Scarpa, cavalieri senza cavallo dell’epica dell’intimo

Angelo Guglielmi

Questo nuovo romanzo di Tiziano Scarpa, Il cipiglio del gufo, è il più ricco e completo dei libri che fin qui lo scrittore ha pubblicato. A me che lo conosco (per avere partecipato molti decenni fa a rissosi dibattiti letterari) mi pare di ritrovarlo per intero. Intelligente, colto, provocatore (fino – senza rendersene conto – all’insulto), di eloquenza brillante (accesa dall’impeto della giovane età) preferiva alla riflessione responsabile (di cui pure era capace) l’aggressione e l’attacco polemico. Noi (dunque io) più grandi di lui lo avevamo (nonostante la veemenza qualche volta stonata) in grande simpatia e considerazione. Sapevamo (o speravamo) che sarebbe stato un notevole scrittore. E così è stato (se pure ogni volta per singoli tratti diversi). Qui nel Cipiglio lo ritroviamo (lo ripeto) per intero in tutte quelle qualità (con limiti incorporati) allora avvistati. Ma se allora (tanto tempo fa) le esibiva (quelle qualità) vantandosene come di cosa tutta sua qui preferisce (furbescamente) distribuirle tra i suoi personaggi (i personaggi del Cipiglio) che pure ridicolizza e satireggia (critica e non ama), giustamente convinto che la loro insufficienza (e demenza) più chiaramente (e drammaticamente) potesse apparire, se mischiata a frammenti di pensieri (e intuizioni) innovatori e impertinenti di sua (dell’autore) proprietà già messi in evidenza nei nostri incontri di un tempo favolosamente lontano.

I personaggi del Cipiglio sono tre di cui due che l’autore disprezza e ci invita a disprezzare e il terzo che ama anche perché diverso da lui. Il primo è “il più famoso radiocronista d’Italia” – non ha altro nome – che tutte le domeniche (ma non solo) rapisce e stordisce gli ascoltatori con le radiocronache del Calcio minuto per minuto, sfruttandone e moltiplicandone la passione per questo sport sovrano e assoluto. Che cosa sarebbero gli italiani senza il Calcio? Lui che lo sa, adora le parole che gli consentono di raccontarlo (spendendone senza parsimonia) e non perde occasione di ringraziarle (le parole), orgogliosamente consapevole che inseguendosi (le parole) producono il significato (“senza nome le cose non esisterebbero”). Né rinuncia (nell’enfasi del successo) a cedere ad alcune impertinenze accettando, in assoluta segretezza, ospite di un palazzo patrizio, di fare la radiocronaca di un incontro intimo tra due corpi nudi (non si sa se di sesso diverso) stesi su un letto (“è la radiocronaca più bella che io abbia mai fatto ed è un vero peccato che nessuno nemmeno io abbia potuto vederla”). In compenso, oltre il piacere dell’opera compiuta, ha ricevuto in regalo la favolosa penna stilografica Virgilius 1974 che ha per sostegno il facsimile di una Colonna greca e della quale da allora sempre si serve e mai ha abbandonato. Che le parole siano fondamentali lo ha detto tra i primi proprio l’autore ma non se rubano la realtà e si mettono al suo posto (come sostiene il più noto radiocronista d’Italia) ma solo se si trasformano in “realtà” restituendole la solidità che ha perduto attraverso la presa di un intreccio sintattico serrato come un’armatura (o disarticolato e avvolgente come le squame di un serpente). Solo allora la “parlantina”, debolezza cui anche l’autore da giovane cedeva, non è un semplice scioglilingua ma può essere la premessa di una acquisizione assoluta e permanente.

E le parole (la loro importanza) ci consentono di inquadrare anche il secondo personaggio del Cipiglio, questa volta un professore di liceo e per giunta scrittore come l’autore. È un professore moderno e spigliato che sa intrattenere un rapporto alla pari e insieme distante con gli studenti ma spendendo un indecoroso esibizionismo e altri loschi propositi. La necessità di incrementare il suo povero stipendio (ha due figli e una moglie) e (soprattutto) l’ambizione lo inducono a tentare il mestiere della scrittore. E di notte dalle due alle quattro (il giorno è tutto occupato dalle riunioni scolastiche, la correzione dei compiti ecc..) è lì curvo sul computer deciso a scrivere un romanzo. Non vuole scrivere un romanzo come tutti (autobiografico e di false confessioni) e in attesa di sapere che cosa raccontare passano le notti (una e poi tante altre) e continua a cincischiare. Per il momento non va oltre il tentativo di “ dare forma a ghirigori alfabetici allucinati”. Finché una notte (dopo tante) appare (in visita) alla sua immaginazione (coscienza) un “Aspirante personaggio” che dichiara che è lì per aiutarlo. Il professore offeso si indigna e dopo una o due pagine di botta e risposta insultandolo lo caccia.

