#alfadomenica 3 febbraio 2016 Giocare con Eco

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Proponiamo qui il testo integrale, finora inedito, di una conversazione tra Umberto Eco e Andrea Cortellessa, che si è tenuta nella primavera 2015 durante le riprese della puntata Giocare della trasmissione Alfabeta, andata in onda su Rai 5 lo scorso autunno. Stralci del dialogo sono stati inseriti nella puntata.

Sembrano passati molto più di sei anni, da quando nei primi mesi del 2010 ci riunimmo la prima volta sui divani di casa sua, a Piazza Castello. Era stato proprio Eco, insieme a Balestrini come sempre, a dirci forte e chiaro che la misura era colma. Si fa una certa fatica, oggi, a rimettersi nello stato d’animo d’allora, ma il clima era sul serio asfissiante. Eravamo al fondo più melmoso del basso impero berlusconiano, nel bel mezzo della sua fine senza fine. La parola d’ordine, per una volta, era semplice: riprendere la parola. E fare, stavolta, una rivista che fosse di «intervento culturale»: uno strumento che riprendesse il meglio della prima alfabeta, certo, ma fosse pure da quella diversa: all’altezza di tempi, da quelli, così diversi (se è vero che la prima, invece, era nata come rivista di «informazione culturale»). Dedicammo il primo numero a noi stessi, cioè agli intellettuali: questo feticcio di una volta, questo idolo polemico di oggi. Un tempo classe separata e privilegiata, oggi contenitore di massa per un nuovo proletariato globale. La cosa non piacque a tutti, il che era in preventivo; ma era necessario ridefinire, anzitutto, il ruolo; per svolgerlo, poi, in modo credibile.

Non sempre, beninteso, si andava d’accordo. Eco per sua natura – direi proprio per physique du rôle – era un accentratore: apodittico più che apocalittico, integralista più che integrato. Spesso, molto spesso, aveva ragione; e non ci teneva a nasconderlo. Qualche volta non ce l’aveva; e se la prendeva lo stesso (personalmente non apprezzai affatto, per esempio, come trattò la crisi dell’Università su uno dei primi numeri della rivista, dal quale – con qualche ingenuità, probabilmente – molto mi aspettavo). Ma nessuno ha mai messo in dubbio la sua generosità: senza la sua spinta e il suo impegno, molto semplicemente, la rivista non avrebbe mai (ri)visto la luce.   

Lo stesso avvenne quando, cessata la testata cartacea e rimasto attivo questo spazio elettronico, si creò la possibilità di una nuova metamorfosi mediale: con le puntate del magazine televisivo su Rai Cinque – dal titolo, ancora e sempre, alfabeta. Eco mise sul piatto, una volta di più, la sua autorità e il suo prestigio. Era la primavera dell’anno scorso; al momento della puntata al Giocare, nessuno nutriva dubbi su quale dovesse essere la voce-guida. Non sapevo che Eco, allora, fosse già malato. Nulla lo lasciava intendere, per la verità – funambolico e accerchiante come sempre. Una volta di più, confesso, ci rimasi un po’ male: quando, usciti dal campo dove gli piaceva giocare, si sottrasse alla polemichetta letteraria che si legge, qui, abortita in clausola (in un documento col quale inauguriamo una sezione del sito a lui dedicata, nella quale nei prossimi giorni si concentreranno contributi e ricordi che ci stanno mandando una gran quantità di redattori e collaboratori). Ma forse, quando tagliava corto dicendo di essere «troppo vecchio per pensare», non intendeva solo liquidarmi. Ultimo flash: sulla soglia dello studio, al fin della licenza, Eco che si congeda da Nanni. Col sorriso di sempre.

A.C.

 

Eco: Giocare. Wittgenstein nelle “Ricerche filosofiche” ha dedicato una mezza pagina a questo problema per dimostrare che non si sa cosa vuol dire giocare, o gioco. C'è il gioco del bambino che lancia una palla contro il muro, quindi una cosa solitaria e senza regole, e c'è la partita di scacchi tra due campioni, determinata da regole precise. Poi c'è il gioco fatto per guadagnare, quello che si fa a Montecarlo, mentre il gioco è assolutamente disinteressato, e via via ci si trova di fronte a una molteplicità di cose che noi chiamiamo gioco. Non c' è attività fisica se giochi a scacchi, se giochi a Montecarlo manca il disinteresse perché l'interesse c'è eccome... sono somiglianze di famiglie, cioè ciascuno di questi giochi presenta vari aspetti, e ciascuno ha degli aspetti in comune con gli altri, ma non tutti insieme.

Poi noi siamo un po' ingannati dall'italiano che ha una parola sola per definire il gioco, laddove per esempio l' inglese ne ha due: “play” e “game”. “Play” è quello del bambino che gioca senza regole, invece il “game” è la sfida governata da regole: anche il poker però è un “game”... quindi è un po' imbarazzante. Io tenderei, escludendo il gioco a Montecarlo, il gioco d'azzardo, a riconoscere come tratto comune del gioco il disinteresse. In teoria anche una partita di calcio dovrebbe essere dominata dal disinteresse... il fatto che poi sia diventato un fatto industriale dove può esserci corruzione, denaro è secondario... una partita di calcio, se pensi a una partita di calcetto che nasce tra amici, è dominata dal disinteresse, quindi il gioco è qualcosa che si fa gratia sui, per amore di sé stesso. Ma a questo punto metterei dentro anche il gioco alla Montecarlo o il poker, perché in fondo la maggior parte dei giocatori d'azzardo perdono, in fondo giocano per l'emozione...potrebbero fare altri mestieri e guadagnare di più invece di perdere le loro sostanze alla roulette...quindi anche lì è fatto gratia sui.. sono disposto a perdere tutto il mio patrimonio, la mia catena di alberghi, pur di provare questa emozione...

A.C. Anzi si potrebbe dire che da Dostojevski in poi c'è chi gioca per perdere, segretamente o neanche tanto segretamente. Quindi si potrebbe dire che le applicazioni, come lo sport - parliamo dello sport spettacolo - o come il gioco d'azzardo professionale – ci sono anche giocatori d'azzardo professionisti – sono una forma d'alienazione del gioco nella sua essenza.

