Ugo Cornia, lo smantellatore

corniaGiorgio Biferali

La vita è tutta una questione di buchi. Buchi da riempire, buchi temporali, buchi grandi come un occhio in cui guardare gli altri e se stessi, buchi da evitare per non caderci dentro e poi farsi del male.

Il nuovo romanzo di Ugo Cornia, intitolato Buchi appunto, comincia dalla «voglia di essere già morti». Diciassette anni fa nel suo esordio, Sulla felicità a oltranza (Sellerio 1999), sempre in quella prima persona dolce e malinconica nella quale ha inventato la sua identità di scrittore, Cornia diceva che esistono giorni in cui uno sente il bisogno di seppellirsi. E a pensarci bene, a rileggere quelle pagine di quasi vent’anni fa, Buchi sembra quasi un seguito ideale, un’occasione per riprendere il discorso da dove l’aveva lasciato. Un’appendice, un commento, una sorta di «Sulla felicità a oltranza pt. 2». Anche qui – in questo nuovo esordio – più che alla trama Cornia si affida al flusso di coscienza. Alle parole, più libere che mai. E cerca nei ricordi e nelle immagini della sua infanzia, durata più di cinquant’anni, delle risposte, degli indizi, dei motivi, che come tali nascondono le ragioni, sì, ma anche i suoni, la musica.

Cornia, che aveva un’idea di se stesso «immortaleggiante», deve guardarsi intorno e fare i conti con la realtà. Con i suoi famigliari: che l’hanno accompagnato per un po’, che gli hanno indicato le strade dove camminare, quelle da evitare, ma che purtroppo immortali non sono. «Basta adesso, finito tutto, tutto finisce sempre. Non smette mai di finire». Ci sono sempre i mostri chiusi nei cassetti e negli armadi, che non aspettano altro che uno di notte metta i piedi fuori dalle coperte per tirarlo giù, fino alle soglie dell’inferno; c’è un bambino che torna a casa da solo mentre fuori si fa buio e canta una canzoncina per distrarre le «forze del caos»; ci sono i lampi del passato. Ma adesso, più che i rimpianti, c’è la voglia di chiedersi se vivere all’avanti o all’indietro, se abbia senso ripetere continuamente delle frasi fatte o delle massime come fossero parte integrante di un’eredità da tramandare sempre, se invece di guardarsi alle spalle non sia giusto guardare altrove, affacciarsi, cercare di riempire un luogo disabitato come il futuro, che poi è l’unico buco rimasto. Uscire di casa e da se stessi, perché è meglio così. «Meglio di cosa?», si chiede Cornia, «meglio di quel che c’è se non esci».

La storia cambia, le date non contano, sono fatte per essere dimenticate, conta solo la «sostanza emozionale», e la vita diventa un modo per conservarsi, sì, e soprattutto per superare se stessi. C’è il padre con la sua guida nervosa fatta di scatti, la medaglia d’onore del nonno volontario nella Prima guerra mondiale, la rabbia per le zie morte per colpa dei femori, che «dio, se c’era, poteva farli meno alla cazzo di cane». Immagini destinate a cambiare, a non tornare mai più. Allora lo scrittore-talpa può finalmente tirare fuori la testa dalla terra del non più e avere un piccolo assaggio del non ancora, scocciarsi di «piangere per tutti questi morti», accorgersi che è tutto uno «smantellare», che «altri smantellamenti ci saranno ancora, nell’universale e continuo smantellamento di tutte le cose».

In questo piccolo grande romanzo, è come se Cornia facesse il «bucato». Da una parte cerca di non cadere nei buchi temporali che incontra quando guarda dentro di sé, dall’altra prende tutti i suoi pensieri e, come fossero panni, riesce finalmente a lavarli a mano, uno per uno, con l’acqua e la cenere della sua scrittura.

Ugo Cornia

Buchi

Feltrinelli, 2016, 96 pp., € 10

A lezione da zio Montaigne

montaigneMarco Giorgerini

Recentemente Marcos y Marcos ha inaugurato una nuova collana, che s’ispira a una vecchia idea di Maksim Gor’kij. In quella collana sovietica, Vite di uomini illustri, si cimentarono autori non adusi a frequentare il formato della biografia. Veniva loro richiesto di misurarsi con qualcosa di insolito e l’esito, spesso, era sorprendente (come una magistrale biografia di Tolstoj firmata da Viktor Sklovškij). La collana italiana, fondata da Paolo Nori, è intitolata Il mondo è pieno di gente strana (con una frase presa da Daniele Benati) e si propone qualcosa di simile. Le analogie col precedente sovietico finiscono qui. L’illustre slavista Fausto Malcovati ha scritto un simpatetico ritratto di Anton Čechov (Il medico, la moglie, l’amante. Come Čechov cornificava la moglie-medicina con l’amante-letteratura, 218 pp., € 15); Cornia, da sempre sodale di Nori, ci consegna invece una sua biografia di Montaigne.

