La distruzione del senso

Cornelius Castoriadis*

Il linguaggio umano comporta sempre due dimensioni indissociabili: quella del codice, insieme di significanti (parole, espressioni o frasi) in corrispondenza termine a termine con un insieme di significati o referenti; e quella della lingua, grazie alla quale il medesimo insieme di significanti veicola delle significazioni, si rapporta a qualcos’altro rispetto a degli “oggetti” (“reali” o “intelligibili) ben definiti e ben determinati. “Ho comprato un cane”, “Ha un salario di 4000 franchi al mese”: codice. “L’uomo dev’essere libero”, “Questa società è ingiusta”, “Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai”, “Ho fatto sedere la Bellezza sulle ginocchia, l’ ho trovata amara”: lingua.

Non c’è fotografia né formula chimica né definizione logica possibile della libertà, della giustizia, della bellezza. Sono delle semplici significazioni immaginarie sociali come lo sono quelle veicolate da parole quali totem, tabù, mana, Dio, cittadino, nazione, partito, Sato, ecc. Inversamente, queste significazioni immaginarie sociali, le più importanti di tutte, quelle che incarnate nelle istituzioni tengono insieme ogni società, non esistono che a condizione di essere veicolate ed espresse attraverso delle parole (Anche quando è vietato “nominare” Dio, esso è comunque designato: “colui che è”, ecc.). Ciò accade nella più strana di tutte le relazioni strane alle quali il linguaggio ci confronta. In questo caso, la relazione della “parola” con il suo “significato” – la significazione – non può essere assolutamente determinata e rigida, né, nella società considerata, totalmente arbitraria, ossia manipolabile a piacere (1).

La riduzione del linguaggio alla sua sola dimensione di codice – termini che denotano “oggetti” ben distinti, definiti e determinati, e segnali pavloviani che producono dei comportamenti –accompagnata da una manipolazione totalmente arbitraria delle parole che veicolano le significazioni è evidentemente un tentativo di distruzione del linguaggio in quanto tale. Ed è proprio ciò che il regime russo persegue inconsapevolmente. Non si tratta di controllare il pensiero degli uomini, il regime vi ha rinunciato da tempo (è anche una delle ragioni per cui l’utilizzo, nel suo caso, della nozione di “totalitarismo” dev’essere rivista).

Si limita a controllare i comportamenti. Non si tratta nemmeno più – secondo il geniale passaggio al limite immaginato da Orwell – di rendere la sua critica linguisticamente impossibile (2). Si tratta di distruggere il rapporto degli uomini con la significazione e con il linguaggio come mezzo e veicolo di una verità possibile, quindi di un movimento di società. Tentando di diventare Padrone assoluto delle significazioni, il regime finisce col distruggerle e col distruggere la significazione in quanto tale. La distruzione di qualsiasi attributo, stabile o mutevole, riferito a cose che non siano “materiali” o “logiche” è abolizione della possibilità stessa della verità.

L’affermazione paradossale: words mean what I want them to mean non si può realizzare che distruggendo il linguaggio. Questa rovina del linguaggio umano, potentemente favorita anche da fattori autoctoni, travalica da tempo le frontiere della Russia. Sotto la pressione russo-comunista, combinata con la decomposizione interna della società occidentale, il rapporto della parole alle significazioni tende ad essere distrutta in tutte le lingue. Il significato della parola “socialismo”, ad esempio, è tutt’altro che determinato, la parola non è univoca, non possiede il senso unico e rigorosamente definibile dei termini anello o filtro in matematica.

Era inevitabile e, se è permesso dirlo, una fortuna che così fosse: altrimenti colui che avesse criticato un certo significato attribuito alla parola socialismo avrebbe dovuto essere trattato da ignorante o da squilibrato. Ma ecco la differenza: dalla polisemia feconda della parola siamo passati ora alla sua totale perversione, che non riguarda più da tempo i soli comunisti. Quando, nel 1981, il quotidiano francese più serio intitola una serie di articoli “Vietnam: il socialismo a passi lenti" (3), ci si può chiedere se voglia introdurre in modo subdolo nella mente dei suoi lettori l’idea che il socialismo siano i campi di concentramento e la dittatura totalitaria del partito unico oppure se, continuando in tal modo una tradizione quasi secolare dei grandi spiriti liberali e progressisti dell’Occidente (4) vuol fare intendere che questi incidenti minori non saprebbero modificare in nulla l’essenza socialista del regime Vietnamita.

In questo caso, c’è da scommettere che non si tratti né dell’una né dell’altra ipotesi – ma semplicemente della partecipazione attiva alla confusione generale dell’epoca, nella quale le parole sono utilizzate in qualsiasi modo per dire qualsiasi cosa. In questa situazione, un discorso che mira alla verità diventa, socialmente e sociologicamente, quasi impossibile – il che favorisce a meraviglia gli scopi russo-comunisti. E ciò appare altrettanto chiaro nella situazione in cui si trovano gli avversari e i critici non reazionari del russo-comunismo, che tendono ad essere ridotti all’afasia o all’alessia.

