Cosa ci dicono le occupazioni delle università inglesi?

Nicola Montagna

Come sta cambiando l'università inglese a tre anni dalla decisione del governo di coalizione di triplicare le tasse? Una prima risposta la stanno dando gli studenti universitari che in queste settimane hanno occupato aule e sale per conferenze nei campus delle università del Sussex, di Birmingham, Manchester, Liverpool, Londra ed altre città.

Ma procediamo con ordine ed andiamo indietro di alcuni anni, e precisamente all'autunno 2010 quando il governo insediato da pochi mesi approva una legge che aumenta le tasse universitarie da £3000 ad un massimo di £9000. Questa decisione fu accompagnata da una vera e propria rivolta studentesca i cui episodi più significativi sono stati l'assalto alla sede centrale del partito conservatore e l'assedio del parlamento nei giorni di discussione della legge. Come è noto, purtroppo, la legge fu approvata.

Facciamo un salto in avanti di alcuni anni al febbraio 2013 quando alcune centinaia di studenti della Sussex University occupano il centro conferenze del campus universitario.
I motivi della protesta sono i piani di privatizzazione di alcuni servizi, tra cui la mensa ed i servizi di pulizia, e la richiesta di maggiore coinvolgimento degli studenti e del personale accademico nei processi decisionali. La direzione dell'università reagisce malamente ed espelle cinque studenti con l'accusa di avere creato disagi alle attività accademica.

Come spesso accade, l'uso del pugno duro, invece di intimidire e scoraggiare la partecipazione, polarizza gli animi e suscita la solidarietà di altre università, che a loro volta entrano in agitazione, e di nomi dell'accademia e dell'attivismo noti internazionalmente come quelli di Noam Chomsky, Vandana Shivan, Tariq Ali, David Graeber. L'occupazione dura diversi mesi e raggiunge il suo picco in marzo quando viene organizzata una manifestazione nazionale nel campus alla quale partecipano un migliaio di studenti, un evento abbastanza eccezionale per gli standard inglesi.

La scintilla del nuovo ciclo di mobilitazioni scocca il 20 novembre con l'occupazione dell'università di Birmingham a cui seguiranno quelle della Sussex University, di Manchester, Liverpool, Londra ed altre città britanniche. Queste occupazioni nascono in concomitanza con l'agitazione del personale accademico che indice uno sciopero generale, il secondo in un mese, per rivendicare un aumento dei salari che dal 2008, in pratica dallo scoppio della crisi economico finanziaria, hanno perso il 13% del loro valore.

Dentro questo nuovo ciclo, ogni università ha le sue rivendicazioni: la democrazia e l'agibilità degli spazi universitari, l'opposizione ai piani di privatizzazione dei servizi, la richiesta di migliori retribuzioni per il personale accademico e di un adeguato trattamento pensionistico per il personale addetto alle pulizie.

Uno degli epicentri, questa volta, è stata l'University of London dove all'inizio del mese un tentativo di occupazione è stato represso con la forza e per risposta mercoledì 11 dicembre, al grido di ‘cops off university’, si è svolta una manifestazione partecipata da più di mille studenti e con tanto di scudi per fronteggiare la polizia. Al di là della diversità delle rivendicazioni, ciò che accomuna queste mobilitazioni è l'opposizione a quella che gli studenti definiscono la 'marchetizzazione' dell'università. In altre parole, gli studenti si stanno opponendo ad una università che viene condotta come se fosse un' impresa e non come istituzioni pubbliche molto specifiche e che quindi non posso essere trattate al pari di enti privati finalizzati al profitto.

Le mobilitazioni di queste settimane stanno, quindi, rivelando la natura dei processi di ristrutturazione che attraversano l'università britannica e che dall'insediamento della coalizione di governo consevartori-liberaldemocratici hanno cominciato a prendere un passo sostenuto. Nel 2010, quando il nuovo governo si è insediato, l'attuale ministro per l'Università e la scienza ha dato un deciso impulso alla trasformazione del sistema universitario in un mercato competitivo, recependo le raccomandazioni di una commissione indipendente nominata dal governo laburista guidato da Brown.