Passano altre notti consumate nell’incertezza (“puri percorsi astratti...non si agganciavano a nulla, perché dall’altra parte non c’era nessuna riva”) finché riappare - dopo tanto biasimo ora fin tanto agognato – l’Aspirante personaggio. Riprende il dialogo tra lo scrittore e l’Aspirante tra finte schifiltosità da parte del primo e arrendevolezza da parte del secondo che lo rassicura dicendogli che è a suo servizio e che potrà usarlo come crede meglio; dialogo questa volta che, tra contestazioni e distratti acconsentimenti, continuamente abbandonato e ripreso, si prolunga per molte e molte pagine (anche con qualche scambio appartenente all’ambito teorico) finendo per riversarsi (per quel che ho capito) nel romanzo di cui ne costituisce il corpo centrale. Soddisfatto il professore aspettandosi riconoscimenti certi lo dà in lettura alla moglie (subito dopo un riuscito tu per tu erotico – e da tanto che non lo facevano), la quale (sorprendendolo) dopo una rapida scorsa gli urla: “butta via immediatamente questa roba…mi ha stroncata.. dammi una storia seria, non questo traccheggiare senza sugo, queste mossette nel vuoto….scrivi …una tragedia forte, un bel noir”. Il professore-marito stordito “un noir?” Ma subito dopo ripresosi “questa robaccia… Le indagini; gli interrogatori, le false piste… Sempre la solita zuppa... È tutta una messa in scena”. Mai scriverò un noir.

Invece, contrito e umiliato, scriverà proprio un noir, anzi un giallo che sarà accolto con un discreto successo e una somma non piccolissima di diritti d’autore che gli consentirà finalmente di soddisfare i desideri (da tempo manifestati) da moglie e figli e da lui stesso. Ma il professore ha un cattivo carattere, devastato da ambizione e invidia viene trascinato in comportamenti e gesti che decidono la sua rovina: perde quel tanto di buon nome appena conquistato e viene licenziato dalla scuola. Intanto la figlia femmina finisce in un giro equivoco e il figlio maschio per mesi si chiude nella sua stanza e non c’è verso di farlo uscire (ci riuscirà il padre molto tempo dopo a conclusione di un complesso incomprensibile video-gioco cui è iniziato dalla figlia e il suo compagno punk).

E finalmente il terzo personaggio quello che Scarpa ama (e chiede ai lettori di amare) pur essendo o forse perché è così diverso da lui. Carletto Zen è un giovane trentacinquenne colto (conosce cinque lingue) malmesso e così brutto da non potersi vedere. La sua bruttezza è un pesantissimo maglio che si abbatte sul suo corpo e anima rendendolo indifeso e timido. Non basta la potenza del suo organo sessuale appena si sparge la notizia le ragazze si precipitano (una dietro l’altra) ma lo dimenticano (non lo riconoscono) appena dopo averne approfittato. Il suo grande cruccio (espresso con garbo triste) è di essere una presenza trascurata (anzi negata) nonostante la grande generosità e la comprensione e rispetto che ha per gli altri. Privo di senso pratico non ha un lavoro se non un piccolo incarico (procuratogli da un amico – forse l’unico che ha): aspettare il gruppo di turisti arrivati in città (la città è Venezia) e accompagnarli in albergo e poi correre in un altro albergo a fare le pulizie dove accompagnerà altri turisti in arrivo. È preciso ed elegante nell’indicare come si tirano le tende e si accende il gas nel bagno. Il rifiuto da parte degli altri fino alla derisione gli stampa il volto di invincibile malinconia. L’amico (certo l’unico che ha) è un cuoco gay ridanciano e peloso che ha occupato la sua casa anzi la sua stanza per portarci i ragazzi che raccoglie qui e lì e lo spinge a dormire in uno sgabuzzino senza finestre. Carletto Zen non trova la forza (in realtà il motivo) per ribellarsi anche se una notte (dimenticando ogni scrupolo) irrompe nella stanza dell’amore (in gaudiosa attività) per piangere sulle spalle dell’amico lacrime di povertà e di solitudine. Quest'ultimo, prima seccato, lo consola promettendogli di introdurlo (il suo mestiere di cuoco gli garantisce una ricca rete di conoscenze) nelle case (suntuosi Palazzi) di ricche vedove da conquistare. E da qui partono pagine indimenticabili in cui il cuoco dà lezioni di seduzione all’amico disperato, che poi vediamo aggirarsi nelle stanze di lusso e d’oro di quelle opulente magioni con la compostezza assente che timidezza e educazione non bastano a comprendere. Munito di un taccuino si limita a disegnare (come di nascosto) i tratti dei volti delle vecchissime signore che vi abitano. Sono pagine di uno stressante patetismo cucito con i fili dell’ironia che non chiedono ai lettori dileggio né solidarietà solo ammirazione per Carletto Zen questo cavaliere senza cavallo dell’epica dell’intimo.

