Dalla città alla città

Diritto alla Città : Territori Spazi Flussi è il titolo di un convegno promosso dalla Fondazione per la Critica Sociale con il patrocinio della rivista “Il Ponte” che si terrà domani e dopodomani a Roma, 24 e 25 novembre 2016 presso la Facoltà di Architettura Sapienza Aula Magna di Fontanella Borghese. Organizzato in tre sessioni tematiche – territori, spazi, flussi –, coordinate dagli architetti e urbanisti della Facoltà di Architettura della Sapienza di Roma, il convegno riunisce architetti, urbanisti, sociologi, filosofi e politici in un confronto sulle nuove condizioni, fisiche e sociali, dei territori urbani e le problematiche del progetto e del governo della città a partire dal punto di vista del diritto alla città ovvero delle possibilità di uso della città da parte di tutti i cittadini e della produzione dello spazio secondo i desideri e le attese della collettività. Fra i molti interventi in programma, anticipiamo qui il testo della relazione del sociologo urbano francese Jacques Donzelot.

trh_cities_artwork_wide-6b87ea962fb0169be6b8c1db87e4b8fe84aa6a41-s1000-c85Jacques Donzelot

L’espressione «diritto alla città», che suggerisce il tema di questo incontro di architetti, filosofi e sociologi, è stata lanciata nel 1968 da Henri Lefebvre sostanzialmente come presa di posizione contro il pensiero del dibattito urbanistico dell’epoca, quello dei Congressi Internazionali d’Architettura Moderna (i CIAM riunitisi dal 1928 al 1958) che avevano dato spunto ai dirigenti politici, tramite l’urbanismo funzionale, di un modo di padroneggiare il processo di urbanizzazione di massa generato dall’industrializzazione. La ripartizione funzionale dello spazio urbano permetteva di separare tra loro i luoghi adibiti al lavoro, quelli destinati al commercio e allo svago, e quelli ad uso residenziale. Gli spazi per il trasporto non servivano ad altro che a condurre da una funzione a un’altra. Ciò che veniva a mancare era la strada come luogo di incontro, la piazza come spazio di aggregazione. Ovvero tutto ciò che aveva contribuito alla definizione di «spirito della città» nel corso della storia, tutto ciò che aveva fatto della città il luogo degli eventi storici, quello delle rivoluzioni e soprattutto quello della Comune di Parigi del 1871, quando il popolo si era ricompattato contro l’armata prussiana e contro la borghesia riunitasi a Versailles (quindi il momento storico al quale Lefebvre aveva consacrato un saggio di celebrazione di quella città – Versailles, appunto – che fino ad allora era stato un luogo di festa e di piacere).

Si tratta dunque di un’espressione che potremmo definire «nostalgica» di un’epoca ormai passata. Allora in che modo spiegare come essa abbia assunto – a lungo andare sempre di più – una dimensione «anticipatrice», e come essa sia diventata, dalla fine del XX secolo, un principio organizzatore del pensiero urbanistico così come della pratica politica?

Come abbiamo avuto modo di vedere per il Programma di Rinascita Urbana in Gran Bretagna, per la politica delle grandi città in Olanda, o la sua omologa in Francia, la città non è più il problema ma è la soluzione. Si cerca di farne un principio di unificazione esistenziale della società e non più di separazione funzionale. Per quale ragione?

Per comprendere questa dimensione anticipatrice dell’espressione di Henri Lefebvre, e non più la sua funzione «nostalgica», occorre vedere come, a partire dall’epoca di questo libro, dagli anni Settanta, la città si sia disaggregata sotto la spinta di tre movimenti – dal villaggio alla città, dalla città al villaggio e dalla città alla città – che come conseguenza non hanno avuto più quello di mescolare e di comprimere gli abitanti come durante l’industrializzazione, ma di separarli in diversi mondi ben distinti, una separazione che ha messo in luce le fratture che affliggono la società, le frustrazioni e i rancori che ad essa sono associati.

Al fine di mostrare la differenza tra i mondi urbani prodotti da questi movimenti, propongo di descriverli sotto tre aspetti, ovvero in funzione del cambiamento che producono:

a) nel rapporto con il territorio;

b) nel tipo di disciplina cittadina che vi si trova associata;

c) nella relazione che il cambiamento medesimo induce con il resto della società.

1. Dal villaggio alla città

Si tratta del più antico dei movimenti, quello che è cominciato con gli inizi dell’industrializzazione con i flussi degli abitanti dei villaggi limitrofi verso le grandi città che in seguito si è allargato ai flussi dei migranti dai paesi più lontani (a partire dagli anni Settanta).

a) Per quanto riguarda il rapporto con il territorio, si può dire che questo tipo di movimento sia legato ad un processo di «de-territorializzazione». La distanza presa con il paese d’origine va di pari passo con la perdita dei legami che vi erano associati, quindi da una parte l’aspetto positivo che può essere legato alla partenza, ma dall’altro anche il venir meno della mutua protezione tra gli abitanti, aspetto che non trova una medesima corrispondenza nelle destinazioni d’arrivo. I migranti non si trovano più ma non sono neanche veramente qui. È per compensare un tale scombussolamento che essi hanno la tendenza a raggrupparsi il più possibile secondo i luoghi d’origine e/o a cercare di ricreare dei legami che assomiglino più o meno a quelli che hanno perso, per fare un villaggio dentro la città.

Si abbandona perciò il paese d’origine, per investire in vecchi quartieri degradati, dove si vive con scarsa igiene e nessun confort, ma si riesce quantomeno a beneficiare di una socialità che restituisce al migrante una parte di questa forza di legami che è venuta meno.

Era vero per i migranti venuti dalle nostre campagne, lo è ancora di più per coloro che sono arrivati da Paesi lontani.

b) La disciplina urbana associata a questo movimento, quella della «città sociale», è stata concepita come contrasto ai danni sanitari, morali e politici associati a queste condensazioni di popolazioni estranee alla città stabilitesi in vecchi quartieri popolari deserti e degradati.

