Francia e Unione Europea al tempo di Macron

Antonio Lettieri*

France-et-Allemagne1. Questa volta non si sono verificati imprevisti, com’era accaduto con Trump e con la Brexit. Nel primo turno delle elezioni in Francia le previsioni sono state rispettate con una precisione quasi millimetrica. Macron è arrivato primo con quasi due giunti di distacco da Marine Le Pen che oggi gli contenderà (senza speranza, secondo i sondaggi, la presidenza della Repubblica. Il giovane Emmanuel Macron, mai eletto ad alcuna carica pubblica, neppure di una circoscrizione rionale, sarà l’ottavo presidente della Quinta repubblica, successore, tra gli altri di Charles de Gaulle e François Mitterrand, per citare un conservatore e un socialista, sicuri protagonisti della storia europea (e non solo) della seconda metà del XX secolo.

Dunque, nel rispetto delle previsioni, nulla di nuovo sotto il cielo primaverile di Parigi? No, questo non si può dire. E’ vero il contrario. Una potente scossa sismica ha dissestato le fondamenta della V Repubblica. I due partiti che ne hanno segnato la storia escono entrambi pesantemente sconfitti. La destra di Fillon con meno di un quinto dei voti è stata scavalcata dalla destra radicale di Marine Le Pen. Il Partito socialista, che fu di Mitterrand, Delors e Jospin esce praticamente dalla scena col suo umiliante 6 per cento. La maggioranza dei vecchi socialisti ha votato Macron che si è orgogliosamente proclamato “né di destra, né di sinistra”, e un’altra parte ha votato la sinistra radicale di Mélenchon, che col 18 per cento guadagna il triplo dei voti di Benoît Hamon, vincitore del congresso socialista.

2. Ciò che è certo è che la Francia che ci ha consegnato il primo turno delle elezioni francesi non è quella che a metà del secolo scorso gettò le basi dell’unificazione europea. Quando la nuova storia europea iniziò all’insegna di Maurice e Jean Monnet che “inventarono” la CECA, la comunità del carbone e dell’acciaio, progenitrice della comunità economica europea. L’iniziativa francese sembrò allora dettata da puri interessi economici, avendo la Francia bisogno del carbone della Ruhr per riprendere la via dello sviluppo. Mentre pochi anni dopo,nel 1957 la Ceca era seguita dal mercato comune europeo che per gli stessi sei paesi fondatori doveva essere il moltiplicatore della crescita economica nell’Europa devastata del secondo dopo guerra. Un’interpretazione puramente economica di quegli eventi sarebbe, tuttavia, fuorviante.
La dimensione politica dell’iniziativa francese divenne evidente con Charles de Gaulle, padre della V Repubblica. La Francia era uno dei cinque stati membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell’ONU insieme con gli Stati Uniti, la Gran Bretagna, la Russia e la Cina, ed era diventata la quarta potenza nucleare del pianeta. Ma questo non bastava a de Gaulle. Nel suo disegno, la grandeur della Francia passava attraverso un ambizioso progetto politico continentale. Immaginava un’Europa pienamente affrancata dall'egemonia americana (non caso il progetto comunitario escludeva la Gran Bretagna, considerata un'appendice della politica di potenza americana). La comunità europea avrebbe inoltre dovuto gestire in piena autonomia i rapporti con l’URSS, intrecciando, secondo le circostanze, un’attitudine conflittuale con una collaborativa. Non a caso, nel disegno coltivato dal generale, un giorno, la comunità europea si sarebbe estesa dall'Atlantico agli Urali. Un disegno a suo modo utopico. Eppure centrato su una visione storicamente concreta: la nuova Europa doveva passare attraverso un rapporto speciale tra la Francia e la Germania. La coppia franco-tedesca doveva essere il motore che avrebbe guidato oil progetto europeo.

Fu in questo quadro che il rapporto speciale con la Germana assunse i colori di un rapporto personale fra i capi di stato dei due paesi. Non era un caso che l’austero de Gaulle invitasse, come ospite, il vecchio cancelliere tedesco Konrad Adenauer, come ospite quasi familiare nella sua casa privata di Colombey-les-Deux-Églises, lontano dalle luci e dai riti diplomatici dell’Eliseo. Si apriva un nuovo capitolo della storia europea dopo le due guerre mondiali che avevano sconvolto il mondo con la Francia e la Germania stabilmente su fronti opposti. La nuova Europa aveva alla sua guida la Francia, e questa sceglieva come co-pilota la Germania.

Non si sarebbe trattato di un modello di rapporti occasionale, frutto dell’immaginazione storica di de Gaulle. Recensente Giscard d’Estaing ha ricordato (L’Espresso), come fosse diventata consuetudine incontrarsi sistematicamente con Helmut Schmidt, successore di Willy Brandt alla cancelleria tedesca, prima delle riunioni del Consiglio europeo dei capi di stato e di governo, per discuterne l’odg e tracciarne le conclusioni. La politica francese, al pari dei quella tedesca, fu segnata nel corso dei decenni dall’alternanza fra i due maggiori partiti. Ma l’alternanza non interferì mai con la specialità dei rapporti che legava i due paesi. Quando, negli anni Ottanta lo scettro passò in Francia al socialista François Mitterrand, l’iniziativa francese tornò audacemente in campo. Spettò al socialista Jacques Delors, il più prestigioso tra tutti i presidenti della Commissione europea, non solo ridefinire le strutture portanti della comunità, ma promuoverne il grande balzo in aventi della moneta unica.

