Cinguettando

Augusto Illuminati

Twitter è una forma narrativa. Come tale è suscettibile di diversi usi, legittimi ma secondari (comprese le funzioni molto stringenti di ricerca per hashtag). Desta attenzione, semplifica in tempo reale i resoconti di convegno ed eventi, viene usato con deplorevole ingenuità da papi, presidenti e politici assortiti, che ne fanno un surrogato dell’Angelus o delle conferenze stampe o degli annuali zibaldoni di Vespa, viene usato molto meglio dai movimenti per comunicare e organizzare iniziative, per discutere e deliberare, come ha testimoniato il workshop Tecnopolitica all’interno di Agora 99.

Tuttavia, proprio in quanto forma narrativa, si colloca al suo massimo su una soglia di indistinzione fra pubblico e privato, laddove cioè la singolarità si espone sul bordo di una forma di vita condivisa: per questo rende efficientemente nel rapporto fra star e pubblico, riproducendo virtualmente l’aura, e in tutt’altro campo, come mobilitazione collettiva, funziona con i movimenti e non dentro forme istituzionali e rappresentative.

A differenza di mezzi ormai desueti di comunicazione – in ordine cronologico e dunque di obsolescenza: le lettere, le e-mail a singoli o in CC e CCC, le mailing list, gli sms, la messaggistica per computer e smartphone – che erano private, riservate a due interlocutori o a piccoli gruppi, anche se ovviamente e con sostanziale consapevolezza degli interessati intercettabili da sistemi di controllo (una variante del diario adolescenziale chiuso con il lucchetto e ispezionabile dai genitori), negli tweet (che pure prevedono la modalità poco usata del messaggio diretto non accessibile) la trasmissione, anche di stati d’animo e notizie private, è immediatamente aperta a tutti i follower.

Il brivido dell’intercettabilità è sublimato nell’esposizione volontaria, in tal modo riproducendo la modalità originaria della confessione: quella psico-teologica di Agostino e quella russoiana e baudelairiana del mon coeur mis à nu. La sincerità è messa in scena, per edificare e scandalizzare secondo intercambiabili gradi di riservatezza e deliberata ricerca di effetti. Nel caso dei tweet serve anche a un cinico détournement delle informazioni.

Non voglio però soffermarmi sull’uso, molto generazionale e peraltro ricorsivamente atemporale, dell’effusione intima fra arroganza e fragilità (per queste oleografie pulp c’è già Concita De Gregorio, specialista in 14-16enni), quanto piuttosto riflettere sulla brevità della comunicazione, i famosi e benedetti 140 caratteri, che forse redimeranno l’italiano dalla prolissità di discorsi, documenti e saggi sia politici che accademici. Brevità compensata dalla possibilità di linkare altri testi, foto e video.

Cosa viene subito in mente? Che i moderni sono entrati nell'èra delle brevi abitudini, per dirla con Nietzsche. E che questa convulsa presentazione di sé esprime perfettamente una condizione di frammentazione e instabilità, accentua (non inventa) una scissione dell’Io già latente nelle classiche Confessioni.

Con quel tanto di vanità ed esibizionismo che è sia maschile che femminile, ma che alle donne riesce meglio (tutto qui, detto rosicando) – ciò che spiega l’impiego di tempo e la riuscita espressiva nell’uso femminile del social network e della sua forma più sfacciatamente diffusa e performante, lo scarto fra autonarrazione e bar sport.

Di più: che l’uomo è animale flessibile e instabile, nel senso che non si adatta automaticamente alla propria nicchia ecologica come la zecca e neppure si appartiene e coincide con se stesso (e solo per questo può oltrepassarsi, «diventare ciò che è»), non è monoteista, ovvero non adora in un dio «un uomo normativo e unico» (Nietzsche, ancora). Non sta a casa propria nell’ambiente né dentro la sua pelle. La flessibilità che gli fornisce l’assenza di proprietà è il suo destino, insieme grandioso e pericoloso, comunque conflittuale: la precarietà è il modo in cui viene correntemente messa al lavoro e biopoliticamente saccheggiata dalle strutture finanziarie.