Eco: Sono una forma di tradimento. Immagina un bambino che tira la palla contro il muro e gioca. Un bambino talmente prodigio che può tirare la palla da 30 metri e che ha un padre come il padre di Mozart che lo porta in giro a fare spettacolo per guadagnare denaro... ecco vedi come il gioco più disinteressato del mondo può diventare a un certo punto mercato, ma queste appunto sono degenerazioni... è quando metti in commercio la libera attività del gioco.

C'è un'altra traccia ancora poi, che in inglese è “to play” e in francese “jouer”. Vale a dire la recitazione degli attori. Anche li c'è un elemento di gioco. Per esempio nel gioco dei bambini è molte volte fondamentale l'elemento del far finta. Loro dicono: “facciamo finta che io ero il capo dei pirati”. Usano l'imperfetto, non dicono mai io sono il pirata, ma io ero il pirata, perché è un modo distintivo di proiettare l'azione non in questo mondo ma in un mondo possibile...

A.C. E' una narrazione...

Eco: E' una narrazione. Quindi fondamentalmente gli attori giocano nel senso che fanno finta.. poi che facciano finta a pagamento, anche lì siamo alla degenerazione. E poi ci avviciniamo alla nozione di gioco in letteratura, perché in fondo almeno la narrativa è tutto un fare finta. C'è un elemento di gioco. Se decido di leggere I promessi sposi” è “faccio finta che siano esistiti quei personaggi, quel castello di Don Rodrigo”. So benissimo che non è vero, ma prendo tutto per oro colato.

A.C. La sospensione dell'incredulità.

Eco: Si, quella che Coleridge chiamava la sospensione dell'incredulità. Perché poi ancora recentemente Searle ha definito come “fare finta che”. Che non è mentire. Ha tutti gli aspetti del mentire, salvo che tu ed io sappiamo che non è vero, e uno dei due fa finta...

A.C. E' più una convenzione, una simulazione convenzionale, diciamo.

Eco: Certo, una simulazione per accordo, per negoziazione. Tant'è vero che nel momento in cui leggo un romanzo in fondo mi separo dal mondo e dalle necessità di tutti i giorni per vivere dentro il romanzo, per sognare dentro il romanzo.

A.C Per impersonare un modello di vita, quindi anche lì la simulazione...

Eco: Per proiettarsi. Quindi c'è un elemento di gioco anche nella narrativa.

A.C Ecco, ma se questo è vero per tutta la narrativa, per tutte le arti forse, nel '900 c'è stato un indirizzo preciso che ha enfatizzato l'elemento combinatorio, ludico. Penso a Borges, che in Italia comincia a circolare negli anni '50, penso soprattutto all'Oulipo, che viene fondato nel 1960 non a caso da uno scrittore e da un matematico. C'è un certo Calvino che si colloca in quest'area strutturalista. Nel 1972 curasti un numero dell'almanacco Bompiani sulla riscoperta delle trame, sulla riscoperta del meraviglioso narrativo inteso come combinazione, appunto, di possibili narrativi. E poi nel 1980 c'è il tuo approdo, direi inevitabile, con “Il nome della rosa” alla grande architettura iperletteraria. Che, a un certo punto, si dota anche delle postille come chiave d'accesso a quel gioco.

Eco: Stai parlando di due cose diverse, anche se alla luce della nostra conversazione alla fine riusciremo a farle rientrare tutt'e due sotto la nozione di gioco, ma così come abbiamo fatto rientrare il gioco della palla e il gioco della roulette. Hai accennato all'Oulipo, che è quella che si chiama “littérature à contraintes”, cioè letteratura a costrizione. I francesi dell'Oulipo – c'è anche una sezione italiana dell'Oulipo – partono dal principio che bisogna porsi una costrizione, una regola. Siamo nel game, stiamo facendo un gioco regolato da regole. Può essere come Perec, che scrive un intero romanzo senza usare mai il suono “e”, può essere come hanno fatto nell'Oulipo, vale a dire scegliere per ogni parola di un testo la settima parola che segue nel dizionario. Ma – bada bene – la costrizione è sempre stata, seppure in misura meno ostentata, tipica dell'arte. Pensa alla rima, il metro. Tu ti imponi una “contrainte”, come direbbero i francesi, e devi seguirla...

A.C. Diciamo che la differenza è forse che dall'Oulipo in poi, l'idea di una regola più che uno strumento diventa il fine.

Eco: Diventa il fine, certo. Però la mia esperienza di romanziere è che è fondamentale porsi continuamente delle costrizioni. Questa cosa deve avvenire nell'anno tale, per esempio, o nel mese di ottobre. Non c'è ragione perché abbia deciso questo, ma questo mi obbliga a tenere la trama entro certi limiti. Quindi la costrizione come elemento tipico dell'estremo gioco dell'Oulipo e di tanti esercizi contemporanei. Ma la costrizione anche come elemento eterno del gioco letterario. E questo è un aspetto.

Tu invece hai accennato a “Il nome della rosa”. Lì è ancora un altro problema, che (rientra) in quella tendenza che si è chiamata erroneamente post-moderno... e se avessimo un'ora a disposizione potremmo analizzare i vari sensi del post-moderno così come i vari sensi del gioco...

Dalla metà del secolo scorso si è definito un atteggiamento della letteratura che, per esempio, consiste nel giocare di citazione, cioè nel giocare di intertestualità. Il testo che richiama altri testi, talora vorrei dire al limite del plagio, se non fosse che il plagio viene messo in evidenza. O che consiste nel giocare ironicamente sull'eredità letteraria del passato, che consiste nel perseguire in modo persino estremo quella pratica che si chiama meta-narratività, per cui il narratore mentre racconta riflette sul romanzo che sta raccontando. Ma anche qui, la meta-narratività, sia pure con molta moderazione, la usa Manzoni quando parla dei suoi 25 lettori..

A.C. Anche lì c'è una componente metalinguistica che è presente quasi in ogni enunciato.

