alfadomenica marzo #1

MARCHESI su TOO EARLY TOO LATE - BORGHI sulle LUNÀDIGAS – GIOCO(E)RADAR di Giovenale - RUBRICHE di Carbone/Capatti

MAI STATI MODERNI
Sara Marchesi

Too Early, Too Late. Middle East and Modernity è il titolo della mostra inaugurata presso la Pinacoteca Nazionale di Bologna lo scorso 22 gennaio. Il primo intento della mostra è quello di “interrogare le modalità con cui la scena artistica e la cultura visiva mediorientali rileggono oggi il rapporto locale con la modernità, nella consapevolezza però che non sia più possibile isolare dei campioni della cultura politica globalizzata”.
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LE LUNÀDIGAS
Carlo Antonio Borghi

Tra le barbaricine pieghe della lingua sarda, risiede un termine di consistenza agropastorale: lunàdigas o in variante consonantica e geografica lunàrigas. I pastori marchiano come lunàdiga la pecora che nel gregge si rifiuta di figliare e quindi di dare reddito di agnelli a un tot al chilo. Le documentariste Marilisa Piga e Nicoletta Nesler hanno adottato la parola lunàdigas per dare un titolo spiazzante, eccentrico e sonante al loro film documentario sulle donne che hanno scelto di non mettere al mondo figli.
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GIOCO (E) RADAR #07 - LO SPAZIO SI VERBALIZZA 
Marco Giovenale

“Lo spazio si verbalizza, non il contrario”: questa frase di Paolo Giovannetti, in un suo acuto saggio di prossima uscita dedicato all’edizione inaugurale (2013) dell’incontro EX.IT – Materiali fuori contesto, può venire felicemente trafugata e impiegata per marcare la differenza – ad esempio – fra gli esperimenti de La Nuova Foglio (di Villa, Costa, Mussio fra molti altri) negli anni Settanta, e alcuni di quelli attuali.
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IL SEMAFORO di Maria Teresa Carbone

Contraccezione - Leggende - Virus
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LA RICETTA di Alberto Capatti

La Vignarola secondo la ricetta di Leda Paravi. Me l'ha preparata  ieri a Roma, eccola scritta solo da lei.
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Mai stati moderni

Sara Marchesi

Too Early, Too Late. Middle East and Modernity è il titolo della mostra inaugurata presso la Pinacoteca Nazionale di Bologna lo scorso 22 gennaio, secondo incontro del curatore Marco Scotini con Bologna ArteFiera dopo Il Piedistallo Vuoto. Fantasmi dall’Est Europa, ideata lo scorso anno per lo spazio del Museo Archeologico.

Il primo intento della mostra è quello di “interrogare le modalità con cui la scena artistica e la cultura visiva mediorientali rileggono oggi il rapporto locale con la modernità, nella consapevolezza però che non sia più possibile isolare dei campioni della cultura politica globalizzata”1.

Nel porre l’accento sul rapporto tra Medio Oriente e Modernità - quest’ultima intesa tanto in termini di processo di ammodernamento tecnico-scientifico e sviluppo economico di stampo neoliberista quanto come modalità di approccio e lettura del progresso storico - la mostra vuole mettere in discussione la nozione stessa di moderno, partendo dall’assunto che il paradigma occidentale ha storicamente rappresentato e rappresenta tuttora il punto di vista egemonico per la definizione e il giudizio di quell’altro culturale rappresentato dal mondo mediorientale.

Lo spartiacque da cui partire per tentare una lettura di questo scontro tra culture è individuato nella caduta del blocco sovietico: come scrive Marco Scotini “con il collasso dell’Unione Sovietica, il bipolarismo della Guerra Fredda sembra sia stato sostituito da una nuova dicotomia, quella tra Islam e Occidente […] Alla vecchia opposizione politica il regime mediatico attuale avrebbe sostituito un conflitto di civiltà tra forme culturali arcaiche e avanzate, con l’idea di modernità quale discrimine”.