In verità esiste un quarto personaggio (più tanti altri prodotti dallo sviluppo narrativo dei tre personaggi centrali) che non possiamo non ricordare: è la città di Venezia (il luogo in cui si svolgono le azione dei tre personaggi) alla quale città Scarpa dedica fulminanti contributi della sua più felice scrittura. Una volta che “il Mediterraneo si è ridotto a un laghetto secondario Venezia che poteva fare? È diventata un gingillo per richiamare la gente di fuori a spendere, a fare feste… a pagare le prostitute, giocare d’azzardo, lasciare più soldi possibili”. Senza “ le macchine, i tram, gli autobus, i taxi… dove si andava a piedi o in barca” è oggi una città “che poggia sulle acque senza scopo al mondo, se non quello di mostrare se stessa”.

Noi fin qui abbiamo solo schizzato i tratti essenziali dell’identità dei tre personaggi volando sulle singole tappe del loro sviluppo narrativo che sono ricche di sorprese come il lettore (e la sua curiosità) potrà scoprire.

Tiziano Scarpa

Il cipiglio del gufo

Einaudi

pp. 385 € 21.00

Insicurissimi di poterlo fare

photogallery_479Gabriele Sassone

«L’arte finiva in mano ai peggiori». Questa constatazione, non sempre applicabile, l’ho letta nell’ultimo romanzo di Tiziano Scarpa, ma avrei potuto sentirla pronunciare da molti artisti viventi – magari non in pubblico, magari lontano dagli stand delle fiere o dalle vetrine delle gallerie, magari avendo venduto soltanto pochi pezzi in tutta la carriera. Chi sono i peggiori non spetta dirlo né a me, né a Scarpa, però una cosa è sorprendente: la precisione con cui lo scrittore descrive alcune dinamiche del fare l’artista oggi in Italia. Quello che molti pensano e pochi dicono; per esempio: «I curatori conformisti che obbediscono alle tendenze di moda. I vecchi artisti-professori che spingono avanti i loro allievi. I curatori gay che scelgono artisti gay. Le curatrici donne che scelgono artiste donne. I curatori maschilisti che scelgono artiste carine. I collezionisti ricchi che trasformano in grandi opere robaccia inconsistente solo perché la pagano tantissimo».

Federico Morpio ha trentanove anni, vive in un monolocale a Milano. Ha investito tutto sulle sue opere, ha sacrificato se stesso. Ne è valsa la pena? «Pensavo che bastasse stare a Milano: pensavo che essere nato qui, avere studiato nella città italiana più importante per l’arte contemporanea mi garantisse la rete di relazioni sufficiente a sfondare. Farsi vedere a qualche inaugurazione, bere l’amaro prosecchino d’ordinanza, scambiare due chiacchiere. Avere buoni lavori, opere interessanti, e stare a Milano; tutto il resto sarebbe venuto da sé». Questo disinganno, uno dei tanti nell’oscillare di Morpio fra rovina e redenzione, si contrappone all’epifania di Adele. Che invece ha ventinove anni ed è impiegata presso un’azienda di stampi per bicchieri e piatti usa e getta. Grazie a un geco caduto dentro una pentola rivestita di Teflon – non vi spiego perché – Adele si converte al cristianesimo. Durante il suo peregrinare per Milano, una città disseppellita via via dalle vivide messe a fuoco dell’autore, Adele conosce Ottavio. Prima diventano una coppia, poi i primi Cristiani Sovversivi.