Eco: E tornando indietro lo possiamo ritrovare in tante forme di letteratura. Stavo leggendo adesso un bellissimo libro nel quale si citava un autore che introduce il discorso indiretto libero. Nel discorso indiretto libero, senza le virgolette, si dice quello che sta passando per la mente del personaggio. Ma a un certo punto viene detto, cito adesso a caso, “ma valeva la pena”. Questo “ma valeva la pena” pare che non sia parte di quello che passa nella testa del personaggio... è il narratore che riflette su quello che passa per la testa del personaggio, e questo lo ritroviamo anche nella letteratura tradizionale, a parte il fatto che allora bisognerebbe definire come post-moderno il “Finnegan's wake” di Joyce...

A.C A questo volevo arrivare. Anche lì, come a proposito della combinatoria, della contrainte che da strumento diventa quasi fine dell'arte, si potrebbe dire che – per esempio – l'aspetto meta-narrativo e di supplemento di spiegazione del post-modernismo...

Eco: Quello che gli sciocchi chiamano post-moderno...

A.C. Però c'era quando Joyce allegava lo schema all'Ulisse, anche se non era pensato da Joyce come supplemento da pubblicare assieme all'Ulisse. Qui c'è uno slegamento tra i due atteggiamenti...

Eco: Ma ritorniamo un momento alla littérature à contraintes. Padre Pozzi ha scritto delle cose meravigliose su dei giochi a costrizione che si facevano ai tempi dei greci. I poemi a Centone per esempio, poemi dove l'iniziale d'ogni verso se letta di seguito dà una parola... io ho la prima edizione -1503- di un libro di Rabano Mauro che è fatto tutto di giochi linguistici tenuti insieme da una certa regola, come fossero parole crociate, quadrati magici, un gran divertimento che un letterato del quindicesimo secolo si prendeva facendo della letteratura a costrizione anche lui... quindi tutti questi fenomeni sono più evidenti, più espliciti in certe cose contemporanee che citavi, ma fanno parte della tradizione.

A.C. Non c'è una volontà di mettere a nudo il procedimento?

Eco: Si, questo c'è nella meta-narrativa. L'autore ti sta dicendo “guarda che sto facendo questo”. Ma anche nella poesia, anche adesso cito a memoria, c'era un libretto che Maria Luisa Spaziani ha pubblicato, quando era ancora in vita, sui suoi rapporti con Montale che – si sa – sono stati intensi sul piano letterario e sul piano affettivo. Lei racconta che un giorno passeggiando con Montale si ritrovano vicino a dei fiori, adesso non mi ricordo quali, poniamo che siano anemoni e Montale dice “Che belli questi fiori. Come si chiamano?” “Ma come, c'è questa tua poesia bellissima in cui parli di questi fiori e non li hai mai visti?” “Ma no, io gioco con le parole, non con le cose”... e allora si potrebbe rileggere tutto Montale. Cose che non ha mai visto, ma le ha viste sul vocabolario... e questo può essere il gioco poetico, giocare con le parole e coi suoni per creare poi degli effetti. Noi abbiamo letto Montale come se questi fiori, questi insetti, esistessero davvero, li abbiamo anche visti. Ma sino a un certo punto, per il resto abbiamo giocato anche noi coi suoni...

A.C Beh Raymond Roussel aveva anche teorizzato che i libri si costruiscono più attraverso delle combinazioni di suono che dei referenti. Però io ho sempre l'impressione che ci sia una torsione nel moderno per cui queste cose vengono alla luce in una maniera, si potrebbe dire, un po' ideologica. Quando tu per l'appunto pubblichi le postille a “Il nome della rosa” metti a nudo quello che è stato definito “double coding”, cioè che nell'opera, “Il nome della rosa”, solo quelli che percepiscono determinate cifre, determinati rimandi, determinate allusioni, recepiscono l'opera nella sua totalità, mentre poi c'è un lettore superficiale che la recepisce come un giallo particolare, di un certo tipo. Si può divertire o non divertire, però fondamentalmente recepisce una parte dell'opera. Questo è un gioco esplicito col lettore, col fruitore.

Eco: Intanto il problema del double coding è stato teorizzato come se fosse una delle caratteristiche del cosiddetto post-moderno. Io credo che quando scrivevo “Il nome della rosa” non me ne rendevo affatto conto. Cioè, sapevo benissimo che i pittori dipingono una scena, una folla, e in mezzo alla folla mettono anche il loro ritratto o di un loro amico...

A.C Quello è un gioco con se stesso.

Eco: E' un gioco con sé stesso e talora con gli happy few, con gli amici, i lettori particolarmente acuti. E' un gioco per Federico Zeri, per Longhi... quando ho scritto “Il nome della rosa” sapevo che stavo facendo questo: raccontavo una storia. Ma poi c'erano certi riferimenti che erano una strizzata d'occhio a chi voleva cogliere il secondo livello di lettura. Questo è stato poi teorizzato e mostrato come una costante di molta narrativa contemporanea. Questo potrebbe spiegare perché molti critici, imbarazzati dal fatto che certi romanzi, come i miei o quelli di Calvino, avessero incontrato successo popolare, hanno parlato di best-seller di qualità. Perché partivano dal principio che un'opera letteraria dovesse avere pochissimo pubblico, sennò non è una cosa seria, dimenticando le centomila milioni di edizioni della Bibbia e che Manzoni, quando ha scritto “I promessi sposi” è stato piratato, cioè è stato un enorme successo popolare. Dimenticando la storia di Boccaccio o di Dante che passando per la strada vede un fabbro che recita a memoria i suoi versi ma li storpia, e allora lui gli butta all'aria tutti i martelli. Il double coding spiegherebbe fenomeni contemporanei di questo tipo. C'è un livello di lettura elementare, che può appassionare il lettore disattento, e poi ci sono questi altri livelli. Anche qui: è stato inventato dalla modernità? Ma prendi la teoria dei quattro sensi della Bibbia teorizzata anche da Dante. Puoi leggere un episodio in senso allegorico, lo puoi leggere in senso letterale, poi lo puoi leggere in senso morale, poi in senso analogico, e solo pochi arrivano a questa lettura privilegiata.