Anzi, l'educazione universitaria è stata una delle prime ad essere investite dai tagli della spesa pubblica e dalla furia riformatrice e privatistica conservatrice. Sfruttando la crisi economica ed i tagli alla spesa per ridurre il deficit pubblico, i finanziamenti per l'università sono stati ridotti dell'80%, mentre i rimanenti denari sono stati destinati alle discipline strategiche e più remunerative, sotto tutti i punti di vista, come medicina, ingegneria e scienze. Contemporaneamente, per compensare questa voragine, le tasse universitarie sono state aumentate fino ad un tetto di £9000 all'anno - tocca alle singole università decidere quanto fare pagare ai propri studenti a partire da un minimo di £6000 - ed è stata aumentata la capacità di prestito che gli studenti possono avere dalle banche per finanziare i propri studi.

Come segnalava qualche anno fa l’Economist, la stragrande maggioranza delle università, per quanto mediocri, farà pagare il massimo delle tasse, non solo per avere più introti ma anche per non fare sembrare il loro prodotto meno scadente. Una semplice regola di mercato. Il risultato è che uno studente medio che finisce l'università si troverà con un debito, che ripagherà nel corso degli anni, di circa £35.000.

Bisogna notare che i pretesti che il governo ha usato per alzare le tasse, i piani di austerity ai quali anche l'università come il resto del settore pubblico deve sottostare e la scarsa qualita dell'offerta formativa, non reggono molto. L'università inglese non ha mai assorbito risorse eccessive ed anche prima dell'aumento delle tasse era nota per l'alta qualità degli studi. Si tratta, quindi, di una scelta politica, in linea con l’approccio conservatore che mira a ridurre, privatizzare, marchetizzare il settore pubblico.

Quindi, come sostiene Andrew McGettigan, che all'università ha dedicato un approfondito studio, The Great University Gamble: Money, Markets, and the Future of Higher Education (Pluto Press), il piano del governo non si spiegherebbe se non per la volontà di fare entrare nuovi fornitori di servizi formativi, come le grandi corporation dell'educazione e dell'editoria, che diminuiscano i costi dell'istruzione accademica ed accrescano la competizione. Esperimenti simili sono in già in corso negli Stati Uniti.

Alla University of Phoenix, di proprietà della Apollo Group, la più grande università del paese, la priorità viene data alle iscrizioni. Così, nel 2010 raggiunse il picco di 600.000 studenti studenti ed un ricavo annuo di $4 miliardi. Tuttavia i risultati non sempre sono eccellenti. Il 95% dei tutors sono part-time e solo il 16% degli iscritti raggiunge la laurea. Come se non bastasse, nell'ottobre 2012 ha annunciato la chiusura di 115 campus per la drastica riduzione dei profitti.

Questa è la marchetizzazione dell'università. Un sistema dove i finanziamenti vengono privatizzati e dove le università competono tra loro per attirare non solo un numero più alto di studenti ma anche i migliori, quelli che garantiscono il completamento del ciclo di studi.
In un sistema siffatto il valore dell'istruzione è deciso esclusivamente dalla sostenibilità finanziaria ed i finanziamenti delle singole università vanno soprattutto in marketing: campagne pubblicitarie e nuovi edifici progettati per attrarre nuovi studenti.

Come sosteneva Alberto Melucci, i movimenti sociali sono 'profeti del presente', parlano in anticipo ed annunciano le trasformazioni a venire. È ancora presto per dire se queste occupazioni dureranno e si diffonderanno. Per il momento, possiamo però dire che le mobilitazioni di questi mesi sono come i profeti disincantati di Melucci e rivelano le profonde trasformazioni che attraversano il modello di accademia che sta emergendo in Inghilterra. E probabilmente non solo in Inghilterra.

Il discorso delle classifiche

 Giorgio Mascitelli

Da un po’ di anni a questa parte si assiste alla proliferazione di classifiche in ogni campo: da quelli tradizionali dello sport e dell’economia fino alle città in cui si vive meglio o dei migliori vini (e sarebbe interessante a questo punto redigere una classifica anche dei fegati di coloro che hanno assaggiato tutte le bottiglie del mondo per arrivare a produrre la classifica mondiale dei vini).

Vi è in questa diffusione una volontà didattica, probabilmente, di abituare le persone a pensare per classifiche, cioè a pensare che ogni cosa sia traducibile in un equivalente quantitativo.

