Buona la seconda. Ekrem Imamoğlu rivince a  Istanbul

Fabio Salomoni

Erano anni che aspettavo questo momento”. L’urlo liberatorio della ragazza che domenica sera festeggiava insieme ad altre migliaia di persone in un clima carnevalesco per le strade del quartiere di Besiktaş sintetizza efficacemente il senso del risultato elettorale della scorsa domenica, per un’opposizione abituata a diciassette anni di sconfitte e che aveva dovuto subire lo scippo della vittoria il 31 marzo scorso. Imamoğlu ha rivinto o forse sarebbe meglio dire, ha stravinto. Dopo la vittoria risicata del turno precedente, domenica scorsa Imamoğlu ha vinto con uno scarto del 9%. In termini assoluti le dimensioni della vittoria appaiono ancora più eclatanti visto che la differenza di voti tra lui e il suo avversario, Binali Yıldırım, è passata da tredicimila a quasi ottocentomila voti. Proporzioni tali da non concedere questa volta nessuno spazio per eventuali contestazioni. A due ore dalla chiusura dei seggi, prima ancora che l’agenzia di stampa statale cominciasse a diffondere i risultati degli scrutini, Yıldırım si è presentato davanti alle telecamere per riconoscere la sconfitta e congratularsi con il suo avversario.

Il trionfo di Imamoğlu e il suo ritorno nell’ufficio del palazzo comunale, situato nella penisola storica a poca distanza da dove nel 1453 Mehmet il Conquistatore si accampò dopo essere entrato a Costantinopoli, non sono stati veramente una sorpresa. Negli ultimi giorni pre-elettorali analisti e sondaggisti avevano segnalato un distacco importante dal suo avversario e in un caso la società di sondaggi KONDA, lo aveva quantificato con precisione al 9%. Dato che il tasso di affluenza è stato identico a quello del 31 marzo, 84%, domenica Imamoğlu è riuscito a conquistare non solo i voti che nel primo tutto erano andati a candidati minori, ma soprattutto per la prima volta a attirare voti del blocco avversario, in particolare, dicono i sondaggisti, quelli dei più giovani.

Imamoğlu ha vinto grazie al vantaggio morale acquisito dopo lo scippo del 31 marzo, riuscendo a suscitare identificazione e empatia anche in parte dell’elettorato dell’AKP rispetto alla sua posizione di vittima di un’ingiustizia clamorosa. In seconda battuta ha vinto per la pochezza e la totale mancanza di idee mostrate dai suoi avversari durante la campagna elettorale. Si è trattato di una campagna condotta esclusivamente all’insegna del negativo, con l’unico obbiettivo di delegittimare l’avversario. Yıldırım e i suoi hanno continuato ad accusare Imamoğlu di brogli elettorali senza portare nessuna prova concreta. La delegittimazione ha poi fatto ampio ricorso ad un campionario di figure retoriche e fantasmi complottardi da sempre disponibili nel discorso pubblico del paese. Nell’ordine Imamoğlu , originario di Trebisonda, è stato prima accusato di essere un discendente dei Greci del Ponto, una sorta di quinta colonna in realtà rappresentante degli interessi del “nemico greco”. Poi si è passati a rappresentarlo come un burattino nelle mani del PKK che con la sua elezione avrebbe messo le mani sull’amministrazione della città. Infine la ciliegina sulla torta è arrivata a pochi giorni dalla elezioni e per mano del presidente Erdoğan. Per gran parte della campagna elettorale Erdoğan ha mantenuto un profilo assolutamente defilato per evitare che le elezioni fossero interpretate, come accaduto in precedenza, come un referendum sulla sua persona. Ed anche, sostengono alcuni maligni, per lasciare sulle spalle di Yıldırım tutta la responsabilità di una sconfitta che appariva molto probabile. Tuttavia negli ultimi giorni Erdoğan ha sentito il bisogno di intervenire personalmente per cercare di recuperare la situazione, con risultati surreali. All’indomani della morte dell’ex presidente egiziano Morsi, Erdoğan è infatti arrivato a paragonare Imamoğlu al generale Al-Sisi.

Imamoğlu ha vinto soprattutto perché ancora una volta la campagna elettorale ha mostrato la differenza siderale con il suo avversario. Una differenza antropologica prima ancora che politica che si è manifestata con tutta la sua evidenza una settimana prima del voto. Per la prima volta dopo 35 anni due candidati alle elezioni sono tornati a sfidarsi in un “duello” televisivo trasmesso a reti unificate. Yıldırım, palesemente a disagio e quasi svogliato, a tratti arrogante e soprattutto a corto di idee è stato surclassato da un Imamoğlu che seppur nervosissimo ha saputo confermare la sua “forza gentile”, a tratti quasi cardinalizia, riproponendo un discorso inclusivo e soprattutto trasmettendo entusiasmo e progetti per il futuro della città e dei suoi abitanti.

Le elezioni di Istanbul e più in generale l’intera tornata amministrativa sono coincise anche con il ritorno sulla scena politica turca di un convitato di pietra che era stato espulso proprio dall’ascesa dell’AKP di Erdoğan, le coalizioni. Una delle ragioni del successo dell’AKP era stata proprio la sua capacità di proporsi come garanzia di stabilità e antidoto contro lo spettro delle coalizioni, associate nella memoria collettiva all’instabilità, alle violenze e alle crisi ripetute degli anni 70 prima e degli anni 90 poi. Ironicamente proprio la svolta presidenzialista voluta da Erdoğan ha riportato in auge coalizioni ed alleanze diventate indispensabili per ottenere la maggioranza del 50 + 1%. Il modello nazionale si è velocemente replicato anche a livello locale. E proprio le caratteristiche della sua coalizione, la Coalizione del Popolo, hanno contribuito in modo significativo alla vittoria di Imamoğlu. Principale partener della coalizione il Buon Partito della signora Akşener ma fondamentale anche l’appoggio del partito filo-curdo HDP e del suo presidente, tutt’ora in carcere, Demirtaş. Dall’altra parte del resto la coalizione che sosteneva Yıldırım, comprendeva il nazionalista Bahçeli il quale ha mantenuto, per calcolo politico e per assoluta mancanza di argomenti, un’invisibilità pressoché totale.

