Twitter antigas

Juan Domingo Sánchez Estop

L'uccellino di Twitter con il becco coperto da una maschera antigas: questo è il simbolo che hanno adottato i compagni turchi di piazza Taksim. Molti hanno criticato questo simbolo perché consumista o perché evidenzierebbe una mania per i social network, sostenendo che poiché la rete appartiene al capitale allora il suo uso non può che essere controproducente per noi.

Tuttavia in un contesto capitalista quello che succede con Twitter, che, non dimentichiamolo, è uno strumento di lavoro, è quello che succede con tutti gli altri strumenti. Sono capitale fisso, lavoro morto: sono allo stesso tempo qualcosa che appartiene al lavoratore (il prolungamento delle sue membra e dei suoi organi, una protesi), sia qualcosa che gli è stato espropriato. Ecco perché tutti gli strumenti hanno questo carattere ambivalente: sono la potenza collettiva dei lavoratori, ma formalmente questa potenza appartiene a qualcun altro.

Tuttavia l'espropriazione non può mai essere totale: il rapporto di espropriazione che costituisce il capitale è sempre, come ogni rapporto di potere, un rapporto conflittuale tra antagonisti. Anche se le macchine appartengono al padrone, chi deve e sa utilizzarle è sempre il lavoratore associato. Anche se le reti e i linguaggi e i saperi che circolano attraverso la rete appartengono giuridicamente al capitale, diventano produttivi solo quando vengono riempiti dal lavoro vivo.

Il capitalismo ha sempre funzionato così, trattenendo la potenza produttiva comune. Anche nelle sue fasi più primitive, quelle di cui parla Marx nel capitolo del Capitale dedicato alla Cooperazione. Il fatto è che il comunismo ben lungi dall'essere un'utopia, è al contrario la struttura stessa della società. Oggi questo «sequestro» della potenza produttiva sociale è ancora più evidente, ora che il capitale fisso più importante è costituito dalla conoscenza e dalla cooperazione che sono inseparabili dal lavoro vivo. Nella società della conoscenza il capitale si rivela inutile e parassitario. I rapporti sociali capitalistici sono rapporti feudali.

La maschera antigas evoca allora il procedere mascherato del comunismo, il passaggio dei rapporti e delle reti immaginarie attraverso le relazioni di potere capitaliste e statuali. Ed è solo dall'interno di questo complesso ideologico e di questo insieme di relazioni sociali che ci attanagliano – e nelle quali però si esprime anche la nostra potenza – che sarà possibile una trasformazione radicale, uscire dal capitalismo. Marx, diversamente da molti marxisti di oggi, aveva ben chiara questa necessità di attraversare il sistema dalle sue stesse viscere, perché questo, e non un utopico mondo del dover essere, è il mondo che noi abitiamo.

«Ma nell’ambito della società borghese fondata sul valore di scambio si generano rapporti sia di produzione che commerciali, i quali sono altrettante mine per farla saltare. (Una massa di forme antitetiche dell’unità sociale il cui carattere antitetico tuttavia non può essere mai fatto saltare attraverso una pacifica metamorfosi. D’altra parte se noi non trovassimo già occultate nella società, così com’è, le condizioni materiali di produzione e i loro corrispondenti rapporti commerciali per una società senza classi, tutti i tentativi di farla saltare sarebbero altrettanti sforzi donchisciotteschi)». [Marx, Grundrisse, vol. 1, p.101]

In questo testo Marx parla di una violenza necessaria e ha ragione, è la violenza del comunismo nel tessuto del capitale: la solidarietà, lo sviluppo del comune, l'estensione del comunismo dentro il corpo sociale del capitale, tutto questo è violenza perché costituisce una minaccia mortale per il capitale. «Larvatus prodeo» era il motto di Cartesio: per sfuggire alla censura si mantenne sempre su posizioni «prudenti» e «ragionevoli», finendo però per farsi assorbire da queste.