Le classifiche sono arrivate anche nel mondo della cultura e dell’istruzione: dapprima sotto forma di classifiche di vendite e di incassi, ormai oneste forme promozionali piuttosto attempate, poi come sistemi di indicatori di complesse realtà o fenomeni culturali. E qui, devo confessare, mi sarei aspettato un brusco arresto di questa ascesa perché la riduzione a cifre tonde di fattori assai complicati è un’operazione molto più aleatoria che ordinare le principali acciaierie di un paese o del mondo intero per fatturato o per utili.

Ma il paradosso è che quanto più le classifiche sono basate su fattori aleatori tanto più sono credute senza discussione. E, paradosso nel paradosso, riscontrano molto successo in ambiti come quello culturale o scientifico, dove ci sarebbero tutti gli strumenti intellettuali per un sano scetticismo.

 Prendiamo ad esempio la classifica mondiale delle università, QS World University Ranking del 2013, appena uscita: in essa tra le prime cento università ben sedici sono britanniche e solo tre tedesche. È un dato singolare, perché, come faceva notare un lettore del Sole 24 ore on line, i confronti tra l’economia e l’industria tedesche e quelle del Regno Unito farebbero pensare a un rapporto inverso. Dunque o questa classifica non è attendibile o non è vero, come sostengono tutti gli economisti, che ci sia una correlazione tra sistema universitario ed economia di un paese.

Un altro esempio è relativo agli Stati Uniti: naturalmente gli Stai Uniti hanno undici delle venti migliori università della classifica e ottantatré tra le prime quattrocento. Si tratta di una presenza che rivela sia la presenza di centri di altissimo livello, ma anche una qualità diffusa. Eppur se si incrociano queste posizioni lusinghiere con i risultati dell’indagine PIAAC sul grado di competenze linguistiche e matematiche nei paesi OCSE, troviamo una situazione differente: i giovani statunitensi di 16-24 anni hanno livelli sotto la media internazionale simili a quelli dei giovani italiani, che pure dispongono di una sola università nelle prime duecento.

 La mia impressione è che se anche queste critiche venissero rivolte in forme più articolate e autorevoli di questa, non sortirebbero effetto alcuno. Un po’ come successe con l’abbassamento di rating degli Stati Uniti da parte dell’agenzia Standard and Poor: l’amministrazione Obama fece notare che il giudizio era basato su un errore di calcolo, l’agenzia ammise l’errore e confermò l’abbassamento. Infatti il primo vero messaggio delle classifiche non è nei loro contenuti specifici, ma nell’effetto simbolico di potere di colui che può redigerla e, come per i re dei buoni tempi antichi, eventuali errori e arbitri non fanno che rafforzare questo effetto.

L’altro importante effetto simbolico è quello della trasformazione della classifica in un modello di discorso da imitare, una matrice non solo per altre classifiche, ma per il modo stesso di concepire le priorità, eliminando forme di discorso più consapevoli e analitiche. Al dibattito su ciò che possa essere una buona università, su quali siano i criteri e i fattori per determinarla si sostituisce una posizione o un numero: situazione che potrebbe essere considerata come una procedura di interdetto particolarmente efficace nell’ordine del discorso perché dove regnano i parametri non c’è bisogno di parole.

Prisencolinensinainciusol

Giorgio Mascitelli

La querelle sull’eliminazione dell’italiano dal biennio specialistico della facoltà d’ingegneria del Politecnico di Milano si è arricchita di un nuovo episodio lo scorso 23 maggio con l’annullamento da parte del TAR della delibera delle autorità accademiche in virtù dell’accoglimento del ricorso degli oppositori.

Questa vicenda non è un banale scontro tra umanisti e tecnici o tra provinciali e globalizzati, ma ha una sua centralità paradigmatica (e forse non solo paradigmatica) nella ridefinizione dei rapporti tra università e società in Italia e più in generale nell’uso sociale dei saperi. Che le cose stiano così è dimostrato dall’insofferenza con cui alcuni hanno accolto la forma della sentenza, prima ancora del suo contenuto, da parte di un tribunale dello stato perché è diffusa la convinzione che i grandi soggetti di tipo privato debbano trovare la loro autoregolazione attraverso accordi di governance e arbitrati non statali piuttosto che con uno strumento universalistico quale le leggi.

