Il diritto al default come contropotere finanziario

[Riprendiamo l'articolo di Andrea Fumagalli uscito su "il manifesto" del 31/08/2011]

Andrea Fumagalli

In queste settimane di crisi finanziaria e di pressione speculativa sui paesi mediterranei, l’Europa non ha fatto una bella figura. E non poteva essere altrimenti, dal momento che la costruzione di un’Europa politica, economica e sociale è ancora lungi dall’essere raggiunta. Al momento, siamo di fronte solo all’unione monetaria europea, che è cosa diversa dall’Europa. I poteri sono in mano alla Bce, non ad un parlamento regolarmente eletto a suffragio universale in grado di legiferare con poteri superiori a quelli nazionali. E, infatti, è la Bce che detta legge, tramite l’oligarchia dei poteri forti oggi rappresentati dall’asse Merkel – Sarkozy (un neo Berlusconi in salsa oltralpe!). Leggi tutto "Il diritto al default come contropotere finanziario"

Lettera degli economisti

LA POLITICA RESTRITTIVA AGGRAVA LA CRISI,
ALIMENTA LA SPECULAZIONE E PUO’ CONDURRE ALLA
DEFLAGRAZIONE DELLA ZONA EURO. SERVE UNA
SVOLTA DI POLITICA ECONOMICA PER SCONGIURARE
UNA CADUTA ULTERIORE DEI REDDITI E
DELL’OCCUPAZIONE

Ai membri del Governo e del Parlamento
Ai rappresentanti italiani presso le Istituzioni dell’Unione europea
Ai rappresentanti delle forze politiche e delle parti sociali
Ai rappresentanti italiani presso le Istituzioni dell’Unione europea e del SEBC
E per opportuna conoscenza al Presidente della Repubblica

14 giugno 2010

La gravissima crisi economica globale, e la connessa crisi della zona euro, non si risolveranno attraverso tagli ai salari, alle pensioni, allo Stato sociale, all’istruzione, alla ricerca, alla cultura e ai servizi pubblici essenziali, né attraverso un aumento diretto o indiretto dei carichi fiscali sul lavoro e sulle fasce sociali più deboli.

Piuttosto, si corre il serio pericolo che l’attuazione in Italia e in Europa delle cosiddette “politiche dei sacrifici” accentui ulteriormente il profilo della crisi, determinando una maggior velocità di crescita della disoccupazione, delle insolvenze e della mortalità delle imprese, e possa a un certo punto costringere alcuni Paesi membri a uscire dalla Unione monetaria europea.

Il punto fondamentale da comprendere è che l’attuale instabilità della Unione monetaria non rappresenta il mero frutto di trucchi contabili o di spese facili. Essa in realtà costituisce l’esito di un intreccio ben più profondo tra la crisi economica globale e una serie di squilibri in seno alla zona euro, che derivano principalmente dall’insostenibile profilo liberista del Trattato dell’Unione e dall’orientamento di politica economica restrittiva dei Paesi membri caratterizzati da un sistematico avanzo con l’estero.

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Sulla soglia dell’attimo

Francesca Coin

La parola Kifaya deriva dal verbo arabo Kafa e significa “bastare”. Kifaya significa basta, abbastanza, “è troppo”. Kifaya è stato lo slogan delle manifestazioni egiziane. I manifestanti associavano la parola ad Hagra a significare che avevano sopportato abbastanza povertà,  autoritarismo, umiliazione. Queste parole, scrive Tahar Ben Jelloun, sono state gridate al Cairo, a Beirut, a Damasco. Della stessa parola aveva parlato nel 2005 William Safire quando dal Cairo al New York Times scriveva: “poverty, torture, corruption”: “Kifaya, kifaya, kifaya”. La parola “basta” ha un significato chiaro: esprime una condizione di saturazione, di esasperazione. “Basta” significa che non ci sono più riserve di energia emotiva o fisica da offrire, ma che si è arrivati, in qualche modo, al limite. Leggi tutto "Sulla soglia dell’attimo"

Anomalia greca

Vassilis Vassilikos

Leggendo l’articolo Sottocultura e nuovo fascismo di Pier Aldo Rovatti e l’intervista di Slavoj Žižek L’effetto Berlusconi sul n. 04 di «alfabeta2», mi sono convinto che dovevo analizzare la parola anomalia prima dal punto di vista etimologico.