Sono solo alcuni dei temi su cui si sofferma, con ben altri sviluppi logico-strategici su cui varrebbe la pena di tornare, Giovanni Bottiroli con La ragione flessibile. Modi d’essere e stili di pensiero (Bollati Boringhieri, 2013). Vorremmo con un certo arbitrio estrapolarne il concetto di stile e applicarlo al nostro oggetto: Twitter espone il pluralismo di mente e corpo su tutti i possibili registri, dalla frammentazione patologica alla libertà creativa, dalla logica confusiva a una rischiosa pratica di dis-identificazione. La brevità obbligata (con accesso però a sfondi multimediali), innestata su una crisi delle forme tradizionali di soggettivazione, fa zampillare frammenti lampeggianti che a volte vengono montati con un profilo suggestivo.

Suggerisce, appunto, lascia intravedere una molecolare alterazione dei paradigmi rigidi, una chimica irregolare e sballata dei sentimenti e delle aspettative. Dire una promessa di felicità, al modo di Adorno, ci sembra proprio eccessivo; una presa d’atto del reale, del cattivo nuovo che spinge avanti, ecco, questo si avvicina di più.

Twitter antigas

Juan Domingo Sánchez Estop

L'uccellino di Twitter con il becco coperto da una maschera antigas: questo è il simbolo che hanno adottato i compagni turchi di piazza Taksim. Molti hanno criticato questo simbolo perché consumista o perché evidenzierebbe una mania per i social network, sostenendo che poiché la rete appartiene al capitale allora il suo uso non può che essere controproducente per noi.

Tuttavia in un contesto capitalista quello che succede con Twitter, che, non dimentichiamolo, è uno strumento di lavoro, è quello che succede con tutti gli altri strumenti. Sono capitale fisso, lavoro morto: sono allo stesso tempo qualcosa che appartiene al lavoratore (il prolungamento delle sue membra e dei suoi organi, una protesi), sia qualcosa che gli è stato espropriato. Ecco perché tutti gli strumenti hanno questo carattere ambivalente: sono la potenza collettiva dei lavoratori, ma formalmente questa potenza appartiene a qualcun altro.

Tuttavia l'espropriazione non può mai essere totale: il rapporto di espropriazione che costituisce il capitale è sempre, come ogni rapporto di potere, un rapporto conflittuale tra antagonisti. Anche se le macchine appartengono al padrone, chi deve e sa utilizzarle è sempre il lavoratore associato. Anche se le reti e i linguaggi e i saperi che circolano attraverso la rete appartengono giuridicamente al capitale, diventano produttivi solo quando vengono riempiti dal lavoro vivo.

Il capitalismo ha sempre funzionato così, trattenendo la potenza produttiva comune. Anche nelle sue fasi più primitive, quelle di cui parla Marx nel capitolo del Capitale dedicato alla Cooperazione. Il fatto è che il comunismo ben lungi dall'essere un'utopia, è al contrario la struttura stessa della società. Oggi questo «sequestro» della potenza produttiva sociale è ancora più evidente, ora che il capitale fisso più importante è costituito dalla conoscenza e dalla cooperazione che sono inseparabili dal lavoro vivo. Nella società della conoscenza il capitale si rivela inutile e parassitario. I rapporti sociali capitalistici sono rapporti feudali.

La maschera antigas evoca allora il procedere mascherato del comunismo, il passaggio dei rapporti e delle reti immaginarie attraverso le relazioni di potere capitaliste e statuali. Ed è solo dall'interno di questo complesso ideologico e di questo insieme di relazioni sociali che ci attanagliano – e nelle quali però si esprime anche la nostra potenza – che sarà possibile una trasformazione radicale, uscire dal capitalismo. Marx, diversamente da molti marxisti di oggi, aveva ben chiara questa necessità di attraversare il sistema dalle sue stesse viscere, perché questo, e non un utopico mondo del dover essere, è il mondo che noi abitiamo.