Pensando a questi grandi raggruppamenti, possiamo allora parlare di una disciplina anti-urbana della costruzione sociale. E ciò dal momento che offrono un alloggio si confortevole e igienicamente dignitoso, ma in uno spazio posto a una certa distanza dalla città, senza strade né piazze, né caffetterie o locali, senza altra ragione per uscire se non quella di andare al lavoro o a scuola.

c) Quanto alla ripercussione sociale di questa disciplina urbana, possiamo dire che si passa da una funzione di stabilizzazione nel ramo occupazionale durante l’era dell’industrializzazione fordista che avveniva attraverso il possesso di un’abitazione, a una forma di isolamento nel momento in cui, con la globalizzazione, le imprese si delocalizzano e si allontanano dalle grandi città. E nello stesso istante in cui si allontanano gli impieghi che non necessitano di una qualifica specifica, gli abitanti originari di queste «città sociali» (le comuni) vengono sostituiti dagli immigrati.

La concentrazione degli immigrati in queste città aggiunge una frattura sociale alla distanza fisica dai Paesi d’origine, producendo come effetto l’isolamento e la stigmatizzazione. Da cui poi i tumulti che affliggono vari centri urbani in Francia e Gran Bretagna già dagli anni Ottanta. Ma da qui viene anche la risposta e la replica delle persone stigmatizzate che ha provocato una rinnovata ascesa nel recupero degli usi e dei costumi dei propri Paesi d’origine. Per una volta, questi quartieri divengono il luogo in cui il villaggio si pone contro la città. Ciò che potremmo chiamare «effetto Molenbeek».

2. Dalla città al villaggio

Si tratta di un movimento delineato negli anni Cinquanta con la diffusione dell’automobile privata ma che si sviluppa soprattutto dagli anni Ottanta e che contribuisce a ripopolare i paesini situati a una distanza più o meno vicina alle grandi città e nei quali il costo della vita è più proporzionato agli stipendi. C’è innanzi tutto «l’anello dei signori», come Jacques Lévy definisce le aree periurbane non troppo lontane e che offrono i più grandi vantaggi in termini di paesaggio riservato alle classi agiate. Poi, più ci si allontana per andare nella periferia profonda, più si trova il piccolo ceto medio che cerca di cogliere l’occasione di una sistemazione estremamente a buon mercato per poter coronare il proprio desiderio di una proprietà individuale.

a) Per quanto concerne il rapporto con il territorio, possiamo dire che si tratta di un processo di ri-territorializzazione, di un ritorno alla terra d’origine, anche se in questo caso ha un significato opposto rispetto a quello che aveva per gli antenati. Essa non è più il luogo dell’appartenenza radicata e del lavoro duro assimilabile a una servitù della gleba. Diviene invece quello della socialità discreta e di un rapporto con il terra che viene concepita come lo spazio dello svago attraverso il giardinaggio, il fai-da-te o il passeggio. È la fine del villaggio paesano e l’inizio dell’emergenza del villaggio urbano. In campagna ci si prende le libertà della città evitando però i fastidi dei grandi centri come il rumore e l’affollamento.

b) Quando si chiede come caratterizzare la disciplina urbana che va di pari passo con questo movimento, si nota che l’abitante risponde esattamente che essa deve preoccuparsi di fare in modo che il villaggio riduca i disagi della città introducendo però in esso i benefici della vita nel grande centro.

Ridurre i vincoli, equivale a diminuire le norme legate all’edificazione e agli standard, significa fare spazio all’informale. Ma vuol dire anche facilitare la viabilità introducendo per esempio rotonde stradali agli incroci, o prevedere delle corsie riservate.

Introdurre nel villaggio i benefici della città significa permettere alle persone di ritrovarsi a passeggiare lungo percorsi sgombri e non affollati, di disporre di spazi per attività culturali.

Ovvero ciò che potremmo chiamare una disciplina «ipo-urbana della costruzione individuale».

c) L’effetto sociale prodotto da questo villaggio urbano su coloro che ci vivono è come quello che sente colui che si trova a stare insieme al proprio protettore. Le persone fuggono dai disagi fisici della città: il rumore, il traffico, l’affollamento… Ma anche dai pericoli sociali, la sgradevolezza nei confronti di una popolazione straniera, in un rapporto vissuto come inquietante e poco rassicurante.

Ma questo beneficio derivato dall’allontanamento dalla città globalizzata, dal riavvicinamento con una popolazione più affine, può ribaltarsi in malessere per coloro che si trovano a confrontarsi con la precarizzazione del lavoro e della vita familiare. La distanza che viene presa con le opportunità offerte dalla città appare allora come una trappola. È ciò che mostra in maniera spiritosa la serie TV americana Desperate Housewifes dove si vedono delle mogli senza mariti girare attorno a uno spazio depauperato di ogni opportunità di ripensare le proprie vite. Ovvero ciò che potremmo chiamare «l’effetto Trump», questa diffidenza delle élites nei confronti degli immigrati visti come causa delle sfortune del ceto medio che pretende di incarnare l’ideale della società perfetta.

3. Dalla città alla città

Si tratta del movimento più importante da una quarantina d’anni a questa parte. È apparso con la crescita degli aeroporti come infrastrutture di grande utilizzo e con l’Alta Velocità ferroviaria. Un cambiamento che alimenta il turismo di massa ma anche e soprattutto lo sviluppo della famosa «classe creativa», quella dei laureati e quindi anche degli studenti in prima istanza, ma pure di tutte quelle professioni che hanno come vocazione quella della manipolazione dei simboli, che si tratti di ambito scientifico, culturale o bancario (come i mutui subprime!). Una popolazione la cui presenza è segno di successo. Ciò che porta le città a mettersi in concorrenza tra loro per attirare questi tipi di professionalità.

a) Per qualificare il rapporto con il territorio che va di pari passo con questo movimento, possiamo parlare di extra-territorializzazione. Una maniera per dire che questo flusso non cambia tanto in rapporto al territorio che anzi passa in secondo piano. Ciò avviene poiché questa popolazione non ragiona più tanto in chilometri quanto in ore.