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Dina Danish, You've Crossed The Line, 2014
Collezione Nomas Foundation, Roma. Courtesy SpazioA, Pistoia

Il primo aspetto da tenere in considerazione per riflettere sulla nozione di Modernità è dunque – e non potrebbe essere altrimenti se si comprende la necessità, più volte sottolineata, di partire sempre dalla definizione del proprio punto di vista topografico – la strategia messa in atto dall’Occidente (in particolare dagli Stati Uniti, e la sineddoche qui è lecita) che, per sostenere la propria egemonia economica ancor prima che culturale, ha bisogno di puntare su una politica del dualismo, sia essa di natura più specificatamente politica come nel caso del blocco sovietico, sia che si muova invece sul piano di un vero o presunto scontro tra civiltà.

Tuttavia, gli eventi del 1989 non hanno soltanto segnato la nascita di questo nuovo bipolarismo conflittuale basato sull’idea di un’opposizione tra avanguardia occidentale e arretratezza mediorientale (condivisa spesso dagli stessi governanti di questi paesi, come già riportava Michel Foucault nel ‘78 all’interno del suo Taccuino Persiano, assistendo al tentativo di ammodernamento filo-occidentale dell’Iran da parte dello Scià), ma hanno portato alla luce problematiche relative allo svelamento di quello che potrebbe essere letto come il fallimento del paradigma moderno nell’occidente postmoderno.

La crisi nasce nel momento in cui il mondo occidentale si trova a fare i conti con l’inquietante scoperta che, una volta abbattuto il muro, dietro quest’ultimo e sotto le sue macerie non si nasconde nessuna Terra Promessa, nessun segnale all’orizzonte.

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Too Early, Too Late. Middle East and Modernity, a cura di Marco Scotini
Pinacoteca Nazionale di Bologna, 2015 - ph Paolo Emilio Sfriso.

La fede cieca nel progresso storico lineare, inevitabile e irreversibile su cui già Walter Benjamin ci aveva messo in guardia, ha determinato il fatto che la modernità non abbia mai realmente guardato all’avvenire, tutta presa com’era nel tentativo di sbarazzarsi definitivamente di un passato considerato scomodo e dannoso, salvo poi ritrovarsi invischiata in un presente espanso e senza tempo a cui, insieme alla negazione del passato, si accompagna la totale privazione di futuro.

Come ci ricorda Bruno Latour, la lingua francese attua una distinzione tra il concetto di future e quello di avenir: “In francese, si potrebbe dire che i Moderni hanno forse avuto un future, ma mai un avenir. Per definire la situazione attuale, dovrei tradurre e dire che i Moderni hanno sempre avuto un futuro (il fantasioso futuro utopico di qualcuno in fuga dal proprio passato), ma mai la possibilità di volgere lo sguardo a quella che potremmo chiamare la loro prospettiva: la struttura delle cose a venire”2.

Ed ecco che in questo fallimento si rivelano le contraddizioni e la crisi profonda di un contemporaneo che, seppur ormai entrato nella dimensione totalmente fluida e reversibile dell’Ipermoderno, rimane tuttavia disperatamente aggrappato – o forse si potrebbe dire impigliato, per riprendere l’efficace metafora benjaminiana della tempesta che intrappola le ali dell’Angelo della Storia – in una visione ormai del tutto idealista del progresso, ripiegandosi così su se stesso in un nichilismo reazionario che sembra non avere via d’uscita.

Jinoos Taghizadeh, Rock Paper Scissors, 2009, Courtesy Collezione Fondazione Cassa di Risparmio di Modena (1) (350x500)
Jinoos Taghizadeh, Rock Paper Scissors, 2009
Courtesy Collezione Fondazione Cassa di Risparmio di Modena

“Si intuisce che qualcosa è andato storto nella critica moderna, ma non si è in grado di fare altro se non protrarre tale critica, pur senza credere nelle sue fondamenta […]. I suoi adepti infatti intuiscono che il modernismo è fallito, ma continuano ad accettare il suo modello di suddivisione del tempo, cosicché non possono che catalogare la storia in termini di rivoluzioni successive. Essi avvertono di venire dopo i moderni, ma con la spiacevole sensazione che non vi sia più alcun dopo. No Future: è questo lo slogan che si sovrappone al motto moderno No Past. Cosa rimane? Frammenti disconnessi e denunce infondate, dal momento che i postmoderni non credono più nelle ragioni che permetterebbero loro di denunciare e di indignarsi”3.

