Il merito in agenda

Augusto Illuminati

Strano paese l’Italia, dove gli oggetti materiali spariscono e quelli immateriali proliferano. Per esempio, spariscono nelle mani dei Servizi le agende cartacee, come quella rossa di Borsellino, proliferano agende fumose e minacciose come quella Monti. Tutti la sostengono, da destra e da sinistra, senza troppo specificare, tutti lamentano o esultano perché diminuisce i salari, mantiene (se non accresce) la pressione fiscale, incrementa i disoccupati. Nel suo alone di retorica emergenziale (senza reali decisioni) l’agenda Monti è quello che, a partire da Hitchcock, si chiama un MacGuffin, l’oggetto misterioso intorno a cui si costruisce una trama.

A definire il nostro oggetto agendoso c’è di sicuro la sofferenza sacrificale e la promessa di ricompensare il merito in alternativa al dispendio e al debito colpevole e sfigato. Il merito è appunto il rovescio enigmatico della colpa: enigmatico perché il premio (successo, visibilità, stipendi da favola, vitalizi e rimborsi autocertificati) tocca innanzi tutto ai numerosissimi e mai sazi membri di un ceto politico che a rigore non può aspirare, in quanto elettivo, a un riconoscimento per competenze tecniche, concorso o selezione e, per di più in Italia è nominato dall’alto secondo canina fedeltà a partiti screditati e inseguiti con i forconi.

In linea con la suinocrazia delle rappresentanze, un po’ arrancando per gli introiti assai minori e per la scoraggiante carenza di orge e disinibiti partner, segue l’Università con l’Anvur e l’ancor più scrausa scuola secondaria con Invalsi. Invece di rrobba, Suv, ostriche e gnocca, vuoi mettere il listone delle peer reviews considerate "scientifiche": Barche, Nautica e Yacht Capital per l’area 8 (peer Briatore), Airone per l’area 10 (ma non la distribuivano gratis sugli aerei?), Rivista di suinicultura, appunto, area 13, peer Ulisse-De Romanis, er Batman e la Polverini, un’infinità di bollettini diocesani e di monogruppi parlamentari. Per non parlare dei test Invalsi, sparuti eredi degli IQ della fulgida tradizione eugenetica Galton-Abravanel, su cui già si è soffermato Caliceti.

Ma che c’entra, mi direte. C’entra e come, perché oggi la logica del merito non è la promozione di eccellenza, più o meno accortamente miscelata con la cura di chi “rimane indietro” (secondo il datato paternalismo cristiano-liberale), ma la costruzione di un’élite sulla più feroce discriminazione e regressione della massa. Certo, fa ancora qualche differenza se l’élite si costruisce a Eton o al Mit piuttosto che all’università Krystal di Tirana o nei corsi Cepu, ma la logica è la stessa, complementare a quella dei brevetti che definiscono i vari ranking universitari americani o cinesi. La logica dell’esclusione, del recintare un campo per estrarne una rendita e imporre una taglia agli utenti. Altro che transdisciplinarità e sostituzione dell’accesso alla proprietà...

Pensare che i vecchi sociologi parrucconi del New Deal, tipo Robert K. Merton, fantasticavano che i criteri di eccellenza della scienza fossero la cooperazione sociale e culturale, la diffusione illimitata delle scoperte a vantaggio del genere umano, la cessione gratuita dei diritti di proprietà intellettuale in cambio del riconoscimento e della stima della comunità, l’eliminazione del segreto e del brevetto per consentire la più ampia falsificazione nel dibattito scientifico... Communalism o communism, appunto, vade retro Satana. Invece è più fico (e si autovaluta come tale) chi meglio sa fottere i concorrenti e valorizzare le proprie pensate, magari su una rivista divulgativa o mettendo su un dipartimento improbabile, leggere gli elenchi per credere, manco nella biblioteca visitata da Pantagruel!