Anche l'uccellino di Twitter mascherato corre questo rischio, sempre presente: che la proprietà finisca per prevalere sul comune. Ma non dimentichiamoci che anche la falce e il martello, simboli del grano mietuto e del ferro battuto per il padrone, a un certo punto hanno cambiato di segno trasformandosi in un'arma brandita contro il padrone. La rivoluzione è immanente: si fa dall'interno dei rapporti sociali capitalistici e contro di loro. Dentro e contro, questo è il motto di una politica materialista di liberazione.

 Traduzione di Nicolas Martino

Erdogan passa al massacro!

Defne Gursoy

Tutto è precipitato ieri sera a piazza Taksim (sabato 15 giugno, ndr). La polizia ha scatenato la guerra, ne sono testimone diretta poiché ero sul posto. La violenza poliziesca smisurata ha fatto centinaia di feriti; il parco è stato sgomberato a forza con gas; cannoni d’acqua violentissimi contenenti prodotti chimici che causano bruciature sulla pelle e proiettili di gomma hanno ferito decine di persone, fra le quali una donna incinta. Fra l’altro, sono state lanciate granate cataplessizzanti (incapacitanti) che hanno seminato terrore in tutto il quartiere.

L'intervento è iniziato quando non c’era alcuna manifestazione, alcun raduno né nel parco Gezi, né sulla piazza. Era un sabato ordinario e gli abitanti erano venuti con i bambini per prendere aria nel parco. L’operazione di guerra è cominciata alle 19,40 quando la Piattaforma di Taksim aveva annunciato alle 11,00 il ritiro pacifico degli occupanti dal parco a partire da lunedì.

Gli scontri sono durati sino al primo mattino; ero incastrata tra le barricate e la polizia. Mi sono rifugiata in uno di quei passages (galleria commerciante); la polizia ha lanciato il gas anche all'interno di tutti questi passages dove la gente si cercava riparo. Sono stata intossicata dal gas e ho visto gente cadere come mosche sulla strada Istiklal.

A migliaia sono affluiti da tutti i quartieri di Istanbul per venire in soccorso a Gezi Park e ai manifestanti. La municipalità ha fermato tutti i trasporti pubblici a partire dalle 11,00 per impedire l’afflusso della popolazione dai quartieri verso il parco. Ma la gente è passata dalla riva asiatica attraverso i ponti del Bosforo. La polizia ha tirato gas anche su questa gente che passava a piedi sul ponte, senza lasciar loro alcuna scappatoia, salvo forse buttarsi giù dal ponte.

Persino all’interno degli hotels che hanno accolto i feriti sono stati lanciati i candelotti di gas. I turisti hanno accolto i feriti nelle loro camere d'albergo ma hanno subito anch’essi violenze; la polizia ha attaccato tutti gli hotels le cui sale e ingressi s’erano trasformati in centri di soccorso medico. Questo è crimine contro l'umanità, del mai visto neanche in paesi con regimi fra i più repressivi.

Tutta questa violenza non ha fermato la popolazione che si è riunita in ogni quartiere. Non conosciamo esattamente il numero di feriti, ma sappiamo che ce ne sono tanti in grave stato. Centinaia di feriti non hanno potuto ricevere soccorso medico poiché la polizia ha vietato l'accesso delle ambulanze a Taksim e dintorni. Oggi, Erdogan terrà un meeting a Istanbul con i suoi sostenitori e probabilmente non esiterà ad aizzarli contro i resistenti.

Gli abitanti delle Settanta città turche sono oggi in strada per protestare. Decine di migliaia stanno per marciare verso piazza Taksim. La violenza del potere attuale contro questi cittadini deve essere fermata al più presto!

Chiedo di divulgare questo messaggio ovunque voi possiate. Quello che è avvenuto è veramente gravissimo ed è molto probabile che questa guerra di Erdogan contro la popolazione continui. La disinformazione da parte del potere turco non deve passare nei media europei, la verità deve essere ascoltata ovunque nel mondo.

