Alfabeta / Usare

usareDOMENICA 8 NOVEMBRE ALLE 22.10 SU RAI5

VA IN ONDA LA QUINTA PUNTATA DI ALFABETA:  USARE

con Marc Augé, Aldo Bonomi, Ugo Mattei, Gilberto Gil, Lucia Tozzi

Domenica 5 novembre la trasmissione “Alfabeta” si confronta con uno dei principali temi della filosofia politica contemporanea: quello dell’uso, inteso come regime alternativo alla proprietà. Negli ultimi anni, l’attualità di questa categoria è stata mostrata da filosofi come Giorgio Agamben e Serge Latouche, giuristi come Stefano Rodotà e Ugo Mattei, e perfino alcuni movimenti politici (si pensi al Movimento per l’acqua bene comune). «Tutto ciò che è solido si dissolve nell’aria», annotava Marx. Oggi, mentre la finanziarizzazione ha portato a compimento un processo storico che vede smaterializzarsi la sfera economica, sempre meno vincolata alla produzione di beni, sono sati elaborati dei concetti, dei dispositivi giuridici (ad esempio i beni comuni) e delle pratiche concrete che pongono al centro l'uso, in alternativa al possesso. Conversando con filosofi, antropologi, economisti, ingegneri, giuristi e perfino artisti/politici come Gilberto Gil, Andrea Cortellessa e Alfabeta2 esplorano le attuali articolazioni del termine usare non limitandosi alla dimensione economica e giuridica, ma analizzando anche i suoi aspetti linguistici ed esistenziali.

GLI OSPITI

GIOVAN BATTISTA ZORZOLI – docente in energie rinnovabili

ALDO BONOMI - economista

UGO MATTEI - giurista

PIERRE DARDOT E CHRISTIAN LAVAL- filosofi e scrittori

MARC AUGÉ - etnologo e antropologo

GILBERTO GIL - musicista e politico

LUCIA TOZZI – studiosa di urbanistica

MAURO ANNUNZIATO - Ingegnere ENEA

TOMMASO OTTONIERI - poeta

DAVIDE OBERTO - curatore di Festival di cinema documentario

Tommaso Ottonieri (brani da Lapilli della gravitazione)

estratti da Recollections di Kamal Aljafari

Il programma è prodotto da Boudu-Passepartout. Regia: Uliano Paolozzi Balestrini Fotografia: Duccio Cimatti Montaggio: Francesca Bracci e Martina Ghezzi.

Ufficio Stampa Riccardo Antoniucci Tel. 3407642693 Mail: pressboudu@gmail.com

Alfabeta / Usare: un percorso tra i libri

Il testo letto da Tommaso Ottonieri è tratto da Geòdi, Aragno 2015

 

Libera università metropolitana, Sul concetto di uso. Prassi, istituzioni, comune, a cura di Paolo Virno, 2014 (http://www.lumproject.org/sul-concetto-di-uso-prassi-istituzioni-comune/)

Giorgio Agamben, L’uso dei corpi. Homo sacer IV, 2, Neri Pozza 2014

Pierre Dardot, Christian Laval, Del Comune, o della rivoluzione nel XXI secolo [2014], prefazione di Stefano Rodotà, DeriveApprodi 2015

Marc Augé, L’antropologo e il mondo globale [2013], Raffaello Cortina 2014; Il tempo senza età. La vecchiaia non esiste [2014], Raffaello Cortina 2014

Aldo Bonomi, Il capitalismo molecolare. La società al lavoro nel nord Italia, Einaudi 1997; Il capitalismo in-finito. Indagine sui territori della crisi, Einaudi, 2013

Aldo Bonomi, Eugenio Borgna, Elogio della depressione, Einaudi 2011

Aldo Bonomi, Enzo Rullani, Il capitalismo personale. Vite al lavoro, Einaudi 2005

Giovanni Battista Zorzoli, Il mercato elettrico. Dal monopolio alla concorrenza, Franco Muzzio 2005

Ugo Mattei, Beni comuni. Un manifesto, Laterza 2011; Il benicomunismo e i suoi nemici, Einaudi 2015

Ugo Mattei, Alessandra Quarta, L’acqua e il suo diritto, Ediesse 2014

Tecnologie del sé. Un seminario con Michel Foucault [1988], Bollati Boringhieri 1992, 2005

Michel Foucault, L’ermeneutica del soggetto. Corso al Collège de France (1981-1982) [2001], Feltrinelli 2003;  Il governo di sé e degli altri. Corso al Collège de France (1982-1983) [2008], Feltrinelli 2009

La solidarietà al tempo della crisi

crisi_cohousingOggi e domani presso la Sala Principi D’Acaja, Università di Torino (Palazzo del Rettorato), via Po 17, Torino. si tiene il convegno Rispondere alla crisi. Pratiche, invenzioni, sostituzioni, a cui parteciperanno tra gli altri Chiara Saraceno, Christian Marazzi, Giso Amendola, Cristina Morini, Ugo Mattei. Proponiamo il testo di presentazione.

