Alfagiochi / A cercasi

Antonella Sbrilli

BingaQuaranta anni fa, l’artista Tomaso Binga - cioè Bianca Menna - mandava alle stampe un Abbecedario in cui le lettere erano interpretate dal suo corpo. Per la A, si vede lei nuda seduta di spalle, con le braccia allargate e le mani poggiate a terra, allusione a una A maiuscola, che fa tutt’uno con il corpo.

Gli innumerevoli modi in cui gli artisti hanno trattato - e continuano a trattare - le lettere dell’alfabeto, in esercizi di stili (e corpi) sempre diversi, popolano cataloghi, portali web sulla poesia visiva, prodotti editoriali (Alfabeto d’artista ) e mostre, come per esempio la prossima esposizione dal titolo Alphabetica - Abecedario grafico contemporaneo dall’11 febbraio 2017, a Roma, Museo delle Mura.

a BalestriniimageA_LagrenéeIl gioco di questa settimana invita a trovare nelle opere d’arte di qualunque epoca e tecnica la lettera A.

Attenzione, la lettera non deve fare parte di una parola, ma risaltare come una presenza nel foglio, sulla tela, sullo schermo, nell’assemblage o dovunque la si incontri. Il gioco è nel raccogliere A trovate nel mezzo di una tessitura di segni, di una composizione colorata, e di riconoscere la A (o una forma che le somigli) anche dove non c’è, per esempio in una architettura, nella cima di un cavalletto e così via.

Le immagini si possono inviare, al solito, all’indirizzo redazione@alfabeta2.it

Risposte al gioco Intitolate (alfadomenica del 22 gennaio 2017)

Le lettere rimescolate nella frase “Rivolgilo abilmente” erano quelle del nome di Mirella Bentivoglio, artista verbo-visiva, curatrice, poetessa, a cui si deve questa considerazione: “C’è da credere a un rapporto profondo tra la donna e l’alfabeto, e non solo perché per prima ne trasmette la forma ai figli”; a questo link, la voce su di lei scritta da Ada De Pirro nell’ Enciclopedia delle donne .

Il nome dell’artista l’hanno individuato diverse giocatrici, fra cui Adriana Castagnoli e Beatrice Peria Sono arrivati via twitter anche nuovi anagrammi originali del nome dell’artista. Sandra Muzzolini ne propone che tira fuori degli aspetti tecnici e comunicativi:“Blog: minio e trivella”, mentre Viola Fiore fa emergere dalle lettere un’iconografia ricorrente dell’artista, quella dell’uovo (“L'ovo mirabil e gentil), e anche la natura combattiva di questa protagonista dell’arte italiana: “Mirella Bentivoglio = No, mogli ribellatevi!”.

Nella scorsa rubrica, Luigi Scebba lanciava la sfida di un altro anagramma:
le lettere del nome e cognome (6, 9) di quale artista italiano sono ricombinate nella frase:“Semiotica lecita”?

La soluzione - il nome di Eliseo Mattiacci - è stata data anch’essa da Viola Fiore, che ha rilanciato con “il tema è icastico”, a cui aggiungo “è lieta cosmicità”, tutte definizioni pertinenti a qualche aspetto dell’opera dello scultore di Cagli.

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Un’Altra misura. Arte, identità e fotografia

Elisa Fabrizi

La mostra Altra misura. Arte, fotografia e femminismo in Italia negli anni Settanta a cura di Raffaella Perna – Frittelli Arte Contemporanea, Firenze (dal 21 novembre all’8 marzo 2016) – propone un percorso espositivo di circa cento opere frutto di una riflessione accurata sulle relazioni tra corpo, identità femminile e fotografia. Le undici artiste – Tomaso Binga, Diane Bond, Lisetta Carmi, Nicole Gravier, Ketty La Rocca, Lucia Marcucci, Paola Mattioli, Libera Mazzoleni, Verita Monselles, Anna Oberto e Cloti Ricciardi – partono da presupposti differenti, ma condividono il medesimo uso del mezzo fotografico concepito come mezzo ideale per esplorare l’identità per la sua peculiare natura di “indice”, la sua specifica contiguità con il reale. La mostra si concentra su un preciso momento storico, gli anni Settanta, appunto, periodo nel quale in Italia il connubio tra arte, fotografia e femminismo – sorto già a metà anni Sessanta – si fa più stretto. In questo momento le artiste iniziano a rivendicare spazio e visibilità all’interno delle istituzioni e del sistema dell’arte, sostenute anche da alcune critiche militanti: Lea Vergine, Annemarie Sauzeau Boetti, Romana Loda. Sorgono luoghi espositivi e collettivi femminili autogestiti; e le artiste realizzano opere che pongono in discussione l’ordine sociale vigente, denunciando le disparità di genere. Durante il decennio anche la fotografia è al centro di un rinnovato interesse critico: mostre quali Combattimento per un’immagine (1973) a cura di Luigi Carluccio e Daniela Palazzoli, Fotografia Creativa (1970) Fotomedia (1974), Foto&Idea (1975), A-photo (1977), Foto come analisi (1977), Venezia ’79. La Fotografia (1979) sono occasioni importanti per comprendere le relazioni tra arte e medium fotografico.