Tutto il mondo ellenistico inizia la lettura allegorica della Bibbia, ma prima non ci aveva pensato nessuno... Sant'Agostino propone una lettura della Bibbia per la quale, quando si parla di cose che sembrano sciocche, è perché si vuol dire un'altra cosa... la Maddalena lava i piedi a Gesù e il lettore di superficie dice: c'è una signora che lava i piedi a Gesù. Sant'Agostino dice: è troppo banale, vuol dire qualche altra cosa... quindi questo c'è sempre stato, in gran parte della letteratura.

Anche qui, come è avvenuto per la letteratura a costrizione, oggi il double coding è cosciente in molti, ma in molti altri no. Quando io scrivevo “Il nome della rosa” ignoravo l'esistenza del termine double coding. Non ci pensavo... però sapevo che quando Guglielmo tira fuori gli occhiali, e tutti i monaci lo guardano con stupore (e la scena potrebbe finire li), stavo dicendo al lettore più avveduto che gli occhiali sono stati inventati solo in quell'epoca e nessuno li conosceva...

A.C. Dal mio punto di vista l'idea che il testo poi sia stato seguito dalle postille fa rientrare “Il nome della rosa” in un'operazione meta-letteraria molto esplicita.

Eco: Si, ma guarda che tutti gli autori hanno scritto testi di poetica in cui raccontano... Mann fa addirittura un libro su come aveva costruito il Dottor Faust

A.C. Solo che nella contemporaneità, dopo “Il nome della rosa” questo processo è stato impiegato senza manifestarne le intenzioni, in un modo che a me sembra abbia uno spirito diverso. Tu facevi la distinzione molto opportuna tra “play” e “game”, un'altra distinzione fondamentale della teoria dei giochi è quella tra “play” e “move”, cioè da un lato c'è la regola, il sistema di regole che determina quel sistema chiuso che è il gioco, poi però c'è il giocare, cioè ogni “move”...

Eco: Prendi una partita di calcio, ci son delle regole precisissime, però...

A.C. Nessuna partita è uguale all'altra. Allora è questa doppia articolazione dell'allusione/gioco col lettore, che all'interno di un certo sistema ideologico artistico letterario aveva un preciso senso anche sperimentale, che poi si è un po' perso. Quando si parla di fine del postmoderno, certo il termine non ti piace, però quando si protesta contro l'estenuazione di certe poetiche nate negli anni '60-70 forse si allude anche a questo, che ormai è un gioco che è finito.

Eco: Uno degli autori del postmoderno, John Barth, ha scritto “The literature of exhaustion”, ed era appena agli inizi...

A.C. E che cosa ne pensi? Secondo te è un modo di lavorare che ha un futuro, o ha un presente? Oppure...

Eco: Ma! Proprio in questi giorni leggevo questo libro di Zygmunt Bauman e Carlo Bordoni, “Stato di crisi (sulla società liquida), dove si parla abbondantemente proprio dell'esaurimento del postmoderno, nel tentativo di capire cosa ci sarà dopo...

A,C. E tu come la pensi?

Eco: Sono troppo vecchio per pensare

Alfabeta / Giocare

giocareDopo una tappa economica dedicata al verbo “spendere” e al tema del debito nell’economia contemporanea, la trasmissione Alfabeta rivolge la sua attenzione a un altro vocabolo essenziale della vita contemporanea: “giocare” (questa sera alle 22.05 su Rai 5). 

Le teorie che hanno tentato di codificare il termine giocare sono state in grado di definirlo soltanto in negativo. Per ciò che non è. Libero, improduttivo, separato dalla vita vera, incerto, carico di una indeterminata quota di immaginario, il gioco è, nella folgorante formulazione di Stefano Bartezzaghi, ciò che mette tra virgolette tutto il resto. Eppure mai come oggi il gioco ha acquisito tanta importanza nella società, mescolando la sua sfera con quella dell'utile, invadendo i campi del lavoro e dell'economia. Con i contributi di Umberto Eco, Stefano Bartezzaghi, Gianni Clerici, Peppino Ortoleva, Fabio Viola, Marco Dotti, Giulia Niccolai, Alfabeta2 e Andrea Cortellessa si confrontano con le molteplici contraddizioni del gioco contemporaneo e delle sue possibili derive patologiche.

 

Giocare, un percorso tra i libri

I brani letti da Giulia Niccolai sono tratti da Poemi & Oggetti, Le Lettere 2012

Il brano letto da Marilena Renda è tratto da Arrenditi Dorothy!, L’orma 2015

 

Umberto Eco, Sator arepo eccetera, nottetempo 2006

Ludwig Wittgenstein, Ricerche filosofiche [1964], Einaudi 1976, 2009

Raymond Queneau, Esercizi di stile [1947], traduzione di Umberto Eco, Einaudi 1983; a cura di Stefano Bartezzaghi, ivi 2001

Georges Perec, La sparizione [1969], traduzione di Piero Falchetta, Guida 1995, 2007

Peppino Ortoleva, Dal sesso al gioco. Un’ossessione per il 21. secolo?, Espressedizioni 2012

Stefano Bartezzaghi, L’orizzonte verticale. Invenzione e storia del cruciverba, Einaudi 2007; Scrittori giocatori, Einaudi 2010; M. Una metronovela, Einaudi 2015

Samuel T. Coleridge, Biographia literaria [1817], a cura di Paola Colaiacomo, Editori Riuniti 1991

John R. Searle, Lo statuto logico della finzione narrativa, in «Versus», 19-20, 1978; in Che cosa è arte. La filosofia analitica e l’estetica, a cura di Simona Chiodo, Utet 2007

Johannes Huizinga, Homo Ludens [1938], Einaudi 1946; con introduzione di Umberto Eco, ivi 1979, 2002

Gianni Clerici, 500 anni di tennis, Mondadori 1974, 2013; Quello del tennis, Mondadori 2015