3. L’iniziativa appartenne ancora una volta alla Francia. Ma questa volta il mondo era cambiato col collasso dell’Unione sovietica. L’unificazione tedesca prese tutti di sorpresa compresi gli Stati Uniti. Ma soprattutto era destinata a cambiare i rapporti all'interno della coppia franco-tedesca. La Germania unificata non era più una contea di confine dell’Europa occidentale, ma improvvisamente il ribaltamento della storia europea la collocava al centro del continente.

La nascita dell’euro con la conferenza di Maastricht nel 1992 fu il prezzo che la Francia impose alla Germania in cambio dell’unificazione della Germania – unificazione che Kohl volle accelerare, al di là di ogni previsione, creando inizialmente sconcerto all’Eliseo, oltre che in molte capitali europee, e perfino a Washington. Il passaggio alla moneta unica, sotto la guida di Mitterrand e Delors. sancirà ancora una volta un successo francese. Ma era destinato a rivelarsi un successo fatale. Una parte dell'élite economica e politica tedesca, con alla testa la Bundesbank, era contraria all'abbandono del marco. Dopo la catastrofe monetaria del 1922-23 quando la moneta tedesca era stata polverizzata dall’iperinflazione, il DM era diventato la seconda bandiera della Germania.

La moneta unica appariva a una parte della classe dirigente tedesca una forzatura politica. E, in effetti, era un espediente che mascherava una profonda asimmetria economica tra la Germania e la maggioranza degli Stati membri dell’UE. La Germania era diventata la seconda potenza economica occidentale e la quarta a livello planetario dopo il gli stati Uniti, il Giappone e la Cina. Al contrario, la Francia non riusciva a tener il passo nemmeno del cambio semifisso,che governava lo Sme, il sistema monetario europeo.

Nel 1992 tutto il sistema era andato in crisi: dalla sterlina inglese alla lira italiana alla peseta spagnola. La Francia aveva salvato a stento il franco solo in virtù del sostegno tedesco. La moneta unica, imposta dalla Francia, nasceva da una coppia unita ormai più dall’etichetta europea che non dalla sostanza dei rapporti economici e politici.

L’egemonia francese era finita. Con l’euro, in effetti, un travestimento del marco, il motore europeo era definitivamente passato nelle mani della Germania. La finzione della coppia franco-tedesca alla guida dell’Unione europea durò ancora nei primi anni del nuovo secolo. Ma con la crisi del 2008 in America che aveva contagiato rapidamente l’Unione europea, il re fu definitivamente nudo. Berlino decideva le sorti dell’euro col suo doppio bastone dell’austerità e delle riforme strutturali, sotto l’opaca copertura di Bruxelles.

Ma la coppia franco-tedesca ricompariva puntualmente quando bisognava assumere decisioni cruciali. La Francia era indebolita dalla crisi, ma Nicolas Sarkozy amava presentarsi come un severo controllore dei comportamenti degli stati membri. Gli incontri separati della coppia franco–tedesca erano sempre continuati nonostante, proprio per essere così scoperti, irritassero i partner europei, come nel caso del summit bilaterale Merkel-Sarkozy a Deauville nell’autunno del 2010, alla vigilia di un importante Consiglio europeo.

Il punto di svolta, nel mezzo della crisi greca fu costituito dall’incontro a Cannes di Sarkozy con Angela Merkel e con la partecipazione di Barroso, presidente della Commissione europea. Papandreou, alla testa del governo greco, aveva indetto un referendum popolare con il quesito se accettare o no le condizioni poste dalle autorità europee per un nuovo bailout. La decisione era stata assunta anche per temperare l’ondata di proteste popolari che agitava la Grecia e per provare a ottenere un mandato per trattare con le autorità dell'eurozona le condizioni del prestito.

Nella riunione di Cannes Sarkozy e Merkel imbastirono una sorta di processo a carico di Papandreou. Gli chiesero di ritirare il referendum, o trasformarlo in qualcosa di diverso. In termini che non ammettevano titubanze dissero a Papandreou che o accettava le condizioni poste dalle autorità europee o sarebbe dovuto uscire dall’eurozona.

Papandreou fu messo con le spalle al muro, incalzato contemporaneamente dal Partito popolare di Samaras all’interno e dal ricatto franco-tedesco. Una settimana dopo si dimise. Francia e Germania avevano già individuato il nuovo capo del governo in Lucas Papademos, ex vice presidente della BCE. Come sappiamo, la crisi greca non solo non fu risolta, ma le condizone strangolatorie imposte aggravarono la crisi che continua a imperversare sei anni dopo Cannes.

In effetti, la Grecia ebbe una doppia sfortuna. Per un verso, era troppo debole per opporre resistenza. Per l'altro, era stata assunta come una cavia che doveva servire da esempio ad altri paesi: in primo luogo, l’Italia e poi la Spagna. José Luis Zapatero non poté portare a termine il terzo mandato come capo del governo spagnolo e, sotto la pressione delle autorità europee, si dimise un mese dopo Papandreou per lasciare campo aperto a Mariano Rajoy del Partito popolare, che vinse facilmente le elezioni, assistito dal consenso che gli proveniva da Berlino, Parigi e Bruxelles.

Il caso italiano era scoppiato in anticipo con la famosa lettera inviata (segretamente, ma fu diffusa su tutta la stampa italiana) firmata da Jean-Claude Trichet, il presidente francese in uscita della BCE, e Mario Draghi, designato alla successione. La lettera, com’è noto, indicava un dettagliato programma di governo di stampo ultraconservatore che nessun normale governo, democraticamente responsabile di fronte al Parlamento e al paese, avrebbe potuto realizzare. I mercati finanziari non avevano tardato a capirlo, e avevano fatto esplodere lo spread (la differenza del tasso d’interesse pagato sulle emissioni di bond a dieci anni). Il governo Berlusconi fu costretto a gettare la spugna. A governare la provincia italiana fu designato Mario Monti, che godendo della fiducia di Berlino e del sostegno di Giorgio Napolitano: formò un governo di tecnici sostenuto da tutti i partiti del cosiddetto arco costituzionale.