È dunque in tal senso che possono essere interpretati, da una parte, l’emergere di quello che Maurizio Lazzarato ha indicato come neoarcaismo occidentale, il quale si nutre ancora di un’estetica modernista e tende sempre a collocare ogni rapporto all’interno di un sistema binario e, dall’altra, la tensione del mondo arabo tra la ricerca o l’imposizione di una modernizzazione di stampo occidentale e il riemergere di tendenze nazionaliste, identitarie o fondamentaliste. Scrive Scotini: “L’impressione generale da cui deriva il titolo della mostra (Troppo presto, Troppo tardi) è che se il Medio Oriente non è mai entrato nella modernità è altrettanto vero che anche noi l’abbiamo persa.

Se il fenomeno del neoarcaismo è qualcosa che sta accadendo sotto i nostri occhi, è altrettanto vero che ciò avviene tanto in Oriente che in Occidente. Se scendo per strada e guardo le nuove architetture a torre in vetro specchiante, che sono i nuovi landmark del potere, non posso vedere altro che neo-feudalesimo. Se guardo poi alla fine del welfare è ancora pre-modernità quella che ho di fronte […]. Si è detto fine della storia e in un certo senso questo è vero. Abbiamo però assunto questa fine come una volontà di ritornare a forme arcaiche (ecco il fondamentalismo contemporaneo)”.

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Ahmed Mater, Ground Zero I, Ground Zero II, e Ground Zero III, 2012
Courtesy Collezione Daniela Palazzoli

Risulta paradigmatico e di fondamentale rilevanza il ruolo giocato dai media all’interno di questo processo, in quanto è oggi più che mai palese – soprattutto alla luce degli ultimi avvenimenti legati alla dichiarazione di guerra dello Stato Islamico al mondo occidentale e al dibattito intorno alle dinamiche di potere che ne derivano o ne sono alla base - quanto l’apparente trasparenza e immediatezza dell’informazione attraverso i nuovi canali di comunicazione si sia dimostrata nei fatti essere portatrice e mezzo di diffusione di nuovi rituali e identità tribali. Da questo punto di vista si potrebbe allora affermare che il mondo islamico non solo ha raggiunto, ma ha forse superato il proprio maestro occidentale, appropriandosi e rivoltandogli contro i suoi stessi strumenti di diffusione e controllo.

È bene sottolineare però che, analogamente a quanto accade nel Medio Oriente, anche in Occidente stiamo assistendo a uno stravolgimento, a un contraccolpo, a un rivolgimento all’indietro di quell’onda che avrebbe dovuto essere naturalmente e inarrestabilmente rivolta verso l’avanti, di quel tempo storico omogeneo, divisibile e catalogabile in una struttura basata sulla successione progressiva. L’annichilimento che caratterizza la nostra epoca è il risultato della grande delusione dell’uomo moderno: il progresso tecnico che avrebbe dovuto essere inarrestabile e portare l’uomo alla sua definitiva liberazione dal passato è divenuto al contrario strumento reazionario di un ritorno a quello stesso passato, che vuole ora riscattarsi dopo questo lungo periodo di denigrazione, dando vita a forme di neoarcaismo, nazionalismo, autoritarismo e fondamentalismo sempre più violente, tanto nel mondo orientale quanto in quello occidentale.

Se è vero che le rovine del passato si possono osservare solo da una certa distanza storica, forse è finalmente giunto il momento opportuno per riconoscere non solo il fallimento di un paradigma che ha fatto dell’idea di progresso il proprio baluardo e dell’opposizione dicotomica la propria arma per l’imposizione di un punto di vista che si è dimostrato alla resa dei conti perdente, ma di considerare la possibilità che forse, per citare un’ultima e risolutiva volta Bruno Latour, la verità è che non siamo mai stati moderni.

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Jorobaev Alimjan, Mirages of the Communism _6, 2001
Collezione Privata Milano. Courtesy Laura Bulian Gallery

Una volta accettato tale assunto, si tratterebbe di prendere in considerazione la necessità di rileggere la nostra storia a partire dal concetto di un tempo-potenza composto di concatenamenti in divenire e di rifiutare i dualismi, tenendo bene a mente che “solo una forza di tipo dialettico – una forza esausta, non più in grado di affermare la propria differenza, di agire, ma solo di reagire alle forze che la dominano – soltanto una forza di questo tipo può, nel suo rapporto con l’altra forza, collocare l’elemento negativo in primo piano negando tutto ciò che essa non è, facendo di tale negazione la propria essenza e il principio della propria esistenza”4.