L’indimenticato Brunetta voleva addirittura sostituire al lavoro, come fondamento della Costituzione, la coppia merito e competizione. Del bunga-bunga (almeno a livello centrale) ci siamo sbarazzati, del nocciolo duro del neoliberismo evidentemente no. Ce lo ricordano tutti i giorni Monti e Fornero (i poveri, i disoccupati e gli esodati sono colpevoli, mica i bankster seminatori di derivati tossici), gli spassosi blog di Abravanel e Michel Martone, il culto bocconiano di tecnici che non tirano fuori un ragno dal buco.

Sapendo che il merito “vero” (non quello dei Gatti Impellicciati e altri corrotti di serie B) si commisura sul sapere dei teorici che pensano di accrescere l’occupazione aumentando l’orario di lavoro di alcuni dei già occupati e licenziandone una parte, viene da dire parafrasando Mark Twain: la differenza fra la scienza economica e la menzogna, è che la seconda deve almeno apparire credibile.

Meritocrazia non fa rima con democrazia

Giuseppe Caliceti

Avendo ricevuto numerose critiche per il mio articolo Contro il merito, vorrei provare ad approfondire. Nel suo saggio Contro il merito: una provocazione, Francesca Rigotti ricorda comel'attuale mitizzazione del merito risenta “della crescente svalutazione del concetto di eguaglianza in atto negli ultimi decenni”. La sua reale funzione? Giustificare i privilegi di alcuni. La storia dell'umanità può essere letta come eterna contrapposizione tra uguaglianza e disuguaglianza. Oggi l'idea di merito non è altro che una nuova pericolosa forma di giustificazione razziale di una presunta differenziazione tra esseri superiori e inferiori. Per nascita. Il bluff della meritocrazia è infatti evidente analizzando un altro aspetto: tra i meritevoli vi è una spiccata tendenza a promuovere l’ereditarietà delle cariche. Insomma, c'è una palese contraddizione tra il dire e il fare.

Roger Abravanel, nel suo libro Meritocrazia. Quattro proposte concrete per valorizzare il talento e rendere il nostro paese più ricco e più giusto (Garzanti 2008), sostiene che la classe dirigente è l'unica depositaria del merito. E ha diritto a un premio: i vantaggi di una crescita economica senza fine.Come è organizzata la società meritocratica? In classi sociali. Peggio: in caste. Da una parte stanno intelligenti, arroganti, competitivi; dall'altra stupidi, demoralizzati, umiliati. I valori che la reggono? Competitività e aggressività. A svantaggio di gentilezza, coraggio, creatività, sensibilità, simpatia, tolleranza, solidarietà. La posizione meritocratica condurrebbe addirittura a matrimoni intelligenici fra persone con un alto Q.I.

Insomma, l'antica aristocrazia di nascita sarebbe sostituita da una “aristocrazia dell’ingegno”. I bambini, fin da piccoli, sarebbero indirizzati verso scuole differenti a seconda delle presunte capacità individuali. “Sessant’anni di ricerche psicosometriche e sociologiche hanno portato a ritenere che (le) capacità intellettive e caratteriali siano prevedibili, senza che sia necessario attendere la selezione naturale della società” (p.65). E ancora “(…) ricerche approfondite evidenziano come la performance di un bambino di sette anni in lettura/scrittura offra un’ottima previsione del suo reddito a trentasette anni” (p.83).

Quali ricerche? Nel libro di Abravanel le teorie pseudoscientifiche sono sempre riassunte con approssimazione e senza citare la fonte. Ma è chiaro che qui stiamo già parlando di una teoria eugenetica che ha come suo nemico principale la democrazia, di cui la meritocrazia è l'esatta antitesi. Per tutto questo, non posso fare a meno che ripetere: attenti al merito, anche quando se ne parla a Sinistra. Meritocrazia fa rima con democrazia, ama ripetere il rettore piddino dell'Università di Bologna. Io temo che sia esattamente il contrario.