Anomalia deriva dal rovesciamento di senso della parola omalòs, che vuol dire piano, regolare: c’è un a privativo con l’aggiunta di una ν, poiché la parola seguente comincia da vocale e bisogna evitare lo iato. Il sostantivo normalizzazione (sempre derivante da omalos) non ha come contrario la anormalizzazione ma più semplicemente l’anomalia. Leggi tutto "Anomalia greca"

Europa: di che cosa è il nome?

Uno speciale sulle ambivalenze dell'Europa. Testi di: F. Berardi Bifo – G. Amendola - L. Demichelis - G.B. Zorzoli *

TRE RIFLESSIONI SULL'ORLO DELL'ABISSO
Franco Berardi Bifo

Si avvicinano le elezioni dipartimentali in Francia, e i sondaggi dicono che il Front National sarà il grande vincitore. Il premier Manuel Valls ha rimproverato i cittadini francesi per la loro passività, e ha detto che gli intellettuali non fanno il loro dovere antifascista. Davvero Manuel Valls ha la faccia come il culo, che fuor di metafora vuol dire che proprio non tiene vergogna.
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L'EUROPA COME METROPOLI DEL COMUNE
Giso Amendola

Nel dicembre 2000, a Nizza, mentre s’approvava la Carta europea dei diritti, i movimenti europei si incontravano in controvertice. La Francia bloccò a Ventimiglia parte della carovana italiana: e così si vide chiaramente chi presidiava confini e frontiere, e chi provava ad attraversarle, a muoversi direttamente nello spazio postnazionale. I movimenti sociali transazionali rivendicavano una nuova cittadinanza europea, fondata sulla residenza, e un nuovo welfare incentrato sul reddito di base: si esprimeva così, in nuove forme, un’idea di Europa oltre e contro gli stati nazione, un modello di società solidale e cooperativa, una combinazione avanzata di uguaglianza e libertà.
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DISUNIONE EUROPEA E COLPA METAFISICA
Lelio Demichelis

Franco Berardi Bifo ha lanciato la sua provocazione sulla crisi dell’Europa. Che raccogliamo per offrire una interpretazione un po’ diversa e per rilanciare la discussione sulla sinistra che non c’è più (perché ha scelto di essere destra e neoliberista); e sulle destre populiste e razziste europee che cercano di sfruttare per i loro fini più o meno fascisti le rovine sociali prodotte dalle politiche di austerità imposte da quella che doveva essere una Unione europea e che è stata fatta diventare una oscena Disunione.
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EUROPA FINO A QUANDO?
G.B. Zorzoli

È singolare che anche un opinionista distante anni luce da Bifo, come Angelo Panebianco, sul Corriere del 15 marzo interpreti il referendum francese del 2005 come “primo segnale di una grande svolta, ormai non era più pacifico o automatico che gli elettori trangugiassero senza fiatare tutti i cocktail (o gli intrugli) preparati a Bruxelles”.
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Tre riflessioni sull’orlo dell’abisso

Franco Berardi Bifo

L’errore del 2005

Si avvicinano le elezioni dipartimentali in Francia, e i sondaggi dicono che il Front National sarà il grande vincitore. Il premier Manuel Valls ha rimproverato i cittadini francesi per la loro passività, e ha detto che gli intellettuali non fanno il loro dovere antifascista. Davvero Manuel Valls ha la faccia come il culo, che fuor di metafora vuol dire che proprio non tiene vergogna. I socialisti francesi come i democratici italiani hanno tradito le loro già pallide promesse di opporsi all’oltranzismo austeritario, hanno gestito in prima persona la mattanza sociale, e ora fanno le vittime, si lamentano perché il popolo non li segue e gli intellettuali non si impegnano. Lasciamo perdere gli intellettuali francesi che non esistono più da almeno venti anni, a meno di considerare Bernard-Henri Levy un intellettuale mentre a me pare che si tratti di un imbecille molto pericoloso, come dimostrano le sue campagne a favore dell’intervento in Siria e in Libia.