Nel giro di due mesi, Germania e Francia, con la complicità della Commissione europea e della BCE, non solo avevano deciso la politica economica e sociale dei due maggiori paesi dell’eurozona, dopo la Germania e la Francia, ma ne avevano anche deciso i governi.

4. La maschera è definitivamente caduta insieme con la disfatta di François Hollande, l’unico presidente della storia della Quinta Repubblica costretto a non potersi candidare per un secondo mandato per eccesso di impopolarità. La svolta storica non poteva essere più clamorosa. Abbiamo visto De Gaulle incontrare Adenauer e Giscard d’Estaing Helmut Schmidt. E poi lo stretto rapporto fra Mitterrand e Kohl, personaggi che hanno segnato la storia europea del XX secolo. Dopo il secondo turno elettorale di oggi, come le previsioni (rivelatesi finora rigorosamente precise) lasciano ritenere, Emmanuel Macron s’insedierà all’Eliseo.

Il giovane Macron è indubbiamente dotato di un brillante talento di scalatore. In un breve giro di anni è passato da funzionario della banca d’affari Rothschild prima a consigliere economico e poi a ministro per l’economia di Holland. Un incarico prontamente abbandonato, quando la barca andava alla deriva per fondare En Marche!, il proprio movimento personale "né di destra, né di sinistra".

Per salire all’Eliseo Macron  avrà bisogno al secondo turno di ciò che resta del Partito socialista che, secondo i sondaggisti gli darà i due terzi dei suoi voti, vale a dire un misero 4 per cento del voto complessivamente espresso. Otterrà, secondo le previsioni, circa la metà dei voti della sinistra radicale di Mélenchon. Ma nemmeno questo potrebbe bastare, senza un sostanziale sostegno della destra ultraconservatrice di Fillon. Considerato che almeno il 15 per cento degli elettori si asterrà, potrà alla fine scavalcare Marine Le Pen. Così dice l’oracolo. E tutto lascia ritenere che si avvererà.

Una volta all’Eliseo, diventerà interlocutore di Angela Merkel. La cancelliera che non ha fondato un partito personale ma che, con i suoi tre mandati, ha già eguagliato la durata della cancelleria di Adenauer e Kohl. E che, secondo i più recenti sondaggi d’opinione, si candida con grandi probabilità di successo a ricevere il quarto mandato, raggiungendo un primato che non ha precedenti se non Bismarck nella seconda metà dell’Ottocento.

5. Dei partiti che hanno tessuto la storia della V repubblica (e dell’’Unione europea) non rimane nulla se non per default, una disperata mancanza di alternative alla vittoria di Marine Le Pen, con l’unione sacra di frammenti politici di destra e di sinistra con ascendenze e programmi contrastanti. A Berlino e a Bruxelles sembrano tutti fiduciosamente rasserenati. Ma della vecchia coppia franco-tedesca non rimane che la finzione sbiadita che ha accompagnato alla deriva la presidenza socialista di Hollande.

In ogni caso, l’eurozona è salva, e il dominio della Germania non ha più la maschera consunta della vecchia coppia franco-tedesca. Un’eurozona che, quasi dieci anni dopo il suo inizio, non è ancora uscita dalla crisi. Un’eurozona che continua grottescamente a battere il ritmo della crescita in termini di decimali, con una disoccupazione media del 10 per cento, che è la più alta della storia comunitaria e che oscilla intorno al doppio in Grecia, Spagna e … nel Mezzogiorno.

La domanda che meriterebbe di essere posta è: per quanto tempo ancora? Ma l’etichetta europea vuole che la domanda non sia nemmeno adombrata. Chi osa alzare la voce è un populista, non importa se di destra o di sinistra: Le Pen, Pablo Iglesias, Grillo o Salvini.

La clessidra della storia deve fermarsi perché l’establishment possa continuare a governare il declino del pianeta Europa. Con la notevole eccezione della Germania che rimane la quarta potenza economica del pianeta, alla testa di una Europa lacerata, senza bussola. E senza meta. La domanda torna con impertinenza: per quanto ancora?
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* Presidente del CISS - Center for International Social Studies (Roma) a.lettieri@ciss.it

Libera concorrenza europea

europee-crisis_0Giorgio Mascitelli

Su la repubblica dell’11 settembre, in un articolo di Andrea Tarquini che illustra i risultati delle elezioni politiche croate vinte dal partito nazionalista e conservatore HDZ, e le tensioni crescenti tra Croazia e Serbia relative all’adesione di quest’ultima all’Unione Europea, l’autore riporta la seguente dichiarazione del primo ministro serbo Alexander Vučić, un dichiarato liberalriformista ed europeista, a proposito dei croati: «vogliamo essere loro concorrenti tra europei sul piano dei risultati economici, non delle offese e degli scontri, con Zagabria voglio confronto e concorrenza positivi, non attacchi ostili e frasi offensive».

È una frase molto interessante che, al di là del suo significato nella specifica controversia, contiene implicitamente molte affermazioni ideologiche che illuminano efficacemente aspetti cruciali dell’attuale crisi europea. Infatti Vučić, in quanto leader moderno, europeista e candidato all’entrata nell’Unione, usa un linguaggio – non solo nei toni moderati, ma anche nelle categorie concettuali – adeguato alla sua posizione e omogeneo con quello dei gruppi dirigenti europei. Ovviamente il richiamo alla competizione economica e alla concorrenza, come elemento principale dei rapporti serbocroati, è perfettamente in linea con i valori e la cultura di governo europee.