La mostra Too Early, Too Late. Middle East and Modernity ci suggerisce che nel mondo globalizzato diventato ormai “irrimediabimente uno” il terreno su cui intraprendere questa battaglia è quello del tempo, di un ordine temporale costantemente messo in discussione.

Contemporaneamente, il tempo rappresenta anche la posta in gioco di questa battaglia: proprio nel momento in cui si profila l’effettiva eventualità che quello che ci si pone davanti potrebbe essere realmente un no-future, ecco che si dispiega l’opportunità di comporre nuove prospettive. Se solo smettessimo per un attimo di correre a vuoto, se solo accettassimo di non voltare le spalle e di guardare al nostro passato con sguardo nuovo - rifiutando le catalogazioni della memoria storica dettata dal sistema dominante - e lo assumessimo invece come punto di partenza per la ricerca di un tempo non cronologico che si trova ancora in uno stato di possibile ri-composizione, ecco che forse torneremmo a essere artefici del nostro avvenire, produttori della potenzialità delle cose a venire.

  1. M. Scotini, Too Early Too Late: La modernità e i confini negoziabili del tempo, Catalogo della mostra []
  2. B. Latour, An Attempt to a Compositionist Manifesto, www.bruno-latour.fr []
  3. B. Latour, We have never been modern, Harvard University Press Cambridge, Massachusetts, 1993 []
  4. G.Deleuze, Nietzsche e la filosofia, Giulio Einaudi editore, Torino, 2002 []

Too Early, Too Late
Middle East and Modernity

Marco Scotini e Mohanad Yaqubi

In occasione della mostra To Early To Late. Middle East and Modernity che si inaugura oggi alla Pinacoteca Nazionale di Bologna in occasione della nuova edizione di Arte Fiera - pubblichiamo un testo del curatore Marco Scotini e una lettera del  filmmaker Mohanad Yaqubi. I testi sono tratti dal catalogo pubblicata da Mousse Publishing.

«Un Rip van Winkle iraniano che si fosse addormentato nel 1900 avrebbe avuto difficoltà a riconoscere ciò che vedeva intorno a sé se si fosse risvegliato nel 2000». La frase dello storico iraniano Ervand Abrahamian è eloquente rispetto al forte impatto che la modernità ha avuto in Medio Oriente. Ma è l’occupazione militare di Bonaparte in Egitto del 1798 che segna il ritorno dell’Occidente nel mondo arabo dai tempi delle crociate, ed è all’origine di quella “immagine europea dell’Oriente” che va sotto il nome (anche disciplinare) di Orientalismo.

Ciò che è tuttavia al centro della mostra Too early, too late. Middle East and Modernity – che apre oggi alla Pinacoteca Nazionale di Bologna - ha a che fare con qualcosa di più contemporaneo. L’intento è quello di capire l’impatto avuto dal crollo del Blocco Sovietico su questa area geografica e interrogare le modalità con cui la scena artistica e la cultura visuale mediorientale rileggono oggi il rapporto locale con la modernità. Una sorta di secondo capitolo espositivo rispetto a Il Piedistallo Vuoto ed è ancora il tempo ad essere al centro della riflessione: la sua impasse attuale, la sua definitiva trasformazione, il tipo di rapporto storico che possiamo avere con esso. La relazione tra il prima e il poi, si è trasformata in un troppo presto e in un troppo tardi, in un già e in un non ancora: categorie, cioè, in grado di mettere maggiormente a fuoco forme disuguali di sviluppo.

Mustafa Abu Ali, Tall Al Zaatar (600x450) (500x375)

Ma se il Medio Oriente è l'oggetto di osservazione qual è il luogo topografico da cui osserviamo? Una costellazione di luoghi e tempi incontrati a Bologna e in Italia articola lo spazio espositivo e discorsivo della mostra: alcuni elementi episodici o trovati per caso, altri conosciuti da sempre e di cui non sarebbe stato facile fare a meno. Bologna la dotta era tra le cinque città - con Parigi, Oxford, Avignone e Salamanca - in cui il Concilio di Vienna del 1312 decise l’istituzione delle cattedre di arabo, ebraico e siriaco, ovvero le basi dell’orientalismo nell’Occidente cristiano. Così come il ritrovamento dell’unica copia rimasta dei filmati di Tel al Zaatar (1977) - una co-produzione palestinese e italiana, diretta tra gli altri dal regista radicale, amico di Godard, Mustafa Abu Ali - preservati nel magazzino dell’ Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico (AAMOD) di Roma per gli ultimi 36 anni, che adesso l’artista Emily Jacir ha restaurato, sono al centro di un documentario del palestinese Mohanad Yaqubi.