«Ma nell’ambito della società borghese fondata sul valore di scambio si generano rapporti sia di produzione che commerciali, i quali sono altrettante mine per farla saltare. (Una massa di forme antitetiche dell’unità sociale il cui carattere antitetico tuttavia non può essere mai fatto saltare attraverso una pacifica metamorfosi. D’altra parte se noi non trovassimo già occultate nella società, così com’è, le condizioni materiali di produzione e i loro corrispondenti rapporti commerciali per una società senza classi, tutti i tentativi di farla saltare sarebbero altrettanti sforzi donchisciotteschi)». [Marx, Grundrisse, vol. 1, p.101]

In questo testo Marx parla di una violenza necessaria e ha ragione, è la violenza del comunismo nel tessuto del capitale: la solidarietà, lo sviluppo del comune, l'estensione del comunismo dentro il corpo sociale del capitale, tutto questo è violenza perché costituisce una minaccia mortale per il capitale. «Larvatus prodeo» era il motto di Cartesio: per sfuggire alla censura si mantenne sempre su posizioni «prudenti» e «ragionevoli», finendo però per farsi assorbire da queste.

Anche l'uccellino di Twitter mascherato corre questo rischio, sempre presente: che la proprietà finisca per prevalere sul comune. Ma non dimentichiamoci che anche la falce e il martello, simboli del grano mietuto e del ferro battuto per il padrone, a un certo punto hanno cambiato di segno trasformandosi in un'arma brandita contro il padrone. La rivoluzione è immanente: si fa dall'interno dei rapporti sociali capitalistici e contro di loro. Dentro e contro, questo è il motto di una politica materialista di liberazione.

 Traduzione di Nicolas Martino

L’utopia? Non è in rete

Lelio Demichelis

«Un uomo andò a bussare alla porta del re e gli disse, Datemi una barca». Inizia così questo breve ma delizioso testo di José Saramago, Il racconto dell’isola sconosciuta, del 1997. Che qui rileggiamo (Saramago ci perdonerà) per confrontare l’affascinante idea di navigazione da lui narrata (meglio: il voler cercare un’isola sconosciuta) - un navigare metaforico, ma molto reale - con l’altro navigare fatto oggi in rete, virtuale ma molto falso.

Falso perché in rete l’esplorazione è illusoria, le rotte sono già tracciate dalla rete stessa, non si va alla ricerca di isole reali davvero sconosciute. Tutto ciò che oggi facciamo lo facciamo tramite la rete e la rete è (ahimè) l’unica mappa che utilizziamo e che riconosciamo come vera. Per navigare davvero dovremmo avere mappe nostre, diverse da quelle che hanno tutti. Navighiamo invece grazie ai navigatori satellitari e ai motori di ricerca (che fanno la ricerca per noi), ma con la rete abbiamo perduto la capacità e il desiderio di andarenoi alla ricerca di isole sconosciute (un’utopia; un pro-getto; noi stessi; un amore che sia un’avventura-insieme; gli altri-diversi-da-noi).

Dunque, racconta Saramago, un giorno un uomo andò a bussare alla porta di un re. «E voi, a che scopo volete una barca», «Per andare alla ricerca dell’isola sconosciuta, rispose l’uomo, Che isola sconosciuta, domandò il re con un sorriso malcelato», isole sconosciute non ne esistono più, «sono tutte sulle carte». Sulle carte «ci sono soltanto le isole conosciute, E qual è quest’isola sconosciuta di cui volete andare in cerca», disse ancora il re; al che l’uomo, «Se ve lo potessi dire allora non sarebbe sconosciuta» – ma è comunque «impossibile che non esista un’isola sconosciuta».

Alla fine il re concede la barca, «ma l’equipaggio dovete trovarlo voi». D’accordo, dice l’uomo avviandosi al porto, ora seguito dalla donna delle pulizie del palazzo del re che si era messa a seguirlo «uscendo per la porta delle decisioni» convinta «che non ne poteva più di quella vita» a palazzo. Avuta la barca dal capitano del porto («una ancora del tempo in cui tutti andavano alla ricerca di isole sconosciute»; con l’ulteriore domanda: «Sapete navigare, avete la patente nautica», e la risposta: «Imparerò in mare»), l’uomo va dunque in cerca dell’equipaggio, ma torna a mani vuote e alla donna confessa: «non è venuto nessuno. Mi hanno detto che di isole sconosciute non ce ne sono più e che, anche se ci fossero, non hanno nessuna intenzione di lasciare la tranquillità delle loro case e la bella vita delle navi da crociera per imbarcarsi in avventure oceaniche, alla ricerca dell’impossibile». E tuttavia, pur deluso da tanto conformismo e dubbioso sul da farsi – ma subito sostenuto dalla donna - l’uomo non rinuncia a cercare la sua isola sconosciuta perché «voglio sapere chi sono quando ci sarò»; perché «se non esci da te stesso, non puoi sapere chi sei».