Il voto del 23 giugno ha scatenato un’ondata di celebrazioni della democrazia. “Ha vinto la democrazia” è stato l’urlo lanciato dall’opposizione e, paradossalmente, ripreso anche da Erdoğan e dai suoi alleati. Ora è indubbio che le elezioni di domenica abbiamo segnato il ristabilimento di una formalità democratica che era stata pesantemente danneggiata dalla decisione della Commissione Elettorale, motivata politicamente. E’ anche vero che la vittoria di Imamoğlu è stata la conferma della determinazione e della vivacità dell’opposizione capace di riorganizzarsi nonostante le condizioni estremamente difficili nella quale si è trovata a operare. È stata anche la vittoria dell’entusiasmo dei 200.000 volontari mobilitati nei seggi elettorali. Entusiasmo e partecipazione di massa che smentiscono qualunque rappresentazione della società e dell’opposizione turca come vittime di un qualche “fatalismo orientale”. La società turca è una società politica, anzi verrebbe da dire iper-politica, visto quanto la politica da sempre infarcisce la quotidianità e agita le passioni della popolazione. E tuttavia soprattutto in questa fase di euforia democratica l’opposizione dovrebbe mettere in discussione un paio di elementi classici del suo discorso. Il primo è la narrazione, assai popolare anche tra gli osservatori stranieri, che rivendica l’esistenza di un’età dell’oro democratica prima dell’avvento di Erdoğan e del suo partito. Dal 1946, data delle prime elezioni multipartitiche, scienziati politici e analisti hanno aspramente dibattuto sulla definizione del sistema politico turco oscillando tra quella di democrazia autoritaria a quella di democrazia sotto tutela (dei militari). Si dovrebbe poi riconoscere che di fronte all’ennesima crisi politico-istituzionale agli inizi degli anni 2000, era stato proprio il partito AKP a conquistare la scena anche grazie alle promesse di avviare un processo di democratizzazione. Promesse che almeno fino al 2009-20010 si sono concretizzate attraverso una serie di riforme e di iniziative che hanno prodotto un clima politico e culturale di libertà e pluralismo quasi inediti.  È salutare ricordare che all’epoca per fermare l’ascesa di Erdoğan l’opposizione fece ricorso a tutto l’armamentario di una democrazia autoritaria che includeva l’uso politico della magistratura per mettere al bando il partito, le interferenze militari arrivate a un quasi colpo di stato on-line e la mobilitazione di una piazza estremamente aggressiva. Evidenze che smentiscono la seconda narrazione fallace secondo cui tendenze autoritarie e anti-democratiche sono una caratteristica esclusiva del campo conservator-religioso. Sarà salutare in questo clima di entusiasmo democratico, che l’opposizione eviti di riadagiarsi su queste narrative.

Nonostante gli sforzi di Erdoğan di evitare che le interminabili elezioni di Istanbul si trasformassero nell’ennesimo referendum sulla sua persona, la sconfitta di domenica è soprattutto una sconfitta del presidente e del “sistema Erdoğan”. L’aver perso anche due roccaforti tradizionali del suo potere come le municipalità di Eyüp e Fatih rende efficacemente la portata della debacle. Del resto che sia stata una sconfitta bruciante lo dimostra anche il fatto che per la prima volta in diciassette anni, dopo un’elezione Erdoğan non sia comparso davanti alle telecamere ma si sia limitato a un paio di tweet nei quali si congratulava con l’avversario. Il rifiuto di accettare la sconfitta del 31 marzo, “l’errore dell’irragionevolezza”, o meglio della ybris del presidente ha avuto l’effetto boomerang di amplificare e di molto la sconfitta del primo turno. Domenica sera quindi si è chiusa un’epoca per il presidente e per il suo partito, l’era trionfale. La nuova fase si apre offrendo un quadro molto diverso. In primo luogo si accelerano le incrinature e le faglie che già avevano cominciato a apparire il 31 marzo nel sistema Erdoğan.