Istanbul, 16 giugno 2013, 11h (ora locale)

Traduzione dal francese di Salvatore Palidda

Questo articolo è stato scritto domenica, ci è sembrato importante diffonderlo. Defne Gursoy è una famosa giornalista turca che scrive per giornali turchi e per vari giornali europei. È nota anche come saggista, conferenziere e docente in comunicazione.

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Eleonora Castagna, Rinascita turca
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Diren Istanbul, diren Türkiye (Resisti Istanbul, resisti Turchia)

turchia

Rinascita turca

Eleonora Castagna

Due giorni interminabili ad Istanbul. La via dove abito, Kazanci yokusu, è ricolma di gente che scende e sale da ieri mattina, il 31 maggio, quando la protesta e l'occupazione del Gezi park si sono trasformate in una manifestazione nazionale contro la repressione del governo filoislamico del primo ministro Erdogan.

È buffo per me pensare che solo qualche giorno fa, un noto programma d'informazione politica in Italia ha mandato in onda un servizio intitolato “Rinascimento turco” parlando della Turchia come un paese ricco, moderno e all'avanguardia per quanto riguarda i metodi di tassazione. Dopo aver vissuto sei mesi qui ad Istanbul, grazie alla partecipazione al programma Erasmus, mi rendo conto che le informazioni che arrivano in Europa circa la situazione turca sono davvero sporadiche e mal interpretate, questa protesta enorme e trasversale ne è la prova. Il paese è stanco di subire una falsa democrazia: i cori più forti in questi giorni parlano di dittatura, di “fascismo dal quale non si torna indietro”.

La pesante repressione delle forze dell'ordine è una manifestazione più che evidente del modo in cui Erdogan sta governando il paese. Una violenza inaudita si è scatenata verso i manifestanti pacifici: sono stati usati lacrimogeni gettati a distanza ravvicinatissima e idranti sparati in pieno volto contro persone inermi. L'enorme massa di gente che si sta mobilitando in tutta la città è fautrice anche dell'informazione che circola solo tramite i social network, blog e siti internet. Le televisioni nazionali non trasmettono quasi nulla, e il governo sta cercando di bloccare anche le reti informatiche per evitare che trapelino ulteriori notizie.

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foto di Michela Estrafallaces

Le forze dell'ordine hanno richiesto anche il blocco dei mezzi di trasporto pubblico: le metro, gli autobus e le linee tranviarie sono bloccate da questa mattina. Ma il popolo turco non si ferma: stamattina una folla enorme si è diretta dalla sponda asiatica a quella europea passando per il primo ponte sullo stretto del Bosforo, quello di Ortakoy: il traffico automobilistico è stato bloccato e il passaggio sopra il mare si è riempito di gente intenzionata ad arrivare a tutti i costi a piazza Taksim per dare supporto ai primi manifestanti che si sono mobilitati già ieri.

Qui adesso sono le sei del pomeriggio e poco fa la polizia pare essersi ritirata dalla piazza. Alcuni amici turchi qui parlano di retrocessione strategica perchè ora il posto è pieno di giornalisti stranieri che potrebbero denunciare gli attacchi feroci che violano i diritti umani. Ora non ci resta che aspettare sperando il presidente Erdogan decida di abbandonare la linea del pugno di ferro e sia pronto a ritrattare per lo meno circa i progetti di distruzione del Gezi park che è destinato a diventare un cantiere su cui verrà costruito un centro commerciale e una moderna moschea.

Questa è la vera Istanbul e io, personalmente, più che di un Rinascimento economico parlerei di Rinascita mentale di un popolo consapevole di aver perso molti diritti che vuole riacquistare al più presto, a qualsiasi costo.

Turchia: una storia semplice?

Antonello Tolve

La storia ha inizio l'11 marzo 2014: e precisamente con la morte di Berkin Elvan (5 gennaio 1999), il ragazzino colpito alla testa il 16 giugno 2013 durante le proteste di Gezi Park da un candelotto di gas lacrimogeno lanciato a distanza ravvicinata contro la folla dei manifestanti, scontenti delle tirannie del governo, dall'arroganza e dall'autoritarismo del premier Reçep Tayyip Erdogan. Uscito per andare ad acquistare il pane, Berkin è l'ottava vittima di una violenta repressione.

