Dopo il Leviatano

Nicolas Martino

«The horror! The horror!» Le ultime parole pronunciate da Kurtz nello straordinario romanzo di Joseph Conrad svelano inequivocabilmente il «cuore di tenebra» della cultura occidentale che è al centro della ricerca filosofica e politica di Giacomo Marramao (come si dispiega in questo volume del 1995, ora ripensato e assai ampliato): la logica dell’identità e della reductio ad unum. Una logica intorno alla quale si è organizzata una Modernità che attraverso l’ordine Sovrano ha creato il Pubblico e il Privato, il Popolo e l’Individuo, lo Stato e l’Identità, maledicendo la moltitudine della «differenza».

Una ricerca tesa a restituire la profondità di campo del Moderno, a dispetto di tutte le retoriche postmoderne del dissolvimento e oltrepassamento della modernità. Distante dall’abbandono «debolista» alla deriva dell’esistente, ma anche da quelle posizioni che leggono la modernità come progetto incompiuto da rilanciare attraverso un paradigma comunicativo-consensuale, e sempre attenta a bypassare gli idola del postmoderno come quelli della modernità. Già, perché la condizione postmoderna si rivela ben poco radicale, soggiacendo in realtà alla condizione moderna, tanto che, avrebbe detto Michelstaedter, «non può uscire dal gancio, poiché quant’è peso pende e quanto pende dipende».

Ecco quindi che il «futurismo» del Progetto moderno e il «presentismo» dell’Antiprogetto postmoderno si rivelano essere i due lati dello stesso processo moderno di temporalizzazione della «catena dell’Essere», e il multiculturalismo dei «ghetti contigui», delle differenze che rivendicano la loro specificità rapportandosi le une alle altre come «monadi senza porte né finestre», riproduce e moltiplica in sedicesimo la stessa logica identitaria moderna. Colonizzazione del futuro ed eternizzazione del presente, individuo e comunità, si rapportano l’un l’altro come in un gioco di specchi o double bind.

Ecco perché, ora che siamo oltre la soglia dello Stato-Leviatano, e la Modernità si è trasformata in una Modernità-Mondo, risultano sterili e retorici i superamenti e i rovesciamenti. Bisogna invece lavorare a uno spostamento laterale, e dall’interno stesso della ipermodernità aprire la breccia all’universalismo della differenza (al singolare): una sintesi disgiuntiva distinta «per un verso dall’universalismo dell’identità di stampo illuministico, per l’altro dall’antiuniversalismo delle differenze di stampo multiculturalista».

Questa la proposta avanzata dopo una densa e poderosa analisi della patogenesi del Moderno che attraversa, tra gli altri, Schmitt e Foucault, Weber e la Scuola di Francoforte, gli austromarxisti e i politologi e giuristi weimariani, compresa una preziosa rilettura dell’opera di Borkenau, La transizione dall’immagine feudale all’immagine borghese del mondo (1934) e della polemica che oppose Borkenau e Grossmann intorno al problema dei rapporti fra struttura sociale e sovrastrutture filosofiche. Tanto più affascinante oggi quando ci troviamo ad attraversare un’altra transizione.

Per chiudere, un’ultima osservazione: Marramao giustamente sottolinea come a differenza delle rivoluzioni moderne, che ponevano al primo posto il cambiamento delle strutture, ora è invece necessario spostare l’attenzione sulla costituzione dei soggetti. E in questo senso risulterebbe particolarmente produttivo indagare la natura paradossale di quella jouissance (Lacan) che assoggetta il corpo immettendolo in un movimento interminabile di ricerca del godimento. Si tratta della strategia giocata dalla controrivoluzione neoliberista degli anni Ottanta, che puntava a colonizzare il cuore e l’anima, sintetizzata dalla famosa ingiunzione di Margaret Thatcher: «Arricchitevi!»

Dunque la trasformazione non potrà che prodursi nella capacità dei soggetti di sottrarsi a una enigmatica servitù volontaria, per cui si combatte ormai per la propria servitù come se si trattasse della propria libertà. Lo spazio di questa scommessa potrebbe essere proprio l’Europa, se questa si costruirà come spazio comune di «costituzione dei soggetti collettivi del cambiamento» e, aggiungiamo, come spazio poststatuale rigenerato dalla lezione di Machiavelli e quindi attraversato dai tumulti del comune.

Proprio alla questione dello spazio, e del suo rapporto con il tempo, o meglio allo spatial turn, è dedicato l’ultimo, importante, capitolo del libro, in parte anticipato in un articolo apparso sul numero 30 di alfabeta2.

Giacomo Marramao
Dopo il Leviatano. Individuo e comunità
Bollati Boringhieri (2013), pp. 480
€ 26,00

Dal numero 34 di alfabeta2 in edicola e in libreria in questi giorni

Una morale quotidiana

Andrea Staid

Una conversazione con Franco La Cecla intorno ai temi del libro scritto a due mani con Piero Zanini pubblicato da elèuthera

D. Le routines sono gli appigli che salvano nei momenti difficili che consentono di vivere i drammi personali e collettivi le crisi epocali e le trasformazioni del mondo, la filosofia e la sociologia hanno chiamato queste strutture ripetitive in vario modo da forme di vita di Wittgenstein alle tecniche del corpo di Mauss all’habitus di Bourdieu, puoi spiegarci meglio cosa intendi quando parli di routines?

