László Nemes, l’immagine inadeguata

1200x630_307863_il-figlio-di-saul-rivelazione-a-canneLorenzo Esposito

Se volessimo fare una storia recente dell’immaginabilità, saremmo probabilmente costretti a muoverci a ritroso. Dovremmo intanto prendere le distanze dall’odierna assuefazione all’orrore, dove, in un continuo rimbalzo fra verità e menzogna, la stessa messa in immagini viene a tal punto data per scontata da produrre una sorta di accecamento collettivo. Vedere per esempio un popolo che attraversa a piedi l’Europa e che va a sbattere contro reti metalliche, sballottato fra un confine e l’altro…

Procedendo all’indietro troveremmo allora il magnifico e progressivo tempo delle certezze, dove invece tutto era possibile, sottoforma di manipolazione planetaria: l’immagine che supera ogni sua fragilità grazie alle mirabili capacità di autorevisione, rivedibilità, mutazione. Salvo interrompersi, ammutolita e abbagliata, dal loop ossessivo dell’impatto, ricordandosi all’improvviso della necessità di più angolazioni della verità (leggi Twin Towers).

Eccoci di nuovo costretti a indietreggiare. C’era una volta la questione del rapporto fra realtà e sua messa in scena, fra enormità del reale e praticabilità fiction del documento, fra visibile e invisibile. In discussione erano due imperfezioni: la realtà stessa e l’occhio umano: l’umano e il disumano. C’erano, conseguenti, i concetti di memoria, testimonianza, storia. C’era (come si sa, ma è sempre meglio ricordarlo) prima di Auschwitz e dopo Auschwitz.

È probabile che nel luogo dove più crudamente si è posto il problema del rapporto fra immagine e verità, vi sia un indice storico (nel senso benjaminiano) che permetta di far luce sull’oscura matassa del presente, e viceversa qualcosa di troppo oscuro allora che potrebbe risultarlo un po’ meno adesso.

È quello che fa László Nemes, ungherese classe 1977, col suo primo lungometraggio Il figlio di Saul (Saul Fia, 2015). Nemes prende di petto la questione mettendo in scena, proprio immaginando, uno dei più turpi, forse il più turpe, fra i crimini nazisti, ossia la creazione del Sonderkommando, squadra di ebrei addetta a portare altri ebrei direttamente nelle camere a gas, alla pulizia di quel che restava dei loro corpi, al trasporto delle carcasse nei crematori. E pronta, a sua volta, a essere gasata e sostituita ogni quattro mesi. Nemes sceglie l’estate del 1944, quando ad Auschwitz si dovette «far fronte» all’arrivo di 450.000 ebrei ungheresi ammazzandoli il più velocemente possibile, e quando alcuni membri del Sonderkommando ebbero il coraggio di scattare delle foto del genocidio e di farle arrivare alla resistenza polacca e, infine, di organizzare una rivolta (a tal proposito si consiglia la lettura del saggio di Georges Didi-Huberman Immagini malgrado tutto, Raffaello Cortina 2005, e sempre e comunque la rilettura del Primo Levi dei Sommersi e i salvati).

Ma facciamo un passo indietro. Nel 2007 Nemes, che a quel tempo era assistente alla regia di Béla Tarr (uno che se ne intende di immagini messe, per così dire, a ferro e fuoco), gira un cortometraggio intitolato With a Little Patience. Dalla prima inquadratura fuori fuoco emerge una giovane donna ben vestita che attraversa un bosco ed entra in un ufficio. La macchina da presa la segue frontalmente mentre va a sedersi alla sua scrivania, riempie delle schede, passa un foglio a un superiore. A un certo punto, attratta da alcuni rumori provenienti dall’esterno, la donna si alza e va alla finestra che dà direttamente sul bosco; qui vede un’anziana donna in nero che piange, degli uomini con delle casacche a righe che la vengono a prendere e la riportano nel mezzo di un gruppo di persone che si spogliano fra le betulle (alcuni sono già nudi), circondati da SS con i cani al guinzaglio che osservano la scena in silenzio. Anche la ragazza, la giovane impiegata del lager, non proferisce parola. Poi chiude la finestra e si allontana. Fine. Un unico piano sequenza.