Algirdas J. Greimas, A proposito del gioco [1980], in Id., Miti e figure, Esculapio 1995 (e in «E|C. Rivista dell’Associazione Italiana Studi Semiotici»:  link: http://www.ec-aiss.it/monografici/10_greimas/Miti_e_figure_a_proposito_del_gioco_27_2_12.pdf)

Fabio Viola, Gamification. I videogiochi nella vita quotidiana, Arduino Viola 2011

Ah, che rebus! Cinque secoli di enigmi tra arte e gioco in Italia, catalogo della mostra a cura di Antonella Sbrilli e Ada De Pirro, Mazzotta 2011

Marco Dotti, Il calcolo dei dadi. Azzardo e vita quotidiana, O barra O 2013; Slot city. Brianza-Milano e ritorno, Round Robin 2013

Thomas S. Eliot, Tradizione e talento individuale [1919], in Id., Il bosco sacro [1921], Bompiani 1946, 2010

Geoges Perec, W o il ricordo d’infanzia [1975], Rizzoli 1991, Einaudi 2005; La vita istruzioni per l’uso [1978], Rizzoli 1984, 2005

Umberto Eco, Postille al Nome della rosa, in «alfabeta», 1983; poi in Id., Il nome della rosa [1980], Bompiani 1983, 2014

Linda Hutcheon, The politics of postmodernism, Routledge 1989, 2001

John Barth, La letteratura dell’esaurimento [1967], in Id., L’algebra e il fuoco. Saggi sulla scrittura, minimum fax 2013

Zygmunt Bauman, Carlo Bordoni, Stato di crisi, Einaudi 2015

John McPhee, Tennis [1979], a cura di Matteo Codignola, Adelphi 2013

Roger Caillois, I giochi e gli uomini. La maschera e la vertigine [1958], a cura di Giampaolo Dossena, prefazione di Pier Aldo Rovatti, Bompiani 1995, 2007

 

Alfabeta – un programma TV in sei puntate

Angelo Guglielmi Paolo Fabbri Umberto Eco presentano in collaborazione con Rai-Radiotelevisione italiana e Rai5

Alfabeta

un programma in sei puntate di Nanni Balestrini Maria Teresa Carbone Andrea Cortellessa, condotto da Andrea Cortellessa

in onda su Rai5 da domenica 11 ottobre, alle ore 22.30

Quali sono i segni che caratterizzano il presente? Come è cambiata la vita rispetto a cinquanta o anche solo a venti anni fa? In che modo le trasformazioni in corso modificano la nostra prospettiva sulle persone e sulle cose? Attraverso sei verbi-cardine dell'esistenza umana, uno per ogni puntata (Amare, Combattere, Creare, Giocare, Spendere, Usare), il programma di intervento e informazione culturale Alfabeta, in onda su Rai5 alle ore 22.30 a partire da domenica 11 ottobre, compie un viaggio di esplorazione critica del tempo in cui viviamo, secondo lo spirito della storica rivista da cui prende nome e della quale non a caso condivide il comitato di indirizzo (Umberto Eco, Paolo Fabbri, Angelo Guglielmi).

In ogni puntata, della durata di 50 minuti, il verbo prescelto viene declinato alla luce dei mutamenti della contemporaneità, attraverso conversazioni nelle quali il conduttore Andrea Cortellessa dialoga con autori e intellettuali che su quel soggetto hanno lavorato: la filosofa Luisa Muraro, lo psicoanalista Massimo Recalcati, i curatori d'arte Achille Bonito Oliva e Carolyn Christov-Bakargiev, l'antropologo Marc Augé, il poeta-ministro Gilberto Gil, i giornalisti Gianni Clerici e Marco d'Eramo sono solo alcuni degli interlocutori di Alfabeta, e i loro interventi si alternano a letture di testi narrativi e poetici di autori come Walter Siti, Aldo Nove, Giulia Niccolai. Documenti visivi realizzati ad hoc e documentari d'autore da ogni parte del mondo offrono infine ulteriori spunti di approfondimento e di riflessione.

 

Eco, vetero e neo

Paolo Fabbri

Si, è il caso di farne un caso. Scrivo dello (s)proposito di Umberto Eco sugli imbecilli che affollano a legioni i social media, propalando messaggi viscerali e virali indistinguibili dalle affermazioni dei Nobel. Una sarabanda di inesattezze e solecismi, verificabili e contenibili se pronunciate in ideali osterie, ma incontrollabili quando fioccano in reti virtuali. Il tutto a maggior danno della compagine sociale.

Facciamo salvi gli insulti triviali (“Alzheimer, neo-aristocrazia, ecc.“) e le offensive reverenze (“scherzava, Eco è buontempone”, ecc). Poiché gli insulti si possono meritare e si può scherzare seriamente, la discussione ha fatto presa nella comunicazione digitale e stampata. Su alfabeta2 Abruzzese, Bifo e Demichelis hanno manifestato opinioni e atteggiamenti diversi su alcuni temi cruciali: la tecnica – la rete; la medialità - l’infosfera e la grafosfera; le forme di vita - davanti e dietro lo schermo; i compiti degli intellettuali e persino all’insegnamento – il ruolo del liceo classico. Tutti d’accordo nel riconoscere al neoEco i suoi buoni precedenti, dalla valutazione dei fumetti all’opera aperta, dall’apprezzamento delle radio libere al riconoscimento della neo-televisione e che “la logica di pensiero di questo suo frammento è la stessa della sua opera omnia”. C’è dissenso invece sul suo ostinato limite: “la tracotante contrapposizione tra libro e linguaggi digitali o meglio tra libro e vita quotidiana. Tra il soggetto moderno e le forme di vita che ora ne costituiscono una mutazione senza precedenti” (Abruzzese).