Alessandra Quarta e Michele Spanò

La crisi economico-finanziaria esplosa nel 2008 ha avuto devastanti conseguenze negli Stati europei e, tra questi, in Italia. L’aumento della disoccupazione, indotto dalla chiusura di molte imprese e dall’assenza di politiche industriali capaci di generare nuovi posti di lavoro, ha colpito larghe fasce della popolazione e in particolare quella giovanile (il cui tasso di disoccupazione ha oggi superato il 40%). L’arresto della crescita economica ha contribuito a diffondere la povertà relativa e quella assoluta, aggravando le condizioni di vita di molte famiglie, soprattutto nel sud dell’Italia, dove il sistema di welfare e gli investimenti in spesa sociale versavano già in condizioni critiche. Negli ultimi anni, sono stati principalmente i Comuni a finanziare la spesa sociale, con un impegno diverso sul territorio nazionale e un conseguente effetto negativo in termini di diseguaglianza; le sovvenzioni statali, al contrario, sono diminuite drasticamente, fino ad azzerarsi in settori particolarmente delicati (ad esempio il Fondo Nazionale per le persone non autosufficienti e il Fondo Nazionale Affitti). 
L’attuale situazione economica induce processi di esclusione sociale in grado di compromettere il diritto alla salute, il diritto alla casa e quello al lavoro, rendendo di fatto evanescenti le garanzie giuridiche esistenti. All’interno di questo scenario, è tuttavia possibile isolare una serie, non esigua, di “pratiche di resistenza” alla crisi. Nel corso degli ultimi anni, infatti, le incertezze e i problemi determinati dalla crisi economica sono stati molto spesso affrontati attraverso processi collaborativi e di condivisione, cooperativi e solidali, che meritano di essere analizzati con sguardo critico e con la consapevolezza che essi, negativamente e specularmente, altro non segnalano se non, da un lato, le mancanze del sistema pubblico e, dall’altro, le disfunzioni del mercato.


Gruppi informali e spontanei di soggetti hanno cominciato a dar vita a nuove pratiche di solidarietà o a sperimentare l’autorganizzazione per rispondere a bisogni fondamentali individuali o collettivi. La reviviscenza di esperienze comunitarie ne attesta una nuova centralità: la cooperazione diviene infatti la premessa e l’operatore di una diversa distribuzione di costi e benefici. In Europa, la Grecia – dove l’applicazione delle misure di austerità come antidoto alla crisi economica ha finito per produrre una forma feroce di eterogenesi dei fini, determinando un ingente impoverimento della popolazione e l’impossibilità da parte dello Stato di garantire il benessere dei cittadini – ha conosciuto esperienze di questo tipo: il collasso del servizio sanitario nazionale, ad esempio, è stato affrontato attraverso risposte costruite “dal basso”, con l’apertura di ambulatori sociali e farmacie solidali, diventate importanti pratiche di resistenza alla crisi.


Anche in Italia è ormai possibile fornire una mappa dettagliata di pratiche tra loro molto diverse che assolvono obiettivi altrettanto differenziati, ma che presentano tuttavia tratti comuni: reagiscono alla crisi economica attraverso soluzioni alternative tanto al sistema pubblico che al mercato, attivano meccanismi di solidarietà e di cooperazione, sono disciplinate da statuti e consuetudini. Dal punto di vista del pensiero economico, queste esperienze, riconducibili alla cd. sharing economy, stimolano una riflessione generale sull’attuale modello economico neoliberale, basato su una forma radicale di individualismo e sulla convinzione che il meccanismo concorrenziale sia l’unico capace di soddisfare bisogni differenti e in competizione tra loro.


Alcune di queste pratiche nascono come risposta diretta a una situazione di bisogno o di assenza determinata dalla crisi: si pensi, ad esempio, al cohousing, che consente di affrontare l’esigenza abitativa in una dimensione comunitaria; al coworking, che rappresenta una nuova forma del lavoro; o agli strumenti di finanza etica, che consentono di finanziare attività, progetti e imprese sociali che, altrimenti, non riuscirebbero ad accedere agli ordinari canali di credito. Queste esperienze, pur evidenziando una disfunzione nelle politiche pubbliche, si dimostrano alternative anche al sistema privato e in particolare al mercato, opponendo alla concorrenza la cooperazione. In altri casi, l’autorganizzazione finisce per sostituire il Welfare State, introducendo nel nostro ordinamento soluzioni dette di neo-mutualismo, che appaiono modellate su quelle adottate all’inizio del ‘900. La creazione di ambulatori sociali e di sportelli che offrono servizi di cd. bassa soglia (indirizzati cioè a persone che versino in una situazione economica di estrema difficoltà senza alcuna condizionamento d’accesso, es. costo della prestazione, titolarità di documenti di identità e di riconoscimento) si inserisce in questa stessa cornice e consente di interrogarsi su quanto questo fenomeno possa costituire una riserva di creatività sociale e istituzionale destinata a durare e a “supplire” a uno Stato che non finisce di “ritirarsi” dal sociale.


A cavallo tra queste due “famiglie” di pratiche, si colloca il fenomeno del crowdfunding: la raccolta di finanziamento presso il pubblico, attraverso piattaforme digitali, ha conosciuto un’ampia diffusione negli ultimi anni e rappresenta un’alternativa all’assenza di risorse pubbliche, ma anche un modo di finanziare progetti imprenditoriali, sociali e culturali capaci di influenzare “emotivamente” il donatore.
Questo frammentato scenario – che di certo non esaurisce l’ampio numero di pratiche emerse in risposta alla crisi, ma di cui il convegno vuol essere un primo tentativo di campionatura e mappatura – racconta realtà che sempre più rappresentano i nuovi stili di vita delle italiane e degli italiani.


Il convegno si propone di offrire una presentazione e un’analisi di alcune di quelle pratiche che possono essere ricondotte al quadro di senso sopra descritto, raccogliendo sensibilità e pratiche diffuse e facendole dialogare con giuristi, economisti, filosofi, politologi e antropologi. Per ciascuna pratica oggetto di approfondimento, sarà scelto un caso specifico e un soggetto promotore che lo possa raccontare, al fine di introdurre l’argomento ed evidenziare alcuni nodi della discussione. L’obiettivo è di colmare la lontananza che spesso si registra tra pratiche sociali e scienze umane, costruendo un momento di confronto che consenta di verificare la duttilità di alcune categorie, la necessità di nuove elaborazioni teoriche e l’eventuale capacità di rispondere a necessità e istanze sociali sempre più urgenti.