Il territorio sfuma attraverso gli oblò dell’aeroplano o i vetri dei TGV mentre la città diviene via via più luminosa. Esso non ha più ragion d’essere se non in relazione alla sua vicinanza con una grande città dotata di una stazione di Alta Velocità o di un aeroporto. Il territorio diviene un semplice momento di passaggio.

b) Quanto alla disciplina urbana, risulta evidente come sia interamente concentrata a questa concorrenza che esiste tra le città per attrarre una tale popolazione portatrice di valore aggiunto e per invogliarla a restare. Ma come farla venire? Dandole voglia di approfittare delle sue strutture prestigiose ma anche della propria proclamata bellezza, «museificando» la città, dedicando le sue piazze e i suoi viali alle persone venute da fuori per la loro reinvenzione, creando dei monumenti asserviti alla valorizzazione della città come il celebre Museo Guggenheim di Bilbao.

Come dare a queste persone la voglia di restare? Offrendo come habitat dei vecchi quartieri semicentrali ristrutturati affinché essi attirino questa classe creativa che ama beneficiare del fascino antico dei luoghi storici. E in più con delle strade pedonali e dei negozi «radical-chic».

Ovvero ciò che potremmo chiamare una disciplina iper-urbana della città vetrina.

c) Quali sono le ripercussioni sociali di una tale disciplina urbana? Possiamo dire che essa riunisce nei propri quartieri di attrazione una popolazione giovane, laureata, che viene da regioni diverse, con nazionalità e appartenenza etnica molto articolata, che si stupisce di quanto le proprie aspirazioni siano simili e dell’estrema varietà delle proprie origini, che si considera l’incarnazione della società del futuro. Potremmo definirla tra l’auto-elettivo e il selettivo in opposizione all’auto-segregato dei quartieri dell’emarginazione (punto 1) o al protettivo delle zone periurbane (punto 2). Quanto allo stile di vita, fa riferimento a quello del villaggio nella città in opposizione al villaggio contro la città degli immigrati o al villaggio urbano delle classi medie andate via dai grandi centri urbani. Queste persone fanno un villaggio dentro la città nel senso che si ritrovano tra loro in un habitat di cui si appropriano in quanto divengono la legittima classe per eccellenza.

4. Il diritto alla città: accordare i movimenti

Che significato assume allora il diritto alla città quando questa si trova ad essere afflitta da flussi che tendono a separarla in una moltitudine di mondi a parte?

Si dirà: accordare questi movimenti in modo che essi non generino tanto una separazione quanto un passaggio tra questi mondi.

Bisogna innanzi tutto, per questa ragione, regolare i movimenti, evitare che uno di questi non abbia il sopravvento sugli altri, al punto da inibire o da estremizzare le loro tendenze. Si può prendere in questo senso l’esempio della città di Marsiglia dove la lunga stagnazione della popolazione dei migranti nel vecchio centro e nei quartieri settentrionali ha per effetto, da un lato, di scoraggiare l’arrivo della classe creativa in questa città e, dall’altro, di provocare la partenza più rilevante del ceto medio nella profonda periferia urbana.

Uscire da una tale stagnazione presuppone il connettere efficacemente questi quartieri tra loro. Bisogna, questo è certo, intraprendere un rinnovamento di tali zone semicentrali e delle città popolari come quella che è stata intrapresa a Marsiglia.

Ma affinché questo programma produca l’effetto desiderato è necessario che venga associato ad un piano di trasporti che connetta i tre mondi urbani in questione, come è stato fatto per altre metropoli come Nantes, Lione, Bordeaux, Strasburgo… Delle linee di tram che ad esempio restituiscano un accesso agevole al centro per la popolazione dei quartieri popolari e della vicina periferia. O magari l’aumento del capitale spaziale di cui ciascuno può beneficiare, oppure una qualunque cosa che possa fare della città un mondo comune.

Ma bisogna altresì fare leva sul capitale sociale per fare in modo che la crescita del suddetto capitale spaziale produca gli effetti desiderati. Il passaggio da un’urbanità a un’altra presuppone che vengano proiettati anche dei legami sociali che inizino e che familiarizzino gli uni con gli altri. Ovvero, ad esempio, il programma lanciato dall’associazione francese degli studenti volontari: essa offre un alloggio gratuito nelle «città sociali» ai giovani dell’estrema periferia che desiderano venire nei grandi centri per studiare, ma lo fanno riducendo il prezzo degli affitti. Come contropartita, i beneficiari si impegnano a fornire un aiuto scolastico ai bambini di questi quartieri e a farli familiarizzare con la città e con le sue opportunità.

La cultura motore politico

Conversazione di Tiziana Migliore con Isabella Bordoni

T.M.: il mese scorso, a Milano, è stato presentato Dencity, un sistema culturale integrato, della durata di tre anni, per una macro area della periferia sud-ovest della città – Giambellino-Lorenteggio, Solari-Savona-Tortona, Barona-Parco Teramo. Il progetto fa capo all’Associazione Dynamoscopio, in rete con attori istituzionali e accademici, è finanziato da Cariplo e chiama alla partecipazione attiva chi abita il territorio o vi è coinvolto a vario titolo. Punta sull’utilizzo della cultura come motore economico e politico, nel senso letterale di “cosa pubblica”, della cittadinanza.

Fra le iniziative, ART&SWAP District, in Giambellino-Lorenteggio, sembra la più promettente. È il modello di una nuova economia della casa, dove il mercato dell’affitto diventa occasione di apertura del privato al pubblico. Cambiano la percezione e l’uso dei concetti di “proprietà”, “abitare” e “profitto”.