Nei media e tra i commentatori che spalleggiano il presidente si levano voci critiche che per il momento hanno come obbiettivo la campagna elettorale di Istanbul ma che presto potrebbero allargarsi ad altri aspetti più sostanziali. E soprattutto si allargano le fratture all’interno del partito visto che ormai viene data come imminente, dopo essere stata annunciata a lungo, la nascita di nuovi partiti politici su iniziativa di vecchi figure di primo piano dell’AKP, da tempo marginalizzate. Nella nuova fase che si apre Erdoğan non solo rischia di dovere fare i conti con l’opposizione interna e nuovi rivali nella competizione per i voti nell’area conservatrice. Si trova di fronte un’opposizione ringalluzzita per aver conquistato i comuni di molte metropoli del paese ma soprattutto per aver essere uscita dal ruolo di eterna sconfitta. E sull’onda dell’entusiasmo post-elettorale l’opposizione è partita all’attacco del cuore del sistema Erdoğan. Ha cominciato Meral Akşener del Buon Partito “ Le elezioni del 23 giugno hanno segnato il crollo del sistema dell’uomo solo al comando”. Gli altri leader dell’opposizione hanno rincarato la dose togliendo dai cassetti un argomento che era completamente scomparso dai radar, la messa in discussione del sistema presidenziale voluto da Erdoğan. Ha cominciato Kemal Kilicdaroglu leader del CHP con il chiedere un referendum sul sistema presidenziale. Lo ha seguito a ruota il co-presidente del partito filo-curdo HDP, Temelli, che ha invocato una nuova costituzione. La nuova era Erdoğaniana si apre quindi in un contesto molto più complesso e diversificato e con l’AKP fragilizzato e a rischio di frammentazione. All’orizzonte, seppur ancora abbastanza lontano, si profila addirittura lo spettro di elezioni anticipate, rispetto alla scadenza naturale del 2023. La nuova era Erdoğania sarà quindi, dopo quella del trionfo, l’era del declino? La storia politica degli anni ’90 mostra come l’elettorato turco è in grado di condannare all’annichilimento repentino partiti politici che sembravano destinati all’eternità. Declino possibile, financo probabile. Tuttavia nonostante sia indebolito, sempre più lontano da quel popolo del quale si era autoproclamato unico rappresentante e circondato da un partito che ha contribuito grandemente a smantellare, il presidente è comunque dotato di risorse camaleontiche e di un pragmatismo al limite del cinismo. Elementi che lo potrebbero portare alla ricerca di compromessi per ristabilire un clima dialogo e minimi standard democratici, indispensabili tra l’altro per raddrizzare le sorti dell’economia. Tutto ciò è sicuramente una possibilità. L’annuncio fatto da Erdoğan durante la campagna elettorale di una radicale riforma del sistema giudiziario, e quindi l’implicita ed inedita ammissione che la giustizia rappresenta un problema, in realtà non aiuta molto a capire in quale direzione si muoverà il presidente. Nonostante le apparenti buone intenzioni infatti i contenuti di questa riforma sono apparsi alquanto fumosi e vaghi. Proprio alla giustizia e alle aule tribunali bisogna guardare per capire nel breve termine in quale direzione si muoverà il sistema Erdoğan. Lunedì si è aperto infatti, dopo sei anni, il processo a sedici imputati accusati di essere gli organizzatori della rivolta di Gezi Park del 2013. Tra loro anche l’uomo d’affari Osman Kavala, ritenuto dall’accusa di essere una sorta di rappresentante in Turchia dell’immancabile Soros e in carcere da quasi due anni. I capi di accusa sono importanti e le pene richieste esorbitanti. Venerdì mattina poi è stato il turno di Canan Kaftancıoğlu, segretaria della sezione del CHP di Istanbul, ispiratrice del nuovo corso del partito e una delle artefici della vittoria di Imamoğlu a ritrovarsi di fronte ad un giudice. Sulla base di alcune condivisioni nei social media che risalgono al 2013 è accusata di propaganda terroristica, e per lei l’accusa chiede una condanna a 17 anni. Tribunali, paranoie complottarde, possibili minacce di rappresaglie post-elettorali. Ci sono tutti i classici elementi scottanti. Il modo in cui si combineranno e verranno utilizzati, fornirà qualche indizio per comprendere a breve in quale direzione si muoverà il presidente e il suo sistema.

Una Turchia in transizione alla Cermodern di Ankara

Davide Campodirame

A cinque minuti a piedi dalla stazione centrale di Ankara, la Cermodern, sebbene di recente fondazione, è la principale istituzione artistica della capitale turca, una lontana seconda nella competizione con Istanbul per il primato di fulcro culturale del paese. La posizione della galleria, che occupa fisicamente gli spazi un tempo destinati alle officine dalla società ferroviaria nazionale, non sembra del resto casuale e anzi appare ben meditata nel consentire ai numerosi pendolari dalle altre regioni della Turchia e in particolare dalla stessa Istanbul di fare una rapida visita alle collezioni temporanee non appena scesi dal treno ad alta velocità che lega la capitale con il Bosforo o, nel caso inverso, se al termine degli impegni della giornata abbiano a disposizione un'ora prima della partenza.

Alla galleria, disposta su due piani di cui uno seminterrato, si accede dopo avere percorso il cortile circondato dalle sculture angeliche e grottesche del messicano Jorge Marin, una introduzione facile, ludica e senza complicazioni, alle altre esposizioni ospitate nei locali interni.

La dimensione ufficiale della Cermodern e il carattere eminentemente amministrativo di Ankara, poco più di un caravanserraglio di media entità prima della decisione di Mustafa Kemal Atatürk di trasferirvi la sede del governo dell'appena proclamata repubblica turca, fa sì che gli allestimenti obbediscano a una logica che riflette da vicino, seppure con un'interpretazione creativa, le linee di tendenza politiche del paese. Un indirizzo e una missione che sono stati nel recente passato fatali. Qui nel dicembre 2016, mentre presenziava all'apertura di una mostra intitolata La Russia vista dai turchi, l'ambasciatore Andrey Karlov è stato assassinato da un agente di polizia che ha attribuito il suo gesto al criminale appoggio di Putin al regime baathista di Assad.

In ogni caso sarebbe inimmaginabile per la Cermodern rinunciare alla sua funzione di sussidio culturale al potere esecutivo. Ne è chiara prova, ad esempio, la sala che documenta il lavoro di apprendistato artistico di un gruppo di donne rifugiate, perlopiù siriane, lo scopo quello di mettere in risalto la capacità della Turchia, celebrata con insistenza dalla propaganda ufficiale, di accogliere, e almeno in parte integrare, oltre tre milioni di profughi dalle zone di crisi dell'esteso Medio Oriente.