Questo articolo è comparso anche su «il manifesto», il 29 settembre 2012

Il rimbalzo dei cervelli

Jacopo Galimberti e Vanni Santoni

A noi nati tra gli anni Settata e Ottanta il tormentone della “fuga di cervelli”, che i media additavano come segno esiziale dell’imminente tracollo del paese, in fondo piaceva. Ci rincuorava: comunque sarebbe andata, avremmo pur sempre potuto tagliare la corda. Tanto più che qualche genitore illuminato ci aveva spinti verso le lingue; tanto più che avevamo fior di “competenze informatiche” (Microsoft Word e “i più diffusi browser”, i migliori anche Excel...); tanto più che alla fin fine non era mica un’invenzione della TV e dei giornali: tutto intorno a noi si moltiplicava il fuggi fuggi, ed erano sempre di più gli amici che si riposizionavano a Berlino, Dublino, Londra, Barcellona, Oslo. Magari si trasferivano per sei mesi, o un anno “tanto per vedere”; magari si acclimatavano nel modo più liscio, tramite il progetto Erasmus; magari si fidanzavano là o vi facevano un dottorato, o trovavano un lavoro “vero”, e gli anni diventavano quattro, cinque, sei. L’Italia, di lontano, sembrava ingiusta, malmessa, alla deriva, Africa più che Europa.

Cosa accade però quando la crisi dilaga anche nelle altre nazioni europee, e gli immigrati italiani si trovano in esubero? Cosa ne è del loro sapere, del loro coraggio, della loro pervicacia, quando ciò che resta da fare è l'insopportabile: tornare in Italia? Non fanno più nemmeno parte della categoria “italiani all'estero in cerca di fortuna”, a cui si riconoscono almeno un pò di grinta e visionarietà. Le statistiche della disoccupazione (e della cattiva occupazione) torneranno a considerarli, mentre prima li trattavano come se all'estero fossero stati a fare una vacanza. In questo spirito vacanziero credeva anche il governo Berlusconi, che ha inventato la Legge “controesodo” – agevolazioni fiscali che favoriscono sostanzialmente solo lavoratori ad alto reddito. Il governo però si cautela, e ne ha ben donde, il tutto vale solo se poi si resta in Italia almeno sei anni! Insomma, il solito mezzuccio a corto raggio finalizzato a fare cassa.

Per i lavoratori disoccupati o precari senza l’alto reddito, a cui per di più i genitori non hanno comprato un appartamentino – all'estero, o almeno in una grande città italiana – il ritorno è un vero e proprio schiantarsi. Tornare nella casa paterna è una regressione di quattro, cinque, sei anni, ma con una differenza feroce: il pane che c'è sulla tavola è ormai pane altrui. C'è chi si fa piccolo e crede di aver peccato di hýbris. Attraverso l'estero, voleva sottrarsi ai ricatti del mercato del lavoro italiano, sognava un welfare, cercava diritti, uno stato devaticanizzato, fluido, meritocratico (pur sapendo che meritocrazia è nozione pericolosa, che occulta le impari condizioni sociali); voleva esercitare, insomma, il proprio sacrosanto diritto di fuga dal Brutto Paese. Si capirà allora che al ritorno c'è da diventare paranoici. Il fuggitivo, o la fuggittiva, si sente osservato: “hai tentato di farla franca, eh...”, sembra bisbigliare chi lo circonda. E hanno ragione, c'è ormai una frattura insanabile. L’ex emigrato li vede bigotti e mostruosamente provinciali, gli sarà impossibile mescolarsi a loro, mentre ai loro occhi la sua stessa presenza è da un lato una crassa soddisfazione, dall’altro una provocazione bella e buona.

Con chi ci si ritrova dopo lo schianto? Qualche amica ha fatto carriera ma è incazzata col mondo. Qualcuna si è sposata e ha normalizzato ormai da tempo la negoziazione degli aiuti coi genitori. La maggior parte è rimasta allo stesso punto di svariati anni prima. Quelle le si frequenta più volentieri, ma la vuotezza dei discorsi si è fatta baratro. “Sei tu che sei cambiata...Te la sei cercata”, sembra insinuare un brillio strano negli occhi della madre, che guarda sbalordita i vestiti che la figlia si è comprata all’estero. Chissà cosa ha combinato, pensa. Forse pensa addirittura, senza saperlo, senza nemmeno ammetterselo, che, dopotutto, sua figlia è una spostata. Una spostata in cerca di lavoro: e cosa scrivere sul curriculum, di quegli anni all'estero? Confezionare una balla? Dire dei lavori part-time inframmezzati da attività saltuarie, appassionanti, istruttive, non remunerate? Dare risalto alla padronanza di un'altra lingua? Ma è una competenza effimera, e poi se serve a qualcosa è proprio per andare all’estero! Cosa impedisce durante il colloquio di lavoro di dire le cose come stanno: che si è tentato di valorizzarsi come individui, che si è fatta una scelta di libertà e autonomia. Non sono questi i valori del miglior capitalismo?

