Tomás Saraceno, i sentieri dei nidi di ragno

Marie Rebecchi

La poesia dell’invisibile, la poesia delle infinite potenzialità imprevedibili, così come la poesia del nulla nascono da un poeta che non ha dubbi sulla fisicità del mondo. Questa polverizzazione della realtà s’estende anche agli aspetti visibili, ed è là che eccelle la qualità poetica di Lucrezio: i granelli di polvere che turbinano in un raggio di sole in una stanza buia (II, 114-124); le minute conchiglie tutte simili e tutte diverse che l’onda mollemente spinge sulla bibula harena, sulla sabbia che s’imbeve (II, 374-376); le ragnatele che ci avvolgono senza che noi ce ne accorgiamo mentre camminiamo (III, 381-390).

Italo Calvino, Lezioni americane

Carta bianca a Tomás Saraceno: On Air, la mostra in corso al Palais de Tokyo di Parigi curata da Rebecca Lamarche-Vadel, è un gesto di poesia visiva sintonizzata con i ritmi dell’universo, una jam session dedicata all’imprevedibile leggerezza del cosmo.

Saraceno, architetto di milieux impossibili, ha trasformato l’intero Palais in una cassa acustica interplanetaria, una Umwelt ultrasonica, un ambiente percettivo dove tutte le vibrazioni e i suoni insensibili all’orecchio umano vengono captati e ritrasmessi in un concerto per voci silenziose: un inno postumano diffuso in diretta in un ecosistema in divenire.

Il monito dell’artista argentino, che da anni salda l’audacia dell’immaginazione con il lavoro rigoroso di scienziati e ingegneri, è di non inciampare nel malinteso che si rintana nelle discussioni intorno a uno dei temi più scottanti degli ultimi anni: l’Antropocene era geologica marcata dall’azione dell’homo œconomicus. Occorre dunque scansare l’idea di un «anthropos» come «noi» universale e far spazio a voci e corpi invisibili – umani e non umani –, per cavare i ragni dal buco e far vibrare i fili delle loro ragnatele come delicati strumenti cordofoni.

Ciò di cui abbiamo bisogno, ci ricorda Saraceno, è l’avvento di un’era dominata da un Homo sapiens flotantis, che ha imparato a fluttuare nell’aria e a farsi trasportare dal vento, un Homo sapiens liberato dalle imposizioni dei combustibili fossili. La risposta alle ineguaglianze del nostro mondo non si trova quindi nell’intelligenza artificiale, né tantomeno negli algoritmi delle banche dati, ma nel tentativo di «jammare» al ritmo di un’intelligenza sociale dei ragni (SSI-Social Spider Intelligence).

Seguendo i sentieri del ragno, attraversando il buio dei sotterranei del Palais de Tokyo, ci s’imbatte infine in «qualcosa», in Algo-R(h)i(y)tms (2018). Opera dal tessuto meticcio («me-tissée») che invita i visitatori a entrare nella ragnatela e a suonarne le corde in un’improvvisazione musicale della stessa durata della mostra. Sfiorando come Aracne i fili che compongono l’ordito di Algo-R(h)i(y)tms, il movimento delle dita e dei corpi genera un’armonia di frequenze, che trasmesse a una serie di amplificatori d’infrasuoni, trasformano il suolo in una gigantesca cassa di risonanza. I corpi dei partecipanti a questa séance inattesa, allungandosi a terra, si riducono a una parte del loro tutto, tramutandosi in orecchie aderenti al suolo pronte a intercettare il ritmo delle vibrazioni circostanti.

On Air non è una mostra, è una città invisibile di cui si trova traccia nelle cartografie sonore, nei concerti delle ragnatele, nelle architetture d’aria e nelle sfere scriventi progettate da Saraceno. Una monade labirintica abitata da una fauna impercettibile che ricorda l’immaginaria urbanistica descritta nei dialoghi tra il Gran Kan e Marco Polo nelle Città invisibili di Calvino: una città che «né l’opera della mente, né quella del caso bastano a tenerne su le mura». Due in particolare sono i modelli di città invisibile che s’impongono nella galassia di Saraceno: la ragnatela e la sfera.