Insomma, volendo parafrasarlo, Vučić afferma che è inutile rispolverare il vecchio armamentario politico-ideologico, i rancori bellici e le nostalgie per Ante Pavelić, quando il vero terreno di confronto è quello economico tra sistemi paese: ed è su quel campo che la Serbia giocherà la sua rivincita della guerra del 1992-93. Anche mettendo in conto che Vučić possa avere un po’ calcato la mano, in quanto la sua dichiarazione si rivolgeva a un’opinione pubblica serba comprensibilmente irritata per le provocazioni di Zagabria e a sua volta sensibile alle sirene del nazionalismo, mi sembra che definire una simile concezione revanscismo economico non sia del tutto inappropriato. Il problema maggiore è che esso non è certo un’invenzione di Vučić, ma si situa in posizione dominante nel contesto storico e politico contemporaneo.

Infatti è persino superfluo ricordare che per il neoliberismo il rapporto standard tra stati è la competizione, al pari di quello tra individui e di quello tra aziende, e che tale competizione si manifesta in molti modi, per esempio in una gara al ribasso tra nazioni per attirare i capitali, offrendo ai capitalisti le migliori condizioni e ai propri cittadini le peggiori per produrre, come è stato sperimentato negli USA tra gli stati membri dell’Unione.

È però il Foucault del corso sulla Nascita della biopolitica, del 1979, a notare che nella Germania del XX secolo, all’interno dell’etica capitalista, non è più l’arricchimento individuale il segno della benevolenza di Dio, ma quello generale. Quindi la stessa ragione costitutiva della Repubblica Federale è il suo successo economico, visto che «la storia aveva detto di no allo stato tedesco […] sarà l’economia a consentirgli di affermarsi». Nel mondo prima del 1989, in cui la politica estera bloccata dalla guerra fredda e la politica economica di stampo sociale impongono varie forme di cooperazione tra stati e negli stati, all’interno e fuori dell’Unione Europea, questo successo è essenzialmente vissuto come primato del buon governo.

Nel mondo globale neoliberista la competizione tra stati, anche politicamente alleati, diventa la norma; e in Europa spesso le varie forme di competizione economica si innestano su vecchie linee di demarcazione e faglie geopolitiche che, ibernate nel 1945, la fine dei blocchi ha reso di nuovo attive. Quindi mentre la concorrenza, che so, tra Arkansas e Louisiana resta un fatto privo di connotazioni storico-politiche, nel nostro continente che gronda storia diventa oggettivamente una forma di rivincita o un disseppellimento di vecchie ostilità. A questo proposito è indicativo quanto faceva notare Alessandro Dal Lago, commentando su Il manifesto del 16 settembre le elezioni in Germania, e cioè che il partito reazionario tedesco AfD nasce come una scissione all’interno della CDU, in nome di una politica economica più dura contro i paesi della periferia UE, per poi trasformarsi progressivamente in un partito nazionalista e xenofobo di tipo tradizionale. Così il primato della Germania viene vissuto, a ragione, come la rivincita delle sconfitte storiche e il ritorno di una politica di potenza, ridestando vecchie paure.

La Germania come paese vittorioso diventa anche il modello per tanti altri piccoli potenziali vincitori e basterà dare un’occhiata a tante dichiarazioni di governanti, specie scandinavi e mitteleuropei, per imbattersi molto spesso in uno stile à la Schäuble. Vučić, come primo ministro dell’ultimo paese che ha conosciuto le durezze delle sconfitta bellica, desidera seguire il modello vincente e tentare questo tipo di rivincita, ma non può stupire che una parte cospicua dei suoi concittadini, alle sottigliezze metafisiche di questo gioco, preferisca Putin che da vecchio reazionario tratta gli alleati da alleati e i nemici da nemici.

Quanto all’Unione europea essa si trova nella situazione pirandelliana di lottare contro questo stato di cose, in quanto organismo politico che cerca l’unità e la cooperazione dell’Europa, e al tempo stesso di promuoverlo, in quanto organo neoliberista del capitalismo. Per quella che è stata la mia formazione giovanile, mi verrebbe voglia di aggiungere che una risata li seppellirà, ma il senso di realtà mi ricorda che sotto le macerie avrò ben poco di cui ridere.

Nostalgia della guerra fredda

brexitGiorgio Mascitelli

I rischi di una crisi irreversibile dell’Unione europea innescati prima dalla crisi economica, poi da quella umanitaria dei migranti e infine dalla Brexit sembrano trovare una loro corrispondenza ideologica con ricadute anche operative in una sorta di nostalgia per la guerra fredda che si respira in molte capitali europee, non ultima proprio Londra. La progressiva derubricazione della Russia di Putin da paese partner dell’Occidente a paese concorrente fino a pericolosa reincarnazione dell’Impero del male sovietico non rivela soltanto un gusto vintage delle élite occidentali nell’elaborazione delle propri strategie politiche, ma è infondo la logica conclusione di un percorso avviato anni fa allorché, agli albori del suo potere, Putin provvide a sostituire gli oligarchi eltsiniani, legati a doppio filo alla grande finanza anglosassone, con altri più vicini a lui.