Sono infatti spinti a un dilemma dai termini impossibili: o conservano delle parole come socialismo, rivoluzione, democrazia con il rischio sicuro di essere confusi con coloro che combattono, a meno di essere costretti a trasformare in lunga dissertazione terminologica ogni frase che pronunciano; oppure abbandonano, pezzo per pezzo, tutto il vocabolario politico e sociale irreversibilmente pervertito, e rimangono alla fine afoni.

* Questo brano è tratto dal volume Devant la guerre, Fayard, Paris, 1981, pp. 234-237. Ringraziamo Zoé Castoriadis per averci permesso di pubblicarlo.

Traduzione dal francese di Andrea Inglese

Leggi la Bibliografia francese e italiana di Castoriadis

NOTE

1 Si pensi a cosa significano nelle nostre società le parole “giusto” e “giustizia”. È impossibile sostenere che hanno un significato fisso, definitivo e ben determinato dal momento che le discussioni intorno ad esse sono interminabili e ci contrapponiamo gli uni agli altri, ma è impossibile anche sostenere che non significano niente o qualsiasi cosa. Se, ad esempio, per lo stesso delitto, commesso da individui della stessa età, stessa condizione, ecc., in circostanze quasi identiche, due tribunali pronunciano delle sentenze molto diverse, nessuno sosterrà che entrambe le sentenze possano essere altrettanto giuste.

2 Big brother is ungood è una frase priva di senso nel Newspeak. Orwell aveva visto con un’acuità incomparabile la necessità del terrificante impoverimento del linguaggio che cerca d’imporre il comunismo, il suo tentativo di distruggere il fondamento della significazione distruggendo la polisemia, sfrondando il lessico e sopprimendo i “sinonimi”. “La riduzione del vocabolario era considerata come un fine in sé, e a nessuna parola di cui si poteva fare a meno era possibile sopravvivere (…). La funzione speciale di certe parole del Newspeak non era tanto di esprimere dei significati che di distruggerli.” Uno studio da questo punto di vista della stampa comunista (dell’Humanité, ad esempio) resta da fare e sarebbe di certo molto illuminante.

3 “Le monde”, 17/18/19.3.1981 È questa la pratica corrente, costante, ininterrotta. Marchais che approva l’invasione dell’Afghanistan, ossia che proclama la sua sottomissione alla politica estera russa, è l’“internazionalismo”; un colonnello o un sergente qualsiasi in un paese del Terzo Mondo che s’impossessa del potere e si proclama socialista, mentre massacra un buon numero di “suoi” sudditi, è il “socialismo in cammino”, ecc. E lo stesso giornale si bacchetterà sulle dita se un’improprietà di linguaggio è sfuggita nelle colonne della pagina gastronomica o ippica.

4 Si troverà una lista inevitabilmente incompleta, e più che deprimente nel libro eccellente di Davide Caute, Les Compagnons de route 1917-1968, Laffont, Paris, 1979. Tra i grandi nomi e l’intellighenzia occidentale, quelli che non si sono macchiati di complicità con lo stalinismo sono infinitamente più facili da contare che gli altri. Il record in questo campo è stato certamente battuto dalla Francia.

Miraggi del Comunismo

Andris Brinkmanis

I due piani della galleria Laura Bulian di Milano sono stati irrevocabilmente invasi dai “Miraggi del Comunismo”. Sotto questo titolo, l’ottobre scorso, si è inaugurata una mostra del fotografo kirghiso Alimjan Jorobaev che, dopo essere stato presentato alla biennale di Istanbul del 2010 e in altre rassegne internazionali, è approdato a Milano con un’ampia retrospettiva a cura di Marco Scotini. Grazie alla lingua franca dell’ex territorio Sovietico – il russo, che ancora scarsamente padroneggio - ho avuto il privilegio di parlare a lungo con l’artista che altrimenti comunicava solo attraverso i suoi magnifici scatti fotografici e attraverso una gestualità non sufficientemente esaustiva per fare capire tutta la ricchezza condensata in quelle immagini. Immagini che raccolgono frammenti di storia e memoria collettiva, nonché gesti comuni, tramite uno sguardo fotografico che sembra scomparso dal panorama occidentale già da molto tempo. Un occhio che, seguendo un disastro sociopolitico, pare aver riacquistato tutta la sua innocenza davanti al mezzo tecnico, come quegli autori di dagherrotipi che, per la prima volta, cercavano di immortalare lo scorrere del tempo.