Il figlio di Saul riparte da qui. Non solo da questa normale quotidianità dell’orrore, ma proprio da quella inquadratura. La prima immagine è di nuovo una sfocatura del bosco di betulle ma stavolta, dopo la messa a fuoco, appare Saul Aslander, un membro del Sonderkommando, intento a fare quello che fa tutti i giorni, portare a morire un convoglio di nuovi arrivati. Da qui, togliendoci il fiato, si diramano una lunga serie di piani sequenza che ne seguono le operazioni attorno ai morti, l’incredibile evento di un ragazzo sopravvissuto alla camera a gas (subito strangolato dal medico di turno), l’ossessione di Saul di seppellirlo secondo il rituale kaddish, i rischi enormi che corre, la sua partecipazione agli scatti delle famose fotografie e alla rivolta finale.

Stavolta Nemes si posiziona alle spalle del suo personaggio, si attacca alla nuca di Saul e lo tallona nel suo disumano andirivieni nei meandri del dispositivo di morte. Tutto quello che vediamo è un frammento (spesso fuori fuoco), scorci di corpi nudi accatastati o trascinati via, violenze di ogni tipo, i prigionieri al lavoro, l’arrivo continuo di nuovi deportati. Fuori campo il terribile manto sonoro di cui tante volte abbiamo letto (la babele di lingue – yiddish ungherese polacco greco – e gli ordini di continuo urlati in tedesco). Il girone infernale di Auschwitz, perfettamente ricostruito, ci viene tuttavia restituito per irruzioni, lampi, squarci che si imprimono come ferite. (Sembra che stavolta Claude Lanzmann, a lungo fautore della non immaginabilità dei campi, abbia dato il suo benestare, definendo il film di Nemes «l’anti-Schindler’s List», ma in verità, già nel 2013 con Le Dernier des injustes Lanzmann va a filmare direttamente i luoghi e, per come tratta le immagini d’archivio, ammette infine la loro fervida inappropriatezza, sulla quale invece aveva in precedenza polemizzato con Didi-Huberman.)

Nemes insiste a mostrarci come sia inadeguato quanto si vede nell’immagine, e dunque nell’occhio che osserva. La questione è capire in quale punto è in grado di ritrarsi dalla sua stessa assuefazione e addirittura trovare la forza per ritrarla (non solo foto: i membri del Sonderkommando scrissero e riscrissero diari che nascosero fra le ceneri dei morti). Nemes allora interroga il rapporto fra la forma stessa dell’occhio (attenzione, il film è girato in 35mm) e il processo di selezione intrinseco all’immagine, per cui non tutto può essere visto e mostrato, ma proprio su questo non si fonda l’atto del vedere (sto dicendo che nello statuto stesso del fondo del fondo più nero c’è una luce? Si, i nazisti, stupide bestie, non se lo immaginavano). È la doppia situazione visiva dei membri del Sonderkommando: resi ciechi, spogliati di tutto, anche dell’anima, gli viene chiesto di lavorare a cancellare le tracce dell’orrore cui partecipano. Può nascere uno sguardo dalla somma di due diversi accecamenti? Quel che il cinema può fare – sembra dire Nemes – è usare la propria parzialità, e diremmo proprio impotenza, per restituire quella condizione di spoliazione e di non-sapere che fondava il processo di disumanizzazione nazista.

Giusto dunque che un film così sconcerti, che possa anche lasciare dubbiosi per qualche passaggio a rischio. L’imperfezione è ancora segno di umanità, soprattutto quando si cerca di immaginare: perché questo va fatto, questo va detto, al di là di tutto.

László Nemes

Il figlio di Saul

Ungheria 2015, 107’

Solidarietà spontanea e dissenso civile in Ungheria

Leila Kozma

Gli ungheresi non debbono essere identificati con il loro governo. Si è parlato molto delle decisioni governative con cui è stata affrontata la crisi dei rifugiati, ma non si sono raccontate le azioni dal basso compiute per combattere le circostanze disumane che i rifugiati hanno dovuto sopportare.

La maggior parte del popolo ungherese si vergogna profondamente dell’atteggiamento mentale terroristico scatenato dal governo Orban, ma non dispone di canali attraverso i quali esprimere il suo dissenso. A parte alcuni rari esempi, come la lettera aperta firmata da intellettuali ben conosciuti, per i cittadini non c’è stata la possibilità di manifestare il disgusto verso la retorica fascista che il governo ha tentato di istillare nell’opinione pubblica.