La mostra principale illustra l'opera di Eren Eyüboğlu, pittrice di origine romena che prese il nome e la cittadinanza del marito agli inizi degli anni '30. Definita da Ahmet Hamdi Tanpınar, uno dei massimi esponenti della letteratura turca moderna, “Pisanello in Anatolia”, Eyüboğlu (1907-1988), seppe fare tesoro delle influenze evidenti e dichiarate che le derivarono dal suo periodo di tirocinio nella Parigi postavanguardistica degli anni '20, per abbracciare in pieno la missione sociale dell'arte. La sua fascinazione cromatica fa premio sul dominio della configurazione e del disegno e, anche se l'associazione di Tanpınar con Pisanello può apparire audace, è fuor di dubbio l'evidente spirito di adesione e compartecipazione con il quale Eyüboğlu si accosta a un mondo preindustriale che andava (o forse va ancora) scomparendo.

L'obiettivo dell'artista era chiaramente quello di trasporre su tela le molteplici sfaccettature di una civiltà nella sua fase autunnale, una galassia che restava però nel contempo, ai suoi occhi estranei e stranieri, uniforme e compatta. Così il percorso umano di Eyüboğlu, che negli anni '50 sentiva di poter dichiarare definitivamente la Turchia ormai la sua vera patria, risulta riflesso da quello artistico e l'Anatolia viene abbracciata nella sua natura totale. Se nei suoi quadri i soggetti politici sono rarissimi (soltanto uno schizzo di Atatürk) il carattere documentario è innegabile. L'astrattismo è rigettato mentre al colore viene assegnato il compito di mettere in rilievo momenti di vita quotidiana da ogni angolo della Turchia, in particolare dalle campagne sperdute.

Sono perlopiù le figure femminili a dominare la scena, spesso impegnate in mansioni domestiche o nelle loro occupazioni di supporto alla vita della comunità rurale. Anche nei momenti di festa o di celebrazione pubblica, a prevalere è la dimensione della lunga fase preparativa, che riscuote l'ammirazione di Eyüboğlu ben più del risultato finale. Il lavoro è un rito quotidiano mentre il rito è un lavoro straordinario e, per così dire, il compito dell'artista diventa quello di scoprire l'arte che si cela dietro l'ordinarietà. Tutto ciò forse nella speranza inconscia che il pubblico sappia riconnettere la messinscena dell'industriosità senza pretese dei suoi soggetti alla pittrice stessa e assegnare a Eyüboğlu la stessa dignità da lei conferita alle donne protagoniste dei suoi quadri. Così d'altra parte, al momento di trarre le fila al termine della propria carriera, l'artista riassumeva il suo rapporto con la pittura: “C'è una sola cosa che conosco: il lavoro. (…) Ho vissuto e 'prodotto' quanti dipinti ho potuto”.

Le altre stanze della Cermodern sono occupate dalla mostra di Salar Ahmadian, iraniano residente a Vancouver, e dalla più nutrita retrospettiva dell'artista turco-cipriota Aylın Örek. Se i quadri di Ahmadian sono un fecondo incontro tra le principali traiettorie dell'arte contemporanea astratta e la lunga tradizione calligrafica musulmana e non sfigurerebbero applicate alle pareti di una moschea, nel secondo caso invece si può notare una forma di affinità, quasi un passaggio di testimone generazionale tra Eyüboğlu e Örek.

Anche Örek appartiene solo tangenzialmente all'universo culturale turco. Nata nel 1941 a Nicosia, in un portofranco e crogiuolo di numerose culture e influenze, i suoi quadri risentono fortemente dell'arte postcoloniale della Costa D'Avorio (paese nel quale la pittrice trascorse prolungati soggiorni) che viene trasposta nel contesto di Cipro. La continuità ideale con Eyüboğlu non è però assoluta se emerge visibile nell'opera di Örek un interesse per lo spreco, lo scarto, l'insolito. Tornano spesso nei quadri i tetti a tegola di Nicosia, che, come spiagge o scogli, hanno intercettato i detriti più effimeri emessi e rigettati dai fondali della città.

Infine al piano inferiore della galleria, una volta superato l'allestimento del progetto delle rifugiate di cui si è detto, è ospitata İşte Hayat Böyle Bir Şey (“Questa è la vita” in turco), una serie di quadri appena ultimati di Mehmet Bayraktar. Come può risultare ovvio dal titolo, a essere ritratti sono alcuni momenti di anonima e banale esistenza (una coppia affaccendata lui a bere il tè, lei a innaffiare le piante, un uomo, si presume l'artista stesso, sdraiato sul divano davanti alla televisione...). Il carattere universale dei soggetti è accentuato dall'assenza di ogni definizione fisiognomica delle figure. Non c'è rabbia o desiderio di denuncia, piuttosto la rassegnata accettazione di un ordine sociale omologante che offre all'individuo una rete (trappola o impalcatura di sostegno?) di abitudini e attività ben definite.

Se Eyüboğlu desiderava fare della sua opera un elemento di comunione tra sé e i suoi nuovi concittadini, Bayraktar non ha bisogno di legittimazione e può invece fare un passo indietro prima di esporre con disincanto il trantran della vita di un turco senza qualità. Superati l'epica del dovere di Eyüboğlu, la mistica eterea di Ahmadian e la lirica fiabesca di Örek, la sequenza di Bayraktar è una coda conclusiva e semiseria per un insieme espositivo volto a presentare la Turchia come un grande paese capace di ricevere impulsi e influssi culturali esterni, di interiorizzarli e infine di tradurli in un contesto proprio, secondo un orgoglioso codice nazionale.