Alimjan Jorobaev: Dopo il crollo dell’Unione Sovietica, tutti i dipendenti dello studio cinematografico per il quale lavoravo come operatore sono rimasti senza lavoro. Siamo stati letteralmente sbattuti per strada. Dovendo affrontare questa emergenza molte persone sono diventate piccoli mercanti di strada, altri si sono dedicati alla così detta imprenditoria, sfruttando la vicinanza di paesi come la Cina o la Turchia. Io invece non sono mai stato abile a fare affari. Non sapevo fare altro che scattare, quindi ero costretto a prendere in mano la mia macchina fotografica e scendere nelle strade per fare foto, cercavo di sopravvivere immortalando gli eventi della vita quotidiana più banali: feste di laurea, matrimoni, feste scolastiche ecc. È stato un periodo veramente difficile in quanto non mi ero mai occupato prima della fotografia del quotidiano. Ma la vita mi ha costretto a prendere questa strada e, per circa cinque anni, ho fatto il fotografo su chiamata. Per altri tre anni ho collaborato anche con alcune riviste e quotidiani. Ma non ho mai smesso di lavorare anche in proprio. Tutto stava crollando e cambiando davanti ai miei occhi. Cominciavano a sostituire i monumenti, cambiavano gli slogan e ho capito che l’epoca precedente stava irrevocabilmente svanendo e che bisognava assolutamente preservare qualcosa di essa. Ho intuitivamente cominciato a documentare tutto quello che era legato a Lenin, perché la maggior parte dei monumenti nei villaggi e nelle città erano dedicati a lui. Così, fotografando per me stesso ho cominciato questa serie di lavori.

Alimjan Jorobaev, Mirages of the communism #1, 1994 (Courtesy Laura Bulian Gallery)

Nel 2000 in Asia Centrale è sbarcato Jean Gaumy di Magnum photos. Questo fotografo francese ha raccolto un gruppo di 12 artisti con cui ha fatto una master-class. Lavorando con lui ho capito che artisticamente avevo scelto la direzione giusta. Inoltre lui ha trasformato questa nostra mentalità sovietica. Successivamente ho capito che cosa veramente significa la fotografia documentaria. In effetti anche un semplice scatto fotografico fatto per ricordare qualche evento è un documento, un documento che testimonia un’epoca, un certo tempo, il tempo. Quindi ho affrontato molto seriamente questo soggetto. Grazie a tutto ciò, da circa vent’anni mi occupo di fotografia documentaria. Invece quello che ho ereditato dalla scuola fotografica sovietica è indubbiamente l’uso del colore e la composizione.

Andris Brinkmanis: Hai poi mai rivisitato i tuoi archivi degli scatti accumulati?
A.J.:
Certo. Ora ho capito l’importanza di questa mia produzione. Ho documentato quei momenti a cui ora non si può tornare. Adesso sto “ripescando” molte immagini dai miei vecchi archivi. Sto creando delle serie, un archivio insomma. Ho fatto anche un data-base dei miei scatti e so che ciò è importante sia per il mio lavoro che per la storia. Per esempio mi colpisce ancora questa fotografia (con un quadro di Lenin capovolto). Una volta se qualcuno avesse tenuto un quadro così, poteva avere a che fare con il KGB o addirittura finire in prigione ed essere severamente punito. A me interessava molto come certi valori cominciavano a perdere la loro importanza per le persone. Quello che una volta stava appeso sul muro, ora poteva essere calpestato. Era quasi tragico e doloroso vedere tutto questo. Soprattutto perché non era possibile cancellare un sistema in un giorno solo o il modo di pensare e vivere degli uomini, le loro soggettività. Sarebbe stato necessario almeno preparare le persone. Invece da noi c’è stato un crollo veramente improvviso. Ci siamo spostati dal socialismo al capitalismo in una maniera violenta, quasi in una notte. Ora viviamo in modo selvaggio da circa vent’anni.

Alimjan Jorobaev, Mirages of the communism 2, 1995 (Courtesy Laura Bulian Gallery)

A.B.: E qual è secondo te la più grande differenza tra il sistema sovietico e quello attuale?
A.J.: Se prendiamo il sistema sovietico - chiaramente non sto dicendo che era tutto positivo - ma l’educazione, le cure mediche e molte altre cose erano gratuite, pagate dallo stato. Le persone potevano viaggiare gratuitamente o permettersi di fare una vacanza almeno all’interno del vasto territorio Sovietico. Ad esempio visitare i paesi Baltici. Quindi un minimo di dignità era garantita. Ma quello che ha portato il capitalismo nel mio paese è rovina e povertà. Molte persone sono nuovamente diventate religiose, per sfuggire a una realtà insopportabile. Non esiste più un sistema politico credibile e questo gap chiaramente viene riempito con il nazionalismo estremo o con l’invenzione di correnti musulmane davvero improbabili. Ognuno può corrompere i giovani come vuole. Sono proliferate le scuole islamiche più assurde – per esempio quelle che preparano i nuovi sovversivi. Quindi questo qualunquismo è agghiacciante. Se sotto il primo presidente si vedevano ancora degli artisti e degli intellettuali, ora sembra che ognuno si sia ritirato nella sua tana nella ricerca della sopravvivenza.

Alimjan Jorobaev, Prison # 1, 2009 (courtesy Laura Bulian Gallery)

A.B.: Sembra che a certo punto invece del miraggio del comunismo tutti abbiano creduto al miraggio del capitalismo.
A.J.:
In un certo senso sì. Alla fine questa strada si è rivelata essere molto più lunga e impervia di quello che sembrava. Dobbiamo vedere se arriveremo mai.

La mostra rimane aperta fino al 26 gennaio