Ogni domenica su Rai5, Alfabeta, programma in sei puntate di Nanni Balestrini, Maria Teresa Carbone, Andrea Cortellessa.   Oggi alle 16.10, replica di Combattere, con Paolo Fabbri, Fabio Mini, Luigi Zoja, Federica Giardini, Giuliano Battiston

Le festa del Comune

Alessandra Quarta e Michele Spanò

«Un tempo di qualità inconsueta» è quanto, nelle parole di Furio Jesi, sarebbero stati capaci di istituire, inventandoselo, i comunardi tra il marzo e il maggio del 1871. Non sappiamo se il tempo di un festival possa essere commisurato al tempo della festa; e tuttavia: se l’occasione festiva esibisce per definizione un rapporto con il comune (di più: se essa coincide con la sua stessa esperienza), quattro giorni fitti di conversazioni e dibattiti, di incontri e discussioni, di lezioni e tavole rotonde dedicate alle pratiche e ai pensieri dei beni comuni conservano, dell’antica festa, la stessa ambizione: quella di dimostrare che è insieme e non da soli che produciamo ricchezza e possibilità, trasformazione e novità.

Perché di questo si parlerà a Chieri tra oggi (9 luglio) e domenica (12 luglio): delle forme del vivere e del produrre in comune. A parlarne sarà una comunità senza identità: maestr* riconosciut*, alliev* promettent*, qualche lungimirant* critic*e, ovviamente, tutti quei movimenti che del comune hanno fatto la loro insegna; una comunità che cresce e si allarga, che si configura e si riconosce nella misura in cui crescono e si allargano quelle lotte e quelle pratiche in cui beni, territori, esperienze e risorse sono insieme rivendicati e istituiti come qualcosa di comune.

Il benicomunismo afferma che non c’è da scegliere tra Stato e mercato; essi sono, allo stesso modo e allo stesso tempo, articolazioni di quel capitale che, nella sua metamorfosi contemporanea, assolve all’antico ufficio dello sfruttamento estraendo e succhiando la ricchezza prodotta dalla cooperazione sociale. Il benicomunismo sa, con la stessa lucidità, che il capitale è una relazione sociale e non un moloch occhiuto e onnipotente. Come tutte le relazioni può essere trasformato, come ogni macchina può essere usata e usata contro se stessa: con i suoi strumenti contro la sua logica, alla sua altezza contro la sua razionalità; con uno slogan: dentro e contro.

Il benicomunismo che festeggeremo a Chieri può essere la divisa di una nuova generazione politica. La Grecia sta lì a dimostrarlo: l’Europa deve inventarsi un altro modo per produrre e riprodurre la ricchezza della cooperazione sociale contro i circuiti della valorizzazione privata e della rendita. Sarà inutile piagnucolare sulla fine dello Stato o sulle nequizie del mercato. Sarà meglio inventarsi qualcos’altro. Se il benicomunismo è infatti una critica esigente e implacabile della proprietà privata è perché esso è in primo luogo il nome della improcrastinabile riappropriazione di ciò che in comune siamo e facciamo. Il benicomunismo è quel movimento che sottrae ciò che è stato tolto alla cooperazione sociale restituendolo all’uso e all’accesso di tutti e di ciascuno. La scommessa benicomunista non si enuncia dunque altrimenti che così: se la valorizzazione oggi si gioca tutta sul terreno della cooperazione sociale è a essa sola che tocca di darsi le sue istituzioni e le sue norme.

La proprietà sarà ancora utile a questo scopo? Se le relazioni sociali e quelle produttive sono costruite sul piano della solidarietà e dell’inclusione, il loro governo non può più essere lasciato a una istituzione che comporta strutturalmente egoismi ed esclusione. Ecco un’altra sfida per il benicomunismo: ripensare l’appartenenza senza cucirle addosso l’abito proprietario e il suo paradigma, che il neoliberismo ha nuovamente schiacciato su quell’individualismo possessivo che da secoli è la più triste e ignobile delle silhouettes prodotte dall’antropologia filosofica occidentale. Ripensare le modalità di gestione, abbandonando la gabbia della titolarità, per realizzare l’inclusione e quell’eguaglianza sostanziale che, celebrata dalla nostra Costituzione, pare deridere fieramente, ogni giorno, chi nulla ha e niente possiede.

La risposta deve essere articolata sul piano costituente, alla ricerca di nuovi modelli di partecipazione, e sul piano del costituito, dove il diritto deve essere usato in maniera contro-egemonica, rispolverando tutti quegli istituti utili ad arginare l’idiosincrasia – diciamo pure: l’idiozia – proprietaria e a garantire l’accesso agli esclusi, attraverso un’interpretazione che non tralasci i dati extratestuali e cioè quei contesti politici, economici e sociali in cui la norma si immerge e da cui essa, lo si voglia o meno, emerge. Il diritto smette finalmente di essere e di proclamarsi neutrale e torna a vivere la realtà e a esplorarne le contraddizioni, per riemergere – affermandosi nel conflitto – dall’isolamento a cui il primato dell’economia vorrebbe ridurlo.

Durante il festival chierese i beni comuni non saranno l’oggetto di un discorso iniziatico, perché ciò che più importa è abbattere gli steccati del tecnicismo e consegnare questa categoria del pensiero, arricchitasi attraverso i processi di partecipazione e rivendicazione dal basso, a un’ampia platea, la stessa a cui è rimesso il cambiamento possibile. Non abbiate paura: nessuno vaneggerà sulla ricostruzione di una fantomatica sinistra, convinti come siamo che soltanto una diffusione del potere politico – ossia della possibilità di mettere in moto il cambiamento – possa annullare quelle rendite di posizione che, a quanto pare, non corrompono soltanto la materia proprietaria. Nuovi fronti di aggregazione politica potranno trovare riparo sotto l’ombrello benicomunista, cornice non dogmatica e mutevole in cui potersi riconoscere, in cui dare forma a un’opzione politica molecolare.

