MACAO: dove eravamo rimasti?

Manuela Gandini

MG - Facciamo il riassunto di ciò che è successo e perché. Perché l’occupazione della Torre Galfa e poi Palazzo Citterio, con quali obiettivi e soprattutto: Macao è sempre vivo?

MACAO - Tutto il movimento di Macao è nato da una riflessione sui sistemi di produzione culturale. A Milano, occupare la Torre Galfa è stato un modo per cercare di dare un segno forte rispetto a un meccanismo di produzione culturale e di pianificazione della città, che è quello di grande controllo invasivo dei poteri della finanza e dei palazzinari. Siamo entrati alla Torre Galfa per restituirla alla città e trovare un altro modo di produrre. Abbiamo creduto fino in fondo che potesse essere un braccio di ferro contro-egemonico, dove, col fatto che ci fossero dieci, mille, millecinquecento persone, si potesse far capire anche alle amministrazioni cittadine che era necessario tenere una sospensione, un dialogo, un tavolo. E che l’istituzione potesse usare tutti gli strumenti in suo potere, ad esempio espropriare il bene e vincolarlo a uso temporaneo per questo progetto. La torre era abbandonata da 15 anni. Volevamo dare un segno forte a livello territoriale e nazionale, affermare che se un movimento di persone vuole in modo propositivo ribaltare i rapporti di forza è possibile, ci abbiamo creduto, non è stata una cosa simbolica. Siamo stati repressi dagli stessi poteri che criticavamo. Il fatto che il figlio del ministro dell’interno Anna Maria Cancellieri, Piergiorgio Peluso, sia il direttore della FonSai, di cui Ligresti è presidente, è stata una delle principali ragioni dello sgombero. Ligresti ha fatto un sacco di società a scatole cinesi. Come FonSai ci sono parecchie società sotto di lui, questo fa la sua forza, perché ogni società è legata a livello creditizio a molti gruppi politici su tutto l’arco, quindi distruggere lui non fa bene a nessuno, questo è il suo potere. Nel particolare Torre Galfa era sotto FonSai Ligrestiche è una società che controlla il suo patrimonio e il direttore generale è il figlio del ministro dell’interno. È stata direttamente la Cancellieri, come abbiamo potuto controllare a posteriori, il vero mandante dello sgombero perché, sia l’amministrazione che la questura di Milano stavano cercando di capire come fare a creare un tavolo.

MG - Poi avete occupato un edificio simbolicamente e istituzionalmente molto diverso, Palazzo Citterio.

MACAO - Sì, il secondo tentativo di Macao è stato Palazzo Citterio perché in qualche modo si voleva sottolineare il fatto che una grossa dipendenza da questi poteri forti privati ha censurato un certo sviluppo alternativo della città e che, all’origine del grosso blocco della produzione culturale, c’è anche una mala gestione dei fondi pubblici. Palazzo Citterio fa parte del progetto Grande Brera che da quarant’anni è fermo, due anni fa con l’anniversario del centocinquantesimo dell’Unità d’Italia, è stato oggetto di una speranza di rilancio che è stata in realtà solo una scusa per far rubare i soldi ai sovrintendenti. Dietro c’era tutta la cricca di Anemone e Bertolaso, sparpagliati in tutt’Italia a fare questo tipo di ladrocini. Della Grande Brera si sono fregati 52 milioni di euro. Crediamo che questo tipo di mala gestione dei fondi pubblici stia alla base e che sia dovuto in parte alla mancanza di partecipazione e di attenzione della cittadinanza sulla gestione dei fondi. Siamo entrati in Palazzo Citterio pensando che, tanto quanto la Torre Galfa, fosse un laboratorio di ricostruzione, attraverso tutte le competenze della città, di un modello alternativo della cultura. Anche per un progetto, da sempre deflagrato e da sempre promesso come la Grande Brera, poteva esserci l’occasione di coinvolgere le istituzioni e i poteri forti costituiti, assieme alla cittadinanza, per capire come realizzare l’opera. Quindi stavamo cercando di creare un tavolo con sovrintendenza e studenti dell’Accademia, per snodare la trasparenza del progetto e le vere tensioni che ci sono sotto. Si è pensato che si sarebbe potuto portarlo a termine in modo partecipato, chiaro e discusso nella città. Il secondo giorno abbiamo redatto un documento cristallino con la proposta di questo tipo di interlocuzione, ma l’azione è stata continuamente denigrata come occupazione abusiva e si è adottato il tema dell’illegalità. La maggioranza nel consiglio comunale del Pd moderato è andato su tutte le furie, il ministro Ornaghi è passato e s’è ricompattato su questa linea per neanche prendere in considerazione la possibilità di una legittimazione della proposta, motivata da 40 anni di inefficienza.