Ne parliamo con la responsabile e curatrice, Isabella Bordoni. Qual è la strategia di ART&SWAP?

I.B.: ART&SWAP District è un’esperienza di “abitazione creativa in periferia critica”. “Swap” vuol dire “baratto”. Il nostro intento è di capire se la casa, bene materiale, ma esposta a sfitti, morosità e sgomberi in Giambellino-Lorenteggio, non possa essere parzialmente barattata con l’arte, bene immateriale, come metodo di cura del problema e servizio al territorio. Valore-casa e valore-cultura si rafforzerebbero in modo reciproco, a vantaggio per soggetti individuali e sociali. ART&SWAP, affiancato dalla Fondazione Dar, prevede che l’arte sia una delle voci nelle stipule di contratto fra locatori e locatari. Fa incontrare i proprietari con artisti, designer e studenti, dai 18 ai 35 anni, disposti a spendere sul territorio il proprio tempo e talento. Potenziali inquilini scelti anche con il fine di ridurre i rischi del rapporto locativo. Per chi decide di abitare un anno in Giambellino-Lorenteggio, il canone di affitto scende del 20% rispetto al prezzo di mercato. Un primo passo verso scenari alternativi, che non è cambiare il denaro sonante con la moneta elettronica, ma considerare, ad esempio, di far ripartire l’economia scambiandosi servizi.

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T.M.: residenze temporanee per la città, che spronano gli artisti a un fare non individualistico…

I.B.: con ART&SWAP siamo in un campo diverso da quello delle residenze (per artisti o studiosi, ricercatori, teorici), in un territorio che desidera, poi immagina, costruisce e infine espone una strategia amministrativa e una volontà di accoglienza. Il progetto è pionieristico, non ha campioni in Italia o in Europa a cui ispirarsi. Creare aperture dentro le regole economiche vuol dire pensare che “economia” è “oikos” – “casa” – in quanto “ethos” – postura etica di una soglia tra dentro e fuori, privato e pubblico. Abito di un luogo che ha stabilito misure, ordini di grandezza e di corrispondenza, processi inventivi di “traduzione” e “transazione”. Il “reddito culturale” costituisce il motore di questa economia. Il modello è la coesione sociale, l’intercultura come lavoro di conoscenza e pedagogia reciproca, fra i residenti e “l’altro” in ingresso. Non si tratta di andare contro la proprietà privata, ma di ritenere che il capitale privato sia una risorsa per il bene-in-comune. Un ragionamento valido anche per gli appartamenti di edilizia popolare, chiusi perché sotto soglia.

T.M.: Salta agli occhi la distanza dalla politica di governo, interessata all’immobile solo per le varie IMU, Service Tax, Trise… da applicare o abolire, argomento di quella che è oramai l’unica forma di vita dei partiti, la campagna voti. Voi gettate le basi di un’educazione alla proprietà, mostrando, per contrasto, quanto siamo rappresentati male. Ma ART&SWAP può far breccia nel pensiero degli amministratori pubblici?

I.B.: È presto per dirlo. Le istituzioni comunali e regionali, oltre che i privati illuminati, ci danno garanzie e speranze che il governo, al momento, non aiuta ad avere. Secondo l'OSMI, circa il 30% degli studenti vive in abitazioni degradate, pagando affitti superiori alla loro stima. L’inaugurazione di Dencity ha avuto potere simbolico in questo senso. Si è svolta all’interno del Mercato Comunale di via Lorenteggio, dove Dencity ha un suo banco, un punto culturale accanto al fornaio, al macellaio, al verduraio... Sul filo della metafora, la cultura alimenta, e nel modo di un commercio che vuole rivelare le catene di produzione e distribuzione. Il Mercato in questione, prima della giunta Pisapia, doveva essere soppresso. Il consorzio dei commercianti lo ha ristrutturato e salvato, ottenendo dal Comune l’abbassamento del canone di affitto dei locali. In maniera analoga, noi contiamo di mettere in moto meccanismi per cui la cultura possa sostenersi da sola. Al banco di Dencity si organizzeranno corsi e laboratori di attività che diventeranno mestieri, introducendo competenze professionali.

T.M.: Qual è il ruolo delle università in questo?

I.B.: Si sta definendo un programma formativo per gli artisti di ART&SWAP District, in parte interno al sistema universitario (NABA, Domus Academy, IULM), con crediti, stage, Erasmus e possibilità di tesi, e in parte esterno, che permetterebbe ad artisti non inscritti di frequentare corsi singoli e partecipare, come uditori, a seminari e iniziative di università e accademie.

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T.M.: Si avvertono a pelle gli squilibri fra le professioni della creative-class – moda, design e arte contemporanea – e le comunità cittadine, spesso scarsamente coinvolte. ART&SWAP saprà essere una critica-clinica delle relazioni sociali?

I.B.: I processi locali sono complessi e contraddittori. Ogni comunità è fatta di tante comunità. Gli artisti-studenti devono saper osservare, con sguardo antropologico, ma anche lasciarsi assorbire. Significa superare due tipi di tabù: il “tabù della bellezza”, che regna nelle dinamiche professionali, ma è assente nel privato; e il “tabù della povertà”. Giambellino-Lorenteggio è un’area di tangibili difficoltà economiche, dove lo studio ha ancora i tratti di un valore, di un sacrificio familiare. Gli artisti interpretano quest’ottica e propongono lo studio come possibilità di emancipazione; gli abitanti ricambiano con i segni di una bellezza da condividere.

T.M.: Quindi l’idea non è di sensibilizzare le comunità alla “bellezza” – Fiumara d’Arte, la Fondazione di Antonio Presti a Librino, lo fa egregiamente da dieci anni – ma, viceversa, di stanare e tradurre, in fotografia, in musica, con performance o filmati, forme di bellezza spontanea che esistono al loro interno. In questo, come ci si confronta con l’altissima concentrazione di immigrati a Giambellino-Lorenteggio?