Non una vittima qualunque, ma un ragazzino, appunto, che dopo ben 269 giorni di coma, muore per altruismo («Mamma, non preoccuparti, esco io a prendere il pane. Riesco a correre meglio di te, eviterò i poliziotti e i gas lacrimogeni»). In quei lunghi 269 giorni, Berkin è stato cullato dalla popolazione, ed è diventato, infine, il figlio di una comunità che chiede semplicemente giustizia. Le cose si complicano quando le maggioranze silenziose cominciano a reclamare quella giustizia negata e quando, a un anno dalla morte di Berkin, la Turchia torna in piazza per manifestare il proprio malumore, il proprio disappunto nei confronti di un sempre maggiore potere della polizia e di una indagine lenta che lascia impuniti gli assassini di un ragazzino, simbolo di innocenza.

A seguire le piste di questa travagliata vicenda è Mehmet Selim Kiraz, procuratore responsabile che, con calma, analizza, indaga, esplora fino a ricucire delle verità scottanti (a essere un tanto così dal fare i nomi) che, naturalmente, si perdono, in fumo poiché lo scorso 31 marzo, accanto ad un blackout che paralizza la Turchia (siamo sicuri che sia un atto terroristico?) e a una legge – approvata guarda caso il 01/04/2015 – che legalizza una nuova centrale nucleare (la seconda) da costruire a Sinop, viene sequestrato da una cellula dell'organizzazione marxista Dhkp-C. Poi la storia la sappiamo – come sappiamo (non sappiamo, e non sapremo mai) quella che ci riguarda più da vicino (basti riesumare un nome tra i tanti, Aldo Moro): dopo una serie di trattative con i brigatisti, un negoziato fallito e un blitz delle forze speciali (per liberare il giudice) pone fine a tutte queste vicende e la vita continua a scorrere con l'indifferenza di sempre.

I giornali internazionali e i vari network che hanno avuto le loro notizie da impaginare in prima pagina sono felici per l'audience raggiunto, la gente va a fare la spesa con lo scontento di ieri, i muezzin ti chiamano alla preghiera con la consuetudine di sempre, la pioggia si porta via gli ultimi umori di un cane, il sole illumina di nuova voce il Bosforo, una voce solitaria ti vende la boza per strada e, tra le mille voci di Istanbul, il Governo ringrazia le forze speciali per l'eccellente lavoro svolto («un successo», dice il premier Ahmet Davutoğlu) e, mentre provvede a bloccare Twitter, Facebook e YouTube (lo aveva fatto anche nel marzo 2014, durante la campagna elettorale di Erdogan), il mondo trova finalmente il giusto finale mediatico per chiudere una storia semplice.

alfadomenica luglio #2

AMBROSIO su ISLAM e TURCHIA - BERTETTO su WARHOL e CINEMA - LA CECLA Racconto - CARBONE Semaforo - CAPATTI Ricetta*

POLITICHE ISLAMICHE IN TURCHIA
Alberto Fabio Ambrosio

Dopo aver studiato per diversi anni il XVII secolo nell’Impero ottomano, e soprattutto l’Islam, non mi sorprendono le recenti evoluzioni in Turchia. Nella storia religiosa dell’Impero ottomano, i conflitti di interpretazione religiosa sono stati all’ordine del giorno a partire dal XVII secolo e talvolta sembra di assistere alle stesse dinamiche di allora in questi ultimi tempi.
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WARHOL E LO STATUTO PERVERSO DEL CINEMA
Paolo Bertetto

Il cinema di Warhol gode di uno statuto particolare e, in fondo, paradossale. È un cinema differente, d’avanguardia, ma insieme è un cinema che fa emergere alcuni dei nodi più rilevanti del cinema in quanto tale. Innanzitutto un meccanismo di esibizione radicale sembra ispirare il cinema di Warhol. È un’esibizione molteplice e stratificata che investe più livelli e più orizzonti.
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FALSOMIELE. IL DIAVOLO, PALERMO
Franco La Cecla