Allora, magari, quando, festosamente, ci troveremo a guardare Kommunisten (l’11 luglio), l’ultima potentissima elegia comunista di Jean-Marie Straub (e le Apuane impassibili di Fortini/Cani), non sogneremo die fröhliche klassenkampf ma è proprio a Fortini che, senza nostalgia, correrà il nostro pensiero: «Il combattimento per il comunismo è il comunismo. È la possibilità (scelta e rischio, in nome di valori non dimostrabili) che il maggior numero possibile di esseri umani viva in una contraddizione diversa da quella odierna. Unico progresso, ma reale, è e sarà un luogo di contraddizione più alto e visibile, capace di promuovere i poteri e le qualità di ogni singola esistenza. Riconoscere e promuovere la lotta delle classi è condizione perché ogni singola vittoria tenda ad estinguere quello scontro nella sua forma presente e apra altro fronte, di altra lotta, rifiutando ogni favola di progresso lineare e senza conflitti. (...) La identificazione con le miriadi scomparse e con quelle non ancora nate è rivolgimento amoroso verso i vicini e i prossimi, allegoria dei lontani. (...) Il comunismo è il processo materiale che vuol rendere sensibile e intellettuale la materialità delle cose dette spirituali. Fino al punto di saper leggere e interpretare nel libro del nostro medesimo corpo tutto quel che gli uomini fecero e furono sotto la sovranità del tempo, le tracce del passaggio della specie umana sopra una terra che non lascerà traccia».

Festival Internazionale dei Beni Comuni
Chieri 9-12 luglio 2015

 

Contro i beni comuni

Lucia Tozzi

È bellissimo che un editore pubblichi nella stessa collana, a poco più di un anno di distanza dall’uscita di Beni comuni. Un manifesto di Ugo Mattei, il libro Contro i beni comuni. Una critica illuminista di Ermanno Vitale.

Secondo gli usi del nostro curioso mondo culturale, i cataloghi delle case editrici sono o informi guazzabugli di titoli che affossano ab origine ogni differenza di idee e contenuti, o l’espressione non tanto di una linea di pensiero (dell’editore, del curatore della collana), ma di una fazione: gli amici del tal professore, i sostenitori di quell’altro intellettuale. In questo secondo caso, possono anche comparire idee radicalmente divergenti, purché non appaia alcun conflitto.

Ecco, Laterza ha infranto il tabù: non solo Ermanno Vitale non fa parte della parte di Ugo Mattei, ma il libro è proprio una critica alle sue idee, o meglio alla loro vaghezza: «Ciò che mi lascia perplesso – dice nella premessa – non è la radicalità della proposta, è la sua disorganicità, la sua contraddittorietà, la sua superficialità, il forte rischio che sia un autoinganno». È un’operazione editoriale che rappresenta una sfida al rito obbligato del terzismo: invece di contrapporre in modo falsamente neutrale due opinioni diverse, alimenta una dialettica critica sui contenuti e sul modo in cui sono strutturati.

Nella migliore delle ipotesi, se cioè Mattei, Negri, Rodotà o qualcun altro tra i sostenitori della causa dei beni comuni citati nel testo vorrà rispondere alle critiche mosse, gli stessi benicomunisti e la più ampia comunità dei lettori potranno giovarsi di una migliore articolazione di questa teoria in progress.

L’analisi di Vitale parte dall’uso delle fonti, dimostrando che i due saggi ritenuti nel male e nel bene fondativi del tema dei beni comuni, The Tragedy of the Commons di Hardin e Governing the Commons di Ostrom, non sono quel che Mattei e altri retoricamente descrivono: il primo non è un’apologia della proprietà privata ma semmai della regolazione pubblica, e il secondo dichiara tutti i limiti relativi alla gestione comunitaria dei beni collettivi – limiti di natura dimensionale, gerarchica e di esclusione proprietaria. E Marx non scrisse certo il capitolo sulla cosiddetta accumulazione originaria, il processo di recinzione delle terre comuni che annunciò l’avvento del capitalismo, con l’intenzione di decantare l’ordine sociale precapitalistico.

La società dei beni comuni descritta in Un manifesto viene invece definita per approssimazione – dice Vitale –, è una favola che vagheggia un’armonica comunità medievale “brutalizzata” dall’illuminismo, che sembra avere prodotto solamente l’ideologia dell’individuo proprietario. Che cosa sono i beni comuni di preciso, si possono classificare o no? A chi sono comuni i beni comuni, a tutti o a delle comunità che escludono il resto degli umani? Chi deve amministrare i beni comuni? La Costituzione va superata, come pensa Negri, o difesa, come dice Rodotà?

Le risposte a queste domande sono ambigue e a volte cozzano fra loro in maniera fragorosa, e tuttavia nessuno lo ammette, tutti fingono di giocare la stessa partita politica. Ma oscurare la dialettica non ha mai portato bene alla politica, almeno a quella di sinistra.

Ermanno Vitale
Contro i beni comuni. Una critica illuminista
Editori Laterza (2013), pp. 144

fonte: http://www.bookdetector.com/saggi/contro-i-beni-comuni-una-critica-illuminista/

Bipolarismo sincronico

Ugo Mattei

Conclusasi la fase del «bipolarismo seriale», che ha caratterizzato l’epifania semiperiferica italiana fra il crollo del Muro di Berlino e la «grande crisi», sembra essere iniziata quella del «bipolarismo sincronico». Mi spiego: nel volumetto Contro riforme, che ho da poco pubblicato per i tipi di Einaudi, credo di aver dimostrato come le riforme prodotte o promesse dai primi anni Novanta dagli opposti schieramenti siano state in sostanziale continuità.