I.B.: ART&SWAP non mira alla creazione di una comunità omogena, in termini identitari. Cerca invece l’ibridazione in un territorio già ibrido: qui, nel dopoguerra, si è avuta l’immigrazione dal Sud Italia; attualmente è forte la presenza di arabi, soprattutto egiziani. C’è uno scoglio linguistico da superare, e di comunicazione. Perciò vorremmo che committenti d’arte di ART&SWAP fossero i singoli cittadini, nella volontà di raccontarsi e fare richieste, fuori dal proprio recinto culturale. Auspichiamo un “guardarsi reciproco” anche fra i nuovi abitanti e artisti che provengono dalle stesse geografie. Il bando del progetto sarà aperto agli stranieri.

Prospettiva politica e prospettiva biologica sono in simbiosi. Perché il trapianto di un organo funzioni, senza crisi di rigetto, è necessario che la soglia di protezione del corpo si abbassi (Jean-Luc Nancy, L’intruso). Oggi gruppi, istituzioni e società si ammalano per eccesso di difesa immunitaria.

 

L’architettura della partecipazione

Lucia Tozzi

Nessun architetto ha mai scritto come Giancarlo De Carlo. Per la verità anche molti scrittori riconosciuti non reggono il confronto con lo stile superbo delle sue argomentazioni. «Da quando ho cominciato a praticare l’architettura mi sono sentito assediato dagli aforismi che gli architetti – soprattutto quelli mediocri – continuavano a recitare e così mi sono affezionato ai ragionamenti limpidi che richiedono paziente lavoro e fervida immaginazione», dichiarò De Carlo su Domus nel 1995.

Il suo capolavoro è L’architettura della partecipazione, il testo di una conferenza tenuta a Melbourne nel 1971 nell’ambito di un ciclo sui futuri scenari dell’architettura e dell’urbanistica al Royal Australian Institute of Architects. Quodlibet l’ha appena pubblicato nella collana Abitare insieme a due testi sui casi di progettazione partecipata del piano di Rimini e del Villaggio Matteotti a Terni, una scelta intelligentissima che permette di cogliere la misura radicale del discorso politico di De Carlo.

Nell’edizione classica del Saggiatore, all’interno del volume L’architettura degli anni Settanta, la conferenza era posta dopo due interventi di Jim M. Richards e Peter Blake di argomento puramente architettonico, e questo contesto autorizzava il lettore a interpretare L’architettura della partecipazione soprattutto come una critica al modernismo. E in effetti è innegabile che lo sia, ma non nel senso generale e assoluto che gli viene attribuito. Il vero obbiettivo di De Carlo non è il Movimento Moderno in quanto tale, ma l’architettura al servizio dell’autorità, e in quegli anni teoria e pratica moderniste avevano stretto legami sempre più forti con le ideologie reazionarie del controllo e dell’efficienza produttiva.

La sua tesi è che «la consonanza tra Movimento Moderno e “zoning” nasceva da un equivoco sul principio di “chiarezza”»: la divisione netta delle funzioni sembrava ai modernisti il mezzo migliore per ottenere la massima chiarezza delle forme urbane, da cui, in ottemperanza al dogma, sarebbe scaturito l’equilibrio sociale. Ma «la “chiarezza” non è in se stessa una virtù e tanto meno ha capacità esorcizzanti nei confronti dei contenuti che esprime. Non c’è nulla di più chiaro di una catena di montaggio, di un’ordinanza di polizia e di una dichiarazione di guerra».

Applicata a una cosa complessa come il sistema di relazioni e di conflitti della vita urbana, la chiarezza non può che diventare un elemento repressivo. L’architettura della partecipazione secondo De Carlo è quella che consente di recuperare la critica e il dissenso, il disordine e i conflitti che inevitabilmente l’uso della città impone. Il suo discorso però non ha nulla a che vedere con la dimensione estetica o con le fregole spontaneiste che cominciavano a fiorire in quegli anni, ma riguarda esclusivamente il potere. La Las Vegas di Venturi, Scott Brown e Izenour non gli interessa, lui vuole spostare l’ego smisurato dell’architetto dal centro della scena per coinvolgere nel processo decisionale chi da sempre ne è stato escluso.

Nel raccontare le esperienze di Rimini e di Terni, tra entusiasmi e fallimenti, De Carlo descrive con grande lucidità le trappole che un processo così ambizioso comporta, e la peggiore è quella che definisce «la rapina del consenso»: nulla gli repelleva di più che una partecipazione intesa come mediazione tendenziosa, come cattura delle energie positive per sedare i conflitti reali e potenziali. E pensare che i suoi eredi diretti, i professionisti della partecipazione, si chiamano oggi “facilitatori”.

Giancarlo De Carlo
L’architettura della partecipazione
Quodlibet Abitare (2013), pp.144
€ 14,00

Santiago Cirugeda. L’architettura è una strategia politica

Intervista di Virginia Negro

L’architettura è una forma di comunicazione di massa, ci ha spiegato Umberto Eco in Opera Aperta. La differenza con gli altri media, come la televisione o la stampa, è il suo particolare campo d’azione: lo spazio, per definizione modificabile quotidianamente attraverso l’uso che noi cittadini ne facciamo.

Negli ultimi anni l'architettura ha spesso trascurato fattori come funzionalità e sostenibilità, per esaltare estetica e spettacolarità. Tendenze come il city marketing hanno trasformato l’architetto in un designer, accantonando la funzione di guardiano e creatore dell'habitat urbano. Con la crisi però le esigenze sono tornate a essere ben più elementari - come ad esempio riutilizzare spazi in disuso - e sono nate teorie e pratiche alternative sul modo di intendere la città.