Pubblichiamo un estratto da Falsomiele. Il diavolo, Palermo romanzo di Franco La Cecla in libreria per le edizioni :duepunti di Palermo. (Falsomiele nella fattispecie è un quartiere della stessa città).
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SEMAFORO
Maria Teresa Carbone

Lorena O'Neil CIMITERI - Allan Gurganus DESTINO - R.L.G. INGLESE - Monica Guzman MANOSCRITTI - Errico Buonanno OPPRESSI.
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NONNE PER L'EXPO - Ricetta
Alberto Capatti

La prendo larga, questa volta. Consulto we.expo2015.org un sito di ricette femminili per l’evento. Obbiettivo dichiarato: 1 milione di ricette. Cominciamo ad analizzare la prima pagina, le prime dodici.
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Politiche islamiche in Turchia

Alberto Fabio Ambrosio

Dopo aver studiato per diversi anni il XVII secolo nell’Impero ottomano, e soprattutto l’Islam1, non mi sorprendono le recenti evoluzioni in Turchia. Nella storia religiosa dell’Impero ottomano, i conflitti di interpretazione religiosa sono stati all’ordine del giorno a partire dal XVII secolo e talvolta sembra di assistere alle stesse dinamiche di questi ultimi tempi. Le elezioni e le relative vicende di questi ultimi messi possono essere lette con una certa facilità alla luce di due principi storici: l’uno dell’Islam ottomano e l’altro tipico della dinamica repubblicana. Il primo, infatti, è relativo all’essenza dell’Islam, inteso come religione e come organizzazione sociale.

La religione del Profeta, forse più di altre religioni, ha dovuto confrontarsi sin dal suo apparire con il proliferare di gruppi formatisi all’insegna di una particolare interpretazione del vero messaggio di Muhammad. La religione del Profeta e l’organizzazione sociale che ne è seguita non è mai riuscita, in un senso definitivo, ad integrare la molteplicità dei gruppi, manifestazione di diverse tendenze e interpretazioni ed in ultima analisi dell’altro. L’Impero ottomano ha sì cercato di mantenere nel suo seno – quello di un vero Impero – le molteplici sfaccettature di un’unica organizzazione politica dagli enormi confini, ma non ha potuto superare le enormi difficoltà di integrare tutte le parti, soprattutto quelle religiose. E questo avveniva verso la fine della sua storia, all’epoca dell’uomo malato d’Europa, per dirlo con la definizione attribuita allo zar Nicola I.

Con l’avvento delle riforme orientate all’Europa, l’Impero ottomano formava un’identità sempre più rivolta alla religione della maggioranza, l’Islam sunnita. L’Impero dei Sultani terminava i suoi giorni con un’identità sempre più marcatamente musulmana, della religione cioè della maggioranza della popolazione. Questo carattere è stato consegnato alla neonata Repubblica che, per quanto abbia voluto costruirsi sul concetto di laicità e di secolarizzazione – sull’esempio della madre di tutti i riformismi, la Francia illuminista e giacobina -, non è riuscita a dismettere completamente il principio islamico ispiratore di una ricerca dell’uniformità. Su questo primo principio, si arriva alla Repubblica di Turchia, proclamata nel 1923, con l’intento di oltrepassare la questione religiosa con una soluzione prettamente laica. Non è stato sufficiente alla Turchia dichiararsi uno stato laico per sormontare l’intimo desiderio di uniformità caratteristico delle società musulmane. All’indomani della proclamazione della Repubblica, i gruppi sufi indipendentisti capeggiati dal maestro Naqshbandi (Nakşbendî) Said condussero Mustafa Kemal Atatürk (m. 1938) – il fondatore della patria – alla soppressione di tutte le confraternite sufi entro i confini della repubblica. Sono proprio oggi numerose branche di Naqshbandi di Turchia a muovere una parte dell’elettorato a favore dell’attuale primo ministro.