Non so come andranno a finire le elezioni francesi. Quel che so è che il Front National è la sola forza politica capace di interpretare i sentimenti prevalenti nel popolo francese: odio nazionalista riemergente contro l’arroganza tedesca, e ribellione sociale contro la violenza finanziaria. Un mix inquietante ma potente, che cancella la distinzione tra destra e sinistra. Non so come andranno le elezioni. Le sorprese sono possibili perché il sentimento anti-razzista dei francesi potrebbe alla fine sottrarre al Front National la vittoria. Ma è improbabile. Solo il movimento sociale che discende dalla tradizione del ’68 avrebbe potuto rappresentare le ragioni di un europeismo progressista, libertario, egualitario, ma il movimento sociale che discende dalla tradizione del ’68 non ha più alcuna credibilità almeno a partire dal 2005.

In quell’anno i francesi (e anche gli olandesi) furono chiamati a votare su un referendum a favore o contro la Costituzione europea che rappresentava la definitiva torsione in senso liberista del progetto europeo. L’attenzione si concentrò sulla questione del mercato del lavoro: per il ceto politico europeo l’obiettivo era soggiogare definitivamente il lavoro e ridurne il costo sfruttando il vantaggio della globalizzazione del mercato del lavoro.

Ma i lavoratori francesi (e olandesi) compresero che il sì a quel referendum avrebbe sancito definitivamente la sottomissione del loro salario alle regole ferree del neo-liberismo: competizione feroce tra i lavoratori, riduzione costante del salario, aumento costante del tempo di lavoro. Dani Cohn Bendit e Toni Negri insieme si pronunciarono a favore del per il superamento dello Stato-nazione. Questa scelta sanciva l’irrilevanza della cultura di origine sessantottina (e della cultura in generale) rispetto ai destini dell’Unione, ma soprattutto dimostrava che non avevamo capito cosa fosse l’Unione europea. Il discorso anti-sovranista si riduceva a un’affermazione puramente formale: opporsi alla cessione di sovranità è regressivo.

È vero, ma a chi si stava cedendo sovranità? Non a una forma politica democratica post nazionale, bensì a un organismo intergovernativo che aveva, e ha, la sola funzione di imporre gli interessi dell’accumulazione di capitale finanziario, e di ridurre in completa soggezione il lavoro. Dopo il 2005 solo la destra ha finito per rappresentare la resistenza contro la violenza finanziaria. A partire del 2005 è così iniziata l’ascesa del nazionalismo, che si presenta come difesa nazionalista contro la dittatura finanziaria. I lavoratori francesi (e olandesi) sconfissero l’offensiva neoliberista con il sostegno delle forze nazionaliste e delle forze più retrograde del movimento operaio. Da quel momento in poi solo la destra è in grado di opporsi alla violenza finanziaria, al prezzo di un’altra violenza che rischia di inghiottire il continente.

Il futuro d’Europa

L’austerità ha devastato l’economia greca tanto quanto la sconfitta militare devastò la Germania dopo la prima guerra mondiale: il prodotto nazionale lordo greco è caduto del 26 per cento dal 2007 al 2013, mentre quello tedesco declinò del 29 per cento tra il 1913 e il 1919.