MG - E la proposta del comune di darvi uno spazio all’ex Ansaldo?

MACAO - Non c’è nessun astio da parte nostra nei confronti della proposta del comune, il problema è che è stata un po’ stonata. Se Macao è un movimento che libera spazi nella città per snodare alcuni punti chiave di malfunzionamento e cercare, da lì, di fare arte e cultura, proporci il gioiellino di cui meglio poteva disporre il comune, in cui chiudere questo movimento, non ci sembrava la cosa più allineata. Ciò non significa che il comune non faccia benissimo ad avere degli spazi e indire bandi per destinarli a ospitare associazioni che offrano servizi per la città, lavoro, sinergie. Proprio in un momento in cui Macao era stato fortemente offeso, sul piano della proposta che stava facendo, ci sembrava abbastanza ovvio e comprensibile che chiuderlo in uno spazio non contraddittorio, dove sono previsti atelier, non c’entrava più niente. Molte delle analisi che stanno uscendo ora riconoscono ciò che Macao ha rappresentato a livello nazionale e internazionale, qualcosa di molto forte sul piano della sperimentazione di democrazia diretta, di mobilitazione di competenze, sapienza, intelligenza in ogni settore culturale che cerca di entrare in una lotta per riuscire a sbloccare dei meccanismi di produzione. Quindi credo che abbia acquistato un grande potere simbolico e politico per il modo in cui s’è comportato. Adesso bisogna riuscire a svilupparlo in modo coerente rispetto alle cose che contiene.

MG - Dal consenso unanime s’è passati in brevissimo tempo a feroci critiche da parte dei media ma anche di molti che avevano partecipato alla prima occupazione, si è passati dalla condivisione alla separazione.

MACAO - Noi stiamo continuando a operare a macchia d’olio nella città usando le stazioni del metro per fare i raduni per i tavoli. Ci sono venti o trenta persone per tavolo che continuano a partecipare in modo attivo. Abbiamo fatto un’assemblea non cittadina ma gestionale, c’erano 300 persone all’Arci Bellezza. Adesso che ci si accorge del pericolo che un movimento del genere può rappresentare, ci sono tutte le volontà di distruggerlo e denigrarlo. Pur in una realtà molto più scomoda, sia di Torre Galfa che di Palazzo Citterio, ci sono moltissime persone che stanno andando avanti e si stanno organizzando.

MG - Macao è diventato nomade?

MACAO - Sì o disperso nella città, nel senso che stiamo cercando, con il tavolo di partecipazione operativo, confronti con esperti nazionali di nuovi modelli di democrazia diretta e con l’esperienza degli Occupy. Si sta studiando un modo per strutturare la partecipazione, perché il rischio è di diventare di un populismo sfrenato se il movimento non si radica all’interno di un processo che è anche lavoro e quindi tavoli che continuano sinergicamente a produrre programmi, obiettivi, relazioni che siano efficaci, inclusivi, aperti e trasparenti. Il tempo di «sospensione» sta servendo anche a questo.

MG - Dove vi si trova, in quali stazioni metropolitane?

MACAO - Sulla rete, in facebook pubblichiamo le mappe giorno per giorno dove i tavoli indicono gli appuntamenti. L’obiettivo è comunque avere una sede, credo sia condiviso il fatto che da una parte Torre Galfa e Palazzo Citterio rimangono due cantieri su cui lavorare nel prossimo anno, anche dall’esterno. Sarebbe bene completare questa triangolazione con un luogo invece che può essere laboratorio di produzione indipendente. Macao adesso si sta, da una parte, strutturando meglio al proprio interno, che non significa imporre gerarchie verticistiche ma riconoscere come sta funzionando la macchina e saperne parlare. Da un altro lato, credo che adesso dovremmo identificare un’altra sede che sia da liberare e da restituire al tessuto sociale e che sia più consona a produrre, poter stare, poter intensificare i laboratori di pensiero e di linguaggi.

MG - Allora ci sarà una prossima occupazione.

MACAO - Credo di sì, a breve anche. Per chiudere il discorso da cui abbiamo iniziato, se da una parte questa riflessione sui meccanismi di produzione culturale prevedeva il fatto di mettersi di traverso e sbloccare dei nodi che fortemente bloccavano la produzione; da un altro lato l’aspetto di Macao molto importante è quello di riuscire a fare sinergia per un modello diverso di produzione. Tutta l’affluenza che c’è stata credo abbia bisogno di trovare il tempo per restituire modelli alternativi di produzione, riflessione ed elaborazione di pensiero, creazione di rete sia territoriale che nazionale e internazionale, nuovi modelli di economia ecc. senza pensare di aver perso nulla, bisogna aprirsi sulla città dove quasi tutti questi aspetti sono rispettati.