Chi dice Naqshband dice anche un’enorme rete di solidarietà musulmana in tutto l’universo geografico del mondo musulmano. I Naqshbandî si propongono come un gruppo di credenti fedeli all’applicazione scrupolosa di ciò che intendono per tradizione musulmana. Si capiscono allora, e senza molte difficoltà, le ultime scelte politiche, apparentemente impopolari, del primo ministro. Si capiscono perché rivolte a quel tipo di popolazione musulmana. Sono numerosi i gruppi che si ispirano del grande maestro sufi Baha al-Dîn Naqshband la cui dottrina si è diffusa in tutto il mondo musulmano ad oggi conosciuto. Subentra qui il secondo principio, storico ed evolutivo dell’Islam della Repubblica turca. All’interno di un Islam turco che si vuole sunnita (e hanefita), i diversi gruppi esistenti si contendono il primato dell’interpretazione. Tra i Naqshbandi della prima ora, vi fu un maestro illuminato Said Nursî che è stato il capostipite di una serie di gruppi, uno più influente dell’altro, tra il quale il gruppo di Fethullah Gülen. Said Nursi, etnicamente curdo ma naqshbandi per tradizione sufi (e anche Qâdirî), fu il vero protagonista del rinnovo dell’Islam nella Repubblica di Turchia, cioè un contesto sociale e politico ben differente da quanto esisteva durante l’Impero.

Said Nursî, secondo la vulgata, avrebbe riformato l’Islam e, se l’ha fatto, è stato certamente nell’ottica di un adattamento alle nuove condizioni politiche. Nasce così l’avversione della Repubblica nei confronti di questo uomo perché considerato pericoloso per la nuova Turchia. Due importanti correnti sono nate dall’insegnamento di questo uomo: il cosiddetto gruppo dei Nurcu (cioè i seguaci di Nursi) – a sua volta una nebulosa di diversi gruppi – e l’ultima evoluzione del gruppo dei Nurcu (leggi Nurgiu), i seguaci di Fethullah Gülen2. Chi avesse seguito i discorsi o gli insegnamenti di Gülen, sa quanto la parola del maestro Said Nursi sia importante, perché prima che il nuovo gruppo dei seguaci di Gülen (Fethullahçi) esistesse, l’organizzazione più influente in Turchia era certamente quella dei Nurcu. Questi gruppi hanno mantenuto il carattere fondamentale impresso dal meastro Nursi, cioè il desiderio di adattarsi alle nuove condizioni sociali e politiche della Repubblica.

A questo punto, la lettura degli avvenimenti in Turchia dovrebbe essere più facile. Il principio di unicità dell’interpretazione dell’Islam conduce allo scontro tra i diversi gruppi esistenti in Turchia, che promuovono diverse visioni della religione stessa. Queste elezioni politiche, proprio come nel XVII secolo, rivelano quindi lo scontro tra due visioni della società, della politica ed infine della religione. Non si tratta dunque di uno scontro puramente di preminenza economica o sociale, ma soprattutto di influenza politica perché grazie a quest’ultima, è una sola visione che prende il sopravvento. Quanto uno spettatore europeo può augurarsi è che attraverso questa competizione l’Islam di Turchia sappia integrare una visione religiosa più democratica al suo interno e comporti la coesistenza politica di diverse tendenze, con il forte rischio di polarizzare nuovamente la società turca intorno ai due poli: laico e religioso. Il dibattito all’interno della compagine musulmana rischia, infatti, di riaprire una visione dualista nella società turca tra la corrente laica e secolarizzata e quella religiosa, senza alcun dialogo tra le due parti, oppure una predominanza musulmana sulla parte più secolarizzata della nazione.

  1. Alberto Fabio Ambrosio, Vita di un derviscio. Dottrina e rituali del Sufismo nel XVII secolo, trad. it. Alessandra Marchi, Roma, Carocci Editore, 2014 []
  2. Per chi volesse approfondire, il volume che fa il punto su questa figura è opera di Hakan Yavuz, che per altro studia l’Islam turco da decenni; cfr. Hakan Yavuz, Toward an Islamic Enlightenment. The Gülen Movemen, Oxford University Press, 2013 []