Così Paul Krugman in un articolo intitolato Weimar on the Aegean. Il Congresso di Versailles spinse la Germania in una situazione catastrofica e preparò la strada all’ascesa di Hitler. Il governo tedesco sta seguendo oggi esattamente la stesa direzione che condusse alla distruzione d’Europa. La vendetta della classe finanziaria contro il popolo greco è ingiustificata perché i greci non sono responsabili per i misfatti del sistema bancario. Spinta dagli zeloti dell’austerità l’Unione europea sta uccidendo se stessa.

La vittoria elettorale di Syriza ha aperto una prospettiva di discussione, ricontrattazione dei rapporti interni all’Unione e quindi di trasformazione dell’Unione. Il governo greco ha tentato di dare priorità al salvataggio umanitario, come è stato chiamato, ha tentato di attenuare il rigore austeritario. Per quanto possiamo giudicare, dopo la firma di un accordo il 20 febbraio, la strada verso una riduzione umanitaria del rigore finanziario è stata chiusa dagli zeloti dell’austerità. I pensionati greci possono morire di fame, la gente può essere cacciata di casa se non può pagare l’affitto, i lavoratori pubblici che sono stati licenziati dal governo Samaras non saranno riassunti. Non si possono mantenere le promesse perché l’ordine dell’algoritmo ha preso il sopravvento.

Non penso che Tsipras e Varoufakis siano dei traditori. Penso che abbiano tentato di fare qualcosa che non si può fare: hanno tentato di opporre la democrazia alla matematica finanziaria. Prevedibilmente la matematica ha vinto. Hanno tentato di rovesciare l’irreversibile, di evitare l’inevitabile. Prevedibilmente non ce l’hanno fatta. Piantiamola con la retorica della democrazia. Democrazia è divenuta una parola ripugnante e ipocrita. Qualcuno del partito nazista di Alba dorata ha detto qualche settimana fa: “Adesso Syriza ci proverà e fallirà. Dopo verrà il nostro turno.”

Abbiamo il dovere intellettuale di riconoscere la realtà. Adesso è il turno della violenza scatenata del Finanzismo, e la sola opposizione al Finanzismo è il fascismo identitario. La sola opposizione all’ordine violento dell’austerità ordo-liberista è il disordine della destra che cresce in tutta Europa,e presto travolgerà gli argini, distruggendo l’Unione e scatenando in tutto il continente un’ondata di violenza razzista, e paradossalmente ultraliberista. Quando la matematica cancella il corpo, il corpo ritorna sotto orribili spoglie.

L’algoritmo finanziario non può comprendere la sensibilità, e la matematica non può comprendere l’imperfezione umana. La guerra verrà a ristabilire aggressivamente i diritti del corpo contro il dominio arbitrario dell’astratto. Dopo la sconfitta di Syriza, Jugoslavia ’90 è il futuro d’Europa.

Greci ed ebrei

In un articolo del 1918 scrive Carl Gustav Jung:

Lo psicoteraputa di estrazione ebraica non trova nell’uomo germanico quell’umorismo malinconico che a lui viene dai tempi di Davide, ma vede il barbaro dell’altro ieri, cioè un essere per cui la faccenda diventa subito tremendamente seria. Questa serietà corrucciata dell’uomo barbaro colpì anche Nietzsche, ed è per questo che egli apprezza la mentalità ebraica e rivendica il cantare e il volare e il non prendersi sul serio. (Jung, Opere, Bollati Boringhieri, 1998, Volume 10, pag. 13).

L’ironia e l’ambiguità dell’ebreo derivano dalla stratificazione di molte esperienze, di molte patrie, di molte illusioni e delusioni. All’opposto sta per Jung la corrucciata serietà dell’uomo tedesco incrollabile nelle sue convinzioni. Naturalmente qui Jung pensa al suo rapporto con Freud, ma nel suo rapporto con Freud coglie un aspetto che va ben al di là dei confini della psicoanalisi (ammesso che la psicoanalisi abbia dei confini): la belva bionda (Blonde Tier nelle parole di Nietzsche riprese da Jung) si sente in pericolo quando le certezze vengono messe in dubbio e vede nell’ebreo colui che mina dall’interno le certezze della civiltà.