Una è la cosiddetta Architettura sociale, e Santiago Cirugeda è sicuramente tra le figure più rappresentative di questa controtendenza. Sivigliano, classe 1971, la sua fama ha oltrepassato i confini iberici dopo aver partecipato più volte alla biennale di Venezia e di Rotterdam, senza contare le personali in tutto il mondo, da Tokyo a New York. Il suo sito Recetas Urbanas, è un vero e proprio ricettario di consigli fai da te volto al recupero di quartieri, strade, spazi abbandonati. Secondo Santiago il punto centrale sta nel coinvolgimento della cittadinanza nell’autocostruzione. Deviare e affrontare i problemi con soluzioni imprevedibili, approfittando di lacune nella legislazione urbanistica.

La sua pagina web e il suo stesso lavoro prevedono una parte di formazione in cui si insegna come recuperare fondi e strumenti e come organizzare il lavoro. Sono nati così parchi giochi per bambini dove prima c’erano parcheggi abbandonati, centri culturali con aule perfettamente insonorizzate dove si riuniscono compagnie teatrali, gruppi musicali eccetera. Intervistarlo non è stato difficile, Santiago è disponibile e appassionato.

Quali sono dal tuo punto di vista i problemi di un’architettura e di un urbanismo intesi in senso tradizionale?

Se per tradizionale si intende quello che abbiamo visto negli ultimi 30 anni… è piuttosto lontano dal pensiero proposto da quei sociologi e architetti - e sono molti - che parlavano di potenziare il diritto alla città, che poi significa il diritto a svilupparsi come individuo e collettività. Guardando alle città europee, dove – presumibilmente – lo Stato ha assicurato educazione, sanità, diritti sociali in generale, il cittadino si è trasformato in un consumatore sottomesso a una politica pubblica venduta al mercato più selvaggio. La mossa più offensiva è stata quella di trasformarci in investitori nel momento in cui sviluppavamo il nostro diritto a una casa. Quello che è successo qui in Spagna con la bolla immobiliare. Finalmente si poteva avere una proprietà (o più d’una), anche una ben al di sopra delle nostre possibilità, e ci hanno fatto credere che in qualunque momento avremmo potuto venderla.
Urge recuperare la coscienza critica e liberarci da un urbanismo manipolato da agenti economici e politici e in cui la cittadinanza ha perso la sua capacità di intervento.

Come vedi il futuro delle città in Spagna e in Europa? Cosa ti spaventa?

La paura è sempre quella che la cittadinanza perda la capacità di avanzare proposte e di mettere in discussione le cose, cioè che la condizione della creatività e libertà umana, disposizioni naturali e innate, finiscano per essere manipolate. Per questo è così entusiasmante vedere collettivi e gruppi di giovani che si organizzano. Noi, da Recetas urbanas alla rete arquitecturas colectivas  pianifichiamo strategie congiunte, con armi legali, attraverso l’architettura, la partecipazione sociale agendo sugli interstizi del diritto.

Come vivi la relazione tra il tuo lavoro e il momento di crisi del tuo paese?

Mi sono formato in parte in America Latina, dove la situazione è estremamente diversa, lì si parte dal fatto che lo Stato ha perso ogni possibilità di risolvere i problemi della collettività, quindi è la cittadinanza che si trova a doverlo fare. In questo momento preferisco lavorare nel mio paese che è un disastro, però non ho smesso di collaborare con l'America Latina, e tra le urgenze più pressanti c’è quella di insistere sul rischio che corrono nel seguire politiche simili alla nostra. Adesso sto lavorando soprattutto a Siviglia, e sto viaggiando molto in Spagna, dove, con alcune associazioni, studiamo delle alternative possibili. Mettiamo in pratica un altro tipo di politica, con la speranza di migliorare ogni giorno, raccogliendo il contributo di tutti e migliorando il nostro supporto legale.

Hai diversi collaboratori italiani, vedi una differenza nel modo di intendere e vedere l’architettura?

Per cultura, diritto e territorio abbiamo molto in comune. Ho avuto a che fare con molti collettivi e gruppi diversi in Italia, da Napoli a Milano, e cerchiamo di mantenere questo trait d’union sul lavoro. Il consiglio all’Italia è quello di rinforzare la rete tra le varie realtà, per poter lavorare insieme con più forza. Alla fine è questa la lotta a cui mi riferisco, perché siamo più forti quando lavoriamo insieme, anche nelle differenze.

Le donne vogliono cambiare la città

Sandra Bonfiglioli

Se osserviamo i progetti urbani promossi da donne in quanto cittadine pensanti, è facile riconoscere un modo di agire, un modo di posizionarsi rispetto ai poteri che sono del tutto originali.
Le donne vogliono cambiare la città con intelligenza strategica e risultati brillanti. Ma non sono influenti nell’agenda del cambiamento.

I progetti sono, di solito, di piccole dimensione spaziali. Annunciano un’idea della città contemporanea. Perché è questa, affatto piccola, la sfida sottesa al grande lavorio. La forza espressa da questo disegno nulla ha a che vedere con la potenza che ha costruito la città nell’epoca del moderno. La potenza, in epoca moderna, sta in alleanza con la tecnologia.
La incontriamo ovunque. Ma non nelle pratiche delle donne.

La forza come potenza deve accrescersi nel tempo. Niente bocce ferme. La figura di questa forza maschia è la scala da salire. La sua ratio è quella di kronos, tempo lineare e illimitato, misurabile. Gestire è prevedere, conoscere, misurare, portare un obiettivo in gol.
È anche il tempo della natura pensata dalla scienza moderna, il tempo dell’organizzazione scientifica del lavoro industriale tayloristico, il tempo della pianificazione urbanistica e il tempo della legge. In breve, è la freccia del tempo cronologico che regge le espressioni più potenti e strategiche dell’era moderna.

Esiste davvero la possibilità per le donne di sfidare questa potenza? Sì. Possiamo farlo. Sebbene il dominio del progetto urbano sia governato da potenti forze tecniche ed economiche, è tuttavia favorevole all’azione pubblica delle donne. Lo slancio della loro iniziativa politica è l’esito congiunto della maturazione del loro pensiero e del desiderio
di iscrivere il loro simbolico nel volto della città. Sono motivate dalla necessità di cambiare qualcosa di fronte alla fatica e iniquità del vivere in città.