Inoltre non si è manifestata una posizione uniforme dell’opinione pubblica: un senso generale di apatia è stato prevalente negli ultimi anni. e alle due proteste che si sono svolte recentemente, una contro la crisi dei rifugiati e l’altra contro le misure legali che peggiorano gli effetti di quella crisi, hanno partecipato circa tremila persone ciascuna. Molti provano compassione, rabbia, e desiderio di aiutare, però non dispongono dei mezzi per rendere noti i loro sentimenti e le loro azioni.

Perciò molti hanno scelto di affrontare il conflitto dei cittadini contro lo stile politico dominante attraverso la creazione di piccoli gruppi auto-organizzati. Questi gruppi considerano essenziale protestare contro la disumanizzazione e contro le condizioni impossibili prodotte dalle decisioni dei gruppi dirigenti ungheresi col risultato di mettere a rischio la vita stessa dei rifugiati. Questi gruppi agiscono con l’intenzione di ristabilire la solidarietà, l’empatia e la compassione tra esseri umani. Questi gruppi sono costituiti da singolarità che pensano sia necessario prendersi cura l’uno dell’altro a prescindere dalla nazionalità, dalle identità, e dalle posizioni politiche personali.

Le azioni che compiono questi gruppi non possono avere una risonanza nazionale, non tentano di istituzionalizzare la resistenza, e queste azioni hanno carattere effimero, provvisorio e non sono necessariamente destinate a coordinarsi. Sono motivate da relazioni interpersonali e sono stimolate dall’informazione che circola sui social media. La mancanza di visibilità, l’informazione che passa da una persona all’altra, e il sospetto e la paura sono inevitabili in un periodo in cui l’azione dello stato è finalizzata a sfruttare la buona volontà dei cittadini. Recentemente è stata avanzata addirittura una proposta di legge intesa a permettere agli agenti di polizia di entrare nelle case private senza notifica e di perquisire, in caso di sospetta presenza dei migranti o di attività in loro favore.

Di seguito riportiamo alcune azioni copiate in modo spontaneo dai gruppi che ritengono che sia possibile rimanere umani e non perdere il sentimento di compassione verso altri esseri umani.

Bekefeszek è una piattaforma aperta attraverso cui dei cittadini rendono pubblica la disponibilità per qualche notte di spazi gratuiti nelle loro case. Molti nella città di Budapest offrono ospitalità e cibo in modo tale che i migranti rimasti davanti alla stazione di Keleti, senza l’informazione necessaria per sapere se potranno continuare il viaggio, si possano riposare, possano mangiare un pasto caldo e possano trovare temporanea ospitalità. Questo lavoro diventa estremamente importante se pensiamo agli attacchi e alle condizioni meteorologiche cui i rifugiati sono stati esposti.

Un’applicazione telefonica chiamata InfoAid ha la finalità di distribuire le ultime notizie e di tradurre l’informazione fornita ai rifugiati. Questa applicazione raccoglie informazioni sugli orari dei treni e degli autobus, e aiuta la gente in fuga a trovare un temporaneo rifugio. Dato che i campi allestiti lungo le frontiere ungheresi sono gestiti dalle autorità ungheresi e l’ungherese è la sola lingua parlata nei campi e dalla polizia, questo servizio ha un carattere essenziale. Il rifiuto dei burocrati di parlare in un linguaggio comprensibile da tutti è stata la principale causa di manipolazione nelle settimane passate.

Vestiti, cibo, medicine e altre donazioni sono state fornite da due organizzazioni di solidarietà, MigSzol e MigrationAid . Quanto al trasporto è diventata abitudine di molti individui comprare biglietti ferroviari e consegnarli ai rifugiati, e organizzare servizi automobilistici col rischio di essere accusati di partecipare a un traffico illegale di esseri umani.

Dottori e studenti di medicina si sono messi a disposizione per aiutare. Le farmacie hanno fornito i loro materiali per migliorare le condizioni igieniche generalmente piuttosto cattive. La Telecom ungherese ha fornito gratuitamente internet per tutti quelli che soggiornavano davanti alla stazione ferroviaria Keleti.

Altri hanno organizzato delle azioni di animazione creativa, proiezioni cinematografiche, lezioni di disegno, programmi di infermeria per rendere più tollerabili le condizioni di ira dei rifugiati.

In Ungheria la popolazione è arrabbiata con il governo. Molti non riescono a capire perché le condizioni umane fondamentali debbono essere violate, e perché si possa venir accusati come criminali per aver fornito aiuto ad altri esseri umani.

Per fornire aiuto si sono dovuti creare piccoli gruppi di base e la finalità principale è stata quella di ridurre gli effetti dannosi che il governo ha provocato con le sue scelte e i suoi temporeggiamenti.