Naturalmente tutti sanno che la Germania è mutata profondamente nella seconda parte del ventesimo secolo, eppure la sfiducia e il disgusto che il contribuente tedesco prova di fronte ai Greci contemporanei (sfiducia e disgusto che il gruppo dirigente tedesco alimenta con il suo stile arrogante) sembrano ripropongono talora i sentimenti che la belva bionda provava davanti all’ebreo. La belva bionda si è democratizzata negli ultimi decenni, questo è noto. Ha sostituito l’uniforme militare con le mezze maniche del ragioniere. Ma l’incrollabilità della fede è la stessa.

Dio (o Wotan) è stato sostituito con l’algoritmo finanziario, ma Gott ist mit Uns in ogni caso. Ecco allora i banchieri tedeschi dare ordini agli Untermenschen, eccoli esigere che gli altri popoli (meridionali, pigri, ambigui) facciano i compiti a casa. Finora i bravi scolaretti Rajoy Hollande e Renzi hanno penosamente provato a fare i compiti a casa e hanno ricevuto qualche buffetto di incoraggiamento o più spesso qualche rimbrotto da parte dei giudici dell’altrui moralità. Ma i greci hanno invece deciso di non piegarsi ulteriormente all’umiliazione e alla rapina finanziaria.

E poi cosa gli accadrà? Saranno espulsi, gettati nell’isolamento e nella miseria, esposti alle furie dei mercati dopo l’impoverimento imposto dalla troika? E poi? Sopravviverà l’Unione alla punizione degli insolventi? Oppure l’Unione è condannata a crollare? Oppure quelli di Alba Dorata hanno ragione nel dire che Syriza sarà sconfitta (con l’aiuto della Merkel e di Draghi) e sarà finalmente il momento del nuovo fascismo, non in Grecia soltanto?

urgeurge/net

Disunione europea e colpa metafisica

Lelio Demichelis

Franco Berardi Bifo ha lanciato la sua provocazione sulla crisi dell’Europa. Che raccogliamo per offrire una interpretazione un po’ diversa e per rilanciare la discussione sulla sinistra che non c’è più (perché ha scelto di essere destra e neoliberista); e sulle destre populiste e razziste europee che cercano di sfruttare per i loro fini più o meno fascisti le rovine sociali prodotte dalle politiche di austerità imposte da quella che doveva essere una Unione europea e che è stata fatta diventare una oscena Disunione: la cosa dovrebbe farci gridare allo scandalo, ma ormai l’osceno è diventato normale e normalizzato, perfino banale.

Rovine e populismi che sono gli effetti di un potere che (a noi illuministi) pare ottuso, stupido e irrazionale (sono apprendisti stregoni ma, e insieme, re nudi), che gioca irresponsabilmente ma ostinatamente con l’austerità (e con la riduzione scientifica dello stato sociale) soffiando e alimentando incessantemente il fuoco della crisi sociale, quasi che anzi non gli dispiaccia se le destre (neoliberiste comunque, quindi funzionali a questo potere), tengono a bada quei sovversivi keynesiani di Syriza o di Podemos. Vale allora ricordare ciò che scriveva Karl Polanyi nel 1940: “il fascismo non è altro che la più recente e virulenta esplosione del virus antidemocratico, insito nel capitalismo industriale fin dall’inizio” (oggi da aggiornare in capitalismo finanziario). Perché il conflitto tra capitalismo e democrazia è antico e basta niente per far circolare di nuovo il virus antidemocratico (se questo serve), infettando il corpo sociale.