Da questo punto di vista, è indicativa la dichiarazione di uno dei docenti favorevoli all’eliminazione dell’italiano che spiegava che il corso della storia non può essere fermato dal Tar, quasi che i finanziamenti alla sua facoltà arrivassero da questa anziché dallo stato. Implicita in questa dichiarazione è l’idea che l’università abbia uno spazio sociale completamente autonomo dal luogo in cui ha sede e che il suo vero ambito sia quello virtuale delle classifiche, dei convegni e dei progetti internazionali.

L’università rivendica così di essere una multinazionale del sapere che può delocalizzare simbolicamente e linguisticamente come vuole perché non è più un’articolazione della società italiana né tanto meno del suo stato sociale. In questo senso la rivendicazione di autonomia non ha un significato di tutela della libertà della ricerca dai condizionamenti del potere politico, ma piuttosto una ridefinizione del suo statuto all’interno della nuova gerarchia reale dei poteri che sono sovranazionali e impolitici.

In fondo non è una novità, ma un ritorno alle origini medievali, quando l’università godeva dell’immunità dalla giurisdizione del sovrano. A suo tempo il rettore del Politecnico Giovanni Azzone aveva giustificato la scelta dell’eliminazione dell’italiano con la necessità di “formare capitale umano di qualità” nel quadro di un’economia ormai globalizzata. Si tratta di una definizione che ha il pregio della chiarezza anche lessicale e che da sola rende ragione di quel processo per cui “le università sono diventate soggetti attivi sul mercato, vendendo i loro servizi alle imprese e ai governi…” (Wallerstein).

Pertanto se il mercato è globale, l’università ne accoglie le priorità, anche se non coincidono con quelle della società: detto in soldoni, se la priorità delle autorità accademiche è quella di competere sul mercato internazionale della formazione fornendo ingegneri a tutto il mondo, quelle della società italiana, che sarebbe di avere ingegneri per le proprie esigenze, possono passare in secondo piano. Il che, sia detto en passant, ha come effetto collaterale di rendere poco appetibile l’investimento pubblico nell’istruzione.

È interessante notare che l’obiezione degli oppositori delle autorità accademiche, che imporre delle lezioni in inglese in un’università popolata perlopiù da docenti e studenti italiani significa ridurre la ricchezza culturale e scientifica delle stesse, non abbia trovato risposte di sorta. È come se il contenuto effettivo dell’insegnamento fosse secondario rispetto alle sue forme per i sostenitori dell’eliminazione dell’italiano.

Mi sembra che questo sia un indizio di un salto di qualità in quel processo, descritto a suo tempo da Lyotard con il nome di condizione postmoderna, di validazione performativa del sapere. La performatività in questa nuova fase si autonomizza perfino dal sapere stesso, venendo feticizzata in segno autonomo a discapito della stessa organizzazione razionale della trasmissione della conoscenza.

Per dare un contenuto concreto a questa formula astratta, voglio ricordare quanto mi disse un giovane giurista di ritorno da un master di una prestigiosa università statunitense: il valore di ciò che aveva appreso non poteva essere disgiunto dalla possibilità di esibire la tessera di old fellow della suddetta prestigiosa università e dal patrimonio di conoscenze e accessi privilegiati che essa portava con sé. Si tratta indubbiamente di un nuovo mondo che avanza, ma chi si ricorderà di come funzionava quello antico, quello di quando c’erano forche e sovrani per parafrasare il poeta, capirà anche il funzionamento di questo.

 

Il discorso sugli studenti

Giorgio Mascitelli

Il discorso sugli studenti è più complesso da tenere di quello sugli insegnanti per coloro che nella nostra società possono tenerlo ossia le persone di fiducia delle èlite internazionali perché gli studenti sono anche giovani e ciò complica obiettivamente le cose. I giovani nel discorso dominante della società sono un capitolo importante, come è spesso successo nel corso della storia, ma mentre nel passato erano la salvezza della società, ora sono loro a dover essere salvati. La situazione dei giovani è resa ancor più grave, in questo discorso, dal fatto che sono minacciati dai privilegi dei loro padri, che coincidono con quello che si chiamava un tempo lo stato sociale.

Essi non possono quindi fidarsi dei loro padri che li hanno messi nei guai, ma non possono neanche fidarsi di se stessi, che non sono educati all’obiettività, devono invece fidarsi delle figure disinteressate che sono state preposte a eliminare questi privilegi con metodi scientifici. Insomma, parafrasando il vecchio slogan sessantottino che esortava a non fidarsi di chiunque abbia più di venticinque anni, il messaggio ai giovani è di non fidarsi di chiunque abbia ancora bisogno dello stato sociale.