O il fatto che il Taccuino Persiano di Michel Foucault, incaricato, all’indomani della rivoluzione iraniana del ‘79, di scrivere una serie di reportage per il Corriere della Sera, come voce dissidente, asseriva che ormai era la modernizzazione a rappresentare, già in se stessa, un arcaismo. Oppure lo scheletro urbano di Beirut fissato dalla camera fotografica di Gabriele Basilico nel ‘91. Ancora, come non ricordare i materiali del documentario di Pasolini del 1964, Sopralluoghi in Palestina, che adesso è l’oggetto dei lavori di due artisti: la palestinese Ayreen Anastas e l’israeliano Amir Yatziv? E come non considerare gli Straub cineasti italiani, visto che dal ’69 hanno vissuto a Roma, hanno girato in lingua italiana e in Italia molti dei loro film?

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Caro Marco,

Spero che vada tutto bene, e ti ringrazio per aver condiviso tutto questo.

C'è qualcosa che mi incuriosisce quando sento il termine "Modernità", oltre alla consapevolezza che esso rappresenta l'altra faccia delle strategie post-coloniali per controllare la volontà delle nazioni arabe, tra le altre. L'insistenza nel voler strutturare la "modernità" degli arabi mi fa solo percepire sempre più il tentativo di semplificare questa parte del mondo, presentandola come ancora bloccata sulla soglia tra tradizione e modernità, e quindi di indebolirla.

Rendendo questo scenario un po' più surreale, per capire in cosa consiste la "modernità" del mondo arabo, noi "ricercatori arabi" dobbiamo rovistare tra gli archivi di chi ci pone queste domande, tra i documenti conservati in istituzioni archivistiche, o tra la memoria dei rivoluzionari arabi che hanno dovuto mettersi in salvo quando le loro rivolte sono fallite.

vahap bey 7.tif

Ripercorrere la storia e gli archivi della rivoluzione palestinese, in particolare il suo patrimonio filmico, ci restituisce l'immagine utopica di una società. Era troppo perfetta per essere vera, è stata una rivoluzione anti-coloniale, transnazionale, maoista che stava per eliminare le differenze di classe, per restituire la terra espropriata, per cambiare il ruolo delle donne nella società, per, per, per...

Era troppo presto quando la rivoluzione palestinese ha voluto introdurre «il diritto all'autodeterminazione», uno slogan che non solo è stato lanciato in faccia al progetto sionista in Palestina, ma anche contro tutti i modelli politici deformati che ignoravano i diritti fondamentali dei propri cittadini. Il modello a-nazionale, anti-settario della rivoluzione palestinese ha attirato praticamente ogni movimento di opposizione a livello mondiale negli anni ‘60 e ‘70. Il mondo era con noi. Ovunque la gente stava cercando il più equo modello di società possibile, un ordine mondiale, mentre nella rivoluzione palestinese gli oppressi affrontavano queste questioni allo stesso livello, occhi negli occhi, spalla a spalla...

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E ora, 45 anni dopo, il mondo arabo si è sollevato di nuovo, portando la propria voce negli spazi pubblici e chiedendo il diritto all'autodeterminazione... Ed eccomi qui, mentre mi chiedo se questa primavera araba è arrivata troppo tardi, guardando all’anno sanguinoso appena trascorso, e posso solo ripensare alla seconda legge di Newton e all’eterna ricerca dell’equilibrio.

Stai bene, ci vediamo presto...

Mohanad Yaqubi
Ramallah, 31.12.2014


TOO EARLY TOO LATE
MIDDLE EAST AND MODERNITY
a cura di Marco Scotini
opening 22 gennaio ore 20
Pinacoteca Nazionale di Bologna
via Belle Arti, 56 - 40126 Bologna