Menna1977_Oggi_sposi_fondo_bianco-800La mostra di Firenze riprende il titolo dall’esposizione Altra misura (1976), curata da Romana Loda a Falconara (Ancona), in cui veniva presentato il lavoro di cinque artiste accomunate dall’uso della fotografia e da una visione politica e femminista dell’arte: Annette Messager, Natalia LL, Suzanne Santoro, Stephanie Oursler e Verita Monselles. A distanza di quarant’anni la mostra alla Galleria Frittelli – nata sulla scia del libro Arte, fotografia e femminismo in Italia negli anni Settanta (Postmedia Books, 2013) – restituisce, da una prospettiva storica, il lavoro di artiste impegnate nell’esplorazione fotografica dei nessi tra identità e corpo femminile, cercando anche di colmare la carenza di attenzione critica che a lungo ha penalizzato il lavoro delle donne nel nostro Paese. Osservando le opere in mostra è evidente quanto le artiste rivendichino per la donna un posto e un ruolo diversi nella società tardocapitalista, pur partendo da esperienze personali e posizioni politiche differenti, evidenti nel diverso rapporto che ognuna di loro ha con la militanza femminista: Paola Mattioli, Diane Bond e Cloti Ricciardi prendono parte ai gruppi di autocoscienza mentre non si registrano partecipazioni ai collettivi per Nicole Gravier e Tomaso Binga, nonostante esse abbiano accolto le istanze femministe.

Ketty La Rocca, Lucia Marcucci e Nicole Gravier demistificano le rappresentazioni del femminile proposte da rotocalchi, pubblicità e fotoromanzi; lo fanno decostruendo il linguaggio dei media. Nicole Gravier, ad esempio, nella serie Mythes et Clichés (1976-1980) si appropria del codice linguistico e delle inquadrature proprie del fotoromanzo per evidenziare un’inconsistenza di contenuti. Tomaso Binga, Cloti Ricciardi, Libera Mazzoleni e Verita Monselles criticano invece il linguaggio verbale, espressione del maschile e propongono un’alternativa: un linguaggio altro che rinasce dal corpo. L’opera di Tomaso Binga Oggi Spose (1977) è frutto di un’operazione concettuale e semantica raffinata; l'artista reagisce all’usurpazione maschile contenuta nella tradizionale espressione “Oggi Sposi”, e nel contempo afferma la volontà di coniugare due parti di sé. Ricorda Tomaso Binga: “Solo il mezzo fotografico con la sua messa a fuoco poteva far emergere le personalità ben distinte delle due immagini nella medesima anima”. L'opera è infatti composta da due fotografie che ritraggono l’artista e Tomaso Binga – suo alter ego maschile – nel giorno del matrimonio; il lavoro presenta l’immagine stereotipata della donna che indossa il tradizionale abito bianco e assume un’aria sognante, contrapposta alla foto dell’uomo (interpretato sempre dall’artista) in abito scuro e circondato dagli strumenti del lavoro. Il matrimonio simbolico che congiunge l’artista con il suo alter ego intende infatti demistificare sia le convenzioni linguistiche, sia quelle sociali.

In molte delle opere in mostra, inoltre, la fotografia documenta momenti del vissuto personale e intimo, affrontando ad esempio la maternità, come nell’opera di Anna Oberto Diario v’ideo senti/mentale (1974), in cui l’artista esplora la scoperta del mondo e del linguaggio da parte del figlio Eanan; o nella sequenza Sara è incinta (1977) di Paola Mattioli, dove l’obiettivo testimonia uno scambio tutto al femminile.

Altra misura ripercorre in modo puntuale i rapporti tra arte, fotografia e femminismo in Italia negli anni Settanta; la mostra ripercorre storicamente il contesto del decennio in cui i concetti di differenza e alterità iniziano a emergere con forza, anche attraverso la raccolta di numerosi documenti d’archivio.