L’iniquità più grande è la crescente impossibilità di avere cura delle giovani generazioni. Il «doppio sì» al lavoro e alla vita (e alla maternità) che le donne hanno chiaramente espresso
è la leva creatrice di una nuova idea di città, di welfare e di convivenza. Tutto assieme, perché non si può avere un nuovo welfare senza un’urbanistica che se ne faccia carico per gli aspetti di organizzazione spaziale e temporale dell’habitat urbano.

Nel campo del progetto urbano esiste un vuoto lasciato da tanta potenza. Da questa postazione, fasciata di tecniche e di oggettività, i decisori pubblici non riescono a vedere le pratiche quotidiane di vita degli abitanti. Non riescono a vedere l’uso del tempo personale
e degli spazi pubblici che sono stati rivoluzionati dalle nuove forme di organizzazione del lavoro e degli orari di lavoro. E da nuovi valori del vivere. Le donne sono abitanti speciali perché non accettano che la potenza dell’era moderna sia usata per semplificare la vita avendo al centro il lavoro e la sua ratio ordinatrice della giornata. Vogliamo praticare la complessità del vivere. La piccola dimensione spaziale dei progetti delle donne è quella dove stanno i corpi di noi abitanti.

Ma è proprio a questa scala dei corpi viventi che il metodo urbanistico dell’osservazione oggettiva presenta una rottura epistemologica. È proprio a questa dimensione che fallisce la comprensione di cosa succede agli abitanti della città. Per conoscere i problemi e le attese dei cittadini occorre allora che lui/lei voglia narrare la propria esperienza di abitante che ha messo alla prova gli assetti minuti della città. Le donne hanno buone idee dei problemi della città contemporanea perché nascono dall’esperienza di una vita complessa. Non è il tempo metrico e lineare di kronos che regge l’esperienza del vivere delle donne. Il nostro tempo è kayros, il tempo del progetto, dell’attesa attiva che si diano le circostanze favorevoli all’azione, alla presenza sapiente.

La strategia d’azione è gettare reti di relazioni con donne delle istituzioni necessarie al progetto che siano capaci di ascoltare e tradurre il linguaggio comune d’ingresso in quello della comunità istituzionale. Il problema diventa allora trattabile dalle diverse competenze tecniche necessarie. Un’impronta viene lasciata nella nuova comunità ed essa continua
ad agire nel tempo. Gli schemi tecnici sono in qualche modo, traduzione dopo traduzione, scivolati verso nuove possibilità.

Il laboratorio delle donne ha trovato due principi generali da far agire in combinata: prossimità e tempi urbani per una città amica. Assumere a problema il tema della prossimità significa occuparsi del disegno della città come grammatica pubblico-e-privato degli spazi-e-tempi della città abitata. Dobbiamo darci i luoghi dove esprimere una nuova libertà che già abbiamo intravisto.

Dal numero 28 di alfabeta2, dal 9 aprile nelle edicole, in libreria e in versione digitale

Strade a Roma e altrove

Augusto Illuminati

Sandro Medici, candidato sindaco alle prossime elezioni comunali capitoline con una lista civica, si colloca nel solco di una tradizione radicale locale che ha i suoi emblemi nella Repubblica romana del 1849 e nell’amministrazione Nathan (1907-1913). Proprio per questa eredità, Medici propone di sopprimere l’intitolazione di un’importante arteria romana, congiungente S. Maria Maggiore e piazza Vittorio, a Napoleone III, l’avventuriero bollato da Victor Hugo come “Napoleone il Piccolo” e che, quando era ancora solo Presidente di Francia con il nome di Luigi Bonaparte, ordinò la sanguinosa spedizione militare che soffocò l’esperienza repubblicana di Mazzini, Saffi e Garibaldi.

Negli anni successivi e nella stessa logica autoritaria e clericale, Luigi Bonaparte con il colpo di stato del 2 dicembre 1851 (il 18 brumaio di un celebre scritto marxiano) trasformò la repubblica francese in dittatura imperiale. La dedica stradale esprime riconoscenza per il contributo francese alla II guerra di Indipendenza (1859), sorvolando sui crimini del 1849 e del 1851-52.

Un omaggio anacronistico. Se un ricordo spetta alla Francia, vada allora a chi volle unire l’idea di felicità dei popoli alla radicalità della Rivoluzione. Il ventisettenne Louis Antoine de Saint-Just, nella relazione sul modo di esecuzione del decreto contro i nemici del popolo, 13 ventoso dell’anno II, scrisse: le bonheur est une idée neuve en Europe, la felicità è un'idea nuova in Europa, anche se già iscritta (the pursuit of happiness) da Jefferson nella Dichiarazione di indipendenza del 1776, un tema lockiano suggerito (pare) da un immigrante italiano, Filippo Mazzei, suo collaboratore e vicino di casa. Un lungo circolo, che potrebbe riannodarsi proprio a Roma, a ridosso dei fascisti terzo-millenari di CasaPound che in quella strada hanno tana, su gentile concessione del sindaco Alemanno.

Il grandissimo Saint-Just, da cui (come da Robespierre) ha voluto virtuosamente prendere le distanze Bersani, è stato a lungo disdegnato dalla prudente toponomastica francese, tanto che a Parigi gli è dedicata solo una viuzza periferica, ai margini di Batignolles, 17° arrondissement. A lui, che voleva estendere a tutta Europa la volontà francese di cancellare infelici e oppressori facendo fruttificare l’amore delle virtù e della felicità, che coltivava un’idea d’Europa ben diversa da quella di Maastricht e di Schengen, sia degnamente reintitolata una strada strappata alla piaggeria sabauda e alle nostalgie imperiali!