Istanbul, Devrim ve Evrim

Antonello Tolve

Capitale culturale della Turchia e meta turistica per un popolo che ama perdersi tra odori o colori accattivanti, Istanbul è il baluardo felice di un progetto multiculturale sempre più aperto al dialogo internazionale, al confronto, al rapporto di partecipazione con realtà brillanti e esclusive. Da una angolazione più strettamente legata all’arte contemporanea, la percezione che si avverte a pelle è quella di una crescita, di una evoluzione (“evrim”, appunto), di una espansione che vuole creare e promuovere ponti, aprire brecce con le maggiori realtà museali del mondo. Ne è esempio lampante l’intesa pentagonale che lega, dal 2011, l’Istanbul Modern al MAXXI, al MoMA/MoMA PS1 di NY, al Constructo di Santiago del Cile e al MMCA National Museum of Modern and Contemporary Art di Seul.

Nonostante i gravi problemi che hanno posto la nazione sotto i riflettori planetari a partire dalle proteste del Gezi Park (2013), nonostante la presenza costante dell’esercito in città e nonostante i programmi involutivi della politica di Erdoğan ai quali si sono sommati l’allarmante gentrificazione di quartieri come Tophane (è in fase di riqualificazione il liman) e, nel 2016, annus horribilis, una serie di spiacevoli eventi terroristici tesi a minare l’indotto turistico (l’edizione 2016 della Istanbul’s Art International Fair è stata cancellata e se nel 2014 un euro valeva 2,8 lire, oggi un euro vale 4,5 lire), Istanbul tiene alta la sua bandiera di “capitale tra i due mondi” e continua a proporre importanti rassegne, schemi all’avanguardia, mostre di primo piano.

Grazie a una politica di sviluppo culturale avviata sin dai primi anni Ottanta dalle principali banche del Paese (Akbank, Garanti e Yapı Kredi) che assieme a una serie di gruppi industriali hanno caldeggiato e “nutrito” lo sviluppo delle arti, sono nati infatti importanti centri culturali, musei, eventi che fanno di Istanbul un polo irrinunciabile dell’arte, della letteratura, della musica, della cultura. Con esposizioni sempre più accattivanti e aperte al dialogo internazionale – il SSM | Sakıp Sabancı Müzesi ha ospitato, di recente, la prima personale di Ai Weiwei in Turchia – la megalopoli presenta dunque un volto luminoso che non solo lascia fiutare, tra i venti, una continua rivoluzione (“devrim”) intellettuale in atto, ma vanta anche la costruzione di piattaforme creative e riflessive legate al presente, alle presenze dell’arte e ai temi più scottanti dell’attualità.

Se da una parte gli artisti, viaggiatori instancabili, promuovono il loro lavoro nel mondo e entrano in palinsesti di spessore per aprirsi una breccia nel mercato planetario (tra i nomi che lavorano in Europa e negli States sfilano ad esempio Harun Antakyalı, Sercan Apaydın, Eylül Aslan, Burçak Bingöl, Alper Bıçaklıoğlu, Canan, Murat Germen, Gözde Ilkin, Ali Kazma, Erkan Özgen e Cengiz Tekin), dall’altra i curatori – “commissari”, secondo l’indicazione di Michaud – mostrano grande padronanza e professionalità. Legati alle istituzioni (l’Arter ha come Chief Curator Emre Baykal affiancato da Selen Ansen, Eda Berkmen, Başak Doğa Temür) o battitori liberi come Ceren Erdem (di stanza anche a New York), i non molti curatori turchi sono figure determinanti, esperti che disegnano itinerari, che costruiscono dibattiti e saggi visivi, che seguono da vicino il termometro del contemporaneo e spingono l’acceleratore, assieme a mercanti e amanti dell’arte, sulla pista di eventi centripeti e centrifughi.

Dotata di importanti istituzioni museali come l’Istanbul Modern, lo Sakıp Sabancı Müzesi, l’Alan, l’Arter, il Pera Müzesi e il DEPO, Istanbul offre (e non dimentichiamo l’importanza di riviste comeExhibist Magazine, fondata da Anna Zizlsperger e Erhan Patat o Warhola Magazine di Efe Korkut Kurt, fondatore tra l’altro dell’Alan) un dinamismo eccezionale assecondato dai suoi abitanti desiderosi di guardare, scoprire, approfondire partendo dalle opere di artisti che rileggono il quotidiano e mostrano oggetti con valore etico, estetico, politico. Il tutto corredato naturalmente da una costellazione di gallerie (Galeri Nev, Pi Artworks, artSümer, Mixer e Sanatorium hanno aperto nel settembre 2017 i loro nuovi spazi a Mumhane Caddesi, quartiere Karaköy) che modellano “distretti culturali” e che creano avamposti operosi, vitali.

A chiudere il cerchio, anche se il cerchio non si chiude ma si apre come un abbraccio desideroso di estendersi il più possibile alle altrui culture, sono la Biennale di Istanbul (giunta nel 2017 alla sua quindicesima edizione) e Contemporary Istanbul, la fiera d’arte contemporanea prevista il prossimo 20(-23) settembre. Energica, vivace, decisamente aperta alla pluralità e alla complicità, Istanbul vive tuttavia i propri problemi che hanno “un volto” e “un nome” dal quale è difficile scampare perché colpisce quotidianamente ogni comparto della vita pubblica e privata, perché arresta la forza progressista e innovatrice, perché svilisce il lavoro di chi ha voglia di crescere e far crescere il proprio paese sotto il segno dell’arte. Molti intellettuali lasciano il paese con dispiacere (bisogna ricordare che lo scrittore e giornalista Ahmet Hüsrev Altan è stato arrestato nel settembre 2016), altri ritornano con una stretta cintura di sicurezza che li porta a una inevitabile chiusura, altri ancora progettano instancabilmente (e con ottimismo) il futuro. L’anno scorso è nato anche il Mahalla Festival per riflettere su una “cultura in transizione”, sullo stare insieme, sull’apertura totale all’alterità, su una storia culturale che ha a che fare con la posizione geografica e filosofica della Turchia, in bilico tra due continenti, tra due civiltà. «Qui, per sopravvivere, soprattutto in quest’ultimo anno così spaventoso sul piano della politica, devi imparare a essere ottimista» ha avvisato Orhan Pamuk il 9 settembre 2017. «L’ottimismo talvolta può non essere razionale, può non essere empirico, ma si basa sul forte desiderio di continuare a vivere in questo Paese».