E sul tentativo di giudicare la relazione immersiva ai social media alla stregua di “libro della verità”. Essi “sono modificatori dell’ambiente perché trasformano prima di tutto la nostra capacità di elaborazione e le modalità della comunicazione (…) Essi spostano i corpi, mettono in contatto soggetti” (Bifo). A questi tecno-entusiasti “sacerdoti/inquisitori globali della evangelizzazione tecno-capitalista occidentale che riescono a conquistare l’egemonia culturale”, Demichelis oppone che l’effetto-rete, è conformismo. “Le forme tecniche hanno , espropriato le forme sociali e umane che non controlliamo ma alle quali, dobbiamo integrarci”. In questo quadro cripto-luddita - che il veteroEco avrebbe chiamato apocalittico - il senso dello (s)proposito del neoEco è che i socialmedia farebbero “il gioco del capitale”, con la complicità di cattivi maestri rinnegati a danno del collettivo.

La tentazione è grande: applicare al neoEco la sua analisi sul carattere implosivo del nostro tempo revisionista. Stiamo dando indietro “a passo di gambero”, come spiega un suo saggio dedicato al “Crepuscolo d’inizio millennio”(2008). Torniamo all’antico e sarà del nuovo? Davanti a legioni di imbecilli renitenti al leggere, inquadriamo il fenomeno proliferante e rizomatico della rete dal punto di vista della stampa; restringiamo l’obbiettivo agli effetti filosofici di verità; confermiamo la missione degli intellettuali, maestri di verità della grafosfera belle époque. Homo homini lector. Un gesto peraltro giustificabile: di giornalisti scrupolosi - e attenti a mantenere il segreto sulle loro fonti ! – ce ne vogliono: ai milioni di informazioni top secret, pubblicati da Wikileaks l’ utente della rete accede attraverso la selezione orientata del periodista gatekeeper. Senza essere peraltro un imbecille (in)correggibile poiché la domanda di verità è a carico del richiedente e non all’offerta di chi terrebbe le redini del senso.

La cultura non è solo un’enciclopedia e non si vive di solo vero. Il veteroEco - che era semiologo ed ha pubblicato Jakobson – ci fece sapere che le funzioni del linguaggio non si limitano a quella referenziale, ma includono quella fatica che, tra voci e rumori , crea, mantiene e rinnova il contatto nei collettivi umani e non umani. (È stato persino ipotizzato che il linguaggio trovi la sua origine nel gossip). Della moda è improbabile decidere se sia falsa e della politica è arduo affermare che sia vera. Il modo indicativo, il solo su cui si possa pronunciare un giudizio di verità, è solo uno dei tanti modi della lingua: l’interrogativo, l’imperativo, l’ottativo ecc. che possono essere sono corretti o inappropriati ma non veri o falsi. Attraverso il medium della rete si manifestano e si costituiscono nuove forme di vita e giochi estetici e pragmatici di linguaggi e di segni, musica e immagini. Una diversa semiosfera, immersiva e partecipativa, per la formazione e comunicazione di collettivi impreveduti dotati di strategie, estesie e valori che vanno ben oltre ai patti feudali tra emittenti e riceventi, produttori, creatori e spettatori. Ne fanno parte anche i premi Nobel che, fuori dalla funzione referenziale delle loro competenze, possono tenere propositi da bar, come il chimico americano K. Mullis, che si pretendeva rapito dagli estraterrestri!

Un’osservazione etimologica infine sull’imbecille “socialmediatico”, fratello scemo di quel razionale ladro di Prometeo. Deriverebbe da “sine baculo”: l’ imbecille sarebbe sprovvisto della protesi multiuso del bastone. I frequentatori dei social, nel loro turbolento moto browniano, una protesi tecnicologica ce l’hanno. Accanto ai corpi densi della mediazione libresca, che mantenevano un contatto con antiche sacralità, usano i corpi effimeri delle nuove mediazioni. Non concordo con chi fa della rete il modello del nostro funzionamento mentale, ma è certo che si tratta di una protesi collettiva di grande plasticità di cui non conosciamo l’estensione – quindi i danni e vantaggi - e di cui l’esplorazione è in corso. Salti nel buio e nella luce. Le tecniche – pace agli Apocalittici e Integrati - sono determinanti, ma anche evolutive perché costantemente ridefinite dalla loro costitutiva componente etnica con i suoi miti e le sue affettività.

Davanti al costituirsi di forme inedite di vita, alla frammentazione dello spazio pubblico, al ridursi di quello privato è comprensibile trincerarsi non nella platonica caverna, ma nell’osteria del buon senso; tenendo presente che quest’ultimo è “la cosa meglio distribuita nel mondo poiché ciascuno pensa d'esserne così ben provvisto che anche coloro che più difficilmente si accontentano di ogni altra cosa non sogliono desiderarne più di quel che ne hanno” (Cartesio). Ma è lecito il dubbio che questo neoEco sia più vetero di quel veteroEco.

Notabene: Un’osservazione sui tre anni del Liceo Classico al cui apporto formativo tengono il neoEco e altri buoni maestri. I programmi ministeriali prevedono 21 ore settimanali di LatinoGreco, contro le 12 di italiano e nessuna di lingue straniere. Nessuna di Geografia o di altra umana scienza. Le 9 ore previste per l’insegnamento di storia della filosofia hanno sapore gentiliano: l’ultimo anno, che si conclude con Croce, prevede la conoscenza di Rosmini, Gioberti, Fiorentino, Ausonio Franchi, Galluppi, Varisco. Tra gli stranieri Blondel e tanto Boutroux, ma non Husserl, Cassirer o Wittgenstein.