Ma se questo è il vero navigare, allora navigare in rete ne è l’esatto contrario:la rete ci offre l’illusione di molte rotte ma ci chiude in un autismo tecnologico e ci offre un chi siamo compensativo (il nostro avatar, il nostro profilo), di cui ci accontentiamo ma che non ci fa smuovere dalla mappa e dai saperi della stessa rete. L’uomo che voleva una barca per cercare l’isola sconosciuta aveva ancora un pensiero pro-gettuale e lungi-mirante («queste cose non si fanno da un giorno all’altro, occorre tempo»). In rete invece abbiamo un pensiero simultaneo e istantaneo, breve e compulsivo, senza tempo e senza futuro; e tante comunità/navi da crociera, comode sì ma che ci impediscono (la rete in sé ci impedisce) di navigare alla ricerca di realtà diverse da quelle offerte dal potere (Google, Facebook, Apple) e delle sue mappe di senso, di scopo, di conformismo di rete.

Alla fine della prima notte passata a bordo, l’uomo si svegliò «abbracciato alla donna delle pulizie, mentre lei lo abbracciava, confusi i corpi, confuse le cabine. Poco dopo, al sorgere del sole, l’uomo e la donna andarono a dipingere sulla prua dell’imbarcazione, da un lato e dall’altro, a lettere bianche, il nome che ancora bisognava dare alla caravella. Verso mezzogiorno, con la marea, L’isola Sconosciuta prese infine il mare, alla ricerca di se stessa».

Una senatrice all’IKEA

Enrico Menduni

Quando questo articolo sarà pubblicato la piccola polemica sullo shopping con scorta e carrello della senatrice Anna Finocchiaro, austera capogruppo del PD in Senato, sarà fortunatamente estinta, smaltita, cessata (il riciclaggio del gossip è l’unico smaltimento dei rifiuti che funziona in Italia). Meglio; si può ragionare più tranquillamente sul valore testimoniale (o illusorio) della rappresentazione fotografica in epoca digitale.

I fatti sono noti da tempo. La senatrice compra oggetti per l’appartamento (oh, la casa, eterna ansia degli italiani) recandosi da IKEA e anche a Leroy Merlin: giusta par condicio tra due marchi leader di mercato. Lo fa in tailleur rosso fuoco accompagnata da tre men in black. Il solerte settimanale illustrato Chi pubblica un ampio servizio a colori: in una foto uno dei vigilanti spinge il carrello, in un altra il gruppo valuta collettivamente la convenienza di pentole e padelle, la scena è sempre ispirata a una tranquilla quotidianità, da famiglia allargata nel weekend. Le foto sono brandite come prova del misfatto; nell’era della riproducibilità tecnica allargata circolano a velocità supersonica sul web (Google Immagini espone 31.900 risultati) e in particolare su Twitter, sollevando un polverone e anche l’ashtag #finocchiarovergogna.

I vignettisti lavorano sodo, nell’era del mashup i tre uomini più il tailleur rosso traversano la strada sulle strisce come nella cover di Abbey Road. Tanto per rimanere in area Beatles, tutti a fare paragoni con Michelle Obama che zappa l’orto, e non lo fa coltivare ai marines. Prevedibili i contenuti su Twitter e in giro per la rete: Finocchiaro usa uomini dello Stato come camerieri, si fa scarrozzare per fini privati con i soldi nostri, se i poliziotti brandiscono padelle antiaderenti non possono agire in caso di attacco mafioso, ecc.