Rem Koolhaas alla Biennale

Lucia Tozzi

Rem Koolhaas direttore della Biennale di Architettura di Venezia 2014. La domanda non è perché Koolhaas. La domanda è come mai fino a oggi non era ancora uscito il suo nome per la direzione della Biennale. Come hanno fatto a scartarlo per così tanti anni, come sono riusciti a preferirgli di volta in volta Fuksas, Sudjic, Forster, Burdett, Betsky, Sejima e Chipperfield, bravi per carità ma minori al suo cospetto?

La risposta non la conosciamo, ma sarebbe senz’altro una deludente teoria di veti e intrighi da corridoio ministeriale, del gossip di scarso potenziale come tutti quelli che riguardano le esclusioni eccellenti. Certo è che se Koolhaas fosse crepato prima di fare una Biennale sarebbe stato assurdo. Sono quarant’anni che detta legge nell’universo dell’architettura internazionale, sull’accademia e sui media, sugli appalti e sulle mode. Dal Messico alla Cina al Medioriente dietro ogni architetto emergente, dietro ogni festival e ogni nuova rivista c’è lui. Gli studenti più svegli da Harvard a Teheran imitano il suo modo di scrivere e di presentare analisi e progetti. Ma non è una semplice archistar, di quelle – anche più note al pubblico generalista, se vogliamo – alla Renzo Piano o Zaha Hadid, che si accaparrano commesse in tutto il mondo e declinano in infinite varianti un’unica idea piazzandola in ogni contesto.

Biblioteca Centrale Seattle (2004)

Koolhaas, Rem per gli amici, è un guru, è il Le Corbu del postmoderno, di più: è anche il Lord Brummel, e pure il massone, il Dio onnipotente e onnipresente. È l’architetto di riferimento di Miuccia Prada, è il fondatore e padrone della scuola di architettura Strelka, a Mosca, finanziata dagli oligarchi, è il coniatore di termini fortunati come Junkspace. Tutti gli devono qualcosa, perché è la vetta di tutte le reti. Entrare nel suo campo visivo, ma anche solo averlo sfiorato, intervistato, può fare la fortuna di una persona.

E infatti il consenso di cui gode è pressoché universale, a destra come a sinistra – l’uso di queste fruste categorie è una scelta consapevole –: Koolhaas mette d’accordo con pochissime eccezioni gli intellettuali radical e i più selvaggi immobiliaristi, i dittatori e i democratici liberal, le imperatrici della moda e i professori universitari. Il fattore che amalgama e spegne le divergenze non è lo splendore delle sue architetture, benché ogni progetto siglato OMA (Office for Metropolitan Architecture, lo studio di Koolhaas) venga regolarmente omaggiato urbi et orbi, ma la sua straordinaria intelligenza comunicativa, fondata sull’ambiguità e su un cinismo che suona liberatorio e anticonvenzionale. Da Delirious New York del 1978 ai suoi ultimi scritti, Koolhaas ha sempre evitato l’adesione ingenua a un’idea, la presa di posizione netta, la promozione entusiasta di un oggetto, uno spazio, un fenomeno o la sua condanna.

Casa da Musica, Oporto (2000)

Le sue analisi multidisciplinari, composte di elementi sociologici, geopolitici, economici, partono quasi sempre dalla stigmatizzazione di quelli che a suo dire sono luoghi comuni, rigidità ideologiche, miti benpensanti da ribaltare con qualsiasi mezzo. Chi è così stupido da dire che Lagos è una città povera e caotica? Che lo sviluppo del Pearl River Delta in Cina è devastante? Che Dubai è una città kitsch e per di più costruita con il lavoro di schiavi? Non saranno per caso degli occidentali accecati dall’universalismo? Degli ipocriti apologeti dei diritti, ignari dei flussi globali? Rottami modernisti che non vedono l’energia, le potenzialità sprigionate da questi luoghi, e lamentano la rottura di canoni etici ed estetici che loro vorrebbero imporre al mondo ma di cui il resto del mondo giustamente si fa un baffo.

Alla sprezzante distruzione del moralismo egualitarista o del giudizio “conservatore” non fa mai seguito una romantica esaltazione dell’oggetto difeso, ma un interesse che si pretende scientifico e oggettivo. Com’è noto, Koolhaas ha affiancato ad OMA un gruppo di ricerca, AMO, che ha il compito di ammassare immense moli di dati su tutti i paesi e i luoghi più ricchi e promettenti (prima la Cina, poi Dubai, ma dopo la crisi finanziaria meglio Abu Dhabi e Doha che hanno il petrolio, poi la Russia, il Brasile), e di comunicarli con la migliore grafica e la forma più impattante possibile, fatta di frasi brevi e domande acute e provocatorie, ma sempre serissime, senza mai cedere allo spirito, alla leggerezza. Prendendoli sul serio, accendendo i riflettori del sapere accademico e della curiosità mediatica sui loro territori in trasformazione, OMA riesce a penetrare i circuiti delle grandi commesse. La cultura è il suo ariete, la sua moneta di scambio.

China Central Television, Pechino (2004-2008)

Lo stile di Koolhaas è un politically uncorrect all’olandese, pragmatico e diplomatico. Descrive in maniera mirabile il junkspace o la finta identità dei centri storici commercializzati, ma lascia che ognuno interpreti liberamente le sue pagine come una denuncia o un’elegia realista, senza dare smentite. Ed è proprio questa ambivalenza che gli ha consentito di egemonizzare più di chiunque altro le teorie e il pensiero architettonico per decenni. E così è lecito aspettarsi una biennale densissima, spettacolare, faticosa, glamour e naturalmente ambigua. Innumerevoli membri delle sue reti internazionali saranno in fibrillazione, preparandosi a partecipare. Ma chi può dirlo, magari Koolhaas lo sperimentatore, come viene chiamato, vorrà stupirci con una mostra secca e una selezione durissima. Ad ogni modo sarà una liberazione: finalmente vedremo LUI direttamente all’opera, e non i suoi epigoni. E forse dopo si potrà voltare pagina.