In Danimarca, chi fa l'università generalmente non la inizia subito dopo la scuola superiore. Si passano uno, due o anche tre anni a viaggiare, a lavorare, a viaggiare lavorando, a impregnarsi di una cultura che non può essere schiaffata in un libro. Ma in Italia? Cos'è un “buco nel curriculum”, cos'è un buco nella vita? Perchè nel paese in cui prospera la Grande Arte – quella di arrangiarsi – si è cosi refrattari a esperienze eteroclite, tentennamenti, esplorazioni infruttuose? Un curriculum rappresenta la vita come un percorso a ostacoli. Quelli che ritornano invece hanno capito che le traiettorie personali sono odissee, romanzi picareschi, ballate con ritornelli e silenzi. La spostata o lo spostato hanno i mesi contati. Presto il pane sulla tavola ridiventerà pane familiare. Una bella crisi di panico o una litigata apocalittica con i genitori daranno l’abbrivio, i media nazionali la nausea di contorno. Tutto si trasformerà in un carburante la cui composizione chimica è forse nociva, o è forse la stessa di cui sono fatti i sogni. Dal purgatorio ci si prepara a un nuovo limbo, covando magari i piani per la prossima – quella sì – fuga.

La scuola è finita

Roberto Ciccarelli

Sentirsi “traditi dallo Stato”. La prima volta che ho ascoltato questa espressione è stato durante una manifestazione di insegnanti precari contro il concorso “truffa” della scuola. Centosessantamila persone abilitate, plurititolate e pluriesaminate saranno costrette a sottoporsi ad una lotteria fatta di quiz, prove scritte e orali e ad una lezione di mezz'ora per aspirare a uno degli 11.542 posti messi a disposizione dal ministro Profumo. D'ora in poi le “graduatorie” dove questi docenti sono iscritti da anni non avranno valore ai fini dell'assunzione. Il concorso tornerà ad essere l'unico modo per avere un lavoro dignitoso. Anni di esperienza verranno così bruciati e con essi la fiducia nelle indicazioni impartite dallo Stato a persone che si sono sottoposte ad un lungo, e tortuoso, percorso di qualificazione e autodisciplinamento che si è tradotto nel precariato di massa che tiene ancora in piedi la scuola. In questo contesto, il tradimento è un atto politico irrevocabile compiuto dallo Stato rispetto ad almeno due generazioni di insegnanti.

Nel concetto di “tradimento” esiste anche il significato di “consegnare”. Per il governo Monti il concorso nella scuola sancisce la fine di un'epoca: si consegna cioè la scuola degli insegnanti impreparati, vecchi e demotivati ai “giovani” insegnanti brillanti e motivati. È ormai universalmente noto che questa è una menzogna: i “giovani” neo-laureati non potranno partecipare al concorso, limitato dagli abilitati o ai laureati fino al 2004, cioè ai quarantenni Conoscendo la realtà, il ministro Profumo ha continuato ad usare questa espressione per delegittimare chiaramente chi lavora nella scuola. Ma chi è il “giovane” al quale viene “consegnata” la scuola italiana? Evidentemente un soggetto disincarnato, asessuato, una pura idealità che non è collocabile in una delle immense tabelle della burocrazia amministrativa privata e pubblica.