Che esse fossero proposte dal centro-destra oppure dal centro-sinistra, il loro senso non mutava. Sempre si è trattato di «riforme» neoliberali, volte ad alleggerire lo Stato, concentrare il potere politico nell’esecutivo, flessibilizzare i rapporti di lavoro, favorire la concentrazione oligopolistica del potere economico, privatizzare i beni comuni. Il punto più avanzato del bipolarismo seriale è stato il decreto Ronchi (Pdl) che, nel 2009, riprendeva il filo delle famigerate lenzuolate di Bersani (Pd).

I referendum del 2011 hanno condiviso la parola d’ordine proposta nel 2007 in un volume pubblicato dal Mulino che raccoglieva gli esiti di una riflessione collettiva su privatizzazioni e liberalizzazioni: bisognava «invertire la rotta». Per la prima volta una maggioranza assoluta del popolo esercitava la sua sovranità diretta in nome dei beni comuni, consegnando di fatto valore costituente a questa nozione. Non è un caso che nel luglio 2012 la Corte costituzionale abbia riconosciuto, per la prima volta in Italia, l’esistenza di un «vincolo referendario», respingendo il tentativo assolutamente bipolare di ridurre all’irrilevanza giuridica il voto di 26 milioni di italiani. In effetti, dopo il referendum, con il cosiddetto governo tecnico, insieme alla fobia per la democrazia, si sono realizzate le premesse per il passaggio dal bipolarismo seriale a quello sincronico.

Il protagonista di questo riuscitissimo «attentato alla Costituzione» è stato il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, in esecuzione di ordini perentori ricevuti dall’estero. Costui, approfittando della pavidità della dirigenza del Pd, in una prima fase ha «inventato» un profilo di statista per un mediocre economista della Bocconi da sempre al soldo dei poteri forti internazionali, designandolo prima senatore a vita (senza che ve ne fossero in alcun modo i presupposti costituzionali) e poi capo di un governo composto di altrettanto mediocri tecnici d’area. Successivamente, anche al fine di scongiurare un referendum sul lavoro per il quale erano state raccolte le firme, il presidente sovversivo ha indetto elezioni anticipate senza che il governo fosse sfiduciato dal Parlamento (come del resto mai sfiduciato era stato Berlusconi, anche grazie al tempo concessogli dallo stesso Napolitano per una vergognosa campagna acquisti).

Infine, quando l’esito delle elezioni si è collocato in piena sintonia con il referendum del 2011, premiando l’unica formazione politica non velleitaria autenticamente alternativa al bipolarismo seriale, ecco un nuovo «alto tradimento» del popolo italiano nell’interesse dei «mercati». Napolitano ha inventato così un inedito mandato condizionale a Bersani (la condizionalità il presidente l’ha probabilmente imparata dalla Banca mondiale!) e istituito subito dopo un «Gran Consiglio del riformismo», capace di garantire la prorogatio di Monti fino all’ottenimento della propria.

In questo passaggio la fobia per la democrazia, che fino a quel punto era stata limitata a quella diretta (riforma dell’articolo 81 della Costituzione con maggioranza bulgara per evitare la sicura sconfitta referendaria del pareggio di bilancio), si è estesa anche a quella rappresentativa. In effetti, appena cinque scrutini sono stati considerati sufficienti per far scattare la manfrina della discesa in campo del nostro come «salvatore della patria», quando nella storia della Repubblica tre presidenti sono stati eletti dopo oltre quindici votazioni e uno oltre venticinque. Il rischio era che, continuando a votare, il Parlamento, se libero di decidere, avrebbe infine eletto Stefano Rodotà, il miglior candidato possibile in un sistema democratico ma il peggiore possibile, in quanto uomo libero, in uno schema volto al servile servizio dei poteri internazionali e del debito in gran parte odioso con essi contratto negli scorsi decenni.

In Italia, attraverso il processo brevemente descritto, in meno di due anni da quando il popolo aveva indicato col referendum di voler «invertire la rotta», la sovranità è stata trasferita dal medesimo (che ne sarebbe titolare ex articolo 1 della Costituzione) al presidente della Repubblica (o meglio ai suoi mandanti internazionali). Trasferito così lo scontro politico sul piano costituente, si è potuta inaugurare la stagione (speriamo breve, anche se ne dubitiamo) del «bipolarismo sincronico», perché entrambi i poli sono stati messi, simultaneamente e non più consecutivamente, nelle inutili condizioni politiche di esecutori di un piano di riforme neoliberali identiche a quelle che negli scorsi decenni erano state imposte, sotto vincolo di condizionalità economica, ai paesi buoni allievi latino-americani e africani di Banca mondiale e Fondo monetario internazionale.

L’inaugurazione di un Ministero per le riforme (assegnato a uno dei «gran consiglieri del riformismo») e il tentativo di istituire una «Convenzione per le riforme», in brutale spregio delle più elementari forme costituite, sono il suggello della valenza costituente di questa dittatura, sostenuta dalla retorica riformista ed emergenziale. Saltato il terreno costituito, non possiamo che raccogliere, ben consci del rischio che ciò comporta, lo scontro costituente. Come probabilmente è noto ai lettori di «alfabeta», lo stiamo facendo nell’ambito della «Costituente per i beni comuni» che, dal Teatro Valle occupato, ha raccolto l’eredità teorica della Commissione Rodotà, ovviamente adattandola a circostanze che in cinque anni sono drammaticamente mutate, non solo in virtù della crisi ma soprattutto per il modo autoritario e incostituzionale di affrontarla.

