Le coppie, l’amore e il Parlamento

coppieLetizia Paolozzi

La donna ama l’uomo; l’uomo ama la donna. Aspirano a un destino comune: fino a qualche tempo fa, questo destino era coronato da marcia nuziale, fiori d’arancio e poi da uno (o più) bambini. Ripeto: «Fino a qualche tempo fa». Giacché oggi la voglia di sposarsi scarseggia. Nel 2013, per la prima volta, i matrimoni in Italia sono stati meno di 200 mila, cioè 194.057. Il 42,5 % civili, mentre aumentano le convivenze e insieme le LAT (Living Apart Together), cioè coppie che stanno insieme però ognuno sotto il proprio tetto (libertà va cercando, ch’è sì cara?)

Tanto per avere un’idea del cambiamento: 246.613 i matrimoni nel 2008. Nel 1965, 399 mila, di cui solo 1,3% civili. Dopodiché, negli anni della crisi sono anche diminuiti i figli (trend già affermato da tempo). La risalita del numero di figli per donna tra 1995 e 2008 (da 1,19 figli per donna a 1,45) negli anni recenti è andata tutta persa: ora si rinuncia al secondo e terzo figlio e si rinvia il primo. Nel 2008 nascono 569.366 bimbi. Nel 2014 record assoluto negativo: nascono 509.000 bimbi (dal libro di Roberta Carlini, Come siamo cambiati. Gli italiani e la crisi, Laterza 2015).

Si potrebbe sostenere che queste cifre vengono incontro a una vecchia ambizione del femminismo: la distruzione della famiglia. Avevamo, sicuramente, delle buone e legittime ragioni. Ma la famiglia è cambiata. E siamo cambiate/i noi che la guardiamo con occhio diverso. L’unione tra due è un bene da difendere perché «fa» società e la rende meno selvatica, meno brutale. Volete una controprova? I senza tetto, gli homeless, annaspano per via della crisi economica ma anche di quella della famiglia. Quanto ai legami affettivi, il loro valore lo dimostrano i benefici, le protezioni (li chiamano diritti) attribuiti alla coppia unita in matrimonio. Elementare, Watson! Ci riferiamo al duo maschile/femminile. Finora nessun riconoscimento alle coppie dello stesso sesso. Quasi che la democrazia, che pure non ha una forma assoluta ma procede per approssimazioni, le condannasse a restare nell’ombra; quasi rifiutasse di dare loro «accoglienza».

Eppure, che l’unione a due sia un bene l’ha scritto pure il direttore del quotidiano della Conferenza Episcopale, Avvenire, poggiando su una interpretazione estensiva dell’articolo 2 della Costituzione, in cui si attribuisce alle unioni omosessuali il valore di formazione sociale «ove si svolge la personalità» del singolo. Adesso è in dirittura d’arrivo il DDL Cirinnà sulle unioni civili. Si dia pace NCD, invece di lanciare fulmini e minacciare sfracelli: nel DDL non si parifica l’unione civile al matrimonio eterosessuale. Qualcuno lo giudica un orrido compromesso? Succede per qualsiasi legge. Ma nel nostro caso la legge pare piuttosto sbilenca dal momento che cita espressamente l’unione (omosessuale).

Sarebbe importante che il 26 gennaio prossimo, quando il DDL approderà nell’aula del Senato, i parlamentari non lo trasformassero in un campo di battaglia intorno alla stepchild adoption (considerata una specie di porta dell’inferno aperta sull’adozione e sulla pratica dell’utero in affitto). Probabilmente non andrà così. Ci troveremo con quella roba fumosa dell’«affido rafforzato»? Certo, nelle aule parlamentari si aggirano deputati e senatori che intrecciano odi alla coppia babbo-mamma. Spostarsi da quel gruppo statuario non è consentito.

Non mi piace (come, ad esempio, la reversibilità delle pensioni solo per le coppie gay), tuttavia capisco che il campo giuridico e quello della riflessione hanno bisogno di luoghi e linguaggi differenti. Quando i campi si confondono, producono appelli (come nel gruppo Se non ora quando - libere) sorretti dalla proibizione e dal divieto. A me pare un errore. Preferisco ricercare un senso alle relazioni (nella famiglia, con i figli) attraverso storie di affetto, solitudine, mancanza, dono, egoismo, amicizia. Preferisco interrogarmi sulla «coscienza del limite» e sul desiderio, anche perché mi è chiaro che qualche lezione di «politicamente corretto» non cancella secoli di consuetudini (spesso egoiste, competitive, individualiste) dei maschi Alfa. E dell’invidia che coltivano per il potere materno. A proposito di questo potere noi donne, teniamo davvero a restarci incollate? Oppure in questo modo rischiamo di affermare non la differenza, ma una divisione normativa di ruoli che alla fine conferma il mondo che volevamo ribaltare?