Un potere che, sotto i nostri occhi distratti o bendati o davvero accecati produce un’Europa in frantumi, accanendosi (forte coi deboli) contro la Grecia perché non onorerebbe i suoi creditori ma tacendo (debole coi forti) sull’Ungheria di Urban. “La Grecia è in un programma, le elezioni non cambiano il programma”, ha sentenziato cinicamente il tedesco Schäuble, dimostrando di avere un’idea di democrazia decisamente surreale. E quello che doveva essere il passaggio da una Comunità economica a una Unione anche politica, facendo l’Europa e gli europei dopo avere fatto il mercato comune, si è infranto contro la volontà di potenza della Germania, ma non solo della Germania. E il vizio era nell’origine, nell’idea che da un mercato di merci potessero nascere dei cittadini europei.

Il monito lanciato da Thomas Mann nel 1953 agli studenti di Amburgo a non puntare ad un’Europa tedesca ma ad una Germania europea avrebbe infine prodotto, secondo Timoty Garton Ash una Germania europea in un’Europa tedesca. Ma l’ipotesi è sbagliata e va corretta in: una Germania sempre più tedesca e una Europa (tedesca) sempre meno europea. Perché è una Disunione classista e autoritaria quella che si sta realizzando (con un divide che genera una nuova questione sociale, ma lasciandone la soluzione ai singoli individui), che produce inevitabilmente un rafforzamento politico della Germania (et impera) e un indebolimento delle democrazie nazionali. Un potere nichilista quello della Germania capitalista, ma nichilista perché il nichilismo è strutturale al capitalismo (è il capitalismo) e alla sua volontà di onnipotenza che genera un cortocircuito mortale per la democrazia (ma non per i mercati e la finanza) e più capitalismo si produce meno democrazia si ottiene.

La Germania, dunque e il problema dell’Europa (lo ha detto Thomas Piketty) non è la Grecia ma Angela Merkel e la Germania; perché è ordoliberale e così come questo modello (evoluzione della weberiana etica protestante) doveva diventare egemone in patria grazie ad una appropriata pedagogia, così deve esserlo anche in Europa (et impera, ancora); perché l’etica (sic) protestante concepisce il lavoro come vocazione e non come mezzo per vivere e per essere né tanto meno come un diritto sociale e individuale. Perché l’uomo ordoliberale deve essere un uomo economico inquadrato nel mercato e dal mercato e capace di vivere solo nella razionalità calcolante del mercato, superando la logica dello scambio (antica come la società umana) e incorporando invece quella (moderna e per niente naturale, ma artificiale), della concorrenza, della competizione e dell’essere impresa.

Ed è vero che i francesi e gli olandesi hanno rifiutato nel 2005 la Costituzione europea, ma il successivo Trattato di Lisbona, nel suo Preambolo richiama programmaticamente e in modo vincolante il valore dell’uguaglianza e della solidarietà, impegnando l’Europa a promuovere il benessere dei cittadini (e non il loro impoverimento deliberato). Certo, poi si aggiunge che l’obiettivo è un’economia sociale di mercato fortemente competitiva. Però l’obiettivo è anche quello della piena occupazione e del progresso collettivo, combattendo l’esclusione sociale ed economica. E a sua volta, il Preambolo della Carta dei diritti fondamentali aggiunge il rispetto delle identità nazionali e l’ordinamento dei loro pubblici poteri e riconosce il diritto (non al lavoro ma) a lavorare (anche se subito dopo sancisce in modo ben più forte il diritto alla libertà dell’impresa), il diritto ai contratti collettivi di lavoro (che la troika ha cancellato dalla Grecia e che ora Syriza vorrebbe reintrodurre, ma a cui l’Europa si oppone), nonché a condizioni di lavoro dignitose, ribadendo il divieto di licenziamenti ingiustificati. Ovvero, nel Trattato e nella Carta era (è) scritto a chiare lettere che alcune cose non dovevano essere fatte; e che non si deve continuare a farle. Che invece sono incessantemente reiterate con un meccanismo psico-patologico di coazione a ripetere.