Il problema è che questo discorso che riguarda i giovani in quanto giovani si ingarbuglia se riguarda i giovani in quanto studenti sia perché le scuole e le università che essi frequentano, per quanto malconce, sono una parte importante dello stato sociale sia perché molti di questi studenti hanno tempo, che è denaro, per essere studenti grazie ai privilegi dei padri. Dunque in un certo senso il giovane per salvarsi dovrebbe lottare contro lo studente che è in lui, che è senz’altro un buon argomento per un’opera alla maniera di Ionesco, ma come programma politico sociale rischia di non essere particolarmente credibile. Per esempio se giustapponiamo due differenti dichiarazioni del presidente del consiglio onorevole Monti come l’invito a mostrarsi insoddisfatti di come sono stati trattati in passato, rivolto ai giovani in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico all’università Bocconi, con le esortazioni rivolte a più riprese ad accettare di non avere particolari pretese nel presente, un vago sapore alla Ionesco pervade la sfera di questo discorso pubblico.

Si tratta di un’impressione sbagliata naturalmente perché sono due categorie di giovani diversi quelli a cui il presidente Monti si rivolge nelle differenti circostanze in quanto appartengono a differenti categorie di studenti: gli uni studenti di una prestigiosa università privata, alla quale ci si iscrive grazie ai soldi dei padri, gli altri di scuole pubbliche, che esistono grazie ai privilegi dei padri. È probabile che se il discorso sugli studenti distinguesse sempre a quale tipo di studenti si rivolge nelle sue varie articolazioni diventerebbe meno complicato: ma non credo che questa via così semplice verrà percorsa.

È più probabile che qualcuno pensi di semplificare le cose: per esempio se si provvedesse a eliminare i privilegi dei padri, le scuole pubbliche costerebbero come quelle private e gli studenti di quelle si iscriverebbero grazie ai soldi dei padri oppure smetterebbero di essere studenti e così magari non farebbero più neanche gli schizzinosi.

Il calendario Maya dell’editoria

Ilaria Bussoni

In attesa delle periodiche statistiche di fine anno che ci daranno la misura della flessione della vendita dei libri in Italia, di come «crisi» e rigore dei consumi si traducono per uno dei principali beni culturali, è sorprendente constatare l’inedita esplosione di un singolare genere letterario. Libri di cucina? Editoria per bambini? Graphic novel? Ebook? Niente di tutto questo. Sono i libri che andavano pubblicati entro il 20 novembre 2012. Rigorosamente entro il 20!

Una nuova forma di strenne? Una strategia di marketing per accaparrarsi il mercato? Affatto. Più semplicemente, la prima abilitazione scientifica nazionale per professori universitari di prima e seconda fascia. Un concorso, insomma. Entro il 20 novembre i candidati dovevano infatti sottoporre all’Agenzia nazionale di valutazione del sistema Universitario e della Ricerca (Anvur) i risultati della ricerca effettuata negli anni precedenti, atti a colmare ciò che il ministero dell’Università e della Ricerca chiama «indicatore bibliometrico». In sostanza, quanto hai pubblicato, con quali editori, quanto ti hanno letto e citato, quanto ti hanno tradotto. Un «indicatore» basato su modelli matematici, in grado di stabilire scientificamente merito, padronanza dei saperi e forse persino intelligenza. Finalmente un criterio oggettivo per far passare università e docenti da costumi medievali alla libera concorrenza!

Per questo negli ultimi mesi tutte le case editrici con un catalogo di saggistica, scienze e scienze umane (quello strano genere definito «non fiction») si sono viste sommerse dalla richiesta di «prove scientifiche» della qualità della ricerca dei loro autori. Centinaia e per le più fortunate etichette editoriali persino migliaia di richieste di testi, libri, articoli in pdf. E infatti, come dal medico, c’è chi per fornire il «certificato di ricerca» si è fatto pagare: dai 15 ai 20 euro per ogni singolo pdf consegnato all’autore. E già questo ha dato un aiutino all’editoria in crisi.