Nella retorica “meritocratica” che ha travolto dal 2008 la scuola, il “giovane” non è in nessun modo paragonabile alla figura classica del lavoro amministrativo, l'insegnante che ha rappresentato per buona parte della storia unitaria l'ideal-tipo dell'“uomo dell'organizzazione”, un soggetto razionale che poteva fare gli interessi dello Stato seguendo una carriera tutto sommato prevedibile, durante la quale poteva aspirare ad un ruolo sociale valorizzando le competenze acquisite con diplomi, specializzazioni, curriculum, assecondando un percorso di accumulazione di meriti e titoli che rientravano nella griglia delle qualifiche richieste.

Questo circolo virtuoso, dove il docente poteva persino maturare una sua “vocazione”, si è infranto dalla metà degli anni Settanta quando si è interrotto il rapporto tra il mondo della formazione e quello dell'inserimento lavorativo. Si tratta di un processo di dimensioni colossali che ha rovesciato la priorità della formazione e dei saperi nella selezione sociale, ha trasformato la scuola da istituzione formativa a istituzione professionalizzante, ma ha soprattutto trasfigurato il ruolo del docente. Le modalità con le quali è stato convocato il nuovo concorso della scuola rappresentano il condensato di questa trasformazione.

Il sintagma “giovane” è dunque l'espressione di una complessa operazione governamentale che sancisce la fine del patto fiduciario con lo Stato: titoli, lauree, l'esperienza accumulata insegnando per anni non hanno alcun valore, così come le graduatorie. Paradosso vuole che il concorso non sia più usato come uno strumento per l'accesso democratico ed egualitario all'amministrazione statale, bensì come la negazione del ruolo degli insegnanti, persone che si sono sottoposte a esami, valutazioni continue, così come imposto dallo Stato. Quello che vale oggi non sono più le qualità statutarie riconosciute ad un soggetto durante il suo percorso scolastico e professionale, ma il valore d'uso della sua forza lavoro nell'istante in cui essa serve. Il concorso è solo uno dei molti alibi per assoggettare ad un nuovo regime di valutazione permanente.

L'obbligo a ripetere concorsi su concorsi, master dopo master, obbedisce al principio cardine della “governamentalità” neo-liberista: quello dell'accountability. Nel discorso neo-manageriale che ispira anche il governo Monti esiste un punto fermo: chiunque abbia l'aspirazione a condurre una vita sociale o professionale deve sottoporsi per tutta la vita ad un processo di valutazione continuo e imprevedibile. Non conta ciò che è, o è stato, conta la performance che saprà sviluppare durante la compilazione di un quiz, una prova di esame o una selezione del personale. In queste occasioni, il soggetto dovrà dimostrare auto-controllo e responsabilità. Sono questi gli obiettivi di una strategia che mira a trasformare la vita sociale in un percorso penitenziale di verifiche permanenti. Tuttavia, l'idea che lo studio, i titoli, il curriculum non abbiano alcun valore è assolutamente paralizzante. La schizofrenia delle decisioni dei governi sull'istruzione si rispecchia nella depressione in cui vivono gran parte degli attori che vivono nella scuola a cominciare dai “giovani” precari che realmente lavorano in questa, come in altre, istituzioni.

Per queste ragioni sarebbe un errore pensare che le pasticciate decisioni del ministro Profumo seguano solo un'urgenza propagandistica. In realtà, queste scelte di governo obbediscono ad una razionalità politica dettata dalla necessità di affrontare un problema strutturale nell'istruzione pubblica in tutti i paesi occidentali: un titolo di studio non dà diritto ad un posto di lavoro; la domanda di forza-lavoro cognitiva è drasticamente inferiore rispetto all'offerta. Da quando la bolla formativa è esplosa, nei lontani anni Settanta, nessun governo è riuscito a trovare una soluzione. Salvo quella di ridimensionare l'università e la scuola di massa al perimetro di un'agenzia di rating fondata sullo scambio tra crediti e debiti, trasformando i docenti come gli studenti in soggetti traditi, illusi, alla ricerca permanente di una legittimazione che non otterranno mai. In nome del “giovane” che è intorno a noi.