Sospesa sull’abisso, la vita degli abitanti d’Ottavia è meno incerta che in altre città. Sanno che la rete non regge

Italo Calvino, Le città invisibili

Nel maggio del 2018 lo studio Saraceno ha visitato gli spazi del Palais de Tokyo con «Madame araignée», Christine Rollard, direttrice del Muséum national d’histoire naturelle di Parigi, alla ricerca delle diverse specie di ragni che abitano il Palais. Prima e durante la mostra è stato impedito ai custodi del museo di spazzare via ragnatele e ragni indigeni. Risultato di quest’operazione di aracno-conservazione è l’opera Webs of At-tent(s)ion (2018). Composta da 76 ragnatele ibride, ordinate in costellazioni di sculture tessute da differenti specie di ragni, le Webs of At-tent(s)ion formano uno zodiaco sospeso connesso al mondo tramite le protesi sensibili e filiformi dei ragni. Alcune ragnatele sono amplificate da microfoni speciali che permettono di captarne il ritmo delle vibrazioni; tradotte in frequenza, le stesse vibrazioni, ci fanno ascoltare il rumore dell’aria e ipotizzare forme di coesistenza possibili con le viscose architetture costruite dai ragni.

Al centro di Fedora, metropoli di pietra grigia, sta un palazzo di metallo con una sfera di vetro in ogni stanza. Guardando dentro ogni sfera si vede una città azzurra che è il modello di un’altra Fedora 

Italo Calvino, Le città invisibili

Nella sala delle Aerographies, Saraceno mette in prospettiva i diversi modi in cui i movimenti degli umani, dei non umani e dei venti affettano e sono affettati dall’aria che li circonda. L’installazione somiglia al sobborgo di una metropoli immaginaria dove una formazione di «sfere scriventi», mongolfiere areografe con tanto di penne sospese, galleggiano nell’atmosfera e spargono inchiostro composto da particelle di carbone proveniente dall’inquinamento di Mumbai. Le sfere si muovono senza energia fossile allo scopo d’incidere le lettere di un nuovo alfabeto composto da aeroglifi: caratteri ancora indecifrabili di una nuova lingua universale all’epoca dell’Aerocene.

Rete e sfera, scienza e società. Sono questi i quattro termini che suggeriscono all’antropologa Elizabeth Povinelli d’inquadrare il lavoro di Saraceno all’interno di un processo di trasformazione dell’epistemologia in un ambiente e dell’architettura in una forma di conoscenza incarnata (Playing with Reality: Form, Movement, World, in Cloud Cities: Tomás Saraceno, 2012). Da un lato, le coreografie cosmiche di Saraceno domandano un’implicazione diretta delle scienze ingegneristiche e biologiche, dall’altro suscitano inevitabilmente l’attenzione critica delle scienze sociali. Sempre Povinelli evoca Bruno Latour e la sua lettura dell’opera di Saraceno Galaxies Forming along Filaments, Like Droplets along the Strands of a Spider’s Web (presentata alla Biennale di Venezia del 2009) per introdurre attraverso due opposte costruzioni di senso, la sfera e la rete, le possibilità e i limiti di due modelli alternativi di società. La sfera – figura attraverso cui Peter Sloterdijk ha riletto la geometria dell’intera esperienza umana – è utile per descrivere i sistemi locali e la complessità delle condizioni atmosferiche; le reti sottolineano al contrario i movimenti ad ampio raggio e le connessioni inattese che dissestano la topografia di quella tela cosmica di cui tutti facciamo parte.

Tomás Saraceno

On Air

a cura di Rebecca Lamarche-Vadel

Paris, Palais de Tokyo, dal 17 ottobre 2018 al 6 gennaio 2019

‘Oh sole mio, Tomas Saraceno a Genova

Francesca Pasini

Ci sono artisti che danno figure all’immaginazione della scienza. Tomas Saraceno indaga la possibilità di “abitare l’atmosfera”.

Alla galleria Pinksummer di Genova, fino al 5 ottobre, presenta Albedo, una collezione di opere che si prefiggono l’interdipendenza con l’aria. Non si tratta solo di una magistrale capacità compositiva, ma di uno studio sull’energia solare e sulla possibilità di usarla per eliminare, o almeno ridurre, l’uso di combustibili fossili o nucleari.