Questo mi pare sia il terreno del confronto politico dei prossimi mesi: uno scontro costituente, che noi vogliamo «a testo invariato», in cui c’è in gioco il mantenimento della «promessa mancata» della Costituzione del ’48. Non stiamo dunque parlando di qualche miserabile punto percentuale alle prossime elezioni (sempre che se ne tengano), in cui rischia di ridursi l’ennesimo tentativo di rifondare la sinistra, una parola che, cari compagni, dovremmo ben guardarci dal pronunciare per qualche tempo!

Dal numero 30 di alfabeta2, dal 5 giugno in edicola, in libreria e in versione digitale

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Una comunità di comunità

Paolo Cacciari

Alla grande tematica dei beni comuni ci si può avvicinare da tanti e diversi punti di vista: fenomenologico e scientifico, attraverso l’ecologia; utilitaristico, attraverso l’economia; funzionale e finalistico, attraverso la sociologia e la filosofia; ideologico, attraversando tutti gli «ismi» di tutti i tempi. Oggi, grazie al lavoro di due giuristi che hanno lavorato con Stefano Rodotà nella commissione incaricata dall’ultimo governo Prodi di modificare la parte del codice civile relativa alla proprietà pubblica, Alberto Lucarelli (professore di Diritto pubblico all’Università Federico II di Napoli e alla Sorbonne a Parigi) e Ugo Mattei (professore di Diritto civile all’Università di Torino e alla University of California), possiamo dire che il concetto di beni comuni ha acquisto anche un fondamentale spessore giuridico. Una leva importantissima nelle mani di quanti – movimenti, forze politiche e sindacali, amministratori pubblici – si stanno battendo contro il saccheggio delle risorse naturali, la depredazione dei servizi di pubblica utilità, la privatizzazione dei beni pubblici e devono ora – soprattutto dopo lo stupefacente risultato dei referendum sull’acqua e sull’energia pulita del giugno dello scorso anno – passare a una fase propositiva, di concreta e praticabile proposta politica. Siamo nel pieno tentativo di tracciare una nuova teoria giuridica (che non trova ancora spazio nel nostro ordinamento) relativa ai beni comuni per accompagnare un «passaggio d’epoca» (per dirla con Rodotà) di «portata rivoluzionaria» (per dirla con Mattei).

La casa editrice Dissensi ha raccolto in un volume cinque saggi e svariati articoli di Lucarelli corredati da una vasta documentazione (tra cui le prime delibere del Comune di Napoli sulla ripubblicizzazione dei servizi acquedottistici e sulla democrazia partecipativa). Mattei invece ha pubblicato un agile, mozzafiato excursus lungo l’evoluzione storica della nozione dei commons. La sensazione è che finalmente si sia aperta una breccia nel muro della dottrina accademica che fa da baluardo al potere incontrastato degli interessi economici dominanti. Esattamente come avvenne in altri campi, ad esempio, quando un gruppo di fisici contestarono il nucleare. O come quando gli psichiatri misero in dubbio il paradigma della segregazione. O da quando alcuni economisti eretici hanno cominciato a smascherare il mito truffaldino della crescita economica infinita. Un corto circuito liberatore che si compie quando i saperi esperti, specialistici si contaminano con le ragioni dei saperi esperienziali, diffusi, «popolari».

Gli stessi percorsi di vita dei due amici autori (entrambi attivi nei movimenti per l’acqua: uno, Lucarelli, anche assessore ai beni comuni e alla partecipazione nella sua città, Napoli, l’altro, Mattei, instancabile animatore di comitati e movimenti di base) ci ricordano che le innovazioni teoriche prendono sempre forma nel corpo dei processi sociali. Senza mai allontanarsi troppo dallo specifico disciplinare, rimanendo sul filo del diritto (naturale e sociale, pubblico e comunitario), Lucarelli e Mattei decostruiscono e sradicano nientemeno che il concetto e l’istituto della proprietà (tanto privata, quanto statale) quando essa si riferisce ad alcune categorie con funzioni particolari, ma comunissime, di beni e servizi. Quelle «fisiologicamente non orientate al mercato» che la relazione finale della Commissione Rodotà ha catalogato in tre grandi aree: i «beni comuni», appunto (tra gli altri: i fiumi, le sorgenti, i laghi e le acque in generale, l’aria, i parchi e le riserve ambientali, le foreste, i lidi e le coste, la fauna selvatica e la flora tutelata, i beni culturali e archeologici), i «beni sovrani» (cioè quei beni strumentali all’erogazione di «servizi pubblici essenziali» di interesse economico generale, così come riconosciti anche alla Carta dei diritti fondamentali della Comunità europea) e i «beni sociali» (tra gli altri: le case dell’edilizia residenziale pubblica, gli edifici pubblici adibiti a ospedali, all’istruzione, le reti locali di servizio pubblico).

Fermandoci ai beni comuni. Essi sono per Lucarelli «beni che, al di là della proprietà, dell’appartenenza, che è tendenzialmente dello stato, o comunque delle istituzioni pubbliche, assolvono, per vocazione naturale ed economica, all’interesse sociale, servendo immediatamente non l’amministrazione pubblica, ma la stessa collettività in persona dei suoi componenti». Con stringente e convincente semplicità, Lucarelli dimostra l’incompatibilità non solo della proprietà privata ma anche di qualsiasi tipo di gestione business oriented messa in atto dagli enti pubblici, attraverso le infinite variabili societarie commerciali, di beni e servizi indispensabili all’effettivo soddisfacimento di diritti fondamentali delle persone e delle comunità, della sopravvivenza e della dignità degli individui e della coesione sociale. Il risultato è stato la mancata attuazione dei principi e lo stravolgimento pratico di svariati articoli della Costituzione italiana. Si tratta quindi di invertire il processo involutivo che ha portato nel corso dei secoli all’evaporazione dell’idea delle res communes omnium (e dell’esistenza stessa di res extra commercium) e alla cessione della sovranità politica a favore dei soggetti privati che agiscono nell’economia di mercato.