Complicato andare alla radice dei problemi. Quanto al Parlamento, una volta approvate le unioni civili, dovrebbe rimettere mano alle adozioni: norma che funziona male e che pure né le coppie gay né quelle eterosessuali hanno impugnato. Almeno non con la potente leva agita per altri «diritti» fino adesso non riconosciuti. Sarà perché vince il desiderio assoluto che il figlio nasca dal «proprio» seme? Sarebbe interessante discuterne e ascoltarsi. Non si vede bene che con il cuore, era il segreto confidato dalla volpe al Piccolo principe. Ma ho paura che il Parlamento sia piuttosto strabico.

Matrimoni e libertà

Bia Sarasini

Il matrimonio gay è al centro della scena. A Londra, a Parigi, nonostante il diverso orientamento politico dei governi. Il premier conservatore Cameron ha ottenuto l’approvazione della legge del matrimonio gay nella House of Parliament, ora tocca alla House of Lords. In Francia il socialista François Hollande ha visto votare dall’Assemblea nazionale la legge che prevede matrimoni e adozioni gay, che deve passare al Senato. In Europa già Belgio, Danimarca, Olanda, Svezia, Norvegia, Spagna, Portogallo, Islanda hanno legalizzato il matrimonio omosessuale, come Canada, Sudafrica e nove stati Usa.

Grande eccezione, la Russia di Putin, dove l’assemblea della Duma ha approvato in prima battuta una legge che dell’omosessualità proibisce addirittura di parlare e scrivere. Ci sono discussioni e divisioni: in Francia per il 24 marzo si prepara una nuova grande manifestazione contro la legge, e David Cameron incontra l’opposizione del suo stesso partito, ma l’iter procede e tutto fa pensare a una conclusione positiva.

E in Italia? La situazione è decisamente diversa, come si è visto benissimo nella campagna elettorale, dove diritti civili in generale e in particolare il matrimonio gay sono stati tenuti fuori dalla scena. La coalizione di centrosinistra (Pd, Sel) si è accordata sulla legge sulle unioni civili, anche se Sel sostiene il matrimonio, che è nel programma di Rivoluzione civile. Mentre M5S parla di matrimonio per tutti. Una situazione difficile, confusa, in cui i movimenti Lgbt, duramente provati dalle sconfitte subite negli anni passati – si ricorderà il balletto ai tempi del governo Prodi intorno ai Dico –, propongono un unico obiettivo che supera tutte le divisioni: il matrimonio, appunto.

Più che i politici, sembra che solo il Vaticano abbia prontamente registrato un cambiamento di clima, con le parole di monsignor Paglia, che ha parlato di diritti degli omosessuali, persone che «come tutti devono essere amate».

E non c’è dubbio che i diritti dei gay, nei mille intrecci tra famiglia, educazione, sacerdozio, sono tra le questioni aperte che si troverà ad affrontare il nuovo papa. Benedetto XVI, dal canto suo, ha ripercorso sempre e solo la tradizione: il matrimonio gay, aveva detto solennemente lo scorso dicembre in occasione della Giornata della pace, è «un’offesa contro la verità della persona umana, una ferita grave inflitta alla giustizia e alla pace». Ecco, la tradizione. Il matrimonio gay la cambia, o ne ribadisce la forza? Illuminante la posizione di David Cameron: «Io sono a favore di tutto ciò che rafforza la famiglia, dunque anche del matrimonio gay», mentre alcuni deputati conservatori hanno scritto: «Noi dobbiamo sostenere i matrimoni gay non nonostante, ma perché siamo conservatori. Il matrimonio si è evoluto nel tempo, noi crediamo che aprirlo alle coppie dello stesso sesso rafforzerà, non indebolirà l’istituzione».

Insomma, tutto cambia perché nulla cambi? L’istituzione include nella norma il disordine per allontanare l’instabilità sociale? Non penso che la curvatura simbolica sia così univoca, soprattutto non penso che tutto sia già chiuso, definito, stabilito. Mi pare piuttosto che sia in corso una lotta, poco visibile ma vera e aspra, perché ha a che fare con la vita, per orientare il mutamento in corso. Perché il cambiamento – della famiglia, delle relazioni di affetto, della stessa filiazione – porta in direzioni diverse, chissà se tutte compatibili tra loro. Per esempio, vorrei ricordare che per tante, troppe donne nel mondo il matrimonio è stato ed è tuttora una prigione. Che essere un marito era/è esercitare un potere, che essere una moglie era/è un destino, un servizio, un abbrutimento, una schiavitù, a volte.

Che il vincolo si stringa tra persone dello stesso sesso ne cambia le molto concrete relazioni che nel matrimonio trovano una forma, oltre che il senso simbolico? In che modo? Coppie omosessuali che nel matrimonio per sé trovano il senso della propria libertà, dei propri diritti. Donne, e anche uomini, in fuga dal matrimonio. In cerca della libertà. Dei propri diritti. Paradossi del contemporaneo? Il gioco è aperto.

Dal numero 27 di alfabeta2, dal 5 marzo nelle edicole, in libreria e in versione digitale