Chiariamolo subito: Montaigne non è un paravento dietro il quale sciogliere la briglia a un’immaginazione sfrenata; il libro non rassomiglia né a un saggio storico né a un romanzo mascherato da biografia (a riprova di un certo rigore documentario basti scorrere la bibliografia inserita alla fine del testo). Semmai è una biografia senza pretese di esaustività e mille miglia distante dalla serietà e seriosità storiografica. Il tono è quello caratteristico dello scrittore modenese: apparentemente svagato, modulato sui registri del parlato, divertente e divertito, anti-intellettualistico e con una spiccata «attitudine speculativa» (come definì la sua Stefano Gallerani recensendo Le storie di mia zia, Feltrinelli 2008). In questo modo lo scrittore si sente libero di insistere sugli aspetti, della vita di Montaigne, che avverte più affini alla propria personalità e visione del mondo. Lo fa, come suo solito, con una scrittura studiatamente leggera, luminosa, quasi naïf. In realtà, tramite uno stile che a una prima lettura potrebbe sembrare un po’ ingenuo, Cornia sa veicolare riflessioni di inusitata profondità. Ce lo ha dimostrato, più ancora che nel volume in esame, in pubblicazioni come Sulle tristezze e i ragionamenti (Quodlibet 2008), con ogni probabilità uno dei suoi titoli meglio riusciti.

Il «suo» Montaigne è allora un amalgama di umiltà, smisurato stupore e costante attitudine a relativizzare ogni cosa nel nome di una tolleranza empatica e umanissima, estranea a capziose intellettualizzazioni di sorta. Lungi dall’essere il filosofo appartato che riflette sul mondo, nel mondo Montaigne si immerge completamente; respira a pieni polmoni la sua aria e la sua luce, si lancia in cavalcate infinite con lo spirito di chi vuole gustare fino all’ultimo sorso quella cosa imprevedibile, e in fondo semplice, che è la vita. Imprevedibile perché sarebbe vano tentare di ricondurre a unità la sua labirintica complessità e illudersi di conoscere davvero ciò che è destinato a diramarsi lungo gli innumeri sentieri del possibile. Semplice, dacché su di essa non possono far presa roboanti filosofie e sfoggi di razionalismo.

È tutta questione di sentimento (dico «sentimento» in opposizione a «intelletto»: non si pensi, per carità, a svenevolezze romantiche che Cornia rifugge come fossero batteri di peste) e di adesione a una realtà minimale e autentica. La terra, l’aria, i viaggi. C’è anche altro, certo, Montaigne non ha alcun dubbio. La «ragione universale», ovvero Dio, ci ha inserito in un disegno superiore. Il fatto, però, è che non potremo mai vedere al di là di un limitatissimo segmento di un arazzo tanto sublime quanto, per l’appunto, inconoscibile.

A impreziosire ciò che di gradito ci concede un universo «che altalena in perpetuo» vi è la sempre presente consapevolezza della morte, perché essa «è per noi uno degli apici di questa universale oscillazione». Per Montaigne vale sempre la pena meditare sulla morte (tema ricorrente, nei lavori di Cornia), così abituandosi all’idea della completa dissoluzione. La certezza della fine della vita è una nota cupa che suona fin dal giorno della nascita e a cui sarebbe sbagliato non prestare ascolto, distratti come siamo dalla baraonda sonora dell’esistenza. Anzi, a trarre beneficio dall’ascolto è la vita stessa: Montaigne «pensando sempre alla morte tiene ben presenti tutte le cose che ha da finire e che non vuole lasciare a metà».

Nel libro trovano spazio anche pagine commoventi sul legame tra l’autore dei Saggi ed  Étienne de La Boétie. Un’amicizia di rara e profonda intensità, capace di segnare per sempre il filosofo che si troverà a piangere la morte dell’amico, sopraggiunta prima che questi compisse trentatré anni. A seguire, la condanna – in tempi non sospetti – del «contagio occidentale»: i costumi liberi e «secondo natura» dei nativi americani sono confrontati coll’Occidente sedicente civilizzato. E il confronto non getta buona luce sulla nostra società imbastardita, sfiancata dagli orrori che rimproveriamo ai «barbari» e non vediamo in noi stessi, e dalle troppe leggi ispirate più alla forma che alla sostanza.

Insomma, Montaigne è uno spirito libero scevro da pregiudizi e animato da curiosità e tolleranza. Nel tratteggiarne il ritratto, Cornia offre una sintesi necessariamente parziale della sua narrativa. Chi non conoscesse la produzione precedente e volesse avvicinarsi a questo autore potrebbe forse iniziare a scoprirlo, un po’ paradossalmente, cominciando proprio con Sono socievole fino all’eccesso.

Ugo Cornia

Sono socievole fino all’eccesso. Vita di Montaigne

Marcos y Marcos, 2015, 174 pp., € 15