La reazione della senatrice non supera i confini dell’ovvio: la scorta non l’ho chiesta ma me l’hanno imposta, i motivi non ve li posso dire, e devo fare la spesa anch’io. E poi: chi spinge il carrello non è un poliziotto né un rappresentante del Senato ma un autista che conosco da vent’anni (in parole povere: un dipendente del gruppo parlamentare). Anche la replica non si discosta dal prevedibile: ma è possibile che in tempi di crisi e di odio anti-casta Finocchiaro non abbia la sensibilità di evitare comportamenti che potrebbero essere fraintesi e strumentalizzati, ecc. ecc.? Quando ero ragazzo, il sindaco di Firenze Elio Gabbuggiani (1975 circa) parcheggiava sempre l’autista dietro l’angolo e si presentava a piedi, sorridendo, stringendo mani, figlio del popolo in mezzo al popolo: un professionista serio.

Finocchiaro scrive ai giornali, ritiene che le foto siano state scattate «con tutta evidenza con una macchina fotografica professionale (…), evidentemente non frutto di scatti rapiti o casuali». Dunque un appostamento, un complotto. La senatrice sembra ignorare di quanti megapixel può disporre la fotocamera di uno smartphone e quanto possa essere appetibile, per un giovane squattrinato, valorizzare un incontro fortuito vendendo a un’agenzia scatti impeccabili, e immagina ancora i «paparazzi», Tazio Secchiaroli appostato per fotografare Walter Chiari mentre Elio Sorci fotografa lui… frammenti di anni Cinquanta ormai consegnati ai musei, non all’attualità politica. O forse crede al modo di scattare le foto raccontato da Fabrizio Corona.

A questa cultura analogica, che la senatrice condivide con molti suoi critici, sfugge totalmente come nasca e come viva una fotografia digitale. Senza la schiavitù dei rullini che finiscono sul più bello, si pesca a strascico, scattando una raffica di foto da cui si sceglierà quella più imbarazzante, dai dettagli impietosi, dall’espressione cupa o imbarazzata, contornandola poi – quasi a costruire una storia – degli altri scatti del fotostream. Ci penseranno poi le didascalie a marcare, con finta sobrietà, il punto più dolente. La storia narrata è verosimile, anche se mille dettagli, compreso l’ordine di pubblicazione, si distaccano dall’originalità dell’effettivamente accaduto: prima lievemente, poi con una piega sempre più decisa, che la conduce verso i lidi della docu-fiction.

La foto rimbalzerà da un sito all’altro, da un giornale a un blog, da un talk show del mattino televisivo ai social network, si presterà a infiniti mashup, ritocchi, coloriture, tagli, aggiunte, ormai totalmente indipendenti dall’originario «creatore», il pastore che ha incamminato un gregge di pixel verso un recinto mai chiuso in modo invalicabile: c’è sempre una pecorella in Photoshop che si vuole smarrire. Il valore testimoniale della fotografia era la convinzione che ci fosse stato uno spazio e un tempo in cui fotografo e soggetto erano stati di fronte, e che la foto esprimesse l’oggettività certificata di quell’incontro, di quella sovrapposizione spazio-temporale; una narrazione notarile del reale, una fotocopia del vero dai inserire agli atti. Ciò è avvenuto nell’era dell’istantanea, nata fra le due guerre e diffusa dal rotocalco illustrato, insieme al totalitarismo e alla propaganda che di foto e di fotomontaggi, da John Heathfield in poi, hanno fatto l’uso più ampio, sempre pretendendo che fosse icona della realtà.

Ma la foto digitale è una narrazione senza spina dorsale, una rappresentazione morbida che si lascia piegare dai contesti cui viene adattata, prendendo le distanze dal suo autore, emancipandosi dai suoi sentimenti e dai suoi intenti. È un’icona pop; può far vendere qualche copia a un settimanale di gossip, può mostrare le incertezze del ceto politico prigioniero di un’autoreferenzialità culturale, può rallegrare uno, cento, mille blogger ma quanto a essere testimone della verità, questo proprio no. Effetti duraturi meno che mai, nemmeno se la foto è scattata nei bagni neo-pompeiani di Palazzo Grazioli. Un punto di spread poté quello che centomila scatti invano tentarono, rimanendo soltanto nell’immensa memoria cache di Internet che tutto mostra e tutto dimentica.

P come Periscope o come Panopticon?