Umberto Eco e gli imbecilli

Uno speciale su Umberto Eco e i social network con testi di Alberto Abruzzese Franco Berardi Bifo  Lelio Demichelis *

SU UMBERTO ECO E GLI IMBECILLI
Alberto Abruzzese

Scrivere su FB consente di trovare connessioni che è la stessa rete a offrirti. Distrazioni dal discorso che vai facendo si rovesciano in attenzione: alle tue personali connessioni di pensiero, affidate alla memoria e percezione di sé, alla propria voce interna, se ne intrecciano altre, esterne, dovute al caso ma spesso – per serendipity – più “opportune”.
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CHE COS'È L'ECO DI FACEBOOK?
Franco Berardi Bifo

Cosa abbia detto Umberto Eco non lo so. Un po’ perché ha detto cose diverse, come capita a tutti legittimamente. Un po’ perché qualche giornalista gli ha attribuito frasi che non avrebbe detto, un po’ perché forse ha detto qualcosa così tanto per dire, mentre usciva dall’aula e qualcuno lo inseguiva col taccuino in mano. Un po’ perché poi ha scritto una bustina di minerva in cui smentiva di aver detto quel che forse aveva detto e forse no.
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TECNO-ENTUSIASTI E IMBECILLI
Lelio Demichelis

Lasciatemi divertire con le parole, anche se diversamente da Palazzeschi. E ragionando di Eco e degli imbecilli via rete, lasciatemi partire dal famoso Apocalittici e integrati e lasciatemi ri-formulare quel titolo in altri modi (Eco, spero, mi perdonerà), ma utili al mio discorso.
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Su Umberto Eco e gli imbecilli

Alberto Abruzzese

Scrivere su fb consente di trovare connessioni che è la stessa rete a offrirti. Distrazioni dal discorso che vai facendo si rovesciano in attenzione: alle tue personali connessioni di pensiero, affidate alla memoria e percezione di sé, alla propria voce interna, se ne intrecciano altre, esterne, dovute al caso ma spesso – per serendipity – più “opportune”. Così, commentando il “caso” Eco, mi sono imbattuto in una intervista a Luciano Canfora in cui veniva rivendicata la centralità delle materie umanistiche in quanto studio delle lingue classiche e del pensiero filosofico.

Tutto ciò ha molto a che vedere con la postura di un maestro di fronte a un “imbecille” e ci può suggerire che “imbecille” può essere invece la postura di per se stessa e cioè indipendentemente dall’intelligenza e dal sapere dell’uno e dell’altro dei due interlocutori, ciascuno con il proprio linguaggio. Nell'indicare la bontà formativa dei licei classici mi sembra che Canfora trascuri il fatto che le tecnicalità di cui essi si servono (lingue classiche e filosofie che fanno pratica di una forma mentis e di attitudini necessarie all'esercizio della politica) sono intimamente connesse a sistemi e modelli sociali completamente diversi dal presente, dunque mondi tanto diversi da richiedere tecnicalità altrettanto diverse.

I buoni studenti dei licei classici sono davvero “buoni”? Oppure portano inevitabilmente con sé una visione ormai statica del mondo per il quale sono stati educati (educati, se davvero sono stati formati da insegnanti adeguati a farlo)? E questo persino quando – ed è vero – la loro mente è attrezzata assai meglio di quelle formate dalle altre scuole? Ma attrezzate a cosa? Sarebbero assai meglio a quale fine? Le tecniche non sono mai scisse dai fini: portano con sé i fini per cui sono state concepite. Qui sono tecniche del ragionamento, certamente. Ma ragionare è una macchina che può funzionare al di là dei pezzi – le componenti, gli ingranaggi – con cui è stata costruita?

Un post inviatomi da Mario Pireddu – a suo tempo mi ha insegnato qualcosa sul post-umano – mi ha spinto a una considerazione da tenere presente. Attento al fenomeno culturale in sé per sé, ha concluso: “ … trovo stanco il vecchio gioco dell'appello contro la "barbarie che monta", buono per ogni epoca e lanciato sempre – guarda caso – da qualche sacerdote del senso (religioso o laico che sia). In sintesi: non credo al progressismo, ma al metodo autocritico di Morin”. Tutto bene riguardo alla sua repulsione – da me condivisa – nei confronti di quanti ricorrono all'autorità di qualche classico del pensiero moderno a difesa totale o anche soltanto parziale del "frammento" di Eco (per quanto la logica di pensiero di questo suo frammento è la stessa della sua opera omnia, straordinaria eppure anche straordinariamente condivisa in ogni comunità scientifica occidentale).

Il problema che mi si è posto è nato invece dalla sensazione che si corra un rischio molto serio a ragionare sulla comunicazione stando al tranello in cui siamo sempre di nuovo gettati nel dovere schierarsi pro o contro le virtù dei social network: infatti si è costretti a convenire sulle stesse basi valoriali, sulla stessa linea di discorso, di quanti resistono ai new media così come di quanti ne osannano le qualità. Così pensando, ci si allinea sui valori progressisti e democratici che le due fazioni hanno di fatto in comune. E questo perché? In sintesi: perché ci sentiamo chiamati soltanto a dire se la rete sia fattore di progresso o di regresso secondo una sola misura, un unico metro, quello occidentale.

In conclusione: Eco, come tutti sanno (magari non tutti quelli che si sono scandalizzati per quanto ha detto loro), ha trattato in modo sopraffino le culture delle avanguardie e lo ha fatto con argomentazioni che in gran parte (si pensi alla distinzione tra opera aperta e opera chiusa) basterebbero – e di molto – ad assumere un punto di vista sui social net work assai diverso da quello in cui Eco persiste o fa credere di persistere. E questo dimostra quanto sia profondo il radicamento intellettuale nelle forme di un ceto storico aperto dal proprio interno verso l'esterno ma non disposto a concedere una stessa apertura dall'esterno all’interno della propria identità.

Una volta letta la “Minerva” uscita su L’espresso del 2 luglio, la domanda che mi faccio è questa: debbo buttare via queste ultime considerazioni per avere saputo dallo stesso Eco che mi son fatto complice della falsa diceria d’untore a lui attribuita per eccesso di disinformazione? Non credo. Nelle chiacchiere in rete – un poco come in quelle di vicinato o magari nel pettegolezzo alla Simmel – c’è sempre del vero anche nel falso e ovviamente del falso anche nel vero (a parte la terzietà che sovrasta questa dicotomia e comunque le soggiace).

E dunque, per convincersi di quanto sia irrilevante se si sia trattato di sentenza emessa in una “lezione magistrale” o in una “conferenza stampa” e quale sia la sfumatura non razzista ma ragionevole da dare a “imbecille”, basta andare alla stretta finale, al fondo della “bustina” di Eco. Là dove, se mai avesse avuto intenzione di alleggerire se non giustificare la propria posizione, la ha invece pesantemente aggravata, arrivando a contrapporre il mondo della parola scritta al mondo della rete in termini tanto convinti da ritenere che l’“inizio di una nuova funzione della stampa” potrebbe essere quella di verificare la bontà o meno delle notizie e dei contenuti circolanti sul web. La stampa? Quella che fa così spesso domande tanto stupide su facebook?