Mattei in particolare ripercorre l’evoluzione del diritto dal modello proprietario individualistico romano a oggi passando per il sistema sociale «pluralistico e a potere diffuso» del Medioevo, alla «complessità olistica del comune» proposto dai dei beni comuni. Un percorso, quindi, che recupera l’idea di pubblico in una dimensione non statalista. Si tratta di «studiare ed elaborare strutture di governo partecipato e autenticamente democratico» (Mattei), un ordinamento in cui «la titolarità dei beni comuni vada ricondotta in capo alla collettività e la cui disciplina dovrebbe fondarsi su principi fondamentali che rimandano sostanzialmente all’idea di una loro indisponibilità di fondo, proprio in quanto costituenti il bagaglio fondamentale e inamovibile per il soddisfacimento dei bisogni primari di qualsiasi persona» (Lucarelli).

Le riflessioni dei due autori vanno oltre le stesse conclusioni della Commissione Rodotà. Lucarelli – in questo totalmente immerso nella nuova funzione di assessore alla partecipazione in una megalopoli come Napoli – pensa che si debba «partire dall’individuazione di una cornice di principi e della natura del diritto, piuttosto che partire dall’individuazione del bene – processo tra l’altro estremamente complesso – per identificare il bene comune». In totale sintonia con Mattei: il quale ricorda come i beni comuni mal si prestino a una tassonomia, quasi si trattasse di una nuova categoria merceologica, mentre essi vengono determinati da un processo di riconoscimento e rivendicazione sociale. «Un bene comune […] non può concepirsi come un mero oggetto […] Non può essere colto con la logica meccanicistica e riduzionistica tipica dell’Illuminismo, che separa nettamente il soggetto dall’oggetto. In una parola non può essere ricondotto all’idea moderna di merce […]. Noi non “abbiamo” un bene comune, ma in un certo senso “siamo” (partecipi del) bene comune». Un processo «dal sotto in su», esplicitamente conflittuale, che abbisogna di una soggettività a partire da quella «Rete dei comuni per i beni comuni» che gli autori, assieme al sindaco di Napoli De Magistris e a molti amministratori locali, stanno tentando di mettere in piedi guardando all’Europa, a una possibile Carta europea dei beni comuni.

La dimensione politica dei commons è inscritta nella loro stessa natura. Tipo di bene e forma di gestione formano un tutt’uno inseparabile. La titolarità collettiva, universalistica («il soggetto titolare del diritto di fruire dei beni comuni è l’umanità nel suo senso intero, concepita come un insieme di individui uguali», Lucarelli) e sociale ha bisogno di una declinazione politica, di una «soggettivazione», di «regole certe» e di una «responsabilità delle istituzioni pubbliche», ma, attenzione, «non in quanto proprietari del bene, ma in quanto tutori degli interessi generali e dei valori etico-sociali, riconducibili alla protezione del bene stesso e quindi in quanto soggetti responsabili verso le generazioni future» (Lucarelli). Non quindi in quanto proprietari, domini, sovrani.

Al fondo vi è un’idea di autodeterminazione e di autogoverno dei cittadini, portatori di interessi diffusi, ma non localistici né corporativi (homo civicus in contrapposizione a homo oeconomicus) che secondo gli autori si potrebbe coniugare con un government democratico. Mattei giunge a prefigurare, attraverso la narrativa dei beni comuni, «un’alternativa politica e culturale che sappia scalzare tanto la proprietà privata quanto la sovranità statuale». Per Lucarelli si tratta di superare non solo la «tensione dicotomica Stato/società; beni pubblici/beni privati; servizi pubblici/concorrenza; interessi pubblici/interessi privati», ma anche e contestualmente, quella separazione che si è venuta determinando tra «democrazia della rappresentanza e democrazia della partecipazione». Gli autori immaginano un «diritto pubblico partecipato», una «democrazia di prossimità» (Lucarelli) ovvero «una comunità di comunità ecologiche, legate fra loro da una grande rete, un network di relazioni simbiotiche e mutualistiche, in cui ciascun individuo (umano o meno che sia) non può che esistere nel quadro di rapporti e relazioni diffusi, secondo modelli di reciproca complessità» (Mattei).

Una considerazione per chiudere e rilanciare. Le nuove elaborazioni in punta di diritto sui beni comuni ci ricollegano alle rivoluzioni culturali in corso in America latina: in particolare alle nuove costituzioni dell’Ecuador di Rafael Correa e della Bolivia di Evo Morales. Il quale in un discorso alle Nazioni Unite in occasione del Mother Earth Day ha affermato: «Se il XX secolo è stato l’era dei diritti umani, il XXI dovrebbe essere il secolo dedicato alla natura e a tutti gli esseri viventi […]. So che questo compito non sarà facile. Molte persone, specie gli avvocati, affermano che solo noi esseri umani abbiamo diritti». Ecco, ci sono cose come la rilevanza morale dei beni comuni, l’incommensurabilità dei beni naturali e culturali con i parametri dell’economia, l’intangibilità di Pacha Mama e la dignità di ogni essere vivente, che molti – e non solo avvocati – «stentano a capire».  I beni comuni sono davvero un nuovo paradigma giuridico e filosofico, economico e sociale, scientifico e politico, che ci permette di ricomporre una visione d’insieme del carattere intrinsecamente unitario dell’essere umano e delle relazioni esistenti tra gli individui e il vivente tutto.