Contro il merito

Giuseppe Caliceti

All’entrata dell’ateneo di Parma, dove si svolgevano i test di ammissione alle facoltà di medicina, alcuni ragazzi e ragazze immagine pagati dalla scuola privata Cepu distribuivano volantini che invitavano ad aggirare i test iscrivendosi a un'università europea. Insomma, pagando. Perché con un anno di studio in altre nazioni europee poi si può rientrare in un'Università italiana al secondo anno di medicina. Così si aggira il test del numero chiuso. Naturalmente con l'aiuto del Cepu: solo per chi paga. Insomma: fatta la legge, trovato l’inganno, e se non è proprio un inganno è qualcosa di molto simile. Comunque sia, un messaggio chiaro ai giovani: perché studiare, quando basta pagare?

Ecco, dopo averli chiamati bamboccioni e scansafatiche si prendono di nuovo in giro gli studenti e le loro famiglie. Parlando falsamente di "merito" e offrendo loro scappatoie per "comprarsi il merito". E mai per "meritarselo" o accettare i suoi verdetti negativi. Se può essere comprato, che merito è? Si arriva così all’assurdo che, vendendo il sogno di un lavoro che molti giovani mai avranno, i giovani vengano derubati: dei soldi e del loro sogno. Potrebbero degli adulti fare di peggio ai propri figli? Eppure è quello che in questi anni sta accadendo nel silenzio generale. Dei giovani e dei loro genitori.

Ogni battaglia politica è anche una battaglia culturale. E viceversa. Così come ogni battaglia culturale è anche una battaglia linguistica. Per esempio, in Italia il centrodestra si è impossessato della parola "libertà" e, anche grazio a questo, è riuscito a governare ininterrottamente per quasi vent'anni. Anche sulla parola "uguaglianza" sinistra e centrosinistra da tempo hanno abbassato inspiegabilmente la guardia. E anche loro parlano sempre più del "merito". Ha iniziato a farlo il governo Berlusconi, con il ministro all'istruzione Gelmini, per promuovere il più grande licenziamento di massa della storia della nostra Repubblica, quello dei docenti della scuola pubblica. Sinistra e centrosinistra non si sono opposti.

La meritocrazia pare oggi quasi una religione, a cui si aggiungono sacerdoti e credenti ogni giorno. Specie parlandone a proposito di scuola e università, formazione o ricerca. Premiare il merito, si dice. Onorarlo. Chi nega il contrario? Ma il concetto di merito, a ben pensarci, è anche profondamente antidemocratico. In palese conflitto d'interessi con l'articolo 3 della nostra Costituzione. Specie, poi, se utilizzato nella valutazione dei bambini. Il merito è oggi considerato un valore assoluto, al punto che attorno ad esso è nato un nuovo termine: “meritocrazia”. E il Corriere della Sera ha creato il blog specifico meritocrazia.corriere.it. Ma è inevitabilmente collegato a un'idea di esclusione - e neppure solo di alcuni, ma di tanti. E comunque mai di inclusione. Avrebbe a che fare con una vaga idea di bene - addirittura di "bene comune" - al quale tutto e tutti dovrebbero tendere e obbedire devotamente.

In realtà di sicuro c'è solo una cosa: se qualcuno ti sta parlando di “merito” ti sta escludendo. Anzi: sta escludendo una maggioranza a favore di una piccola èlite. Il contrario esatto dello slogan Noi siamo il 99% del movimento Occupy Wall Street. È un po' come l'ideologia del SuperEnalotto, o dell'uno-su-mille-ce-la-fa; e mille o un milione o più, naturalmente, non ce la fanno, non ce la devono fare e questo, si badi bene, per il “bene di tutti”. Perché se ce la facessero tutti il mondo sarebbe peggio di quello che è oggi: insomma, c'è niente di più ambiguo e contraddittorio per chi si dichiara non di destra?