Semaforo #4 luglio 2016

Trump

“Ho messo il rossetto su un maiale", ha detto (Tony Schwartz, ghostwriter di Donald Trump, ndr). “Sento un profondo rimorso per avere contribuito a presentare Trump in un modo che ha attirato sulla sua persona un'attenzione ancora maggiore e lo ha reso più attraente di quanto lui sia”. E ancora: “Sono sinceramente convinto che se Trump vince ed entra in possesso dei codici nucleari, ci sono fortissime possibilità che questo porterà alla fine della civiltà”.

Jane Mayer, Donald Trump's Ghostwriter Tells All, The New Yorker, 25 luglio 2016

Trump / 2

Questo (la quantità di affermazioni false contenute nei discorsi di Donald Trump, ndr) pone un serio dilemma per quelli di noi che seguono la campagna elettorale. Come si può scrivere di un discorso cosi pieno di insinuazioni folli?  Come è possibile riferire delle affermazioni infondate di Trump senza trasmetterle a un pubblico più vasto? Qual è il modo responsabile per controllare la veridicità di Donald Trump?

Tara Golsham, Donald Trump has ushered in a whole new era of fact-checking in journalism, Vox 21 luglio 2016

Turchia

La politica della Turchia ha sempre funzionato come un pendolo che oscilla dalle moschee alle caserme e dalle caserme alle moschee.

Can Dündar, This the biggest witch-hunt in Turkey's history, The Guardian, 22 luglio 2016

 

Il semaforo è a cura di Maria Teresa Carbone

Turchia News

Franco La Cecla

Domenica scorsa, 6 Ottobre, i giornali turchi, Hürriyet in testa, hanno annunciato che il governo proporrà una legge per permettere alla polizia di fermare per 12 o 24 ore ogni possibile partecipante a manifestazioni che rechino danno o disturbo al paese.

Si va dalle celebrazioni kurde del Newroz, il capodanno kurdo, alle manifestazione tipo Gezi Park. La polizia avrà il diritto di arrestare senza mandato di cattura o consenso di un magistrato chi riterrà potenzialmente pericoloso. Questa mossa di Erdogan accompagna il pacchetto “democratico” che in questi giorni presenta al paese come dimostrazione della sua larghezza di vedute. Nel pacchetto si riconosce la libertà di insegnamento in altre lingue, kurdo, greco, armeno, ma solo nelle scuole private.

Il pacchetto promette avanzamenti nel processo di pacificazione con il PKK e i kurdi, ma non parla degli aleviti, una minoranza del 15 per cento della popolazione che ha usi e costumi diversi dai “sunniti” che il partito di Erdogan rappresenta. I sei morti nelle manifestazioni dopo Gezi Park erano tutti giovani aleviti, una comunità che è stata oggetto di forti repressioni negli ultimi decenni.

Nel frattempo la politica del governo consiste nel proclamarsi il più avanzato e tollerante e nel criticare i paesi europei per non capire che solo un partito unico può portare alla Turchia il benessere di cui sta godendo (è in discussione una legge elettorale che dovrebbe abbassare la soglia per entrare in parlamento, oggi possono entrarvi i partiti che hanno almeno il 10%). Peccato che l’inflazione galoppa come non mai e la povertà aumenta visibilmente.

Girando a piedi per questa immensa metropoli si vede la fatica che fa la gente a sopravvivere all’aumento del costo della vita, al caro trasporti e in generale alle condizioni che non sono le migliori in un mercato immobiliare che per buona parte è in mano al partito al governo attraverso una agenzia, la Toki, che corrisponde al nostro Iacp e appartiene personalmente al presidente. L’altra cosa che salta all’occhio a chi percorre a piedi la città è l’impressionante negazione della storia. Prima degli anni '50 la Turchia aveva 18 milioni circa di non musulmani, ortodossi, armeni, cattolici, caldei, ebrei.

La presenza di chiese e di sinagoghe è ancora impressionante nel panorama della città. Il lascito dell’impero ottomano era stato un multiculturalismo accettato come dato di fatto. Poi negli anni '50 avvenne il grande pogrom contro la minoranza greco-turca, la miccia essendo stata l’accusa, rivelatasi infondata, che alcuni greci avessero bruciato la casa dove era nato Ataturk. Questo scatenò la violenza contro i greci-turchi e la loro fuga repentina dal paese. Una fuga a cui ne seguirono altre.

La Turchia oggi è diventata un paese monoculturale e monoreligioso. Oggi all’università statale non si insegna se non ci si professa islamici e non si è iscritti al partito al governo. La cosa che impressiona è che però il paesaggio stesso di Istanbul racconta una storia ben diversa. Come lo racconta la povertà di manufatti di qualità, la scomparsa dell’artigianato e della manovalanza edile di qualità, tutte frange della società in cui eccellevano come nel commercio ebrei, greci, armeni.