Non si deve sottacere il ruolo svolto dai civili. Senza di loro la crisi dei rifugiati sarebbe stata ancora più intollerabile. E’ grazie agli aiuti volontari, al lavoro volontario di dottori farmacisti, cuochi, autisti, traduttori, grazie ai contributi anonimi della popolazione, che i rifugiati hanno potuto per qualche momento avere la sensazione di essere un po’ più a casa loro.

Niente è più incredibile del mondo senza l’uomo

Intervista di György Vári a László Krasznahorkai

Il 13 maggio 2015, pochi giorni prima che a László Krasznahorkai fosse conferito l'International Man Booker Prize, lo scrittore ungherese ha rilasciato a György Vári del quotidiano Népszabadság, questa intervista sui trent'anni dal suo libro d'esordio, Sátántangó, la meraviglia del mondo senza uomini, l'essere senza parenti, l'inevitabilità dell'essere ungheresi, e il ruolo delle “bellissime lettere”.

– Quest'anno ricorrono trent'anni dall'uscita del suo primo romanzo, Sátántangó, probabilmente la sua opera più nota e una delle più importanti. Cosa ne pensa dopo tutti questi anni?

– Me ne sono allontanato molto, ma nel corso di questi trent'anni non me ne sono mai distaccato del tutto, poiché - seppure a mente fredda - ho dovuto prendere parte al dialogo che di volta in volta si è sviluppato a proposito del libro con i lettori ungheresi e stranieri, i cineasti, gli esperti, i traduttori. Ora, però, nel romanzo che sto scrivendo sono ritornato lì, dove tutto ha avuto inizio, e il mio rapporto con esso è di nuovo più diretto, meno freddo e lontano. In effetti, nel caso di questo libro per me il suo ricordo è migliore della sua realtà, intendo dire che preferisco ripensarci, e quando lo faccio vengo preso solamente da una leggera inquietudine, ma per nessun motivo vorrei rileggerlo, perché temo che tale inquietudine possa tramutarsi in un terribile crollo. Non molto tempo fa ho ritrovato una fotografia che mi ritrae all'incirca nel periodo in cui stavo scrivendo Sátántangó. Guardavo quel tizio sulla foto e poi mi sono guardato in uno specchio. Mio dio, cosa posso dire? Il mio sentimento è di perdono, percepisco solo la malinconia della sconfitta. Lo dico a Gyula Krúdy, ma sono sicuro che anche lei comprende a cosa mi riferisco.

– „Nella sfera immobile dell'eternità buffoneggia l'interezza del tempo”, e questo movimento non è altro che „trionfante rovina”, „deperimento tenace, straziante”– dice in Sátántangó. Secondo molti in queste frasi è riassunta la visione del mondo dei suoi scritti. La pensa così?

– A quei tempi io stesso ballavo il tango di Satana, oggi non più, mi limito a guardare gli altri che lo ballano. Mi sembra però che il sátántangó sia rimasto lo stesso. È difficile dire altro sull'argomento, perché la distanza tra chi lo balla e chi guarda colui che balla è estremamente grande. È difficile rispondere anche perché ormai la persona che ha formulato quei pensieri non mi appartiene più; d’altra parte, in questo periodo sto proprio scrivendo ciò che potrei risponderle. La prego dunque di immaginare il menù di una bettola in mezzo all'Alföld che un tempo, trent'anni fa, iniziava con „Brodo di carne”, e che oggi invece inizia con „Brodo ricco di carne”. Questa è la situazione.

– „Da molti anni vorrei scrivere un romanzo in cui non vi siano uomini” – ha dichiarato più di dieci anni fa. Perché aspirare a ciò?