Ma perché allora in Italia, oggi, anche nel centrosinistra, si parla tanto di merito? Forse proprio perché non esiste altro paese in cui le conoscenze e i favoritismi contano più di qualsiasi preparazione o abilità: nello studio, nel lavoro, nella vita sociale. Mi ha colpito un ministro della Repubblica dichiarare in un'intervista pubblicata, questa estate, sull'Espresso: “Sono ricca per merito e non per privilegio”. Cosa vuol dire? Insomma, di cosa parliamo veramente quando parliamo di merito? Credo che in tanti, anche a sinistra, siano a favore del “merito” perché lo leggono come il contrario di “favoritismo”. E c'è chi come il rettore piddino dell'Università di Bologna che ama ripetere come meritocrazia fa rima con democrazia, anche se non è vero. Altri, specie a destra, l'hanno strategicamente contrapposto a una forma di egualitarismo anarcoide, inetto e sorpassato.

In realtà l'idea di “merito” e “meritocrazia” mi paiono le più semplici per confluire, anche da sinistra, verso politiche scolastiche (e non solo) artistocratiche e di destra, orientate sempre di più verso individualismi privi di responsabilità. Come non accorgersi che l'idea di “merito/meritocrazia” è oggi sempre più spesso utilizzata per giustificare non solo dubbie differenze, ma anche palesi ingiustizie? Per esempio, tra chi ha un diritto e chi non lo ha? O tra chi ha accumulato di più e di meno? O tra chi è più o meno servile? Il vero contrario alla parola merito non è favoritismo, o clientelismo, quanto piuttosto uguaglianza, pari opportunità. Cerchiamo di non farci colonizzare dal linguaggio e dall'ideologia di coloro rispetto ai quali diciamo di sentirci alternativi.

Angeli innecessari

Augusto Illuminati

Sono affranto. Quarant’anni a insegnare filosofia e mai che mi fossi imbattuto in Amafinio. Avessi partecipato al Tfa, sarei stato fra i 499 bocciati e non fra i 104 ammessi agli orali. Non avrei percepito (ancora per quest’anno, Monti permettendo) pensione e tredicesima. Del resto, è un brutto mestiere quello del filosofo. Da grandi, superato Amafinio, devono esercitarsi alla parresia, sfidando i ricatti del potere e l’impopolarità. Vedi, di grazia, gli umili professori incaricati del San Raffaele (Cacciari, Panebianco, Reale, Severino, ecc.), che sono riusciti a stendere un bilancio positivo del decennale della loro istituzione e si sono pure quotati per pubblicarlo a pagamento sui quotidiani. Non hanno certo taciute delle difficoltà recentemente insorte a casa loro (la parresia, la parresia!), hanno solo omesso due paroline chiave: don Verzè. La gratitudine non è di questo mondo, a volte neppure il coraggio. Mica si può chiedere a ogni pensatore di essere Socrate o Giordano Bruno.

Chi invece ha avuto un bel coraggio è Roberta De Monticelli, filosofa morale, che don Verzè non solo lo nomina, ma gli ha scritto nel giugno scorso un’accorata letterina postuma, affidandola a un «angelo postino», evidentemente diverso da «quell’incombente angelone bianco e d’oro, il simbolo di un delirio di potenza che rischia di rovinare uno splendido esperimento intellettuale», di cui parlava a scandalo appena scoppiato, nel dicembre dell’anno scorso. Allora si batteva il petto ed evocava «la divisa della veglia critica nei confronti delle proprie stesse pulsioni oscure». Nella più recente letterina esprimeva alfine i suoi dubbi sulla poca trasparenza delle gestione passata e si augurava che con la nuova e rifinanziata proprietà «l’università rinasca nella luce, perché la cupola che lei ha voluto sulla sua basilica è divenuta – infine, come per miracolo – davvero trasparente», ma pur sempre soprastata da quell’angelone aureo con pescione in mano.

Resto comunque affranto, per non aver potuto frequentare la suddetta Facoltà di Filosofia, che apprestandosi alla grande festa del decennale (18.09. 2012), ricorda che l'85% dei laureati in Filosofia al San Raffaele trova lavoro entro un anno (qualcuno, Barbara Berlusconi, anche prima: lavoro e un bel calciatore), ma soprattutto «ti offre una preparazione unica, permettendoti di discutere e di studiare con i maggiori filosofi viventi europei» (cisalpini invero): Cacciari, Severino, Vitiello, Reale, Natoli, De Monticelli, Tagliapietra, Mordacci, Donà, Di Francesco, Motterlini». Come sintetizza il titolo del sito: La filosofia e i suoi eroi.