La descrizione della Russia come superpotenza minacciosa, in corrispondenza con la propaganda dello stesso Putin, è un ingrediente essenziale per rendere credibile questa operazione: tanto più in ragione del fatto che, aldilà di una recuperata efficienza militare, questo paese non è cosi forte demograficamente ed economicamente da potersi permettere di rinunciare a priori a una politica di cooperazione con l’Europa. Inoltre, a differenza dei tempi sovietici, l’ideologia nazionalista conservatrice di Putin non appare capace di diventare un punto di riferimento internazionale a dispetto di qualche dichiarazione o gita turistica a Mosca di Marine Le Pen o di Salvini proprio a causa del suo nazionalismo. Non è un caso che tra i governi europei che presentano caratteristiche simili al nazionalismo con venature autoritarie putiniano vi siano proprio quello polacco e quello ucraino, annoverati abitualmente tra i peggiori nemici della Russia.

Un’Europa realmente unita e pertanto desiderosa di tutelare le proprie frontiere orientali avrebbe a sua volta tutto l’interesse a rafforzare la collaborazione economica con la Russia per varie ragioni anziché partecipare ad ambigue avventure come quella ucraina in compagnia di personaggi espressione del mondo neocon statunitense come Victoria Nuland e i suoi sponsor politici ed economici. Non si tratta soltanto del fatto che questi venti di guerra fredda spingono e spingeranno sempre di più la Russia nelle braccia della Cina né dei danni economici immediati dovuti alle sanzioni, che all’Italia stanno costando più della Brexit, ma anche del fatto che il clima di tensione è stato abilmente sfruttato da Putin per rafforzare il proprio potere personale e l’architettura autoritaria dello stato russo. A due anni da quello che era stato pomposamente chiamata la rivoluzione democratica di Maidan si è ottenuta una guerra civile non ancora sopita, un regime di oligarchi fascistoidi a Kiev e l’azzeramento dell’opposizione a Putin in Russia in nome della patria in pericolo. L’esempio dello scrittore Limonov, che da deciso oppositore del presidente russo è diventato un suo sostenitore dopo l’attacco alle province orientali dell’Ucraina da parte del governo di Kiev, sembra incarnare uno stato d’animo diffuso.

Ovviamente questa rinascita della guerra fredda è destinata a offrire un nuovo ruolo politico alla NATO, che dopo la caduta del muro di Berlino aveva perso importanza nello scacchiere internazionale. La visione geopolitica che la NATO porta con sé è tuttavia quella di un’Europa che non ha autonomia politica dagli Stati Uniti, che può tutt’al più mirare a un coordinamento economico sempre in funzione di una politica internazionale occidentale e volto a privilegiare rapporti commerciali interatlantici, anche quando si creano possibilità più favorevoli con altre aree del mondo. E’ chiaro che una politica del genere contrasta con il progetto o, visto lo stato delle cose, il sogno di un’Unione europea realmente federale. Infatti tra i più ardenti sostenitori di questo ritorno della NATO si trovano i paesi più euroscettici come la Gran Bretagna e la Polonia. Benché la Brexit con il suo carico di instabilità politica ed economica non sia funzionale a questo disegno nell’immediato, sul medio periodo un attivismo politico di marca NATO finirebbe con il diventare oggettivamente, a prescindere da scelte in tal senso, una sponda politica per tutti quei governi o movimenti politici che vorranno giocare la carta di un nazionalismo antieuropeo senza rischiare l’isolamento.

Insomma questo gusto per il revival della guerra fredda rischia di trasformarsi in una sorta di boomerang in questo momento in cui le sorti del progetto europeo appaiono già minacciate ed è sorprendente constatare che opinionisti e analisti accreditati di dichiarata fede europeista vi indulgano tanto spesso, forse in una sorta di riflesso politico condizionato, che ignora le condizioni politiche presenti.

Cosa vuole l’Europa?

Slavoj Žižek

In una delle sue ultime interviste prima della caduta, un giornalista occidentale ha chiesto a Nicolae Ceaușescu come potesse giustificare il fatto che i cittadini rumeni non potevano viaggiare liberamente all’estero sebbene la libertà di movimento fosse garantita dalla costituzione. La sua risposta seguiva il meglio del sofisma stalinista: è vero, la costituzione garantisce la libertà di movimento, ma garantisce anche il diritto del popolo a una patria sicura e prospera. Abbiamo quindi un potenziale conflitto di diritti: se ai cittadini rumeni fosse stato concesso di lasciare liberamente il paese, la prosperità della patria sarebbe stata minacciata e sarebbe stato messo in pericolo il loro diritto alla terra d’origine. In questo conflitto bisogna fare una scelta, e il diritto alla prosperità e alla sicurezza della patria gode di una chiara priorità...

Sembra che lo stesso spirito del sofisma stalinista sia vivo e vegeto nella Slovenia contemporanea dove, il 19 dicembre 2012, la Corte costituzionale ha rilevato che un referendum sulla legislazione fatta per istituire una “bad bank” e sulla partecipazione sovrana sarebbe stato incostituzionale, di fatto cancellando un voto popolare sulla questione. Il referendum era stato proposto dai sindacati contro la politica economica neoliberale del governo, e aveva ottenuto abbastanza firme per essere obbligatorio. Vi era infatti l’idea di trasferire tutti i crediti cattivi delle principali banche in una nuova “bad bank” che sarebbe poi stata salvata dal denaro statale (cioè a spese dei contribuenti), impedendo ogni seria indagine sui responsabili di questi crediti.