Oggi la Turchia è non solo culturalmente, ma anche economicamente molto più povera di ieri, e la sua ricchezza sembra tutta appesa alla stessa bolla speculativa che ha affondato alcuni paesi europei. Gli stessi turisti greci che vengono qui si stupiscono che alla fine il loro paese abbia un tenore di vita più alto del loro vicino turco.

Da Istanbul

Franco La Cecla

Istanbul, martedì 10 settembre Da circa due ore una grande folla di manifestanti è riunita tra piazza Taksim e il quartiere di Cihangir per protestare contro l'uccisione di un ventiduenne da parte di un lacrimogeno della polizia ad Antikya. La polizia ha caricato anche qui, usando i gas proprio sotto al nostro albergo. La tattica dei manifestanti è magnifica. Disperdersi e concentrarsi. E quando si riconcentrano lanciano dei fuochi d'artificio.

È un po il simbolo di questa protesta che va avanti da cinque mesi. E come sempre giovani, donne e uomini e nessuna protesta da parte dei commercianti, ma anzi pieno appoggio. Perfino il tassista ottantenne che ci ha portato qui protestava per la stupidità della risposa del governo. Il problema del governo è che ogni manifestazione fa perdere credito internazionale. Da poco Istanbul ha perso la candidatura alle Olimpiadi, proprio a causa dell'attuale situazione politica. Quello che più stupisce è la serenità dei manifestanti, la loro eleganza, la loro modernità, la bellezza di uomini e donne e la brutalità della macchina poliziesca con i suoi cannoni a fiamma e a gas.

Il gas che brucia gli occhi e la gola ed è proibito nelle manifestazioni. Questo ha fatto si che anche gli strati più prudenti della classe media abbiano preso posizione, una timida ricercatrice universitaria che era rimasta fuori da tutto ci ha raccontato che adesso che anche lei ha provato i gas ha capito ed è passata dall'altra parte. Intanto la sera tardi la gente si riunisce in tutta la Turchia nei parchi per qualcosa che è stato battezzato "forum" dove si discute cosa fare politicamente e alla fine per non disturbare non si applaude , ma si sventolano le mani.

In più l'altra cosa che colpisce è che il turismo non è diminuito, nonostante le affermazioni di Erdogan e il governo ha perfino revocato la proibizione di bere a duecento metri dalle moschee. Un governo che fa tiramolla con la religione. Che ha decretato la ritrasformazione di Santa Sofia in Moschea e qualcuno ci ha raccontato che è il primo museo - Agia Sofia è infatti un museo ed è patrimonio Unesco - in cui si sentono i cinque richiami alla preghiera.

Cinque giorni al Gezi Park

(Racconto del viaggio del reporter volontario Davide Agnolazza - giugno 2013)

Quando sono arrivato a Istanbul, quasi mi chiedevo cosa ci facessi lì. “Non è la tua lotta, cosa vai a fare fino in Turchia. Devi stare qua e combattere le tue di lotte”. Queste parole, le parole di mia madre preoccupata, riecheggiavano continuamente nella mia mente. In effetti non riuscivo a spiegare perché 24 ore prima avevo prenotato un biglietto in tutta fretta e mi fossi catapultato a piazza Taksim.

Avevo passato le giornate precedenti a cercare di tenermi in contatto con amici del posto, a cercare di farmi spiegare cosa stessero vivendo in quei giorni. Tutto quello che si sapeva nel resto del mondo, tutto quello che si vedeva o si leggeva, riguardava gli scontri. Ma potevo percepire dai racconti delle persone un’eccitazione enorme, segno che qualcosa di veramente importante stava avvenendo.

Sono corso lì per vedere, respirare e sentire sulla mia pelle, queste energie così forti che mi avevano trasmesso solo poche frasi scrittemi qualche giorno prima. Siamo partiti in tre, con le valigie piene di attrezzatura audio e video. Non che avessimo un progetto vero e proprio, ma sentivamo la necessità di documentare quanto più possibile, di riportare a casa le testimonianze e le istantanee di quello che sembrava avere l’aspetto di un momento unico, del quale valeva la pena di assaporare ogni istante.

Il tempo è la prima cosa che si vive diversamente, all’interno di Gezi Park perché non è più rappresentato dal susseguirsi dei minuti e delle ore, da attimi definiti. La sensazione è quella di vivere contemporaneamente centinaia di attimi diversi. Quando ci si avvicina a piazza Taksim, si viene investiti da un’energia potentissima, nuova, che ti trascina e coinvolge immediatamente. La prima volta poi che si entra in quel quadrilatero di 600 alberi, gli occhi vanno da tutte le parti e ovunque ti giri, vedi persone all’opera intente a collaborare per la gestione e l’evoluzione dello spazio circostante.

Ogni metro quadrato di parco è occupato da tende e gazebo e dovunque sono stati allestiti luoghi di scambio e aggregazione. Ci sono librerie book-crossing, mense, caffetterie, una tv e una radio autogestite che trasmettono ininterrottamente in diretta dal parco. E poi un cinema all’aperto, vari luoghi per esibizioni artistiche, luoghi di dibattito, assemblee permanenti, punti medici e l’ospedale.

La cosa sconcertante ed entusiasmante di Gezi, è la composizione variegata del movimento che si è creato al suo interno. Infatti per la prima volta forse nella storia della Turchia, movimenti, gruppi e partiti che fino a quel momento non erano stati capaci di dialogare fra di loro, hanno iniziato ad operare uniti in un unico corpo multiforme composto dagli organi più disparati: si va dai partiti politici più storici e radicali, a piccoli collettivi che operano localmente passando per le associazioni, i collettivi artistici e le tifoserie calcistiche fino ad arrivare ai semplici cittadini. Per rendere possibile questa fusione, si è dovuto trovare e sperimentare un nuovo linguaggio da applicare alla lotta, qualcosa che prescindesse completamente dai vecchi metodi e che venisse largamente adottato da tutti.