Se tutto questo è vero, allora aveva ragione Ulrich Beck (in Europa tedesca, Laterza) a sostenere che l’Europa ha dimenticato la società. Stupirsene? No, perché era la scelta deliberata dei neoliberisti, per loro la società non esiste ed esistono solo gli individui (Margaret Thatcher), così come per gli ordoliberali. Ma è diventata la scelta anche della sinistra europea che ha confuso mercato con democrazia, libertà con rischio e rovesciato la classifica dei diritti (oggi: prima l’impresa poi i cittadini e i lavoratori; prima il mercato poi i diritti sociali ma anche, conseguentemente, quelli politici e civili), cancellando non tanto la sovranità nazionale quanto (e peggio) la sovranità del demos. Una sinistra che nega se stessa perché crede che il neoliberismo sia moderno, razionale, efficiente, anche un poco rock e che la società non esista più. Una sinistra che definisce (Renzi) gli imprenditori come i nuovi eroi dimenticando i milioni di poveri e di impoveriti che essa stessa e gli imprenditori hanno contribuito a creare.

Se questo è avvenuto, non basta manifestare contro la nuova sede della Bce (che è comunque uno scandalo), perché prima esistono diversi livelli di colpa da considerare. Non quella che i tedeschi associano in modo paranoico al debito, ma quella richiamata da Karl Jaspers parlando (era il 1946) del comportamento dei tedeschi durante il regime nazista (ne La questione della colpa, Cortina). Questione che va allargata oggi all’intera Europa e spostata – pur tenendo conto delle dovute differenze tra il regime di allora e quello di oggi - dal politico all’economico/culturale perché ormai tutti siamo neoliberisti, tutti abbiamo introiettato il mantra capitalista del dover essere imprenditori di noi stessi, tutti accettiamo di dover competere all’infinito con gli altri e con noi stessi, tutti abbiamo accettato di essere capitale umano e risorsa umana - perché così è la vera vita da vivere secondo gli ordoliberali-neoliberisti e anche la vita è ormai diventata, come doveva diventare, una merce e i greci sono diventati cose cessando da tempo di essere persone. Ed è una colpa di tutti noi europei, che abbiamo lasciato che il mercato uccidesse la società, la democrazia, la libertà.

È la colpa – dei politici europei di sinistra e degli intellettuali incapaci di un j’accuse! contro il neoliberismo e contro l’ordoliberalismo, lasciando così che lo storytelling dell’austerità diventasse senso comune e con-senso – è la colpa di avere tollerato il totalitarismo neoliberista (come altrimenti chiamarlo? - il vecchio principio degli eserciti e degli apparati: gli ordini sono ordini e tutto è esecuzione di un lavoro si è tradotto in: le regole sono regole, i programmi sono programmi e non si discutono, ma vanno solo eseguiti senza se e senza ma): e questa è (usando Jaspers) una colpa politica. Ma è anche la colpa – individuale – di avere accettato di essere cose e merci sul mercato: ed è una colpa morale. Ed è infine la colpa di avere accettato in silenzio ciò che è stato imposto a Grecia, Portogallo, Italia, Spagna; ed è una colpa metafisica, la colpa di avere tollerato l’ingiustizia e la macelleria sociale ma anche il disciplinamento di mercato degli individui, violando (Jaspers) il principio di solidarietà tra gli uomini, quel principio per cui il dolore degli altri è anche il mio dolore.

E allora, fino a quando noi europei non risolveremo questo insieme di colpe uscendo dal mostruoso che ha prodotto la crisi e dal nichilismo passivo (“declino e regresso della potenza dello spirito”, Nietzsche) che ne è l’effetto, la crisi non si risolverà o - se si risolverà - sarà solo e ancora nella logica irrazionale e nell’ordine socialmente e umanamente disordinante dell’ordoliberalismo più neoliberismo - e allora sarebbe ben più di una colpa.