Perché quindi proibire il referendum? Nel 2011, quando il governo greco di Papandreou ha proposto un referendum sulle misure di austerity, c’è stato il panico a Bruxelles, ma perfino in quel caso nessuno ha avuto il coraggio di proibirlo. Secondo la Corte costituzionale slovena il referendum “avrebbe causato conseguenze incostituzionali”. Insomma, nel valutare le conseguenze del referendum, la Corte costituzionale ha semplicemente accettato come un fatto indiscutibile le ragioni delle autorità finanziarie internazionali che stanno facendo pressione sulla Slovenia affinché adotti ulteriori misure di austerity: non obbedire ai diktat delle istituzioni finanziarie internazionali (ovvero non soddisfare le loro aspettative), può condurre a una crisi politica ed economica ed è quindi incostituzionale.

Forse la Slovenia è un piccolo paese marginale, ma la decisione della sua Corte costituzionale è il sintomo di una tendenza globale verso la limitazione della democrazia. L’idea è che, in una situazione economica complessa come quella odierna, la maggioranza della popolazione non sia qualificata per decidere: la gente vuole solo mantenere i propri privilegi, ignara delle conseguenze catastrofiche che si produrrebbero se le sue domande fossero soddisfatte. Questa linea di argomentazione non è nuova.

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Claire Fontaine, P.I.G.S. (2011)

Lungo queste linee, Fareed Zakaria ha sottolineato come la democrazia possa “prendere piede” solo in paesi economicamente sviluppati: se i paesi in via di sviluppo sono “prematuramente democratizzati”, il risultato è un populismo che finisce nella catastrofe economica e nel dispotismo politico. Non c’è da stupirsi che i paesi del Terzo mondo che hanno ottenuto i maggiori successi economici (Taiwan, Corea del Sud, Cile) abbiano abbracciato la democrazia solo dopo un periodo di regime autoritario. Questa linea di ragionamento non fornisce anche la migliore argomentazione a favore del regime autoritario in Cina?

Con il perdurare della crisi cominciata nel 2008, questa stessa sfiducia nella democrazia, una volta limitata ai paesi in via di sviluppo del Terzo mondo o post-comunisti, sta adesso prendendo piede negli stessi paesi occidentali sviluppati. Quello che uno o due decenni fa era un consiglio paternalistico per gli altri, ora riguarda noi stessi. Ma cosa succede se questa sfiducia è giustificata? E se solo gli esperti possono salvarci, anche a costo di meno democrazia? Il meno che si possa dire è che la crisi offre ampie prove di come non sia la gente, ma gli stessi esperti a non sapere quello che stanno facendo. Nell’Europa occidentale stiamo in effetti assistendo a una crescente incapacità della classe dirigente: sempre meno sanno come dirigere.

Guardiamo a come l’Europa sta affrontando la crisi greca, facendo pressione sulla Grecia per ripagare i debiti, ma allo stesso tempo rovinando la sua economia con l’imposizione di misure di austerity e rendendo perciò certo il fatto che il debito greco non sarà mai ripagato. Alla fine del dicembre 2012 lo stesso Fondo monetario internazionale ha pubblicato una ricerca in cui si mostra come il danno economico di misure di austerity aggressive possa essere fino a tre volte più grande di quanto era stato previsto, cancellando quindi i suoi consigli sull’austerità nella crisi dell’eurozona.

Adesso il Fondo monetario ammette che costringere la Grecia e altri paesi indebitati a ridurre i loro deficit troppo velocemente può essere controproducente... Adesso, dopo che centinaia di migliaia di posti di lavoro sono stati perduti a causa di simili “errori di calcolo”. Qui risiede il vero messaggio delle “irrazionali” proteste popolari in giro per l’Europa: i manifestanti sanno bene di non sapere, non pretendono di avere risposte veloci e facili, ma ciò che il loro istinto sta dicendo è comunque vero, ossia che anche chi è al potere non sa. Oggi in Europa i ciechi guidano i ciechi.

Pubblichiamo un estratto dal libro di Slavoj Žižek e Srécko Horvat (prefazione di Alexis Tsipras), Cosa vuole l'Europa? in libreria in questi giorni per ombre corte.

Étienne Balibar – Il governo dell’Europa

Intervista a cura di Claudia Bernardi e Luca Cafagna

La gestione neoliberale della crisi del capitalismo ha imposto quella che Étienne Balibar definisce, riprendendo le analisi schmittiane, una «dittatura commissaria»: una ridefinizione dell’assetto istituzionale europeo secondo stati d’eccezione che impongono una gestione dall’alto della crisi tramite gli ormai noti governi nazionali imposti dalla troika.

Il processo di finanziarizzazione ha provocato una violenta trasformazione delle forme stesse della politica, ora subordinate al ciclo economico di cui sono la piena espressione. L’architettura istituzionale e la possibile costituzione di un’unione europea sono divenute uno dei temi più dibattuti in questa fase di transizione in cui permangono il deficit di democrazia e la divaricazione tra poteri democratici – quelli che Balibar definisce «contropoteri insurrezionali» – e le istituzioni europee.

Se la dittatura commissaria costituisce una delle forme privilegiate della governance europea, è pur vero che quest’ultima inizia a intravedere limiti nelle politiche di austerità finora applicate. La gestione politica della crisi neoliberale è completamente incapace di rilanciare politiche espansive o un ripensamento complessivo del «progetto Europa». Questi nodi costituiscono sia la posta in palio sia il terreno di scontro per poter costruire nuove istituzioni democratiche all’interno dello spazio europeo dei movimenti.

La scorsa settimana il presidente François Hollande ha dichiarato che secondo il governo francese sarebbe opportuno giungere a una unione politica più marcata dell’Europa entro il 2015. Alla costituzione di un bilancio comune, di una politica fiscale, di difesa e sicurezza comune, fa da contraltare un processo europeo estremamente deficitario dal punto di vista democratico. Come si colloca questa affermazione in confronto al costante deficit di democrazia?

