra l’altro dal fatto che all’inizio Jakob è già morto. La sua storia è nota, così come è nota la sua fine, prima ancora di cominciare con la narrazione, e questo pone un problema: che cosa rimane, di un uomo che è morto, nella memoria dei suoi amici. Da ciò il problema del tempo vissuto, delle differenze soggettive, e tutti gli altri problemi a cui lei ha alluso».

Sempre in questo ordine di considerazioni: il romanzo è una forma letteraria complessa che, tra l’altro, si presta a quella che in Germania si chiama Zeitkritik, critica della propria epoca, ma è anche una forma letteraria minacciata. Tanto per dire: un grande storico italiano della letteratura tedesca ha affermato che i «romanzi sperimentali» di Broch sperimentano in primo luogo le varie possibilità di distruggere il romanzo stesso. Altri hanno affermato che la crisi del romanzo è la crisi del personaggio (vedi la micropsicologia alla francese). Come dire che nella spontaneità del personaggio non si ritrova il «nesso», e oltretutto il nesso con la struttura pubblica, storico sociale. Crisi di esemplarità insomma. Il suo secondo romanzo è in fondo la storia di una difficile comprensione della vita di Achim. Lei che ne dice, cosa pensa del futuro del romanzo?

«Vede, il romanzo è stato sviluppato prevalentemente nel secolo scorso, per un pubblico passato. La narrazione è un’operazione della coscienza; nel secolo scorso si era soliti adottare come intelaiatura del romanzo una cronologia, un tempo cronologico fissato artificialmente. Ora sembra che la coscienza dell’uomo contemporaneo non vada più d’accordo con questa bella forma d’arte. Il cervello funziona in un modo completamente diverso, la coscienza non lavora secondo una cronologia, e io penso che dobbiamo cercare e trovare le vie più adatte per adattare il romanzo alla nostra coscienza attuale».

Tra l’altro il suo romanzo è stato messo a confronto col nouveau roman francese. È un caso? O lei conosce questi autori, persegue un programma analogo?

«No, intanto non perseguo un programma. Quello che mi importa è soltanto di raccontare una storia che conosco e nel modo più calzante».

In generale: di recente abbiamo fatto fare un’antologia della prosa tedesca dopo il ’45 che uscirà l’anno prossimo.5 Il taglio del ’45 è evidente; nel ’45 tutto sembrava andato perduto. Ora la cultura tedesca ha ripreso a riorganizzarsi, sta assumendo di nuovo un suo volto. Quali sono le sue previsioni?

«Esistono in Germania due letterature che si sviluppano secondo leggi proprie, cioè diverse. Fare previsioni mi è difficile».

I suoi due romanzi hanno come sfondo il grande problema della Germania attuale: la divisione. La sua è, diciamo, una letteratura engagée. Lei crede che la letteratura possa sviluppare un influsso politico?

«No, non credo. Il romanzo racconta determinati eventi e si rivolge a persone che si limitano a leggerlo. La rappresentazione di questi eventi può contenere certi punti di vista, persino valutazioni vincolate. Penso però che bisognerebbe evitarlo perché ciò intorbida, rende impura la funzione della narrativa. Se la lettura suscita certi effetti nei sentimenti e nelle nozioni dei lettori, questi effetti non si manifestano da un giorno all’altro; se la coscienza si modifica si modifica solo lentamente e soltanto in linea generale».

Un’ultima domanda. Lei è Jakob? Voglio dire: dopo i treni russi verso l’Ungheria, dopo le bombe anglo-francesi su Suez, anche lei «non sapeva più dove andare»?

«No, il libro non è in alcun modo autobiografico. Mi sono chiesto semplicemente come poteva agire, questa contiguità dell’Ungheria e di Suez, su un uomo il quale non è convinto che con la scelta tra le due alternative tedesche si richieda da lui una decisione razionale e ragionevole».

