Ara Güler, l’occhio di Istanbul

Antonello Tolve

Anche se sceso un po’ di tono, probabilmente perché ancora nella sua sede temporanea, ma questa non è una giustificazione (e soprattutto se il pubblico straniero paga il biglietto ben 60 lire, quasi 10 euro, rispetto alle 30 riservate a un cittadino turco), l’Istanbul Modern presenta sempre buone mostre, a volte eccezionali, altre interessanti: resta comunque una garanzia che pone difficilmente lo spettatore in quegli scenari di bassa lega, utili esclusivamente a fare cassa.

A parte la deludente e ridotta collezione che offrono il secondo e terzo piano (il primo è al momento chiuso per riallestimento), negli spazi dedicati alla fotografia è possibile, in questa estate capricciosa e un po’ troppo fresca riservataci dal 2019, finalmente respirare e perdersi in una piccola ma significativa retrospettiva dedicata a Ara Güler (1928-2018): e cioè a un reporter straordinario definito dal mondo della cultura internazionale l’occhio di Istanbul o anche, e più comunemente, il fotografo di Istanbul.

Realizzata in collaborazione con l’Ara Güler Müzesi, İki Arşiv, Bir Seçki: Ara Güler’in İzinde İstanbul / Two Archives, One Selection: Tracing Ara Güler’s Footsteps in Istanbul è il lungo racconto di una vita narrata attraverso lo sguardo di un uomo che dal 1950, anno in cui entra come fotoreporter nello staff del giornale Yeni Istanbul, non ha smesso di fotografare devotamente la sua città per oltre mezzo secolo, cantandone le lodi e rivelandone il volto, via via sempre più legato a una modernizzazione, a un rinnovamento dei registri culturali, a quella visione, a quella inkılap proposta da Atatürk per elevare il livello di civiltà contemporanea («çağdaş uygarlık düzeyine çıkarmak») e combattere la stretta soffocante dell’islam.

Le immagini che sfilano nella sala, accompagnate a gruppi da mappe e frasi indicative che orientano il lettore negli spostamenti costanti di Ara Güler, mostrano oggi qualcosa che è storia e memoria, ricordo visivo di un luogo lontano nel tempo e anche se lontano così percepibilmente vicino, così densamente legato ai volti d’oggi, così fortemente ancorato a un presente antropologico che qui, a Istanbul, dove basta uscire dai consueti circuiti turistici, non smette di stupire. «L’attenzione di Ara per gli abitanti delle strade secondarie di Istanbul – i pescatori seduti nelle caffetterie e le reti, i disoccupati che si ubriacano nelle taverne, i bambini che rattoppano le gomme delle auto all’ombra delle antiche mura fatiscenti della città, le squadre di costruzione, i ferrovieri, i barcaioli che tirano i remi per trasportare la gente di città da una sponda all’altra del Corno d’Oro, i venditori di frutta che spingono i loro carretti a mano, le persone che si aggirano all’alba aspettando l’apertura del Ponte di Galata, l’autista del minibus al mattino presto – è la prova di come ha sempre espresso il suo attaccamento alla città attraverso le persone che ci vivono», ha ricordato Orhan Pamuk in un corsivo pubblicato sul New York Times il primo novembre dello scorso anno, all’indomani della sua scomparsa. «La caratteristica cruciale e determinante di una fotografia di Ara Guler», suggerisce ancora Pamuk, e questo si coglie scorrendo tutte le foto in mostra, «è la correlazione emotiva che» l’artista «disegna tra i paesaggi urbani e gli individui. Le sue fotografie mi hanno anche fatto scoprire quanto più fragile e povero il popolo di Istanbul è apparso quando è stato catturato accanto alla monumentale architettura ottomana della città, alle sue maestose moschee e alle magnifiche fontane».

Usciti dall’ampia sala con un sapore sabbioso türk kahvesi e con gli occhi pieni di sollecitazioni poetiche, sulla sinistra, nel corridoio, peccato che il tutto sia proprio davanti agli ascensori, la mostra (dimenticavo, è curata da Demet Yıldız) continua con un monitor che trasmette un ventaglio di immagini che vanno ad arricchire il già ricco itinerario di fotografie e con un elegante pannello di approfondimento dove finalmente si riconosce appieno lo spessore del fotografo. Su questo pannello sono infatti narrate le vicende intellettuali di un uomo curioso e attento (membro dell’American Society of Magazine Photographers dal 1961, Master of Leica nel 1962 e decorato della Légion d’Honneur nel 2002) che ha saputo vivere con intensità il proprio tempo, ha saputo leggere il mondo della vita e, instancabile viaggiatore, ha immortalato importanti artisti, colleghi, attori, registi cinematografici e intellettuali, tra cui sfilano Bertrand Russell e sua moglie Edith, Salvador Dalì, l’amico Henri Cartier-Bresson, Maria Callas («Ho sentito che lo yacht di Onassis stava arrivando, così ho subito affittato una barca da pesca e l’ho trovato. Sono salito sull’albero dello yacht e ho iniziato a scattare foto. Maria Callas mi ha visto a quel punto, le piaceva che stavo scattando foto da lì e mi ha chiamato. Poi ha aperto la borsetta, ha cominciato a truccarsi e le ho fatto un sacco di foto»), Indira Gandhi, Alfred Hitchcock, Picasso o anche Chaplin, a cui, per deontologia e puro senso dell’onore, non ha scattato alcuna fotografia. «Chaplin è l’uomo che ha plasmato la mia visione del mondo e mi ha insegnato come guardare la vita. Allora, viveva in un maniero in Svizzera. Sua moglie Oona era la figlia del famoso scrittore americano Eugene O’Neill. Ho aspettato davanti al palazzo tre giorni per scattare foto, senza prestare attenzione al freddo invernale. Alla fine Oona temeva che potessi congelarmi e mi disse che avrei potuto parlare con Chaplin purché non avessi scattato nessuna foto. Non voleva essere ricordato come un paralitico su una sedia a rotelle, perché sapeva che la fotocamera era impietosa. Sarebbe stato scortese sparargli in quella condizione, poiché ha incarnato il personaggio più agile del mondo, quindi non ho scattato nessuna foto sebbene avessi la possibilità di farlo».

Two Archives, One Selection: Tracing Ara Güler’s Footsteps in Istanbul

Istanbul Modern

29 maggio – 17 novembre 2019