Gli sventurati ateniesi che frequentavano l’Accademia o il Liceo o seguirono alla corte di Cosroe gli ultimi neoplatonici della Scuola, cacciati da Giustiniano, non poterono, ahimé, fruire di siffatto «ambiente aperto e pluralistico, in cui ogni corrente filosofica è adeguatamente rappresentata (dalla filosofia analitica all'ermeneutica, dalla fenomenologia alla metafisica, dal pensiero critico alla filosofia della scienza)». Il cerchio si chiude: cultura quizzistico-selettiva alla base (non crediate che l’Anvur sia meglio a livello di strutture e docenti strutturati), vuote declamazione nei luoghi di «eccellenza». Chiacchiere e distintivo.

Québec, studenti in lotta

Maria Teresa Carbone

Montréal brûle-t-elle?, «Montréal brucia?», era il titolo, qualche anno fa, di una raccolta di poesie della scrittrice quebecchese Hélène Monette. E davvero, oggi la capitale della provincia a larga maggioranza francofona del Canada è al centro di uno scontro durissimo per la decisione del governo del Québec di aumentare le tasse universitarie del 75 per cento nell’arco di cinque anni.

In sciopero dall’inizio di febbraio, gli studenti degli atenei di Montréal hanno organizzato il 22 marzo una manifestazione così allegra e insieme così imponente, che sul quotidiano «Le Devoir» Antoine Robitaille l'ha vista come quel momento «politicizzatore» che ogni generazione conosce, o dovrebbe conoscere. Ma né la manifestazione né il moltiplicarsi dei quadratini rossi di carta, simbolo dell’adesione al movimento universitario, sui baveri di uomini e donne non direttamente coinvolti nell’aumento delle tasse universitarie e tuttavia contrari alle politiche neoliberiste del premier Jean Charest, hanno smosso il governo del Québec. Soltanto a metà aprile, dopo quasi un mese di silenzio, è stato avviato un negoziato, ma la ministra dell’educazione, Line Beauchamp, ha deciso di escludere dal tavolo delle trattative l’organizzazione studentesca più attiva, CLASSE, accusata di non avere condannato in termini sufficientemente espliciti una irruzione negli uffici della stessa ministra, qualche settimana fa. Per questo, anche le altre associazioni di studenti hanno abbandonato il tavolo, in segno di solidarietà.

Così, nella notte tra mercoledì e giovedì scorso, decine di migliaia di giovani (ma anche non pochi docenti e famigliari) sono di nuovo scesi nelle strade. Partita in modo relativamente calmo, la manifestazione è stata dichiarata illegale dalla polizia, dopo che alcuni casseurs avevano preso a sassate le macchine delle forze dell’ordine. Così pesante il bilancio finale (ottantacinque arresti, macchine e negozi danneggiati) in una città abitualmente piuttosto tranquilla, che il sindaco della città, Gérald Tremblay, ha lanciato giovedì un appello alla ripresa dei negoziati, affermando che a essere in gioco, in questi giorni, è la pace sociale non soltanto di Montréal, ma dell’intero Québec. Per dimostrare la sua «buona volontà», Charest ha annunciato allora che l'aumento delle tasse universitarie sarà spalmato su sette anni. Ma gli studenti non ci stanno. Sera dopo sera scendono in piazza e al grido di «Questa non è un'offerta, è un insulto» studiano nuove forme di mobilitazione. Battaglia aperta, insomma, anche se – fa notare nel suo blog il giornalista Patrick Lagacé – i rischi non mancano: tre quarti dei quebecchesi sono insoddisfatti dell'attuale governo, ma sulla protesta studentesca sono in tanti ad avere un atteggiamento dubbioso, e sicuramente il premier Charest non mancherà di approfittarne.

Versione aggiornata di un articolo uscito su «il manifesto» sabato 28 aprile 2012