Alessandra Corbetta

Nel primo decennio del 1600, precisamente nel 1609, Galileo Galilei mise a punto il primo telescopio refrattore, strumento in grado, come suggerisce anche la sua etimologia, di far vedere lontano, di mettere a fuoco ciò che è per natura distante dal nostro campo visivo. Nel 1600 si voleva guardare oltre.

Nel 2015 l’universo da scrutare è prossimo, vicinissimo, è la dietrologia del quotidiano; gli astri sono le celebrities, micro e macro. Dal 26 marzo del 2015 per la precisione, abbiamo a disposizione un nuovo modo per osservare in diretta piccoli spaccati di vita e per far vedere i nostri; l’invenzione si chiama questa volta Periscope ed è un’applicazione di Twitter appartenente alla categoria del mobile video streaming, disponibile inizialmente solo per Ios, ma ora anche per Android.

Il funzionamento è basilare: si scarica l’app gratuita, si realizza l’iscrizione collegando il proprio profilo Twitter e si abilita l’accesso a fotocamera e microfono. I Galilei si chiamano Kayvon Beykpour e Joe Bernstein. Sulla scia di Meerkat Periscope consente di realizzare video, che vengono caricati istantaneamente sulla piattaforma e possono essere visti (esclusivamente in modalità verticale) e commentati in diretta: agli utenti è consentito inviare cuoricini per esprimere il proprio apprezzamento, il tutto però solo usando l’app mobile. La visualizzazione, invece, è realizzabile anche dal desktop. Se si vuole circoscrivere l’interazione, è possibile attivare l’opzione “followers only” per ricevere messaggi solo da chi si segue. Il video può essere salvato sullo smartphone e il produttore può decidere di renderlo disponibile per le ventiquattro ore successive alla sua pubblicazione. Questo è Periscope, questo è il suo funzionamento.

Ma sarebbe come dire che appoggiando l’occhio alla lente del telescopio, l’apparecchio raccoglie la luce o altre radiazioni elettromagnetiche provenienti da un oggetto lontano e le concentra in un punto, producendone un'immagine ingrandita. Imprescindibile saperlo, ma poi cosa accade? Cosa accadrà con Periscope? Che significato avranno gli accadimenti?

Finora Periscope viene usato per mostrare il dietro le quinte di concerti, come fa Jovanotti, oppure per condividere il proprio viaggio in auto, come nel caso di Fiorello; si presta a trasmettere l'omelia della Messa della mattina di Pasqua, celebrata in Duomo dall'arcivescovo di Milano e a dar vita a “Riflessioni su Periscope”, quali quelle promosse da Rudy Zerbi. È il nuovo probabile trampolino di lancio per artisti semi-sconosciuti che accrescono le loro possibilità di essere notati. Ci mostra con cosa fanno colazione gli altri o cosa tengono nel frigorifero, come passano la pausa pranzo. Consente alle aziende di fornire al potenziale o consolidato acquirente la sensazione di essere davanti a qualcosa di unico, irripetibile.

Macro live streaming da una parte, micro live streaming dall’altra, per riprendere la dicotomia tematizzata da Giovanni Boccia Artieri. Una comunità connessa che guarda e commenta una comunità connessa; una social tv avente come palinsesto le vite dei soggetti. Ha detto Mario Morcellini, pro-rettore alla Comunicazione dell'Università La Sapienza: "Se la tv era considerata una finestra sul mondo, con Periscope è come avere le pareti della propria vita in trasparenza". E l’ha detto con entusiasmo.

P di Periscope o di Panopticon? Apertura al mondo, informazione, ludicità, indebolimento delle barriere pubblico/privato, esibizionismo, generazione di contenuti dal basso, condivisione, commento: Periscope porta di nuovo a galla tutta una serie di tematiche irrisolte (e forse non risolvibili) proprie di ogni innovazione tecnologica. Torna tematizzare la centralità conferita alla visione e al visivo, ma per le conseguenze non positive della centralità di questo visivo, non produce nessun filmato esplicativo. Un nuovo tassello per una comunità di visione sempre più grande, sempre più cieca. Ma per fortuna esiste ancora il telescopio.