Ma la vera svolta per l’editoria «di scienza» si è avuta con l’avvicinarsi della fatidica data del 20. Quando si è scatenata una corsa sfrenata alla pubblicazione animata dal desiderio degli autori/docenti di incrementare il proprio «indicatore bibliometrico». Niente di anomalo se fossimo in Francia, ad esempio, dove la ricerca universitaria finisce spesso in un libro come gli altri e saranno anche i lettori, gli appassionati o gli studiosi in genere, oltre che la comunità scientifica, a valutarlo. Lì saranno anche gli editori a decidere, rischiando le proprie risorse, se quel libro di quel docente ha un pubblico e a convincere i librai che, se non proprio a breve termine, prima o poi potrebbero venderlo.

Dalle nostre parti, invece, che un libro scientifico non lo legga se non chi è davvero obbligato (studenti in primis) è cosa scontata. Per questo lo si finanzia: con fondi propri dell’autore, con fondi di ricerca del dipartimento, con l’eredità di famiglia o soldi pubblici. In Italia, nessun editore pubblica «scienza» a proprio rischio e pericolo, cioè gratis. E di questi mesi, con l’aumentare della «domanda» di pubblicazione, sono aumentati anche i prezzi, una parabola inflattiva dal 30 al 50%. «È il mercato bellezza». Così l’editoria «di scienza» si è fatta un tesoretto a forza di distribuire Isbn e «finito di stampare» entro il 20 novembre.

Il ministero per la Ricerca e l’Università avrà a breve tutti i parametri per valutare la qualità dei suoi docenti, resta però da sapere chi valuterà la trasparenza dei fondi pubblici utilizzati e le pratiche di un’editoria che con la ricerca e l’innovazione hanno ben poco da spartire. Resta poi da capire se questa editoria sia qualcosa da difendere e preservare come un bene di tutti – un bene per la cultura? – o meglio sarebbe augurarsene la totale estinzione, magari in virtù di un diritto all’accesso dei saperi prodotti in uno spazio pubblico quale le università o di un modello aperto e reale di redistribuzione della scienza. Prossima scadenza: 21 dicembre.

I’m choosy

Augusto Illuminati

Aiemmeciusi, sono schizzinoso, che ci volete fare. Anzi, fin troppo scrupoloso nelle scelte: choosy rimanda etimologicamente a un esagerato to choose. Quando sento accusare i tecnici e in particolare l’ineffabile Fornero di spirito troppo professorale, mi sento chiamato in causa per ragioni di colleganza: dopo tutto sono un parigrado, con qualche anno in più di esperienza, da povero pensionato per fortuna pre-riforma Fornero. Collega, dunque, con qualche piccola differenza imputabile a opzioni personali e a pur sempre soggettivi criteri etico-professionali. Mi sono sposato fuori dell’ambiente (vabbè, sono ragioni chimiche, ma evitano malintesi, soprattutto se il partner fosse uno già potente nel settore), non ho incoraggiato mia figlia a seguire le mie orme (questione di attitudini, d’accordo, ma ancora per schivare malintesi), ho cercato di restare all’interno di uno standard professionale di ricerca e pubblicazioni – quello che poi sarebbe stato pedantemente schedato in base a indici bibliometrici e alle ridicolaggini Anvur –, uno standard rispetto a cui la prof. Fornero è piuttosto al di sotto, offrendo facili argomenti ai critici della meritocrazia. Ma soprattutto ho cercato, con esiti variabili, di farmi carico della formazione delle giovani persone con cui venivo in contatto –una mission, wow, una mission!– e di riflettere anche sulle difficoltà del loro riconoscimento sociale e professionale.

Che in Italia, per una restrizione delle attività produttive in senso lato, una sciagurata politica scolastica e, non ultimo, un calo demografico e dunque una composizione del corpo elettorale sfavorevole alla rappresentanza di interessi delle generazioni più giovani, si sia determinato un privilegio dei primi occupanti le posizioni di potere e reddito, è un dato oggettivo. Ragion per cui è immotivato ogni atteggiamento di disprezzo paternalistico o risentito per chi è rimasto fuori dalla scialuppa del Titanic. Diciamo: non è elegante sublimare e spiattellare il (comprensibile) risentimento generazionale per chi (malgrado tutto) si diverte di più e, ahinoi, ci sopravviverà, nelle forme dell’insulto gratuito o di un’inesistente superiorità politica e culturale, laddove sussiste soltanto uno scarto irrimediabile di reddito e aspettative occupazionali imputabile al neoliberismo globale e alla grettezza politica locale. Sulla base della mia esperienza docente, mi sentirei di dare un giudizio positivo sulle leve più recenti di studenti, sempre tenendo conto delle differenze individuali e degli ostacoli frapposti dallo studiare fuori sede e dalle intermittenze del lavoro precario.