Note e cura di Alessandro Bosco
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  1. Cfr. Uwe Johnson, Mutmassungen über Jakob, Frankfurt am Main, Suhrkamp, 1959 trad. di Enrico Filippini Congetture su Jakob, Milano, Feltrinelli, 1961 []
  2. cfr. Id., Das dritte Buch über Achim, Frankfurt am Main, Suhrkamp, 1961 (trad. di Enrico Filippini Il terzo libro su Achim, Milano, Feltrinelli, 1963). []
  3. In quest’ultima frase si nota una sfasatura rispetto alla lezione della versione in tedesco dell’intervista, in cui si legge «Aber das will ich nicht zur Sprache bringen» che andrebbe piuttosto tradotto con: «Ma di questo non vorrei parlare». «Ich auch nicht» («Neanch’io»), risponde del resto Filippini in una proposizione che tuttavia non figura più nella traduzione italiana. []
  4. L’intervista a cui allude qui Filippini fu verosimilmente realizzata nel 1959 in occasione dell’uscita, presso Feltrinelli, della traduzione italiana di Homo faber, che fu anche il primo libro che Filippini seguì in qualità di redattore. Dell’intervista, che fu realizzata per corrispondenza, il fondo locarnese conserva il dattiloscritto mentre anche in questo caso non è stato fino ad ora possibile reperire l’eventuale sede di pubblicazione. Il passo a cui fa riferimento Filippini, e qui riprodotto per gentile concessione degli eredi Filippini e della Max Frisch-Stiftung, è il seguente: «Nel suo Diario, lei parla della possibilità di applicare le tesi di Brecht sull’auto-estraniazione anche nella narrativa. Lei ha tentato di farlo? Si potrebbe per esempio interpretare in questo senso il fatto che Homo faber è un “resoconto”, interpretarlo cioè come un tentativo di produrre una pseudo-immedesimazione? La tesi di Brecht che, cioè, il teatro dev’essere un giuoco cosciente, che non deve produrre un’illusione ma profilare un modello, pone un problema che non può non occupare un romanziere moderno, anche indipendentemente da Brecht. Il passaggio che lei cita dal mio Diario è soltanto un primo accenno a questo problema. Oggi sono convinto che la narrativa deve mettersi su questa via: che non deve produrre un’illusione ma delineare un modello. Il lettore non deve “credere”: ciò che viene narrato è illusorio, la narrazione è un giuoco e il lettore dev’esserne cosciente». []
  5. cfr. Aa.Vv., Il dissenso. 19 nuovi scrittori tedeschi, presentati da Hans Bender, Milano, Feltrinelli, 1962. L’antologia contiene anche un estratto della traduzione del Terzo libro su Achim intitolata Ma come cominciare (pp. 331-41). Per una maggiore contestualizzazione di quest’iniziativa editoriale si veda in particolare Sisto, Mutamenti nel campo letterario italiano 1956-1968: Feltrinelli, Einaudi e la letteratura tedesca contemporanea, in «Allegoria», a. XIX, n. 55, gennaio-giugno 2007, pp. 86-109, in particolare pp. 96-97. []

Nota all’intervista

Alessandro Bosco

In un bel saggio pubblicato il 28 ottobre del 2009 sul sito di «Nazione Indiana» (e precedentemente apparso con qualche variante nel volume, curato da Sandro Bianconi, Enrico Filippini, le neoavanguardie, il tedesco, Salvioni, 2009, pp. 25-39), Michele Sisto ha molto ben ricostruito il «mutamento strutturale» che a cavallo tra la fine degli cinquanta e i primi anni sessanta sconvolge il «campo letterario italiano» soprattutto attraverso «la comparsa in grande stile di un uso “militante” delle traduzioni, inteso a promuovere una determinata visione della letteratura». Che di quest’operazione di apertura, di svecchiamento e di sprovincializzazione della cultura italiana Filippini sia stato uno dei maggiori artefici è fuor di dubbio, e il caso di Johnson è certo uno dei capitoli più paradigmatici per illustrare il modo in cui si configura quest’atteggiamento che giustamente Sisto, proprio in relazione a Filippini, definisce «militante».

Quando nell’ottobre del 1961 esce la traduzione italiana delle Mutmassungen über Jakob, infatti, Filippini, nella doppia veste di traduttore e redattore editoriale, organizza in novembre una presentazione del libro, ma soprattutto dell’autore, al Circolo Turati di Milano in cui oltre a Johnson e lo stesso Filippini intervengono Giangiacomo Feltrinelli, Hermann Kesten, Domenico Porzio (che avrebbe riferito della serata sul settimanale «Oggi»), Aloisio Rendi e Giorgio Zampa (che tre giorni prima dell’incontro aveva recensito il romanzo sul «Corriere della sera»).