Da questa prospettiva nasce Aerocene, una comunità di studio, fondata dallo stesso Saraceno che così la definisce. “E’ un tentativo artistico interdisciplinare di elaborare nuovi modelli di sensibilità riattivando l’immaginario comune, attraverso la collaborazione etica con l’atmosfera, e l’ambiente. L’attività si manifesta nell’analisi e nella diffusione di sculture più leggere dell’aria, che galleggiano solo con il calore del Sole e i raggi infrarossi della superficie terrestre. Aerocene immagina nuove infrastrutture che sfidano e ridefiniscono il diritto internazionale alla mobilità, rovesciando l’approccio estrattivo e incoraggiando la spinta ascendente”. Un’ozione scientifica che Saraceno raffigura artisticamente.

Il luogo della mostra è una coincidenza significativa. A Genova è vissuto Giovanni Francia un pioniere della ricerca solare. Nel 1961 a Roma, alla Conferenza delle Nazioni Unite sulle nuove fonti di energia, presentò i risultati della sua ricerca per trasformare in energia il calore del sole, abbondante ma a bassa temperatura. Consiste in questo: attraverso campi di specchi piani, a concentrazione lineare e puntuale, si cattura il calore che, generando vapore, aziona una turbina, che a sua volta aziona un generatore elettrico. Concentrando in un punto il calore del sole si ottiene, infatti, la temperatura necessaria per attivare i generatori, senza tuttavia un aumento di temperatura nell’atmosfera, come avviene con i sistemi a carburanti fossili/ estrattivi.

Da questa intuizione Francia costruì, a metà anni ’70, sulla collina di Sant’Ilario a Genova, la stazione solare a torre a concentrazione puntuale, all’interno dell’Istituto Agrario Bernardo Marsano. Fu ultimata nel 1980, anno della morte di Francia, ma nel 1985 Enel la chiuse. Finito lo choc petrolifero del ’73, calò, infatti, l’attenzione sui nuovi modelli di energia.

L’impianto di Giovanni Francia è però tuttora esistente e Tomas Saraceno l’ha usato, nel mattino dell’opening, per far volare un pallone/mongolfiera e mettere in pratica il dialogo tra arte e scienza.

Già nel 2010, in Argentina, aveva realizzato l’esperimento di sollevare attraverso un pallone/ mongolfiera una piccola tenda, su cui si trovava lui stesso (Space Elevator). Ne aveva tratto fotografie e video del luogo e di se stesso, sospeso in questa tendina da campeggio. Una fantascientifica esperienza dell’abitare nell’atmosfera, resa visibile attraverso l’arte.

Nella mostra Albedo, di Genova, Saraceno incarna l’idea leonardesca dell’artista inventore e propone un percorso energetico alternativo, con studi e potenzialità reali alle spalle. Da un lato ci ammalia con le sue sculture; dall’altro ci mette a conoscenza di un campo di ricerca. Il legame “arte scienza”, spesso evocato nel suo aspetto concettuale, trova una dimensione educativa, storica, critica. E questo aiuta la comprensione sia dei suoi esperimenti artistici, sia di una straordinaria invenzione scientifica, dimenticata dai più.

Saraceno parla di corridoi d’aria in grado di veicolare l’energia della torre a concentrazione puntuale di Giovanni Francia, in cui far volare le sue sculture e rendere attivi sistemi energetici che diminuiscano la pressione di calore sul pianeta. Sembra un’utopia, ma sappiamo che l’arte e la scienza hanno visioni che vanno oltre il sentimento comune di realtà e che resistono nel tempo. Per questo penso che Tomas Saraceno abbia seguito con criteri contemporanei la lezione di Leonardo.

E quando, in un angolo della galleria Pinksummer, una scultura riflettente, leggerissima, dalla forma di un ombrello aperto, cattura luci, ombre, figure umane, altre sculture in sottili bacchette di carbonio che disegnano immaginarie orbite di pianeti immaginari, intuiamo i corridoi di Saraceno per utilizzare l’energia del sole e la possibilità di “colmare un abisso con l’aria”, come scriveva Emily Dickinson.

Tomas Saraceno, Albedo, 6 luglio – 5 ottobre 2018

Galleria Pinksummer Palazzo Ducale – Cortile Maggiore

Piazza Matteotti, Genova