– Se non fosse rimasto ai posteri il famoso verso di Sofocle secondo cui non c’è nulla di più incredibile dell'uomo, potrei ora affermare che per secoli Sofocle è stato tradotto nel modo sbagliato, perché egli, lo so da fonte certa, in realtà voleva dire che, tolto l'uomo, non esiste nulla di più incredibile del mondo. Ma il verso citato ci è stato tramandato in quella forma, e quindi sono costretto ad ammettere che nei momenti difficili possiamo menzionare il “Sommo Tragico”, ma solo se intanto singhiozziamo discretamente. Come aveva fatto Malcolm Lowry. Mi riferisco al fatto che davanti a me si estende un mondo meraviglioso, un paradiso affascinante – fintanto che non vi metta piede l’uomo. E non serve certo dire: ehi, giovanotto, ma cosa sta facendo, come si permette? Anche lei sa perfettamente che l'uomo è parte del mondo creato esattamente come tutte le altre cose del mondo creato, e quindi non è semplicemente possibile parlare del mondo senza citare l'uomo, o non vedere nell'uomo quegli incredibili elementi costitutivi in virtù dei quali egli appartiene all'inebriante bellezza del paradiso esattamente quanto tutto il resto. Io però le rispondo: no, l'uomo appartiene all'„Innominabile” lato satanico, ossia è il satanico che domina l'uomo, che per questo rovina ogni cosa intorno a sé, se gli viene dato sufficiente tempo per portare a compimento ciò a cui è predestinato. Punirei severamente tutti coloro che ancora osano riferirsi al concetto di „Centro”. All’idea che l'uomo occupi un punto centrale del creato, in cui subisce l’influsso di due forze contrastanti, e tutte quelle cose lì. Li punirei. Il mio problema più profondo con il „Mondo Creato” è proprio questo: che non ci sia un „Centro”. Sa, sempre solo quel maledetto 0101.

– Nei suoi primi romanzi, in Sátántangó e in Melancolia della resistenza [Zandonai, 2013, traduzione: D. Mészáros e B. Ventavoli] dominava un sistema rivisitato, e in parte rimosso, di simboli del cristianesimo. In quelli successivi invece è presente piuttosto il buddismo. Come lo spiega?

– Anche se così fosse, ed essendo lei un ottimo osservatore, sarà sicuramente così, da parte mia devo comunque svelare che sia che lei ravvisi un sistema di simboli cristiani nelle mie prime opere sia che trovi quello del buddismo nelle opere successive, questo „cambiamento” non corrisponde a un vero passaggio, come quando una persona abbandona un credo e ne abbraccia un altro, per cui non sono in grado di spiegare cosa possa significare ciò. Entrambe queste visioni del mondo le sento vicine a me, ma sono altrettanto vicini a me anche il manicheismo o il giudaismo o il taoismo o lo scintoismo. Sempre se ci riferiamo a essi in quanto filosofie. Non dimentichi che io lavoro nell'industria dello spettacolo, e secondo una delle regole del mio mestiere non sono io a manifestarmi nei miei romanzi, bensì i miei personaggi. Tutto ciò che lei legge nei miei romanzi, appartiene ai personaggi, non a me. In termini molto concreti, posso dire che quando ho scritto le mie prime opere, le vicende si svolgevano nell'Europa dell'Est, in Ungheria. Lì – essendo crocefissi sulla croce della birra e del vino tagliato – i personaggi dei romanzi piuttosto raramente si manifestano attraverso i simboli del buddismo. Più tardi, quando i personaggi iniziarono ad affacciarsi dall'Estremo Oriente, allora comprensibilmente si esprimevano attraverso i leggeri fumi del buddismo piuttosto che attraverso i simboli del cristianesimo, essendo la combinazione birra-vino tagliato sconosciuta da quelle parti. Se i cosiddetti capricci del destino mi avessero portato per esempio in Iran, e non in Ungheria o in Estremo Oriente, può esser certo che ora converseremmo di zoroastrismo, del culto di Mitra o addirittura del sufismo. Ma non è così.

– L'atto dello scrivere è spesso presente nei suoi testi, e ciò ha portato molti critici a ritenere che la scrittura diventi parte anche della rovina in divenire. Qual è il ruolo della letteratura nel mondo? È proprio necessario scrivere?

– Mi sentirei terribilmente male, se tali critici deducessero questo dai miei testi. In tutta serietà suppongo che esista una produzione letteraria di altissimo livello, parlerei di “bellissime lettere”, che lavora contro la rovina. La possibilità che questa letteratura possa assumersi il compito di aspirare alla conoscenza stessa, ossia che non cerchi di descrivere un mondo, ma di indagarlo a fondo, già in sé segnala con forza il suo essere un fatto morale. Non tutta la letteratura ha questi accenti morali, ma le bellissime lettere li possiedono. E, da parte mia, è in questa direzione che sto cercando di portare la lingua.

Ha parenti nella letteratura contemporanea ungherese? Spesso viene citato assieme ad Ádám Bodor.

– Penso di essere completamente sparentato. Però ungherese, motivo per cui tutto ciò che è ungherese mi è inevitabilmente parente.

Traduzione: Dóra Várnai