La serata rimane negli annali per l’accesa polemica politico-letteraria a cui diede adito un articolo dello stesso Kesten, che in un resoconto dell’incontro milanese apparso sulla «Abendzeitung» di Monaco il 21 novembre 1961 aveva accusato Johnson di aver «parlato con disprezzo della morale», di aver insistito sull’«assoluta non politicità» dei propri romanzi, di aver giustificato, ritenendola «ragionevole» e «necessaria», la costruzione del muro di Berlino e, infine, di aver calunniato Brecht descrivendolo come un vile e amorale «cacciatore di successi» nonché «docile vittima e strumento di Ulbricht», affermazione che avrebbe, sempre secondo Kesten, suscitato definitivamente lo sconcerto del pubblico milanese.

Il 26, dopo che il giorno prima il quotidiano amburghese «Die Welt» aveva ristampato il resoconto di Kesten, Filippini redige una veemente presa di posizione, ma l’1 dicembre la «Abendzeitung» pubblica invece una lettera di rettifica firmata da Giangiacomo Feltrinelli. Finalmente il 5 dicembre, in una conferenza stampa indetta dall’editore Suhrkamp, la ricostruzione di Kesten viene definitivamente e clamorosamente smentita dalla registrazione magnetofonica della serata, poi ripresa in trascrizioni parziali dai maggiori quotidiani tedeschi. Lo stesso Johnson ha puntigliosamente narrato la vicenda, citando vari documenti, in Begleitumstände (Suhrkamp, 1980), pp. 206-51. (Per una ricostruzione bibliografica del dibattito - che proseguì ancora per mesi trovando una larga eco su numerosi periodici tedeschi, italiani e francesi - si veda inoltre l’informatissima Uwe Johnson-Bibliographie di Nicolai Riedel).

Nello stesso mese di novembre, mentre trascorre un soggiorno di studio a Parigi, Filippini inizia a prendere appunti per un lungo articolo sulle Mutmassungen che sarebbe apparso l’anno successivo con l’eloquente titolo di Guida alle «Congetture su Jakob» sul terzo fascicolo dei «Quaderni milanesi» (primavera 1962, pp. 116-27) insieme ad un’anticipazione della traduzione del secondo romanzo di Johnson, Il terzo libro su Achim (alle pp. 102-15), a cui Filippini aveva nel frattempo iniziato a lavorare. All’uscita del Terzo libro, sempre per Feltrinelli nel 1963, Filippini pubblica sul «Verri» (n. 9, agosto 1963, pp. 104-6) una lunga recensione in cui definisce la scrittura di Johnson una «narrazione negativa» intesa come «tentativo di circoscrizione dell’assurdità, rivestita da ovvietà, che in “un” certo modo manovra il gestire ideologico, verbale, morale, somatico delle persone nello smascheramento, coi suoi propri mezzi, della ideologia», associandola in tal modo al discorso neoavanguardistico che avrebbe di lì a poco trovato la propria piattaforma di approfondimento nel Gruppo 63.

L’anno dopo, finito sin dal ‘61 nel raggio delle lunghe antenne di Vittorini, Johnson pubblica, sempre nella traduzione di Filippini, un saggio intitolato Un vocabolo tedesco scritto per il progetto, poi fallito, della rivista internazionale «Gulliver» il cui ipotetico primo numero uscì come «Menabò» 7 nel marzo del 1964 (pp. 111-21). Infine, sempre sul «Menabò», in un numero curato da Hans Magnus Enzensberger, appare la traduzione filippiniana di un altro saggio di Johnson, La sopraelevata berlinese (n. 9, luglio 1966, pp. 249-64) originariamente pubblicato col titolo Berliner Stadtbahn sul «Merkur», n. 162, 1961, pp. 721-33.

L’intervista con Johnson che pubblichiamo qui sopra, e che viene provvisoriamente a completare il quadro della produzione di Filippini intorno allo scrittore tedesco, fu realizzata nel 1961 in occasione dell’uscita della traduzione italiana delle Congetture su Jakob. La datazione, desumibile dai rinvii testuali, è l’unico indizio bibliografico certo, mentre lo spoglio di numerose riviste dell’epoca così come dei repertori bibliografici, nonché i sondaggi presso l’Uwe Johnson-Archiv di Rostock non hanno fino ad oggi permesso di individuare l’eventuale sede di pubblicazione di questo testo. La trascrizione si basa quindi sul dattiloscritto (non datato) dell’intervista che il fondo Filippini della Biblioteca Cantonale di Locarno conserva in una prima versione tedesca (che reca interventi autografi dello stesso Johnson) e in una successiva traduzione italiana che, rispetto alla redazione in tedesco, risulta più elaborata nei passi filippiniani. L’intervista viene qui riprodotta per gentile concessione degli eredi di Enrico Filippini e della Peter Suhrkamp-Stiftung.