MG - Questo movimento ha caratteristiche diverse dagli Occupy, non si svolge nelle piazze, non raduna folle eterogenee di cittadini indignati. Nel caso di Macao, pur avendo accesso chiunque, non tutti sono interessati al discorso culturale.

MACAO - È da un anno che ci si confronta con questi movimenti, dagli Occupy Wall Street agli Indignados. Nel nostro paese è successo qualcosa di strano. La particolarità di quello che è successo in Italia, e che accomuna un po’ anche questa rete di occupazione di luoghi della cultura da parte dei lavoratori della cultura, è che si è cercato di appropriarsi o liberare degli spazi per porsi in diretta alternativa, aspirando ad esser sullo stesso piano del tradizionale sistema istituzionale. Questo pone una specie di punto di attivazione - da una parte più specifico dell’occupazione di piazza - per il rinnovamento sociale in generale, dall’altra però è un punto di maggiore forza nel cercare di ri-territorializzare la produzione.

MG - La definizione di lavoratori dell’arte e della conoscenza rimane comunque settoriale.

MACAO - Rimane un po’ in mezzo tra i movimenti Occupy anglosassoni e il movimento francese degli Intermittenti. Il movimento degli intermittenti era settoriale e ha fatto specificatamente delle lotte di categoria. Quello che sta succedendo in Italia è un po’ nel mezzo. A partire dai luoghi di produzione di una categoria, quindi il centro culturale, il centro museale, teatrale, farne un luogo di dibattito e di ripensamento dell’ingegneria sociale. Rimane quindi fra i due: non è un luogo svincolato dalla rappresentanza che l’ha aperto, e quindi una piazza dove c’è tutta la società, ma è un luogo dove sono i lavoratori della cultura, i lavoratori della conoscenza o dello spettacolo che fanno questa azione e decidono in quel momento che fare il proprio lavoro, quindi fare arte e cultura, significa ripensare la società.

Torri e cuori degli uomini

Giorgio Mascitelli

La recente vicenda dell’occupazione e successivo sgombero del grattacielo Galfa a Milano ha avuto ai miei occhi lo straordinario merito di rimettermi in contatto con la mia infanzia. Alunno delle prospicienti scuole elementare di via Galvani e media di via Fara ho giocato decine di volte nei suoi parcheggi all’uscita di scuola e me ne ero dimenticato. Sicuramente a differenza del più illustre abitante della non lontana via Gluck non posso affermare di aver trascorso un’infanzia nel verde, ma tra ferro e cemento, del resto sono nato proprio nell’anno in cui veniva composta la canzone che ricordava la storia di quel ragazzo. Si sa d’altra parte che i bambini hanno la sublime capacità di trasformare qualsiasi posto in un verde prato. Pur essendoci passato sotto chissà quante volte negli anni successivi, del Galfa mi ero proprio scordato.

Il Galfa per me non è stato solo luogo di gioco, ma mi ricordo anche di averlo visitato con la mia classe alle elementari: credo che il piano didattico delle visite fosse quello di far conoscere ai bambini accanto ad alcuni luoghi storici di Milano come il Castello Sforzesco o il museo Poldi Pezzoli, i luoghi della Milano produttiva del presente e mi ricordo che visitammo una fabbrica tessile, la redazione di un giornale, la centrale del latte e, soprattutto, i due grandi grattacieli nostri vicini, gli emblemi stessi dello sviluppo, il Pirelli e il Galfa. Insomma visitavamo quello che a tutti sembrava il nostro futuro.

Confesso che la cosa che mi ha colpito di più di tutta la vicenda del Galfa è stata la notizia che esso era stato abbandonato già da quindici anni e naturalmente buona parte degli altri luoghi produttivi che ho visitato non esiste più. Lo ha già scritto il Poeta che una città cambia più in fretta del cuore di un uomo: ma almeno in quel caso lamentava lo spianamento di graziose stradine medievali per far spazio ai grandiosi boulevard delle circolazione delle merci e dei cannoni, io ho visto abbandonare quello che mi era stato assicurato essere il futuro.

Il nostro secolo si è aperto con il tragico abbattimento di due torri e quasi tutti i commentatori sottolinearono l’aspetto storicamente simbolico del fatto, di rottura epocale; ai miei occhi di ex bambino però questa torre vuota e monumentale, abbandonata dopo un periodo di impiego largamente inferiore a quello di qualsiasi condominio, è un simbolo ancora più potente.