Non credo che ci sia stato un vero lavoro di ricerca dietro questa metamorfosi della partecipazione politica, piuttosto una naturale evoluzione spinta dal bisogno delle persone meno legate alla militanza, di partecipare attivamente, di dire la propria, di uscire dalle case e urlare al mondo che vedevano i propri diritti di cittadini calpestati senza pudore da un governo autoritario e opprimente. E l’apertura delle realtà più legate ai vecchi metodi di lotta a questo nuovo tipo di confronto, ha contribuito a creare una sorta di “effetto calamita” per una miriade di persone che finalmente si sono trovate in uno spazio in cui poter esercitare il loro diritto ad esprimersi, ad essere parte di qualcosa, a partecipare.

Proprio per la natura di un’azione di questo tipo, quella di un’occupazione che implica la cura e il mantenimento di uno spazio collettivo, si è potuto gettare le basi per la realizzazione di questa idea. Potrà sembrar banale, ma la pulizia dello spazio è una delle cose che più rappresenta questo concetto. Vivere in migliaia di persone concentrate in un luogo relativamente piccolo, significa produrre rifiuti e sporcizia. Per questo a qualunque ora del giorno e della notte, c’è un viavai di persone intente a spazzare, a sostituire i sacchi dell’immondizia pieni, ad accatastarli nelle aree di raccolta, a rimuovere i mozziconi, a pulire i vialetti dalla terra e dalle foglie. E non si tratta di personale addetto a quello scopo, sono ragazzi e ragazze, anziani, signore, bambini che vedono un sacco pieno e lo cambiano, che vedono dei mozziconi di sigaretta e li raccolgono.

Questo tipo di approccio, la collaborazione per il mantenimento di un’area che rappresenta in quel momento il significato comune del trovarsi tutti assieme nello stesso luogo, ha favorito lo sviluppo di questi nuovi linguaggi e metodi di confronto adottati nel parco che dopo i primi giorni incentrati sulla logistica e l’organizzazione fisica dello spazio, hanno iniziato a contaminare anche gli ambiti meno operativi e più decisionali e di confronto. Ciascuno dei 7 distretti territoriali definiti nel parco, aveva la propria assemblea che riportava tramite dei delegati ad una grande assemblea plenaria che aveva lo scopo di raccogliere tutte le voci e le proposte dei distretti per poi arrivare a prendere delle decisioni più condivise possibile e che tutti avrebbero rispettato. Solo il fatto di creare dei distretti territoriali (quindi basati solo da una spartizione dello spazio fisico) ha favorito il mescolarsi delle idee e delle posizioni e ha “costretto” a praticare dialogo e ragionamento collettivo anche chi non era abituato a farlo.

Questo miscuglio di menti, corpi e idee ha fatto risvegliare la speranza a tutti coloro che ormai si sentivano soli e isolati rassegnati all’idea di combattere una battaglia già persa in partenza. E quando la speranza si risveglia e gli animi si innalzano in una direzione positiva, l’atmosfera e lo stile con cui vengono fatte le cose cambia radicalmente. La rabbia e l’odio verso l’oppressione si trasforma in ironia. Gli slogan in musica. Le marce in balli di gruppo. La gioia, dettata dalla certezza di non essere soli, è il sentimento dominante. L’occupazione del parco diventa un presidio festoso, genuino e divertente. Un luogo dove anche famiglie con bambini o coppie di anziani, possono trascorrere fra musica, balli e improbabili rappresentazioni teatrali di scontri con la polizia, una serata piacevole e respirare un’aria leggera e confortante, che gli ricordi ad ogni passo che un nuovo modo di essere è possibile e sostenibile.

Questo è quello che spaventa le autorità perché mette a nudo la loro inefficienza e i loro linguaggi arroganti e distanti. E’ la stessa paura che ha portato alle repressioni violente nelle piazze americane dei movimenti Occupy e nelle piazze spagnole dei movimenti Indignatos. Fa molta più paura vedere persone che pacificamente coltivano un’orto in piazza o che sfamano gratuitamente migliaia di persone al giorno, piuttosto che qualche militante che lancia pietre e molotov perché è molto più difficile erodere a poco a poco i diritti dei cittadini, quando questi sono consapevoli che un altro stile di vita è possibile, che ci sono altri linguaggi, che uniti si è fortissimi e che non si è più soli.

Per questo, esperienze come l’occupazione di Gezi Park, sono state represse da una violenza inaudita e ingiustificata. Per nasconderle, per cancellarle, come se non fossero mai esistite. Ma finché verranno contrastate con metodi antichi e ignoranti, come l'esercizio della violenza, non potranno essere sconfitte, come non si può sconfiggere un virus per il quale non si è ancora trovato un antidoto. Certo lo si può indebolire, ma esso ritornerà, mutato e più forte di prima.

Quello che sta succedendo adesso è esattamente questo. Ad ogni azione repressiva, sempre più persone hanno sentito la necessità di unirsi con i propri corpi e le proprie menti a questa rivoluzione che pare più culturale che politica. Ad ogni attacco violento, l’unione e la solidarietà fra le persone si è stretta e consolidata. E anche se ora il parco è stato sgomberato con le ruspe e con i lacrimogeni, anche se non c’è più quello spazio fisico comune di cui prendersi cura collettivamente, la consapevolezza che sperimentando nuovi percorsi si possa costruire qualcosa di estremamente positivo è ormai radicata in tutti coloro che hanno attraversato quel parco e quella piazza. E adesso, lo sgombero del parco, non sembra più un triste epilogo, ma solamente un splendido inizio.