I LIBRI
Alberto Lucarelli
Beni Comuni. Dalla teoria all’azione politica (con contributi di Luigi De Magistris e Alex Zanotelli)
Dissensi (2011), pp. 415
€ 18

Ugo Mattei
Beni comuni. Un manifesto
Laterza (2011), pp. 115
€ 12

Acqua passata

Ugo M. Olivieri

Oggi e domani, all’Università Federico di II Napoli, si tiene il Forum del dono organizzato dal gruppo di ricerca «A piene mani». Partecipano fra gli altri Alberto Lucarelli, Tommaso Montanari e don Tonino Palmese dell’associazione Libera.

Quella raccontata in questo libro è la storia di una metafora concettuale «forte» che è sembrata divenire una metafora politica in grado, almeno per un momento, di cambiare il panorama politico italiano. Parliamo della metafora dell’acqua come fonte di vita, come purezza e rinnovamento, che è stata la base linguistica e politica della campagna referendaria del 2011. Una campagna che con lo slogan «acqua bene comune» è riuscita a colpire l’immaginario di tanti cittadini, portando a una vittoria quasi plebiscitaria le posizioni contrarie alla privatizzazione delle risorse idriche.

Ugo Mattei lo riconosce nelle conclusioni quando afferma che «tra tutti i beni comuni, l’acqua è quello che viene più facilmente percepito come insostituibile e primario». E certo la metafora dell’acqua pubblica non sarebbe potuta divenire il centro della lotta sui beni comuni, contro la privatizzazione delle risorse ambientali e degli utili che se ne possono ricavare, se non vi fosse un sensus communis che sa come una delle risorse ambientali a più forte rischio di esaurimento sia appunto l’acqua.

Da tempo Mattei sta elaborando un concetto giuridico nuovo come quello di «beni comuni», che superi le dicotomie affidateci dal Novecento: pubblico/privato, proprietà esclusiva e proprietà pubblica, gestione privata degli utili e gestione economica pubblica, oggi sinonimo di spreco e di corruzione. Più che legare la nozione di bene comune ai singoli beni, e quindi compiere un catalogo dei cosiddetti beni comuni, Mattei e Quarta si soffermano sulle condizioni di gestione di quei beni come l’acqua, il territorio e l’aria: che riempiono dei bisogni sociali primari e che, necessari alla vita, sono il patrimonio che la generazione presente deve trasmettere a quella futura. Sono temi tipici del movimento ecologista che possono essere ritrovati nell’elaborazione di Mattei e altri giuristi che, riuniti attorno alla commissione Rodotà, hanno posto i «i beni comuni» come categoria giuridica nuova, «terza» rispetto alla tutela della proprietà privata presente nel diritto italiano o alla gestione pubblica delle risorse e della proprietà sviluppatasi sull’onda del Welfare degli anni Settanta e Ottanta. Anni in cui si sviluppa nel diritto pubblico la teoria dell’interesse diffuso: quello cioè, non dei singoli ma dell’insieme dei cittadini, a vedere tutelati diritti collettivi; anche limitando l’esclusiva proprietà delle cose come delle persone. La crisi del Welfare e le ben note vicende di Tangentopoli, archetipo della perenne corruttela italiota, minano proprio questo carattere sociale del pubblico.

In pagine talora molto tecniche ma certo illuminanti, Mattei e Quarta ricostruiscono la progressiva trasformazione della gestione dell’acqua da parte delle aziende municipalizzate nel modello delle società miste di capitali pubblici e privati. Un mutamento terminologico cruciale si consuma a partire dagli anni Ottanta-Novanta: i servizi diventano merci, gli utenti diventano clienti e le municipalizzate, in base alla legge 142/1990, diventano esplicitamente società di servizi che devono vendere l’acqua secondo una logica di remunerazione degli azionisti e prezzo di mercato per i «clienti». È qui che interviene il referendum del 2011: congiunzione tra la militanza trasversale di organizzazioni di varia provenienza (ambientalista, sinistra critica, volontariato cattolico) riunite attorno al Forum italiano dei movimenti per l’acqua, e militanza «scientifica» di giuristi come Mattei, Lucarelli e altri. Il movimento per l’acqua usa creativamente concetti giuridici, quali quello di beni comuni, e metafore fondatrici d’immaginario sociale.

Quello che rimane fuori, dal libro di Mattei e Quarta, è una spiegazione di come mai, dopo questa vittoria così schiacciante del referendum, l’esperimento dell’assessorato napoletano dei Beni Comuni e la trasformazione della municipalizzata napoletana dell’acqua in azienda «bene comune» siano divenuti un’opzione politica in arretramento. Una parte della responsabilità la porta con sé il PD che, dopo aver abbracciato tardi e male la causa referendaria, ha continuato a parlare il linguaggio della concorrenzialità dei servizi e della remunerazione economica di diritti e servizi. Una parte di responsabilità deve assumersela però anche la sinistra radicale: quando non ha compreso che, dopo vent’anni di berlusconismo, era un pericolo reale la trasformazione dei bisogni in consumi, delle esigenze di comune presenti nel referendum nella genericità dello star bene collettivo come ubriacatura consumistica. E che poi tutto ciò, con la crisi, poteva trasformarsi in «debito in comune» e nello sforzo comune per tornare a essere competitivi.

Queste pagine che al testo mancano le dobbiamo scrivere noi lettori oggi. Portando avanti ad esempio una riflessione su come legare Beni Comuni e forme del vivere comune (dalla democrazia di prossimità nei territori alla democrazia partecipata negli enti territoriali, come sta facendo Alberto Lucarelli) o sui rapporti tra comunità e singolarità, mettendo insieme il tema dei Beni comuni e il paradigma del dono come legame di reciprocità: è quanto farà il collettivo di studiosi napoletani del Gruppo di ricerca «A piene mani» nei due giorni del Forum del dono che si terrà il 2 e il 3 ottobre presso il Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università Federico II.

Ugo Mattei-Alessandra Quarta
L’acqua e il suo diritto
Ediesse, 2014, 138 pp.
€ 12,00