L’impressione immediata è che la preoccupazione principale sia, come negli ultimi anni, quella di raggiungere un certo livello di efficacia o di funzionamento organizzato dei poteri dall’alto, piuttosto che cercare una forma più democratica. Questo ha a che vedere con il fatto che generalmente gli Stati europei, o le classi politiche per essere più concreti, soprattutto nel caso della Francia, non hanno mai avuto veramente l’idea di introdurre il popolo come «terzo giocatore» nel confronto complicato tra Stati nazionali ed elementi federali europei.

L’elemento nuovo è stato introdotto dalla crisi monetaria e dal nuovo ruolo della Bce. Il cosiddetto deficit democratico, infatti, è sempre già concepito come un deficit di legittimità. Secondo me, il problema della legittimità esiste ed è un problema politico importante, ma la questione democratica non si riduce al problema di legittimare le istituzioni europee. Occorrerebbe rovesciare l’ordine di importanza dei due aspetti. Ciò di cui i cittadini europei hanno bisogno è un’Europa più democratica, non un governo europeo più legittimo, sebbene anche questa sia una cosa importante.

Una seconda questione che vorremmo porle è relativa alle politiche di austerità. Recentemente ci sono stati interventi, anche da parte di esponenti dei governi europei, che mettono in discussione l’efficacia delle politiche di austerità. In alternativa a ciò viene spesso proposto un nuovo progetto di welfare europeo o un’evocazione del New Deal. Vorremmo sapere quali sarebbero le caratteristiche di questo New Deal, di un nuovo patto per rifondare l’Europa da un punto di vista politico, prima di tutto, e poi economico.

Non sono un economista, ma leggo quanto posso di queste discussioni. Per me ci sono due aspetti, quasi due misteri, due problemi irrisolti in questa discussione. Il primo aspetto è la razionalità della politica di austerità dal punto di vista capitalista o, anzi, di equilibrio del sistema economico europeo. Non tutti, ma la stragrande maggioranza degli economisti, già da anni, spiega che l’austerità in questa forma è un’imbecillità dal punto di vista economico. In principio dovrebbe servire a risolvere i deficit enormi, i debiti pubblici, ma nei fatti il risultato è una compressione del reddito nazionale – anche per la Germania – e quindi le possibilità di rimborso del debito non aumentano ma diminuiscono.

La questione immediatamente successiva è: perché ostinarsi nella via sbagliata? Da alcuni mesi l’Fmi ha cominciato a spiegare che bisognerebbe cambiare direzione, ma per anni sono state mantenute queste politiche. Allora le spiegazioni che sentiamo sono di due tipi, non incompatibili forse. Da un lato, una spiegazione ideologica, puramente ideologica, che ci rimanda alla concezione cosiddetta «ordoliberista» dominante in Germania, che è la potenza principale. L’altra spiegazione, che non possiamo eliminare, è che nei fatti l’austerità non serve a risolvere la crisi dal punto di vista sistemico o complessivo, ma è una fonte di profitti e di benefit molto importanti per alcuni, compresa la stessa Germania, a breve termine. Leggevo l’altro giorno su «Die Zeit», che non è sempre stata molto critica rispetto a ciò, un articolo molto interessante sul modo in cui la Germania finanzia le proprie attività economiche sfruttando il famoso spread dei tassi ecc.

Cioè, il fatto che le difficoltà di credito dei paesi dell’Europa meridionale producono come risultato indiretto tassi di prestito minimi o anche negativi per la Germania stessa. Questo è il primo problema: a chi giova, non a che giova, l’austerità? Il secondo problema riguarda il New Deal di cui si stava parlando: è una prospettiva seria, per me molto interessante, ma che non può e non deve essere percepita in modo puramente tecnico o tecnocratico. Un New Deal sistematico, complessivo, naturalmente adattato alle circostanze di oggi, non può esistere senza tre – diciamo – pilastri o elementi.

Uno è ovviamente quello che la politica attuale impedisce, cioè investimenti pubblici, piani di sviluppo, un nuovo piano Marshall per l’Europa meridionale, un altro progetto economico per l’Europa. Il secondo, naturalmente, è una politica della domanda e non solo una politica dell’offerta. Il che vuol dire un cambio radicale nella distribuzione del reddito tra la popolazione europea. Questo va completamente contro la tendenza attuale di raggiungere una competitività sufficiente a livello globale abbassando il livello di vita della maggioranza della popolazione. E quindi, terzo aspetto, un ruolo più attivo delle forze popolari e democratiche a livello nazionale.

Il New Deal americano, le politiche sociali dell’immediato dopoguerra in Europa e soprattutto in Inghilterra: non so se avete già visto il film di Ken Loach sulle nazionalizzazioni inglesi, The Spirit of ’45; quella non fu una rivoluzione socialista, ma un momento di equilibrio. Per il momento i progetti del cosiddetto New Deal prendono in carico i primi due aspetti, ma escludono il terzo, che ci rimanda alla questione precedente.
Il New Deal non è semplicemente un modo di gestire il reddito, è una politica complessiva, o sarebbe una politica complessiva, se la parola volesse significare qualcosa.

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Fosse vero!