Se l’arte finisce in mano ai peggiori, ho chiesto a Scarpa, nelle mani di chi finisce la religione? «Adele e Ottavio sono due neoconvertiti che, come tali, prendono sul serio la fede cristiana, sono esigenti, pretendono coerenza da sé stessi e dalla Chiesa». In sostanza sono due persone che agiscono, che hanno la forza di far accadere qualcosa. Proprio nel passaggio tra volontà e possibilità di agire s’innesta la terza dimensione del Brevetto del geco: quella delle parole. O meglio, delle parole pronunciate da un essere mai nato (scoprirete di chi si tratta leggendo il romanzo). Immaginate che le parole possano perdere la loro astrazione; immaginate che poi, una volta vive, desiderino agire, prendere parte al mondo, conoscerlo, ma non lo possano fare. Immaginatelo, ed ecco rappresentata una metafora verosimile della nostra condizione: soggetti che possiedono gli strumenti per agire, ma non la possibilità.

Allora contro quali forme di interdizione dovremmo combattere?, mi sono chiesto dopo aver letto il libro. La solitudine, forse. In particolare, un tipo di solitudine generato dal continuo riscrivere il presente, dal continuo redigere proposte, dal continuo sottoporsi al giudizio. Quella che Boris Groys definisce «solitudine del progetto», una sorta di scivolamento sulla vita reale. Partendo da questi presupposti, la domanda che ho rivolto a Scarpa riguarda le modalità con cui compensare questa mancanza di attrito. Il pensiero più spontaneo si è indirizzato verso le azioni collettive.

«C’era una volta un modo per farlo, nell’arte si chiamava “avanguardia”. Le opere continuavano a nascere nella solitudine, ma si intraprendevano azioni collettive che creassero effetti moltiplicatori. La mostra organizzata da Morpio e dai suoi amici artisti nel romanzo è una specie di avanguardia senza contenuto, senza poetica, puramente tattica. All’opposto, le azioni dei Cristiani Sovversivi sono un’applicazione talmente letterale dei princìpi da sfociare, come conseguenza necessaria, in un’avanguardia religiosa».

Arte e religione – all’appello manca la finanza – sono fra i principali generatori di immaterialità del nostro tempo. A uno dei due protagonisti avrei voluto chiedere quali sono gli effetti di questa esposizione all’immaterialità. Ho trovato una buona risposta in una battuta di Morpio: «Ecco cosa sono stato: un insipido artista dalla buona condotta. L’arte ha fatto di me una personcina educata e rispettosa».

La sensazione che ho provato leggendo Il brevetto del geco è di aver camminato lungo una fune tesa fra un mondo tremendamente concreto e un accecante desiderio di sublimazione. Io sono nato vicino alle campagne descritte nel libro, quelle del Parco Agricolo Sud, e ora vivo a Milano. Grazie alla scrittura meticolosa e rivelatrice di Scarpa, l’aspetto esteriore di natura e città a me familiare si è sfalsato di qualche centimetro dalla sua verità interiore. Ed è in questa sottile intercapedine che, lo so, si giocherà il resto della partita.

Tiziano Scarpa

Il brevetto del geco

Einaudi, 2016, 328 pp., € 20

23 novembre a Torino: Sono tornate le riviste?

23 novembre, PalazzoNuovo, via san Ottavio 20, Torino

ore 18 aula 6

Sono tornate le riviste letterarie.

Qual è il loro ruolo oggi, nel panorama culturale e sociale del nostro paese?
Quale sguardo o linguaggio proiettano nella e della realtà?

Un confronto aperto, una discussione animata e molto attuale con Tiziano Scarpa, Andrea Inglese e Sparajurij, redattori de "Il Primo Amore", "Alfabeta2" e "Atti Impuri". Leggi tutto "23 novembre a Torino: Sono tornate le riviste?"