E questo taglia la testa al toro. Siamo di nuovo nella più tracotante contrapposizione tra libro e linguaggi digitali o meglio – altrimenti non se ne esce – tra libro e vita quotidiana. Tra il soggetto moderno e le forme di vita che ora ne costituiscono una mutazione senza precedenti. Non c’è alcun motivo di soddisfazione personale o ideale (chi sono io per farlo?) nel vedere questo ostinato limite in un uomo di cultura come è Umberto Eco (e come io non riuscirei ad essere neppure dopo cinquanta anni di studio). C’è solo un gran sconcerto, perché lo si vorrebbe schierato altrove. Si vorrebbe che tanta cultura e capacità intellettuale si piegassero ad altri fini.

Che cos’è l’Eco di Facebook?

Franco Berardi Bifo

Cosa abbia detto Umberto Eco non lo so. Un po’ perché ha detto cose diverse, come capita a tutti legittimamente. Un po’ perché qualche giornalista gli ha attribuito frasi che non avrebbe detto, un po’ perché forse ha detto qualcosa così tanto per dire, mentre usciva dall’aula e qualcuno lo inseguiva col taccuino in mano. Un po’ perché poi ha scritto una bustina di minerva in cui smentiva di aver detto quel che forse aveva detto e forse no.

Insomma non lo so, ma posso immaginarlo, perché ricordo un articolo che forse è stato ripubblicato in Sette anni di desiderio, ma non lo ricordo con esattezza, e non lo trovo in Internet, e il libro adesso non ce l’ho mica qui con me. Però ricordo un articolo che si chiamava Il terzo occhio uscito pressappoco nel 1976 o forse 1977, in cui diceva le cose più intelligenti che si potessero leggere all’epoca a proposito del fenomeno delle radio libere.

Naturalmente io dissentivo da lui perché non avrei potuto fare altrimenti. Lui era il professore per eccellenza, diciamo pure l’arci-professore e io ero l’arci-studente, anche se non studiavo più. Mi ero già laureato ma gli studenti mi stavano ad ascoltare proprio perché me la prendevo con il professore. Altrimenti che ci stavo a fare.

Veniamo al terzo occhio. Eco diceva più o meno che le radio libere andavano considerate come un’estensione del sensorio umano, mica per quello che le radio dicono. Le radio permettono di estendere la comunicazione fra individui più o meno liberi e dotati di pochissimo potere, perfino di quelli che non hanno alcun potere.

Aveva letto McLuhan e siccome lo avevo letto anch’io, su questo punto ci capivamo, anche se dissentivo programmaticamente. McLuhan ci aveva insegnato che i media non sono il libro della verità, ma sono modificatori dell’ambiente perché trasformano prima di tutto la nostra capacità di elaborazione e le modalità della comunicazione.

Ecco allora che quando ho letto da qualche parte (su Facebook? su La Repubblica? e chi se ne ricorda?) che Eco aveva detto che Facebook fa male alla salute perché permette a legioni di imbecilli di predicare al mondo, ho pensato: non può aver detto questo. Oppure magari l’ha detto ma gli è scappato, o l’ha detto forse per scherzo.

Intendiamoci, non sto insinuando che l’argomento sia irrilevante, è rilevante eccome. Ma occorre un po’ di flessibilità quando ci si occupa di queste cose. La memoria vacilla, talvolta faccio confusione, e anche Eco probabilmente talvolta si contraddice, talvolta ci ripensa.

Facebook permette a legioni di imbecilli di prendere la parola? E allora? Non la prendevano anche prima? Sul pianerottolo di casa, al bar, sulla piazza del paese. Che ci piaccia o no Facebook è un salto evolutivo nella storia della comunicazione umana, perché estende all’intero pianeta le dimensioni del bar di quartiere. Ma non dovremmo esagerare l’importanza di quello che si scrive in Facebook. Talvolta una voce che circola in Facebook può scatenare un pogrom, o una rivoluzione? Sì, ma anche nella piazza del villaggio poteva capitare di riferire voci giunte chissà da dove e chissà come, e quelle voci potevano scatenare un pogrom o una rivoluzione.

Per farla breve: non è la verità il criterio con cui giudicare i media. I media non si giudicano punto e basta, ma ciò che essi fanno non è dire la verità o la menzogna. Essi creano il mondo come proiezione del nostro intenderci. Essi spostano i corpi, mettono in contatto soggetti che prima non si conoscevano, perché permettono di vedere e di sentire quel che l’occhio e l’orecchio non potevano vedere né sentire.

Internet rese possibile la comunicazione senza prossimità e senza corpo. Poi venne Facebook, e per molti ragazzi dell’ultima generazione di internauti Facebook è Internet. Spesso neppure sanno che fuori da quella cornice blu e oltre quella “effe” c’è una rete infinita. Facebook ha fissato le modalità di navigazione che in Internet avevano carattere libero ed aleatorio. Per questo Facebook mi fa rabbia, perché ha ossificato le potenzialità della rete, e formalizzato l’amicizia e la condivisione in procedure tecniche uniformate.

Mi fa rabbia perché sono vecchio e obsoleto (quasi quanto il professor Eco, ohibò). Ma chi se ne frega della mia rabbia? Facebook ha creato condizioni di comunicazione e di socialità incorporea che non esistevano e non scompariranno. Perciò è inutile che io gli tenga il broncio. È meglio che io capisca quali abissi di immiserimento psichico Facebook ha spalancato, come un tempo Jerry Mander e Derrick de Kerckhove ci permisero di comprendere quali abissi di immiserimento cognitivo spalancava la televisione. Ma dovremmo avere imparato che ogni media-mutazione dell’ambiente spalanca abissi. La politica, la psicoanalisi, la letteratura sono esercizi per abitare gli abissi, e magari anche per uscirne fuori, a rivedere talvolta la luce del sole.