Una lingua comune?

Giorgio Mascitelli

Spesso mi è capitato di leggere, tra i contenuti che giungono nel mio profilo di facebook, brevi articoli che mettono in ridicolo il presidente del consiglio Renzi per il suo inglese maccheronico. Non che si tratti di una novità perché quello di prendere in giro i politici per la loro scarsa conoscenza delle lingue è un consolidato topos giornalistico: addirittura mi ricordo ai tempi del vecchio mondo (quello in cui c'era la cortina di ferro e i capitali non potevano circolare liberamente) un articolo che dileggiava il francese di Andreotti. Lo stesso Renzi, da quell'abile uomo d'immagine che è, ha scherzato sulla cosa, mi pare.

È ovvio che oggi per un politico italiano conoscere l'inglese in particolare è diventata una questione fondamentale soprattutto perché l'inglese è di fatto la lingua veicolare dell'Unione Europea e della sua amministrazione e ormai qualsiasi provvedimento nazionale di una certa importanza in ogni paese membro deve fare i conti con la burocrazia di Bruxelles. Che la questione sia decisiva è testimoniato da due esempi: quando Enrico Letta fu nominato presidente del consiglio, la stampa internazionale sottolineò come suo primo pregio un inglese fluente e, al contrario, il commissario europeo per l'economia e la digitalizzazione Oettinger, pur indicato da Angela Merkel in persona, ha subito delle critiche per la sua scarsa padronanza dell'idioma di Shakespeare e Harry Potter.

Eppure proprio per l'Unione Europea quella dell'uso dell'inglese è una questione molto più spinosa di quanto non sembri: se da un lato è ovvio usare la lingua internazionale per eccellenza in un contesto sovranazionale come quello di Bruxelles, dall'altro vi sono molte e concrete ragioni che rendono controindicato l'uso dell'inglese. Non alludo tanto al fatto che l'inglese è la lingua ufficiale del paese più euroscettico tra i membri dell'Unione, che pure è un paradosso, anche se verosimilmente superabile, quanto alla natura propriamente internazionale di questa lingua.

L'inglese, infatti, non solo deve la sua diffusione agli Stati Uniti, cioè a una superpotenza esterna all'Europa, ma è una lingua che si pone come globalizzata ossia come universalmente occidentale, pertanto il suo uso non indica più nulla di specificamente europeo. In termini linguistici l'Europa si presenta come una provincia occidentale senza nessuna particolarità, ma semplicemente come un'aggregazione di comodo regionale, il che non sarebbe assurdo se nel contempo non si progettasse una più stretta unione con obiettivi non solo economici, ma di civiltà. Nella storia, infatti, sono esistiti esempi di stati che mantennero una lingua precedente per alcune delle loro funzioni o erano comandati da un élite che usava una lingua diversa da quella della popolazione o potenze postcoloniali che adottarono la lingua degli antichi dominatori, ma mai uno stato aveva preso una lingua estranea, che è quella di un'altra grande potenza.

Poco male, si dirà, il progetto europeo non dovrebbe ricalcare le vie e i limiti di una nuova compagine statale, con sogni di volontà di potenza inclusi. Ma siccome ogni lingua veicola una sua visione del mondo (per quanto questa affermazione sia riconducibile a un certo tipo di romanticismo considerato oggi disdicevole, mantiene intatta la sua verità), l'inglese è quella degli affari, dell'apparato mediatico, della tecnologia e soprattutto delle élite che si vogliono globali poggiando però sul primato degli Stati Uniti (del resto fu proprio Kissinger ad affermare che la globalizzazione è il nome che il resto del mondo dà al predominio degli Stati Uniti).

Da questa situazione segue che coloro che comunicano in inglese con i loro concittadini europei saranno inclini a pensare all'Unione come a un'entità funzionale a certi vantaggi economici, ma che non riguarda le loro vere identità, che sono nazionali e occidentali. È perfino superfluo rammentare che con un simile modo di pensare ci si approccia all'unione europea unicamente nella prospettiva di vantaggi nazionali da misurare meticolosamente a breve periodo con uno spirito da joint venture. È ancor più superfluo aggiungere come questa visione sia certo ben lontana sia da quella di ogni europeismo sia da quella dei padri fondatori che fondarono l'unione sulle rovine di due guerre mondiali.

Certo, uno dei punti di forza dell'inglese è anche la sua mancanza di alternative: infatti la sua sostituzione con il francese o il tedesco, le uniche due lingue che possono vantare un certo grado di diffusione, oltre a conferire troppi vantaggi alle rispettive nazioni, verrebbe accolta in molti paesi con sfavore o addirittura aperta ostilità. Tutto sommato l'inglese, tra le lingue imperiali europee, è quello che ha lasciato meno tracce di morte nel nostro continente.

La mia modesta proposta è allora di adottare il latino come lingua d'uso dell'amministrazione europea: in quanto lingua morta non favorirebbe nessuno né potrebbe suggerire affinità elettive con nessun ambito politico-economico; in quanto lingua artificiale sarebbe uno spontaneo avvertimento all'amministrazione europea del rischi di una chiusura burocratica alla società, ma soprattutto veicolerebbe l'idea che l'Europa è nata come una costruzione artificiale di fronte agli orrori della storia naturale o spontanea: guerre, violenze, espansionismi politici ed economici, imperialismi, nazionalismi, razzismi.

L'identità europea è un'identità artificiale e in ciò sta il suo valore storico: cercare di dissimularne la natura non aiuta il processo unitario, mentre una lingua artificiale avrebbe il pregio di ricordare a tutti la difficoltà e la grandiosità degli obiettivi storici. Per costruire un'unione fatta di modi di vivere e valori comuni, in breve di una cultura comune, anche nel redigere un regolamento europeo sull'allevamento dei polli serve gente con una mentalità del genere, e non una schiera di funzionari che vede nell'unione una delle varie articolazioni dell'impero occidentale.

Per evitare le prevedibili accuse di passatismo che nascerebbero da un simile ritorno al passato, imposto dallo stato di cose presenti, contestualmente all'adozione del latino, si potrebbe rinunciare all'ormai obsoleto Inno alla gioia chiedendo magari a Bono degli U2 di scrivere qualcosa di più moderno.