Ecco cosa ha fatto Hollande (non parole, fatti) in 56 giorni di governo: ha abolito il 100% delle auto blu e le ha messe all’asta; il ricavato va al fondo welfare da distribuire alle regioni con il più alto numero di centri urbani con periferie dissestate. Ha fatto inviare un documento (dodici righe) a tutti gli enti statali dipendenti dall’amministrazione centrale in cui comunicava l’abolizione delle “vetture aziendali” sfidando e insultando provocatoriamente gli alti funzionari, con frasi del tipo “un dirigente che guadagna 650.000 euro all’anno, se non può permettersi il lusso di acquistare una bella vettura con il proprio guadagno meritato, vuol dire che è troppo avaro, o è stupido, o è disonesto. La nazione non ha bisogno di nessuna di queste tre figure”. Touchè. Via con le Peugeot e le Citroen.

345 milioni di euro risparmiati subito, spostati per creare (apertura il 15 agosto 2012) 175 istituti di ricerca scientifica avanzata ad alta tecnologia assumendo 2.560 giovani scienziati disoccupati “per aumentare la competitività e la produttività della nazione”. Ha abolito il concetto di scudo fiscale (definito “socialmente immorale”) e ha emanato un urgente decreto presidenziale stabilendo un’aliquota del 75% di aumento nella tassazione per tutte le famiglie che, al netto, guadagnano più di 5 milioni di euro all’anno. Con quei soldi (rispettando quindi il fiscal compact) senza intaccare il bilancio di un euro ha assunto 59.870 laureati disoccupati, di cui 6.900 dal 1 luglio del 2012, e poi altri 12.500 dal 1 settembre come insegnanti nella pubblica istruzione.

Ha sottratto alla Chiesa sovvenzioni statali per il valore di 2,3 miliardi di euro che finanziavano licei privati esclusivi, e ha varato (con quei soldi) un piano per la costruzione di 4.500 asili nido e 3.700 scuole elementari avviando un piano di rilancio degli investimenti nelle infrastrutture nazionali. Ha istituito il “bonus cultura” presidenziale, un dispositivo che consente di pagare tasse zero a chiunque si costituisca come cooperativa e apra una libreria indipendente assumendo almeno due laureati disoccupati iscritti alla lista dei disoccupati oppure cassintegrati, in modo tale da far risparmiare soldi della spesa pubblica, dare un minimo contributo all’occupazione e rilanciare dei nuovi status sociale. Ha abolito tutti i sussidi governativi a riviste, rivistucole, fondazioni, e case editrici, sostituite da comitati di “imprenditori statali” che finanziano aziende culturali sulla base di presentazione di piani business legati a strategie di mercato avanzate.

Ha varato un provvedimento molto complesso nel quale si offre alle banche una scelta (non imposizione): chi offre crediti agevolati ad aziende che producono merci francesi riceve agevolazioni fiscali, chi offre strumenti finanziari paga una tassa supplementare: prendere o lasciare. Ha decurtato del 25% lo stipendio di tutti i funzionari governativi, del 32% di tutti i parlamentari, e del 40% di tutti gli alti dirigenti statali che guadagnano più di 800 mila euro all’anno. Con quella cifra (circa 4 miliardi di euro) ha istituito un fondo garanzia welfare che attribuisce a “donne mamme singole” in condizioni finanziarie disagiate uno stipendio garantito mensile per la durata di cinque anni, finché il bambino non va alle scuole elementari, e per tre anni se il bambino è più grande. Il tutto senza toccare il pareggio di bilancio.

Risultato: ma guarda un po’ SURPRISE!!! Lo spread con i bund tedeschi è sceso, per magia. È arrivato a 101 (da noi viaggia intorno a 470). L’inflazione non è salita. La competitività e la produttività nazionale è aumentata nel mese di giugno per la prima volta da tre anni a questa parte. Hollande è un genio dell’economia? No. È una persona normale. È un socialista normale. È una persona di sinistra normale.

Questo articolo, non firmato, è un falso! Una bufala, probabilmente. Sembra insomma che sia stato confezionato ad hoc da qualche buontempone con l'intento di prendere in castagna il sistema dell'informazione inserendovi un virus. E in effetti questo articolo è diventato un vero e proprio meme rimbalzando sui social network, su twitter e facebook e su numerosi siti internet, riuscendo nel suo intento di ingannare chi gli ha attribuito frettolosamente una patente di attendibilità. Ma allora perché ribupplicarlo sul nostro sito? Semplicemente perché ci piacerebbe che quanto affermato nell'articolo fosse vero!

Insostenibilità del debito. Intervista a Luca Fantacci

[Intervista a cura del sito Melograno rosso, apparsa l'1/11/2011]

Luca Fantacci* insegna Scenari economici internazionali e Storia, istituzioni e crisi del sistema finanziario globale all'Università Bocconi di Milano

Professore, che cosa sta succedendo da qualche settimana nelle borse?
Niente, e proprio questo è il problema. Non c’è un solo fatto nuovo che giustifichi il terremoto finanziario delle scorse settimane: dalle difficoltà di Obama con il Congresso alle fragilità fiscali dell’Europa, tutto era già presente e noto. Perfino il downgrading degli USA era già stato più volte preannunciato. Per non parlare dei debiti pubblici, che hanno potuto crescere per anni senza preoccupare nessuno. Davvero, non è successo niente di nuovo e sconvolgente.

Nulla di cui preoccuparsi, dunque?
Tutt’altro. E’ proprio questo terremoto in assenza di novità il dato su cui è opportuno riflettere: se oggi senza motivo i mercati finanziari tremano, vuol dire che fino a ieri erano spavaldi, ugualmente senza motivo. Niente giustificava i guadagni di ieri, così come niente può spiegare le perdite di oggi o i recuperi di domani. I mercati finanziari dimostrano di avere sempre meno un criterio attendibile per distinguere fra quando va bene e quando va male, fra chi va bene e chi va male. Leggi tutto "Insostenibilità del debito. Intervista a Luca Fantacci"