In complesso ho registrato nei più motivati una maggior padronanza delle lingue moderne (non delle antiche) e degli strumenti informatici, bilanciato da una contrazione del lessico e della proprietà ortografica che forse rientra in una trasformazione irreversibile della competenza linguistica. L’allargamento sociale della platea di iscritti, impetuoso negli anni ’70, in seguito molto rallentato, e la diversa composizione di genere consentirebbero un reclutamento migliore di operatori culturali di vario livello. La qualità degli aspiranti dottorandi e degli sparuti assegnisti è notevole e non è infrequente che dei ricercatori abbiano attitudini e bibliografie superiori a quelle di associati e ordinari addormentati dopo le valutazioni di ingresso. Il vero problema è che alla buona produttività non corrisponde neppure lontanamente una possibilità di impiego strutturato, con conseguenze nefaste sulla tenuta dell’Università e sullo sviluppo della ricerca. I più intraprendenti se ne vanno all’estero: buon per loro, ma lo spread aumenta e non è riassorbibile.

La retorica sui fannulloni, gli sfigati, da ultimo i choosy, non è soltanto cretina ma rivela l’arroganza di chi gestisce, in modo davvero poco professionale e ancor meno professorale, il declino programmato del Paese e il disfacimento dell’Europa. Non è faccenda d’età (di giovanotti coglioni sono piene le cronache politiche e televisive), ma di rottami non riciclabili abbandonati per strada a bloccare il traffico: la recidiva ministra suddetta e il suo garrulo vice Michel Martone, il banchiere Passera che esalta la finanza caymaniana e caimanica, Profumo che agita bastone e carota, Terzi che auspica un coinvolgimento militare in Siria, ecc. – solo per limitarci ai governanti attuali e non infierire sulla discarica di Arcore. A forza di tirare la corda magari qualche scontento finirà per ribellarsi, anzi qua e là lo sta già facendo. Le voci dei Guardiani cominciano a incrinarsi, chiocciano. I’m choosy, e pure un po’ incazzato.

Una risata non li seppellirà

Dal numero 23 di alfabeta2 che esce in questi giorni nelle edicole, in libreria e in versione digitale

Daniele Giglioli

La cosa più sbagliata da fare è prenderli sottogamba, metterla in burletta, lasciarsi sedurre dall’incredibile mole di pasticci, retromarce, figuracce, ragionamenti sghembi e trattative levantine che hanno accompagnato in questi anni, in Italia, l’introduzione tardiva della cosiddetta «cultura della valutazione»: nell’università, nella scuola, nella pubblica amministrazione. Un paranoico potrebbe perfino pensare a una geniale strategia di comunicazione suggerita da qualche costosissimo spin doctor: non abbiate paura, siamo buffi. Sono buffi, ma di paura ne fanno e come. Certo la tentazione è forte: basterebbe raccogliere un dossier di neologismi tautologici, anglismi maccheronici, cifre sbagliate, test farlocchi, passarlo a un bravo comico (un Guzzanti, un Albanese), e l’effetto sarebbe assicurato, specie in un paese dove l’unica opposizione culturale visibile dell’ultimo ventennio è stata svolta, purtroppo, dalla satira.

Chi non ricorda il rettore della Sapienza mentre difende con vibrante accento sabino un test di ingresso basato sulla grattachecca della sora Maria? Chi non sorriderebbe (amaro) a rileggere i report delle agenzie di rating che ancora nel 2007 spergiuravano affidabilissimi i derivati della Lehman Brothers? Ma il pericolo è reale, e non c’è catarsi comica che possa scongiurarlo. La cultura della valutazione non usurpa il proprio nome, è davvero una cultura, una visione del mondo, un programma che ha ben chiaro, se non come va il mondo, almeno come dovrebbe andare. E prende piede, acquista carisma, fa ciò che dice, lo produce nel momento stesso in cui si insedia nei gangli di ogni agenzia decisionale.