MACAO! Occupy Torre Galfa

Lucia Tozzi

I Lavoratori dell’arte, supportati dalla rete di Teatro Valle e Cinema Palazzo (Roma), Sale Docks (Venezia), Teatro Garibaldi (Palermo), Teatro Coppola (Catania) e Asilo della creatività e della conoscenza (Napoli), hanno occupato la torre Galfa a Milano: non un teatro, un cinema, ma un grattacielo. E non un grattacielo qualunque, ma un edificio cruciale per la storia, per la posizione e per l’assetto proprietario. Progettato da Melchiorre Bega alla fine degli anni ’50, immortalato ne La vita agra, sede prima di una compagnia petrolifera e poi di una banca, è stato abbandonato, bonificato (divelti pavimenti, bagni, controsoffittature, tutto) e acquistato nel 2006 da Fondiaria Sai, assorbito cioè nell’aura luciferina di Ligresti. La cosa più interessante è che quello che oggi è stato ribattezzato MACAO si trova geograficamente in uno degli epicentri dell’universo immobiliare ligrestiano, a un passo dall’immenso cantiere di Porta Nuova-Garibaldi, noto ai più per il Bosco Verticale o l’antennone psichedelico della torre Unicredit progettata da Cesar Pelli.

foto: Giulia Ticozzi / IlPost

La scelta di deviare dal modello spaziale originario della protesta – luoghi dismessi dedicati alla cultura – per aggredire un simbolo che rimanda all’economia del Real Estate e della finanza è stata accolta in modo ambivalente: al di là dell’entusiasmo smisurato degli architetti e dei fotografi, impazziti per la possibilità di scalare i trentuno piani della Galfa, sono fioccate le accuse di megalomania e di scarsa efficacia del messaggio politico, secondo l’idea che una corrispondenza biunivoca tra operatori della cultura e spazi culturali costituirebbe un’evidenza politica irrinunciabile.

Al contrario, la potenza di questa scelta in una città come Milano risiede nella sua implicita associazione tra la sfera culturale e le questioni urbane nel senso più ampio. Lo scopo non è solo quello di procurarsi degli spazi per «fare cultura dal basso», per potere organizzare incontri, eventi, mostre e spettacoli che il mercato culturale contemporaneo soffoca ancor prima che siano nati, né tantomeno di costruire una delle tante reti di reti che assembla precari e creativi, attivisti e intellettuali senza fornire un orizzonte comune. In questo caso diventa prioritario connettere le idee: la mancanza cronica di spazi e soldi per il welfare, il lavoro o dei progetti culturali degni di chiamarsi tali è una diretta conseguenza dell’economia dei grandi eventi, delle grandi opere e dell’assurdo imperativo della crescita immobiliare. Occupare un bellissimo grattacielo dismesso a pochi metri da nuove torri di uffici destinate a restare invendute e nutrire la bolla significa mettere in questione non solo una serie di politiche sciagurate attribuibile a una fetta dello spettro politico, ma una logica di appropriazione dei beni comuni che ha regnato sovrana e indifferenziata, plasmando un pensiero unico che va smantellato pezzo per pezzo.

foto: Ivan Carozzi

Investire nel Salone del Mobile e nell’EXPO, ad esempio, lungi dal tradursi in crescita per le masse di lavoratori, designer, architetti, giornalisti, studenti che contribuiscono semigratuitamente alla loro realizzazione, significa attuare una sistematica spoliazione dei loro saperi, energie, lavoro, denaro a vantaggio di una élite minuscola di accaparratori, una redistribuzione verso l’alto di un’enorme produzione comune. Continuare ad alimentare il sistema della rendita fondiaria, seppure con un piano urbanistico che ha attenuato i più nefasti tra i dispositivi precedentemente elaborati, non aiuterà la popolazione ad avere una città migliore né i servizi cui legittimamente aspira, ma produrrà un’accentuazione della segregazione spaziale ed economica. Appaltare mostre, concerti, spettacoli, formazione, progetti, concorsi a curatori star appartenenti a circuiti di potere consolidato è un fenomeno dello stesso ordine, perché fondato sull’esclusione delle persone e delle idee meno allineate e, in ultima analisi, del pensiero critico.

Le lotte per lo spazio, il lavoro e la cultura hanno un’unica matrice, riconducibile a una nuova consapevolezza della natura squisitamente classista delle politiche degli ultimi decenni. Smascherare i meccanismi di accumulazione proprietaria ed esclusione che legano strutturalmente questi mondi apparentemente distinti è uno dei grandi obbiettivi dei nuovi movimenti. MACAO è il luogo adatto per farlo.