R. Credo che le routines sono il modo in cui noi ci trasformiamo in qualcosa che diventa quasi oggettivo, sono la passivizzazione del soggetto che simula di essere un po' una macchina, un dispositivo di ripetizione. È un modo che hanno le culture di fissare il tempo, di renderlo ciclico, di dare allo stare in un posto una stabilità apparente. Sto lavorando in questo periodo sui rosari di preghiera in varie religioni e mi rendo conto che le routines sono una forma di ritualità, e che ogni rito ha un aspetto ripetitivo fondamentale. Su questo ha scritto Hume, ma anche Husserl e questa struttura delle routines è l’equivoca “coazione a ripetere” freudiana, ma Freud aveva capito solo una parte di questa faccenda. La vita quotidiana è costituita dal bisogno di ripetere come dal ripetere i bisogni, i desideri. La struttura del desiderio è ripetitiva.

D. Fondamentale quando parli dell’antropologia dell’etica ordinaria cioè il tentativo di affrontare nuove situazioni di contatto, scontro, nuovi piani individuali e collettivi che si intersecano, crisi personali e collettive e trasformazioni dovute a queste… Ma cos’è questa etica quotidiana?

R: L’etica quotidiana è un accordo implicito tra conviventi o coabitanti: ci si mette d’accordo senza quasi accorgersene. E si tratta di regole di buon vicinato che a volte smarginano in una morale ma più spesso rimangono un sistema di buone maniere e di maniere giuste di comportarsi e vivere, dove giuste sta per l’idea della giusta misura e non della giustezza morale. Però questa morale per la vita di tutti i giorni è la base fondamentale su cui costruire tutto il resto. Se non c’è questa costruzione implicita di regole comuni non si può andare “oltre” pensando ad un diritto e a dei diritti umani: La cosa che a me sta a cuore è sostenere che le società sono capaci di produrre una “pre-morale” efficace.

D. Altro passaggio molto interessante nel testo tuo e di Piero Zanini è quando parlate della carne solida del farsi città, la trasformazione dei sogni in possibilità parlando per esempio di piazza Tahrir del Cairo, come un luogo del riscatto…

R. Questa è la rilettura che a distanza di vent’anni faccio, con l’aiuto di Piero Zanini della “mente locale”. La mente locale è possibile solo nella carne viva di un luogo, nell’abitarci e nel diventare parte di esso e nel farlo diventare parte di sé. Per questo i luoghi sono importanti, perché siamo carne e geografia e per questo stanno diventando molto più importanti dei luoghi virtuali. Piazza Tahrir è più forte simbolicamente della rete come lo è Wall Street. Non si può occupare la rete come si occupa un luogo. Èquello che per esempio il movimento dei grillini non capisce. Il bisogno di carne, di fisicità, di incontro effettivo vis a vis è ben diverso dalla rete. Per questo loro non riescono a fare “corpo” insieme, perché sono ancora defisicizzati e non hanno un luogo simbolico a cui aderire.

D. Credo che una morale per la vita di tutti i giorni significa che le regole che la gente si dà per vivere sono regole vive e non sono vissute più come comandamenti esterni, ma come maniere di fare, come pratiche di vita, come forme di vita. Con l’esplodere dei flussi migratori cosa dobbiamo aspettarci nel prossimo futuro nelle nostre metropoli, come possono reagire le istituzioni che invece da sempre impongono le proprie regole e che difficilmente capiranno la rinegoziazione culturale che nasce dal basso?

R. Le istituzioni sono sempre indietro rispetto al farsi e rifarsi delle società. Questa è l’intuizione dell’antropologia. Le altre Scienze umane non hanno capito questa capacità autopoietica delle società e sono ancora dentro ad una visione pessimista dei “ dispositivi sociali”. Pensa a Bauman, la sua lettura rimane moralistica al fondo e non coglie nelle società le spinte che stanno alla base del loro riprodursi. Èvero che è sempre possibile la disgregazione, lo sfascio sociale, ma è possibile anche il contrario proprio perché le società si muovono, muoiono, rinascono, rimangono implicite e sono trascinate da derive che le fanno inabissare o riemergere: abbiamo bisogno di una lettura alla Benjamin delle società. Non si tratta di credere a una intelligenza collettiva, ma piuttosto ad una deriva di sogni, ad un fiume implicito e spesso incosciente che porta avanti i desideri come strutture sociali.

D. Penso che uno delle critiche più forte nel testo è quella ai diritti umani scrivi che il tempo dei diritti umani è un fuori tempo cosa intendi?

R. Quando parlo di fuori tempo mi riferisco all’astrattezza dei diritti umani. Spesso questi fanno fatica ad imporsi e ad essere rispettati perché rimangono “sulla carta”, nella assoluta astrattezza della legge. Per un verso è inevitabile, i diritti umani devono essere al sopra dei contesti a cui si applicano, per altri questo è dovuto al fatto che l’universalismo elaborato delle culture occidentali è diventato talmente legato all’idea di dominio da avere perso la forza dirompente che aveva. Siamo figli di una civiltà cristiana universalistica e di un pensiero filosofico che dell’universalismo ha fatto la sua bandiera: e dovremmo esserne orgogliosi. Per altri versi l’antropologia nasce proprio da un impulso anti-universalistico e solo recentemente ha fatto una capriola al contrario, recuperando l’universalismo come anti-relativismo. Ma la partita si gioca proprio di questi tempi e l’antropologia ha un ruolo fondamentale nel fare rispettare le differenze, ma anche nel sottolineare le cose che l’umanità ha in comune.