Scuole e università, comuni e regioni, teatri e ospedali, musei e parchi verranno sempre più pensati e finanziati – da parte di un potere politico che sta cedendo ogni giorno porzioni della sua sovranità con l’allegra spensieratezza del patrizio rovinato, e da parte di un’opinione pubblica impotente di fronte al ricatto di termini civetta come meritocrazia, efficienza, prestazioni, razionalità (nientedimeno!) – in ragione di un punteggio assegnato, dicono i valutatori culturalmente più avveduti, non sulla base dei contenuti o del valore delle prestazioni, ma sulla loro efficienza, a sua volta identificata con l’adeguamento a standard che si pretendono oggettivi quanto più sono arbitrari. Sotto le spoglie di un’algida e impersonale terminologia pseudoscientifica, la cultura della valutazione è una forza che si fa ragione, non una ragione che diventa forza: o funzionate come diciamo noi, o siete fuori. E non conta nemmeno il fatto che perfino nel ramo in cui ci siamo inventati maestri prendiamo un granchio dietro l’altro: l’autorità, non la verità detta la legge.

Da terreno di razionalità intersoggettiva, procedura verificabile, libero dibattito, la scienza degrada a diktat, imposizione, uso connotativo, affettivo, alonale di parole e numeri che servono a sedurre, a stupire, ad ammutolire, non a dimostrare. La cultura della valutazione ha dalla sua molti punti di forza. La trasformazione molecolare del triangolo che ha dato forma al rapporto tra potere, sapere e produzione nell’età moderna (stato nazione, partiti di massa, istruzione obbligatoria, università humboldtiana, welfare, ricerca pubblica) è un fatto, non un’invenzione dei banchieri, dei tecnocrati o dei cantori della moltitudine. (Un’invenzione è semmai il ritornello: bisogna comunque razionalizzare, non ci sono più risorse. Le risorse ci sono e come, basterebbe chiederle indietro a chi se le è intascate. Razionalizzare non vuol dire accettare la miseria). Un fatto è che di fronte allo strapotere della finanza mondiale, apparati governamentali e non sovrani come le burocrazie tendono sempre più a porsi come unica controparte, come interlocutore che tratta da potenza a potenza, del capitale finanziario: da qui dovete passare, con le nostre procedure dovrete fare i conti, voi che pure vi dite tanto insofferenti dei famosi lacci e laccioli. E un fatto, infine, è che, almeno in un paese come l’Italia, lo status quo è indifendibile.

Non vi piaceremo, ma vi andava bene come andavano prima l’organizzazione scolastica, il reclutamento universitario, il funzionamento della pubblica amministrazione? Non vi lamentavate tutti degli sprechi, della corruzione, del nepotismo, della malagestione? Non ce l’avete fatta a riformarvi da soli, è giusto che qualcuno vi commissari. Fidatevi di noi, poiché non potete fidarvi di voi stessi. Questo è il punto cruciale, il punto d’onore della cultura della valutazione, ciò che ne fa davvero una cultura e non solo una tecnica. La sfiducia. La presunzione di minorità. La diffidenza nei confronti della capacità dei soggetti di autogovernarsi: vi ci vuole un padrone, il sovrano ieri, il tecnocrate oggi, l’agenzia terza, l’autorità nominata dall’alto, l’autoproclamata società di esperti muniti di banche dati, grafici e statistiche (raccolti a pagamento; e spacciati con tecniche di comunicazione da Gatto con gli Stivali: di chi sono queste terre? Ma del Marchese di Carabas!).

Diffidenza da trasmettere ai soggetti con ogni mezzo necessario. L’operazione è già a buon punto. Stupisce quanto debole – a parte l’opera meritoria di chi è capace di smontare pazientemente il meccanismo; e a parte qualche resistenza corporativa – sia stata la reazione di chi rischia di vedere stravolto il senso del lavoro che fa da uno scombiccherato armamentario di sofismi. Presupponendo cittadini inermi, la cultura della valutazione contribuisce a crearli: chi ha tempo e voglia di addentrarsi in quella boscaglia di pseudo numeri e pseudoconcetti? E ne vale la pena, intenti satirici a parte, nel momento in cui è acclarato che non la razionalità ma un principio di autoelezione inverificabile presiede a quelle pratiche? Tentare di prendere in castagna la cultura della valutazione sulla base dei suoi sfondoni è divertente e utile, ma non decisivo. Urge invece contrapporle un’altra cultura. Ci vorrà tempo, pazienza, idee e soprattutto fiducia nelle idee.